levarsi la cispa dagli occhi, film in carcere

Che cosa vi è di più tetro di un carcere? L’assenza della libertà, insieme con malattie, guerre, fame e povertà, è il peggiore dei mali. La situazione delle carceri in Italia è esplosiva: sovraffollamento, condizioni igieniche e ambientali più che difficili in strutture sovente vetuste. Eppure altro direbbe la Costituzione… Un Paese civile si giudica dallo stato delle sue prigioni, commentava il Filosofo. E se pagare il fio delle proprie colpe, anche nel rispetto dei diritti delle vittime, è giusto, non è giusto togliere la dignità. Uno Stato di diritto agisce secondo giustizia ed equità, non secondo vendetta. La logica dovrebbe essere quella del recupero e del reinserimento sociale. Va comunque detto che il dibattito è aperto e ferve e sensibilità civile si sta in merito sviluppando e propalando. In molte carceri sono attive modalità d’intervento atte a restituire, pur nella certezza della pena, prospettive e nuove visioni di vita, in un contesto fortemente socializzante.

Nella Casa di reclusione di Milano-Opera, grazie anche alla sensibilità della Direzione, sono da anni operativi numerosi laboratori, come quelli istituiti nell’ambito del Progetto Libera-Mente, fra i quali citiamo Lettura libera, Lettura ad alta voce e Scrittura creativa (quest’ultimo attivo da quasi vent’anni). Referenti, con i vari e appassionati collaboratori, sono Barbara Rossi e Silvana Ceruti, quest’ultima impegnata nell’impresa da quasi vent’anni, autentica e meravigliosa pioniera, inventrice del primo e ancora esistente Laboratorio di scrittura creativa. Un lavoro di colossale efficacia, portata e benefici, con il quale e dentro il quale le persone detenute hanno trovato supporto e rinnovate ragioni, recuperando visioni dialettiche più ampie e instaurando percorsi esistenziali di ricrescita e una riacquisita consapevolezza. Un lavoro che ora è stato documentato con un docufilm di rara bellezza e profondità: Levarsi la cispa dagli occhi il titolo della pellicola (registi Carlo Concina e Cristina Maurelli), Leggere e scrivere aspettando la libertà il sottotitolo. Un film sobrio, misurato, toccante, forte ma non acre, commovente senz’essere retorico, e, oltre a ciò, di notevolissima valenza formale. I registi sono entrati nelle celle e all’interno dei laboratori, girando e documentando, nel loro farsi creativo, relazionale e interpersonale, il lavoro dei responsabili, dei collaboratori e delle persone detenute. Ne è scaturito, come detto, un magnifico film, genuino e vero, 69′ ad alto tasso emozionale, civile e intellettuale.

Recita con giustezza la presentazione del film: “Muri, sbarre, chiavi. Il carcere è un posto di frontiera. Ma lettura e scrittura possono aiutare a ritrovare un senso, a dare valore a giorni sempre uguali. Le poesie dei detenuti, i loro scritti, le loro pagine preferite ci accompagnano in un viaggio all’interno del carcere alla ricerca del significati della parola Libertà. Il film è girato nel carcere di massima sicurezza di Milano-Opera, dove scrittori e artisti vengono invitati “dentro” per creare un ponte con il “fuori”. Ed è proprio in questo spazio di confine che la nostra umanità ha una seconda chance, ritrovando nel linguaggio poetico e letterario un punto di incontro e di riscatto. E al di là del dolore, della desolazione e a volte della violenza, è possibile una nuova alfabetizzazione emotiva che prova a ricollocare se stessi dentro un diverso destino”.

Levarsi la cispa dagli occhi (www.levarsilacispadagliocchi.it, e c’è anche la relativa pagina facebook) è stato presentato in anteprima mercoledì 8 maggio sia nel Teatro della Casa di reclusione di Opera (il mattino, una proiezione cui hanno assistito moltissime persone detenute e gente da “fuori”) sia al Cinema Anteo (la sera, con la presenza di persone detenute in speciale permesso). Un grandissimo successo, che ha toccato le più intime corde di ogni spettatore qualsiasi fosse il proprio ruolo o vissuto.

Una delle sequenze più coinvolgenti è girata all’interno della cappella di Opera, in un ambiente di raccolto silenzio (non sempre in carcere si può godere del balsamo del silenzio), in cui Gaetano C. recita una sua sofferta (e formidabile) poesia. Eccone un ampio stralcio: “Chi sono io?/ Spaccato in due da un sortilegio antico/ cerco di ricomporre l’unità spezzata./ Non ho più tempo,/ ora non c’è più spazio per l’inganno./ Chiamo a raccolta tutto il mio passato:/ questo prodigio cupo, silenzioso/ è stato il mio tormento d’ora in ora/ mentre mi chiedo…/ a cosa son serviti tutti questi anni vissuti, patiti?/ Risuona come un’eco nella mente/ la stessa frase, come un ritornello…/ Chi sono io? Che cosa sono io?”. Versi che penetrano nell’anima, per un’emblematica meditazione sull’essere.

Riportiamo, inoltre, per intero la poesia di Pino C. in cui giace, piccola e infinitamente preziosa perla, il verso che ha dato origine al titolo del film:

 

Il virus del primigenio

 

Ora e per l’avvenire, indicherò ciò che ero:

volubile, ingordo, vanitoso, furbo,

futile, malevolo, vigliacco;

niente di tutto questo mi mancò.

Ho respirato aria d’odio

e fumo annebbiante,

disperazione e inferno su di me:

sono quest’uomo, ho sofferto,

ero lì, ne feci parte.

Sono stato tradito da traditori,

non parlo da folle né ho perso il senno,

sono io e nessun altro il più grande

traditore di me stesso.

Tutto questo io ero e sono stato:

nessun rispetto, nessuna considerazione

per le mie forze esaurite

e per la mia rabbia.

È questo dunque a farmi fremere

verso una nuova realtà;

ora mi sono levata la cispa dagli occhi,

e, giuro, mai più tradirò me stesso

se non per quello o quella che respirerà

con me aria pura.

 

Consigliamo a tutti di vedere questo film: sarà un’esperienza che potrà mutare, irrimediabilmente (e felicemente), punti di vista, in una logica di reciproca accettazione e rispetto, sempre dovuto a qualsivoglia essere umano. Anche a chi ha sbagliato (ma che sta pagando), perché un giorno possa riprendere posto nel consesso. Un consorzio invero, quello umano, da cui nessuno dovrebbe essere mai escluso.

 

Alberto Figliolia

 

 

 

 

 

 

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3 risposte a levarsi la cispa dagli occhi, film in carcere

  1. Clelia ha detto:

    L’uomo contemporaneo è scarsamente attento a ciò che lo circonda, al tessuto sociale a maglie strettissime, in cui ognuno è un punto gomito a gomito con altri punti, ma l’involucro di egoismo in cui è avvolto gli impedisce di penetrare e di essere penetrato dall’altro, di ascoltare e di essere ascoltato. Una impermeabilità di vissuto agghiacciante, egoistica, ma soprattutto isolata da tutto il resto. Lodevoli iniziative come quelle realizzate nel carcere di Opera, restituiscono all’uomo relegato dalla società stessa all’ultimo posto, la dignità perduta. Lo si legge dagli straordinari versi prodotti, da cui emerge la ricostruzione strutturale della integrità dell’essere nella sua globalità. Tutto ciò apre una finestra senza sbarre all’interno del carcere, dalla quale è possibile guardare il mondo e proiettarsi nel modo giusto, in relazione con esso. Mi commuove tutto ciò e spero in un Paese in cui prevalgano necessità come quella di costruire azioni di prevenzione alla devianza.

    • dino ha detto:

      La società civile necessiterà di eliminare ogni luogo di coercizione, carcere compreso se vorrà ricorrere l’utopia di una piena “civiltà”… il tempo è, ovviamente, ancora giovane ma ogni strada che distragga da quell’obiettivo sarà di per sè negativa per tutti gli individui che compongono la società, forcaioli compresi, quindi condivido il pensiero di Clelia…l’unica strada percorribile è quella della prevenzione, il carcere non serve a niente… se non a peggiorare gli individui che lì ci sono, e non solo le persone detenute.

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