the desire for freedom

Se invece di sganciare bombe incendiarie o a grappolo, defolianti e napalm, si liberassero dai ventri degli aerei rossetti? Un bombardiere che sgancia rossetti è l’immagine simbolo della mostra The Desire for Freedom-Arte in Europa dal 1945, visitabile sino al 2 giugno al Palazzo Reale di Milano.

Una grande mostra collettiva per affrontare l’idea della libertà in Europa dal dopoguerra sino ai nostri giorni, al di qua e al di là di ogni cortina. Oltremodo interessante il confronto fra i due mondi contrapposti – quello nella sfera sovietica e l’altro, il “nostro” –, ciò che consente di scoprire come in realtà la comunità di artisti e intellettuali fosse intimamente più coesa di quanto prevedibile, oltre ogni coercizione, più forte di qualsivoglia diktat. Sono 94 gli artisti presenti nell’esposizione, in rappresentanza di 27 Paesi europei. La resistenza contro i sistemi oppressivi e castranti, la critica della società dei consumi – imago e specchio di falsa libertà –, la riflessione sulla propria identità nelle strutture del mondo, tutto viene sviscerato con ogni tecnica espressiva, dalle installazioni ai dipinti, dalle fotografie ai disegni e ai video, ciascuna delle opere un tassello di un mosaico di enorme intelligenza creativa e sociale.

Alcuni nomi dei protagonisti e artefici: Damien Hirst, Arman, Jannis Kounellis, Yves Klein, Richard Hamilton, Niki de Saint Phalle, Alberto Giacometti, Gerhard Richter, Mario Merz, Emilio Vedova, Yinka Shonibare, Lucio Fontana, Ilya Kabalov, Boris Mikhailov, Erik Bulatov.

“Le opere in mostra sono percepite come espressioni pittoriche di idee e concetti e la decisione di non esporle per provenienza geografica e di non seguire alcun tipo di cronologia è stata presa con cognizione di causa. Il progetto espositivo infatti lascia da parte la linearità cronologica e vuole invece sviluppare una discussione “circolare” riguardo a una serie di temi, disposti in dodici sezioni consecutive, o “capitoli”, ognuno dei quali è dedicato a questioni fondamentali della nostra vita sociale, nonché a istanze rilevanti quali la ragione, la storia o l’utopia. Inizialmente una quantità di concetti astratti, quali la ragione o i diritti umani, stimola il visitatore a interrogarsi sulla natura delle responsabilità della politica o dello Stato: come desiderano vivere i singoli individui? E quali sono i loro punti di riferimento? Quale responsabilità hanno i nostri sistemi politici, i governi e le società nell’organizzazione dell’esistenza umana? Dove si collocano i limiti della libertà individuale? E dove iniziano quelli degli altri? Il catalogo dei diritti umani non dovrebbe forse comprendere anche la ricerca di un futuro sicuro dal punto di vista sociale ed ecologico?

Attraverso il percorso espositivo però questi grandi temi si convertono in una sequenza di interrogativi personali e questioni più individuali: come voglio vivere? Che genere di spazio vitale mi serve? Quali sono i miei limiti e fino a che punto sono disposto a spingermi? Domande che sono materia per Il Mondo nella Testa, quella di tutti noi, che può dare vita alla ragione o al pensiero utopico, e così il ciclo ricomincia da capo”.

Le sezioni sono le seguenti: Tribunale della Ragione; La rivoluzione siamo noi; Viaggio nel paese delle meraviglie; Terrore e tenebre; Realismo della Politica; Libertà sotto assedio; 99 Cent; Cent’anni; Mondi di vita; L’altro luogo; Esperienza di sé e del limite; Il mondo nella testa.

Amplissime le suggestioni e i motivi di meditazione, in una più che riuscita commistione fra impegno civile, riflessione esistenziale e, non per ultimo, valori formali e ricerca estetica.

Come non rimanere affascinati e turbati innanzi a Il Liceo Chases nel 1931 di Christian Boltanski, un’installazione di 18 fotografie e 18 luci (ciascuna fotografia cm 60 x 45), ritratti di un momento felice, così in contrasto con il futuro olocausto che avrebbe coinvolto e distrutto tanti di quei giovani? E ancora… il già citato Bombardiere di rossetti di Wolf Vostell, icona della mostra, un collage del 1968, mirabile invenzione nel suo ossimorico presentare una raffinata arma da guerra quale un bombardiere è, in atto tuttavia di sganciare file e file di rossetti; il Concetto spaziale (olio e sabbia su tela, 1951) di Lucio Fontana; il geniale Dead End Jobs (smalto, legno, vetro, mozziconi di sigaretta, cm 91,4 x 121,9 x 11,4, 1993) di Damien Hirst, un’installazione di resti contorti di sigarette spente, una sorta di traccia apocalittica, il segno di ciò che rimane, apologo del nulla, della vita che arde e ci brucia inesorabile, neanche più il fumo al cielo; l’incredibile performance Il cane impazzito, ovvero l’ultimo tabu di un cerbero solitario (video, 50′, 1999) di Oleg Kulik, in cui il performer nudo e tenuto al guinzaglio abbaia e si comporta come un cane fra la folla incuriosita e incredula; La gabbia (prima versione, bronzo, cm 90,5 x 36,5 x 34, 1949/50 circa) di Alberto Giacometti; Je vous salue Marat (neon e plexiglas cm 46 x 61 x 9, 1989) di Ian Hamilton; la magnifica e terribile serie Stanza degli interrogatori (stampa su piatti di porcellana, diametro cm 28 ciascuno, 2010) dell’ucraino Nikita Kadan, una denuncia dell’uso della tortura non altrove o in un altro tempo, bensì qui e ora, e la resa è ancora più spiazzante e stravolgente dal momento che le figure stampate sono impassibili, indifferenti, serenamente ottuse di fronte alla violenza di cui sono vittime, senza ombre né ribellione (per trasposizione è la nostra indifferenza); la Trincea portatile per tre persone (copia pirata proveniente dalla Cina, legno, garza, polvere di zolfo, canna, filo di ferro, cm 90 x 155 x 53, 1969/2010) di Tamas St. Auby; L’era dell’Illuminismo-Adam Smith (fibra di vetro, cotone stampato, legno, tecnica mista, la figura h cm 170,2, la libreria cm 205 x 95 x 40, 2008) di Yinka Shonibare, nel quale il filosofo ed economista scozzese, autore de La ricchezza delle nazioni, vestito alla foggia settecentesca con tessuti stampati africani, è gobbo e senza testa mentre vorrebbe pescare una copia del suo scritto fra le copie tutte uguali della libreria; il Buddha (bronzo, TV, candela, 1989) di Nam Jun Paik, in cui Oriente e Occidente paiono scontrarsi (o incontrarsi?); la performance in video N.P. 1977 (22′ 09”) di Neša Paripovi, in cui l’artista procede sempre in linea retta dovendo scavalcare ogni ostacolo, parabola ed emblema delle difficoltà della Jugoslavia in quegli ultimi anni della sua unità, prima della disgregazione e degli orrori.

Ha scritto la curatrice Monika Flacke: “Nella mostra le opere andrebbero lette non tanto come enunciazione di una crisi quanto come argomentazione e piattaforma per un confronto tra la politica e l’arte. Sulla scia dell’Illuminismo, l’arte è legata all’idea di progresso. È soprattutto dall’arte che è scaturita precocemente la protesta della ragione, il riconoscimento del problema insito nell’opera. L’arte infrange i tabù, scuote il torpore, accende dibattiti. Travalica i confini tra i continenti e le generazioni, unisce il futuro al presente. L’arte ha contribuito a farci comprendere le storture della modernità, ma anche a difendere la modernità stessa con il suo approccio critico. E l’arte non mette in luce anche le deformazioni della società? Attraverso le sue opere e con le sue opere, l’arte discute i processi intricati e problematici che la modernità comporta. Mostra all’osservatore che cosa significa imparare a dubitare e a ripensare il mondo. Non mostra ciò che è giusto, ma immagina una vita possibile. Diversamente dalle classiche immagini di carattere storico, le opere di questa mostra scandagliano i problemi del nostro tempo e li portano in superficie. Discutono i fenomeni da un punto di vista inserito nel presente ma rivolto al futuro, e affermano i valori dell’Illuminismo con spirito critico. Non solo danno una forma visibile all’idea di libertà: la interrogano. L’arte ama la contraddizione, è sempre polisemica e rifugge dalle soluzioni semplicistiche. Consente di inoltrarsi in territori rimasti a lungo inaccessibili, spazi in cui valuta i concetti in modo nuovo e li offre al dibattito. Tutto potrebbe essere anche diverso, recita il motto neanche troppo subliminale di ogni attività artistica. L’arte riconduce il concetto di libertà alle sue molteplici valenze […] Nella ex Jugoslavia sono stata costretta a trascorrere una notte al confine serbo-croato poiché avevo dimenticato il passaporto, e questo mi ha ricordato che a volte i confini possono anche essere invalicabili. Le esperienze più amare le abbiamo vissute a Sarajevo. Solo il cinismo poteva motivare il fatto che il personale e i collaboratori della Galleria Nazionale non venivano pagati da mesi, un cinismo che ha trovato conferma ufficiale in un colloquio con il ministro della cultura in quella stessa città. Pertanto ci è parso ancora più stupefacente che il personale della Galleria Nazionale abbia iniziato subito a lavorare con grande dedizione al nostro progetto. A Belgrado abbiamo avuto l’impressione che le guerre jugoslave fossero appena terminate. Molte delle persone che abbiamo incontrato hanno finito per raccontarci le loro esperienze di guerra, tra pareti perforate dai proiettili”.

La mostra, bellissima e ricca, è anche un messaggio di pace attraverso l’arte. E, con la pace, la libertà a tutti dovuta con un’equa linea di sviluppo, progresso e giustizia. Nel rispetto di ogni popolo e cultura. Insieme.

 

Alberto Figliolia

 

The Deisre for Freedom-Arte in Europa dal 1945, a cura di Monika Flacke, Henry Meyric Hughes, Ulrike Schmiegelt. Sino al 2 giugno, Palazzo Reale (Piazza Duomo 12, Milano). Orari: lunedì 14,30-19,30; martedì, mercoledì, venerdì e domenica 9,30-19,30; giovedì e sabato 9,30-22,30. Il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura. Info e prenotazioni: http://www.desireforfreedom.itImmagine

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