Guido Gozzano-Tutte le poesie

Loreto impagliato e il busto d’Alfieri, di Napoleone

i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto!)

il caminetto un po’ tetro, le scatole senza confetti,

i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro,

un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve,

gli oggetti col mònito salve, ricordo, le noci di cocco,

Venezia ritratta a musaici, gli acquerelli un po’ scialbi,

le stampe, i cofani, gli albi dipinti d’anemoni arcaici,

le tele di Massimo d’Azeglio, le miniature,

i dagherottipi: figure sognanti in perplessità,

il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone

e immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto,

il cùcu dell’ore che canta, le sedie parate a damasco

chermisi… rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta!

Chi non si è cimentato al liceo o alle scuole medie superiori con questi versi: domestici, nostalgici, evocativi, crepuscolari… Sì, è L’amica di Nonna Speranza di Guido Gozzano, quartogenito di Fausto e di Diodata Mautino. Una vita breve, neanche trentatré anni (19 dicembre 1883-9 agosto 1916). Una vita breve ma d’intensa creatività, capace di lasciare il segno con la sua particolare ispirazione e cifra stilistica, con l’indubbia originalità. La salute minata dalla tisi, causa della sua precoce scomparsa, non gli impedì di perseguire una vasta e importantissima opera: raccolte di poesie e racconti, Verso la cuna-Lettere dall’India (in cui si recò dal febbraio al maggio 1912), oltre a fiabe, vari epistolari e le deliziose Epistole entomologiche (Guido nutriva un’autentica passione per le farfalle).

Ancora oggi la dimensione intimistica del Gozzano, con quel sottofondo di disagio esistenziale e di senso di precarietà, non manca di coinvolgere nel profondo ogni lettore si dedichi ai suoi versi. Come se il rassicurante quotidiano fatto di minute e “banali” cose rassicurasse, dandoci una piccola patente di eternità nell’imprevedibile rosario dei giorni i cui grani possono, per l’appunto, disperdersi quando meno te l’aspetti.

Invero Guido Gozzano è un poeta complesso, imbevuto dell’humus del suo tempo, fra post decadentismo, influenze pascoliane e gli orizzonti di un nuovo mondo da lui intravisto, fra positivismo, fiducia nell’uomo e i prodromi e gli esiti della grande tragedia bellica che avrebbe sconvolto gli animi con il suo inutile bagno di sangue mutando per sempre l’Europa. Chissà quale sarebbe stata l’evoluzione di quel grande poeta in pectore che era, che infine è stato nonostante il troppo rapido soffio del suo esistere…

Chi vuole avvicinarsi alla poesia del Gozzano ha ora uno strumento unico, vale a dire Guido Gozzano-Tutte le poesie, volume edito negli Oscar Classici Mondadori (2016, pp. 896, 22 euro) a cura di Andrea Rocca, già professore di storia, magnifico esperto di letteratura e poesia – nonché il maggiore interprete critico dell’autore torinese –, uomo di enciclopedica e variegata cultura, capace di creare sorprendenti link fra le più disparate materie e abilissimo divulgatore (tuttora insegna come volontario all’interno della casa di reclusione di Opera-Milano, nell’ambito di un Laboratorio di lettura e scrittura creativa).

Si può ben dire che questo imponente volume, a un prezzo tuttavia oltremodo accessibile, è un’opera critica dal valore sostanzialmente definitivo (per quanto la ricerca intellettuale non si fermi mai), tale e tanta è stata la mole di lavoro svolta dal Professor Rocca, tali e tanti gli studi effettuati e i documenti da lui esaminati, nulla trascurando e nulla escludendo. Mirabile opus! Anni e anni di dedizione totale per raccontarci i segreti di un’anima poetica, la genesi (anche nel tormento) di quelle perle.

Signorina Felicita, a quest’ora

scende la sera nel giardino antico

della tua casa. Nel mio cuore amico

scende il ricordo. E ti rivedo ancora,

e Ivrea rivedo e la cerulea Dora

e quel dolce paese che non dico.

Signorina Felicita, è il tuo giorno!

A quest’ora che fai? Tosti il caffè:

e il buon aroma si diffonde intorno?

O cuci i lini e canti e pensi a me,

all’avvocato che non fa ritorno?

E l’avvocato è qui: che pensa a te.

È bello perdersi fra L’amica di nonna Speranza e La signorina Felicita ovvero la Felicità… ma anche nelle quartine e nelle terzine del curiosissimo sonetto In morte di Giulio Verne: […] O che l’Eroe che non sa riposi/ discenda nella Terra, o che si libri/ per la virtù di cifre e d’equilibri/ oltre gli spazi inesplorati ed osi// tentar le stelle, o il Nautilus rivibri/ e s’inabissi in mari spaventosi:/ Maestro, quanti sogni avventurosi/ sognammo sulle trame dei tuoi libri!// La Terra il Mare il Cielo l’Universo/ per te, con te, poeta dei prodigi,/ varcammo in sogno oltre la Scienza.// Pace al tuo grande spirito disperso,/ tu che illudesti molti giorni grigi/ della nostra pensosa adolescenza.

Il libro si avvale anche di una splendida introduzione/saggio di Marziano Guglielminetti (ben trentaquattro pagine) e di una ricca cronologia biografica e, dopo il magnifico ventaglio delle poesie, la sezione della Nota critica ai testi (centottantacinque pagine!) e la Bibliografia (storica e con integrazioni e aggiornamenti), davvero esaustive. Citiamo dalla introduzione del Guglielminetti: “Un poeta che abbia saputo soddisfare contemporaneamente e per ragioni opposte un Serra ed un Gramsci si presenta subito con tutte le carte in regola per essere considerato tra i pochi rappresentanti del Novecento italiano.”

Guido Gozzano-Tutte le poesie si può studiare (reputiamo non possa non esser presente sugli scaffali di una biblioteca pubblica o nella libreria di qualsivoglia docente), compulsare o leggere, anche aprendo a caso, facendosi cullare dal ritmo dei versi contenutivi, come una barca che viaggia sul filo della corrente di un dolce fiume.

Notte e silenzio intorno. Tutto tace.

Come in un sogno d’armonia perplessa

al Poeta ventenne è già concessa

l’ultima Pace.

Alberto Figliolia

Guido Gozzano-Tutte le poesie a cura di Andrea Rocca, Oscar Classici Mondadori (2016, pp. 896, 22 euro)

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Intorno al Gran Mimo Paolo Nani

Come ogni anno, a dicembre, fa il suo ritorno a Milano. Chi? Paolo Nani, uno dei più grandi mimi del mondo, attore di teatro fisico o non verbale baciato da un talento sterminato e da una vis comica poderosa e, nel contempo, deliziosa. Ferrarese di origine, cittadino danese per adozione e cosmopolita per vocazione, questo gran maestro dell’arte mimica si è davvero esibito nelle più varie plaghe del mondo, muovendo al riso e al sorriso i più disparati pubblici (e di tutte le età, non vi sono controindicazioni alla sua smisurata simpatia e abilità).

Come sempre, è il Teatro Filodrammatici di Milano a ospitarlo. Due i lavori in scena: il classico La Lettera, autentico suo cavallo di battaglia, da oltre vent’anni in giro per ogni dove, un’infinita variazione di un semplicissimo tema, in cui gli oggetti di scena sono: un tavolino con una sedia; una bottiglia di vino, con il suo tappo, e un bicchiere; carta da lettere con busta, francobollo e una penna; una foto in cornice. Orbene lo stralunato uomo in scena deve scrivere una lettera, salvo accorgersi che forse la penna non adempie al suo compito. L’effetto, sempre esilarante, scaturisce da un’azione scenica che nella sua reinterpretazione muta di continuo: in ambientazione horror, da circo equestre o da film muto, al contrario o senza mani, western, in versione volgare o con sorprese et cetera. L’idea è certo scaturita da Gli esercizi di stile di Raymond Queneau (novantanove racconti) e il nostro ne offre una declinazione mimico-teatrale semplicemente stupefacente, fra bizzarria e nonsense. Un’arte raffinatissima che si esplicita in 60′ decisamente impagabili.

Alcune note di questo strepitoso artefice: “Per La Lettera uso diversi tipi di carta a seconda della stagione. Uno per l’inverno e per l’autunno-primavera (cento grammi) e uno per l’estate (centoventi grammi, perché il sudore e l’umidità rendono i fogli poltiglia). Ho provato e scartato i fogli da ottanta, centoquaranta e centosessanta grammi. Durante ogni spettacolo spezzo tre penne biro e strappo una maglietta bianca. Ho sempre un paio di bretelle di riserva dietro le quinte; la bretella destra potrebbe saltare quando ci appendo la sedia durante la scena Ubriaco. Il chewing gum che trovo sotto il tavolo durante la scena Sorprese lo trovai veramente sotto un tavolo a Umeå, Svezia. Ovviamente adesso lo metto io. Durante una replica a Praga nel 2011, quando faccio il salto mortale e atterro sulla schiena (non lo faccio sempre) durante la scena Horror, ho urtato col piede sinistro un blocco di ferro che teneva una quinta. Mi sono fratturato il malleolo sinistro. Nessuno se n’è accorto. Ma poi non ho fatto il bis. A Manitsoq, in Groenlandia, mi è stato chiesto se mi andava bene di spostare lo spettacolo di quattro ore, per permettere al pubblico di partecipare alla gara di slitte coi cani. Partecipai anche io, ospite di una delle slitte. Ricordo due cose. Il paesaggio di questa valle bianca immensa, che pareva non si spostasse di un centimetro, sebbene corressimo velocissimi. E la puzza di scorregge dei cani, che tiravano la slitta. Per puro caso, dieci anni dopo la prima dello spettacolo, durante la scena Senza mani, scoprii come aprire la busta soffiandoci con il naso. Prima di allora forzavo semplicemente la lettera nella busta, con la bocca. La sequenza definitiva delle scene è: Normale, All’indietro, Ripetizioni, Sorprese, Volgare, Pigro, Ubriaco, Due cose per volta, Sogno, Western, Senza mani, Horror, Cinema muto, Circo, Freudiano. Dopo una replica vicino a Londra, l’organizzatrice disse che durante lo spettacolo era preoccupata per la madre anziana che rideva senza fiato in prima fila. Quando aveva espresso la sua preoccupazione alla madre stessa, alla fine dello spettacolo, lei aveva detto I could’n’t think to a better way to go! (Non saprei pensare a un modo migliore per andarmene!)”,

Una piccola scelta di recensioni su La Lettera: “Alla fine, cessato il mal di pancia causato da ottanta minuti di risate ininterrotte, rimane l’amaro in bocca nel constatare che un attore comico del genere lavora all’estero, mentre da noi, con qualche eccezione, imperversano per lo più satiri televisivi senza qualità. Mala tempora currunt….” (30 dicembre 2009, Il Giudizio Universale, Remo Bassetti). “… Male di pancia, dopo ottanta minuti di risate ininterrotte”, DV, Reykjavik. “Paolo Nani, un maestro del teatro senza testo”, ABC, Madrid. “… e ne verrà fuori un inimitabile pezzo di bravura di un attore camaleontico che poi si fa quasi ritroso e stupito di fronte agli applausi smodati del pubblico. Certo è che continuerà a viaggiare fuori dagli sche(r)mi e dalle logiche preconfezionate, questo teatro totale di Paolo Nani, che brilla di luce propria e non può che restare fedele alla sua vocazione di ricordarci – con la semplicità della perfezione – quanto sia meraviglioso abbassare la guardia e ritrovare chi siamo…”, Il Resto del Carlino, Monica Pavani.

Non solo La Lettera tuttavia… Difatti Paolo Nani vi aggiungerà anche Jekyll on ice, “un gelataio pasticcione in grado di regalare al pubblico un tripudio visionario fatto di palloni, carretti di gelati, concerti heavy metal e colorati clown”. Il tutto – altro punto di forza di quest’artista – sapendo perfettamente interagire con il pubblico, sempre coinvolto con ironia e intelligenza.

Doppio Nani. Un’occasione davvero imperdibile!

Alberto Figliolia

Paolo Nani in La Lettera (venerdì 8 dicembre, ore 19,30, e domenica 10 dicembre, ore 16) e Jekyll on ice (venerdì 8 dicembre, ore 21,15, e domenica 10 dicembre, ore 18). Teatro Filodrammatici, via Filodrammatici 1, Milano.

Info: tel 02.36727550; sito Internet http://www.teatrofilodrammatici.eu.

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Vigilia di Natale

Si sta avvicinando il Natale.
Anni fa in terra africana (credo nell’attuale Sud Sudan) una banda di predoni devastò un villaggio. Fra i superstiti un bambino (all’inizio pareva una bambina) che si trascinava carponi sulla polvere. Alle sue spalle un avvoltoio in attesa di cogliere il momento opportuno per il proprio pasto. Innanzi a sé un fotografo, Kevin Carter, uomo di rarissima sensibilità. Questi attese il momento più propizio per scattare una foto: il bambino, la polvere, il villaggio, l’avvoltoio, i segni della guerra… Dopo un certo lasso di tempo realizzò l’immagine che desiderava, che aveva pensato. Quindi provò a soccorrere il bambino. Dopodiché si ritirò nella vicina boscaglia a piangere a dirotto. Quello scatto gli fece vincere il Pulitzer. Anni dopo, e dopo feroci polemiche e accuse dal mondo, quel fotografo si suicidò: recatosi in auto sul greto del fiume della sua città collegò il tubo di scappamento all’interno dell’abitacolo. Morì soffocato. Soffocato dal suo senso di colpa. Invero fu ucciso dalla stupidità dell’uomo che fa la guerra e da spietate e immotivate critiche. Il bambino tuttavia si era salvato (lo ritrovarono in un campo profughi).

Guardando quella foto, e studiata quella storia che mi ha molto scosso, ho scritto questa poesia:

“Vigilia di Natale” (da “La semina dei ricordi”, Albalibri, 2010)

Che amara ironia in questo Natale…

Che cosa è divenuto il Natale, ogni Natale

che ci viene elargito,

che ci viene imbonito,

che ci viene imbandito?

Ancora ieri c’è stato un terremoto,

ma Cristo non è nato né risorto

se non nello sguardo di una bambina

che si trascinava carponi:

in cerca di un sorso d’acqua

nell’assurda orba levità del giorno

che si levava e calava

come vendicatrice spada.

Alle spalle del grappolo di stracci,

oltre la geografia delle ossa,

oltre la pianura della pelle rugosa

in cui la bambina era mutata,

grumo di dolore senza più rancore,

un avvoltoio e un fotografo,

ambedue pronti a carpirne

l’immagine mortale.

Cristo è nello sguardo di quella bambina,

soltanto in quell’ultimo sguardo.

 

Alberto Figliolia

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Come si addice la neghentropia

Come si addice la neghentropia
al silenzio cosmico?
Stocastico è il mattino,
un coro alato che inizia già
nei termini delle tenebre.
Caso o causa?
Endogenesi o eterogenesi?
Ho incontrato sulla banchina
della stazione della metropolitana
un cieco, uno zoppo e un gobbo,
e una folla di mendicanti mi assediava
con bicchieri sporchi d’indifferenza
e dolore, ma i miei occhi scrutavano
la terra di plastica zigrinata:
viltà codificata?
Così cerco nella mente le parole chiave
della nostra dissoluzione

il paradiso terrestre
il frutto proibito
il delitto originale
il castigo
la noia
la guerra

ma è solo vaga cronologia,
un elenco perduto,
mera arroganza intellettuale, inutile.

Solo catabasi,
“il delirio del conformismo…
la banalità del male…”,
neototalitarismo…
neototalitarismo…

per quanto ogni notte la volta celeste
sia squarciata dalla luce
degli infiniti mondi.

In metropolitana, Milano-mattino, 13 marzo 2017

Alberto Figliolia

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Fine pena: ora

Mi sono impiccato. Mi scusi, non lo farò più”. Chiedere scusa per aver tentato di togliersi la vita è l’ennesima distorsione prodotta dalla detenzione: in carcere si è sempre dalla parte del torto, qualunque cosa si faccia. Ma in quel chiedere scusa io lessi anche altro, il primo implicito accenno a quel patto tacito di ventisei addietro: tu mi accompagnerai, io resisterò. Non ce l’aveva fatta. Aveva resistito ventisei anni, poi il carico era diventato insostenibile. […] Come l’uomo non è mai del tutto racchiuso nel gesto che compie, essendo l’individuo assai più ampio del suo delitto, così la rieducazione non può essere confinata in un solo sintomo, essendo un percorso dalle molte opportunità, tante quante le notti insonni che il condannato passa interrogandosi sul senso della sua vita.” (Elvio Fassone, magistrato e scrittore)

Un uomo non può essere ridotto alla sua colpa. Se il reato – ogni reato, in primis quelli di sangue è assimilabile a un peccato originale ex tunc per il quale nessun battesimo può cancellare i devastanti effetti giacché le vittime rimangono tali (e i parenti delle vittime restano sovente immersi in un ottuso fluido di dolore e oblio) – è al contrario ed egualmente vero che nessun uomo rimane uguale a sé stesso nell’arco temporale del proprio esistere (così come un bambino è il padre dell’adulto che diverrà).

Salvatore è stato condannato all’ergastolo per la molteplicità dei reati ascrittigli, sei omicidi compresi. Da un brodo sociale e familiare di pesante degrado e abbandono non poteva che sortire una precoce attitudine alla devianza criminale. Il Giudice che alla fine del maxiprocesso in un’aula bunker gli commina, in forza degli articoli e commi di legge, la pena dell’ergastolo rimugina comunque fra sé e sé su quel triste caso umano.

Salvatore ha ventidue anni, neppure la licenza elementare in tasca, un passato (seppur ancora breve) di pessimi modelli comportamentali e (già tante) triste azioni sul groppone, e dovrà passare ciò che rimane della sua vita in gabbia. Per sempre. Lì sfiorirà la sua giovinezza, in realtà mai vissuta, nell’inerzia di un tempo sempre uguale, costretto a una dimensione anomala, straniante e straziante, fra neri abissi di disperazione e inconsapevolezza (uno dei passi più ardui è acquisire coscienza del male compiuto e delle sue ripercussioni). Ma l’esistere è sempre sorprendente. Il Giudice, mosso da pietas, scrive, poco dopo avere pronunciato la durissima sentenza, al giovane, aggiungendovi in dono un libro di poesie. Inizia così uno straordinario percorso che accomuna il magistrato e il reo: un rapporto epistolare quasi trentennale, di crescita reciproca, non solo quindi del condannato il quale pian piano emerge dalle brume della bruta ignoranza. Nonostante i sei anni di isolamento, di 41 bis, e la conseguente interruzione della corrispondenza scritta il rapporto non cesserà, anzi riprenderà con vigore.

Una storia vera, densissima, in cui l’opaco muta in speranza e nuove possibilità. Anche se dopo ventisei anni Salvatore, disfatto dalla detenzione, tenterà il suicidio impiccandosi. Si salverà per l’intervento di un agente e del proprio gesto autodistruttivo poi si scuserà in una lettera al Giudice.

Elvio Fassone, quel magistrato, ha scritto nel 2015 un libro intorno a quest’avventura umana, Fine pena: ora (edito da Sellerio), adesso trasformato in pièce teatrale da Paolo Giordano e in scena allo storico Teatro Grassi di Milano sino al 22 dicembre. L’interpretazione dei due personaggi sul palcoscenico – Sergio Leone nei panni del Giudice e Paolo Pierobon in quelli di Salvatore (splendida la sua sicilianizzazione linguistica) – è, a dir poco, portentosa (e mai sopra le righe, per quanto il dramma inevitabilmente, di per sé, tracimi).

Ha scritto Paolo Giordano, artefice di questa magnifica scrittura teatrale: “A teatro Salvatore e il suo giudice si parlano “fuori dal tempo” o, per meglio dire, come “dimentichi del tempo”. Vivono in un qui e ora, ma possono tornare ad abitare improvvisamente il passato. Sono fantasmi in grado di attraversare non solo i muri del carcere, ma anche gli anni. Fantasmi, sì, perché ognuno è lo spettro immateriale evocato dall’altro. Si trovano entrambi nella stessa stanza, sullo stesso palcoscenico, eppure sono costantemente separati. Il giudice nella propria casa e Salvatore nella sua cella, insieme e tuttavia soli – proprio come accade anche a noi ogni volta che scriviamo una lettera a qualcuno.”

Fine pena: ora è una storia colma di suggestioni e di innumerevoli spunti di profonda meditazione. Un grandissimo teatro civile, forte, d’impatto. Vale davvero la pena di riflettere su ciò che oggi rappresenta il FINE PENA: MAI o, in un’altra accezione, il FINE PENA: 31 DICEMBRE 9999… Una condanna a morte dilazionata nell’eterno di giorni, ore, minuti, secondi da vivere/non vivere… Uno stillicidio infinito. Quanto di più contrario, con ogni probabilità, allo spirito civile e riabilitativo della pena, così come prescriverebbe il dettato costituzionale (art. 27). Ma, se questa può essere una considerazione di chi scrive, rimane l’essenza umana di una vicenda unica: il moto d’avvicinamento fra persone, oltre i ruoli codificati che parrebbero fissati ab origine. Il “messaggio” di Fine pena: ora è che una palingenesi è sempre possibile, e anche una pacificazione dell’anima. Si può rivivere, crescere, mutare in altro dall’orrore di cui si era inseminati. La pietà e la compassione, nel senso più nobile dei termini, possono essere materia di questo mondo e nessuna grata di sbarre è per sempre se il cuore si libera, se la mente s’intride di empatia. Fine pena: ora

La chiosa al regista Mauro Avogadro: Mi piacerebbe suscitare due reazioni. In primo luogo un interrogativo in più su che cosa voglia dire decretare la morte civile di una persona. In fondo l’ergastolo sta un passo indietro, ma forse non troppo, alla cosa peggiore che io possa immaginare: la pena di morte. Se è orribile che una comunità, uno Stato, stabilisca di togliere la vita a un altro essere umano, è altrettanto vero che il fine pena: mai è la stessa condanna sotto mentite spoglie. Quindi, come può la società difendersi da chi si macchia di atrocità senza farsi essa stessa carnefice? Secondariamente vorrei che gli spettatori pensassero che forse anche mondi diversi possono incontrarsi. Rifuggo dalla retorica del “siamo tutti uguali, non esistono differenze”, ma è vero che, forse, esiste un ponticello sul qual possiamo incontrarci.”

Alberto Figliolia

Fine pena: ora di Paolo Giordano, liberamente tratto dal libro di Elvio Fassone, Regia: Mauro Avogadro. Con Sergio Leone e Paolo Pierobon. Assistente alla regia: Pasquale Di Filippo. Scene: Marco Rossi. Assistente scenografa: Giulia Breno. Costumi: Gianluca Sbicca. Luci: Claudio De Pace. Musiche: Gioacchino Balistreri.

Fino al 22 dicembre. Piccolo Teatro Grassi, via Rovello 2, Milano (MM1 Cordusio).

Orari: mar, gio e sab 19,30; mer e ven 20,30; dom 16,00; lun riposo; ven 8/12 chiuso.

Prezzi: platea 33 euro, balconata 26 euro.

Info e prenotazioni: tel. 0242411889; sito Internet www.piccoloteratro.org.

News, trailer, interviste ai protagonisti su http://www.piccoloteatro.tv

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Kuniyoshi

Kuniyoshi. Il visionario del mondo fluttuante. Non poteva trovarsi miglior definizione per questo straordinario artista e per la splendida mostra allestita, per la produzione di MondoMostreSkira e a cura di Rossella Menegazzo, sino al 28 gennaio 2018 al Museo della Permanente di Milano.

Ukiyoe, il mondo fluttuante… Immagini sfumate e pur così concrete dell’universo umano e della natura che tutto permea, mestieri e situazioni, animali da leggenda, ma anche umili pesci rossi, attori del teatro kabuki (yakushae) e gatti, briganti e samurai, carpe e draghi, cibi, donne ed eroi, quotidianità e mito, visioni inconsuete e bizzarre, fantasmi, apparizioni e paesaggi sognanti, ricomposizioni alla maniera del nostro Arcimboldo, che forse Kuniyoshi conosceva data la gran quantità di libri e di stampe giunte in Giappone dall’Occidente dopo il XVIII secolo… Una festa per gli occhi della mente e del cuore è questa esposizione dedicata, per la prima volta in Italia, al grande maestro Utagawa Kuniyoshi (1797-1861), un’infinita e meravigliosa successione di silografie policrome (nishikie, ben 165, tutte provenienti dalla Masao Takashima Collection), una stampa che incontrava il gusto e i favori del pubblico, ergo estremamente popolare, un’arte divenuta poi matrice e modello (vedi non solo il mondo anime e manga, ma anche, per esteso, la cultura pop).

Dopo Hokusai, Hiroshige e Utamaro, già destinatari di una mostra, durante lo scorso anno, al Palazzo Reale di Milano non poteva mancare Kuniyoshi, artista oltremodo versatile e dalla cifra stilistica assolutamente originale: nostalgico, ironico, festoso, grottesco e minuzioso nella resa dei particolari, misterioso e illusionistico, anche “sovrabbondante” (analogo del barocco) senza tradire la tradizione. L’itinerario espositivo si divide in cinque sezioni tematiche: Beltà; Paesaggi; Eroi e guerrieri, con una speciale sottosezione (Eroi Suikoden) dedicata ai 108 eroi Suikoden; Animali e parodie; Gatti (una delle grandi passioni di Kuniyoshi, che ne era letteralmente circondato e ai quali innalzava, dopo la loro morte, gli altarini della tradizione buddhista).

La fama di Kunyioshi è fondamentalmente legata alla serie di silografie policrome che illustrano i 108 eroi del romanzo Suikoden (pubblicato in italiano con il titolo I briganti), divenuto un vero e proprio best seller in Cina e in Giappone alla fine del Settecento e in cui si ritrovano le avventure di una banda di briganti che si muovono a difesa del popolo stremato dalle ingiustizie e dalla corruzione governativa: personalità violente, potenti, armati, dai corpi muscolosi e coperti di tatuaggi che oggi ispirano manga, anime, tatuatori e disegnatori a livello internazionale. Ed è proprio con Kuniyoshi, formatosi sotto il maestro Utagawa Toyokuni, che si afferma il genere delle stampe di guerrieri (mushae) […] la novità di Kuniyoshi si percepisce immediatamente quando si guarda alle sue stampe di eroi e guerrieri, di animali giganti ed esseri mostruosi, di spettri e apparizioni, oltre che alle sue immagini umoristiche e alle caricature, in cui sperimenta le tecniche grafiche occidentali, osa con composizioni di grandi dimensioni – trittici e polittici fino a sei fogli –, con giochi e parodie, riempiendo le scene di particolari minuti, caricandole di azione e realismo, anche quando i soggetti sono assolutamente surreali. Tutte qualità che nessun altro maestro aveva saputo infondere all’ukiyoe fino ad allora […] cortigiane, geisha, donne dei quartieri di piacere e delle case da tè, ma in molti casi anche di donne comuni, madri con figli o colte nella quotidianità della vita cittadina. Caratterizzate da una certa imponenza della figura, tracciata con linee semplici e decise, presentano un interessante senso del movimento che le rende più reali rispetto alle beltà idealizzate di altri maestri del Mondo Fluttuante”. Le superfici illustrate possono avere formato rettangolare, la forma di un ventaglio rotondo (uchiwa) o anche occupare, per l’appunto, trittici e polittici dalla formidabile spettacolarità. Grande è stato il successo riscosso da Kuniyoshi non solo nel Paese del Sol Levante, ma anche in Occidente (Monet possedeva alcune stampe di Kuniyoshi: erano appese nella cucina della celeberrima maison di Giverny).

Come non rimanere abbagliati da Miyamoto Musashi, il quale con la sola spada affronta un’enorme balena gigante, o dallo scheletro gigante ridestato dalla principessa Takiyasha, così come dall’incredibile polittico a sei fogli della battaglia di Shijō Nawate o da Asahina Yoshihide combatte con due coccodrilli nel mare nei pressi di Kamakura Kotsubo osservato da Minamoto Yoriie (Minamoto no Yoriie kō Kamakura kotsubo no umi yūran Asahina Yoshihide shiyū no wani o torau zu), dalle giga (caricature) e dai kagee (giochi di ombre)?

Una mostra di superba bellezza.

Alberto Figliolia

Kuniyoshi. Il visionario del mondo fluttuante, prodotta da MondoMostreSkira e a cura di Rossella Menegazzo. Sino al 28 gennaio 2018. Museo della Permanente, via Filippo Turati 34, Milano (MM3, linea gialla-Fermata Repubblica o Turati).

Orari: tutti i giorni dalle 9,30 alle 19,30 (aperta anche l’8 , il 25 e 26 dicembre, l’1 e 6 gennaio), ultimo ingresso un’ora prima della chiusura.

Info e prevendite: tel. 029990 1905, www.vivaticket.it; www.lapermanente.it, www.kuniyoshimilano.it, www.facebook.com/KuniyoshiMilano/.

Prenotazioni visite guidate gruppi e scuole: e-mail info@adartem.it, www.adartem.it.

Catalogo Skira.

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Due poesie per l’Etiopia

Verde, poi giallo, infine nero… (Ai bambini di Addis Abeba, Gambela, Pinkyo, Opagna e Gomma)

Verde, poi giallo, infine nero…

le erbe bruciate per disinfestare

con il fumo, per fertilizzare

la terra, generosa verso la selva,

avara con l’uomo.

Lungo la strada un donna

con un bambino in braccio

e l’altro per mano.

Un uccello dal petto azzurro,

immobile sullo sfondo del cielo.

Si snoda l’asfalto fino al Sudan

e poi geme interrotto

da una guerra non dichiarata.

Impastoia la luce del sole

che cresce, furia muta ab origine.

Quante donne e bambini e ragazze

a piedi nudi ho veduto

in questo viaggio nel centro

del mio malessere, nel nucleo

dell’umanità che vorrei?

Stordito dalle parole, dagli sguardi

e dai sorrisi di quest’infanzia

incontrata per caso, dai canti

che liberano l’energia del Creato,

e si muove ciò che inerte giaceva

nel mio povero cuore,

So che tornerei anche se non so

se sarà più, se sarà mai.

Nel conflitto delle identità

che cosa prevarrà?

Che cosa ci attende oltre le piane

arse, oltre gli acrocori,

oltre il gran mare che divora,

che sveste come mantice d’idra

imbarcazioni di esseri umani in fuga?

Che cosa ci rimane nel senso

della pietas smarrita?

I sorrisi di quei bambini,

le piccole mani tese a stringere

la tua, grande, vetusta, inutile.

Che cosa ci rimane contro l’amorfa

serpe dell’abitudine?

Quei sorrisi e i canti che dimorano

sulle labbra, fra i denti,

come lucenti, pure stelle.

 

Alberto Figliolia

 

Cammineranno in Africa i miei scarponi

Cammineranno in Africa i miei scarponi.

Li ruppi in un aeroporto occidentale,

scintillante di negozi griffati.

La suola si era staccata

penzolando come quella sera di novembre

nel corridoio di una dimora di Addis Abeba

mentre fuori risuonava dall’altoparlante

petulante, struggente, monotono, ieratico, stridulo –

il canto dalla vicina chiesa ortodossa.

Incontrai un sacerdote del Tigrai

alto, affabile –

sapevamo che aveva bisogno per la sua gente

e gli donai i miei scarponi dalla suola penzolante

che mi avevano seguito per ogni dove.

In fondo bastava soltanto un po’ di colla

o di mastice e sarebbero stati come nuovi;

un po’ di colla o di mastice, ciò che serve

per riattaccare talora i pezzi e i frammenti

tale è la potenza dell’illusione! –

delle nostre stesse esistenze.

Ora so. So che cammineranno in Africa

i miei scarponi: altri piedi li calzeranno

per calpestare terra rossa o sabbia

o polvere o fresca erba;

ancora essi saranno preda

della fatica quotidiana,

ma questa pena umana sarà più tenue,

più lieve, perché condivisa dai miei piedi

lontani, spersi in altre geografie

e compassionevoli, solidali

con quegli altri nella latitudine del sole:

i miei e i suoi scarponi…

i miei e i suoi piedi…

fratelli lontani e vicini.

 

Alberto Figliolia

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