Le albicocche di Chartres

Le albicocche di Chartres/ erano vetro arancione
e sui muri sbreccati del porto/ vagabondi s’addormentavano
con il sorriso sulla fronte/ e le ciglia bagnate/ dall’idea del mare

poi ci destammo/ con un ronzio d’acciaio/ nell’anima
e il silenzio dei boschi/ nelle tasche
ma non so che cosa/ avevamo raccolto dai sogni
se non ricordi/ delle stelle che fummo

Alberto Figliolia (da Visioni o dell’anarchico girovagare, Rayuela Edizioni 2017)

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Un inno al Sessantotto (vedi link)

http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=%2Findex.php&cmd=v&id=22079

 

alberto figliolia:

twitter @phigliolia

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Il bounty killer bruciava…

Il bounty killer bruciava…

Il bounty killer bruciava con il sigaro acceso la manica destra della giacca blu.

La sua precisione era chirurgica, frastagliata la coscienza.

Finito il lavoro, mangiò la cenere residua.

Aveva un buon sapore quel grigio con brace.

L’ustione al palato gli procurò gran piacere.

Si preparava al nuovo viaggio.

Lanciò un’occhiata all’indiano legato e steso nella polvere.

L’appuntito palo di legno che inchiodava l’uomo dalla pelle come cuoio all’arida terra era ancora ben saldo.

L’indiano non si muoveva; forse si fingeva morto.

Il cacciatore di uomini non se ne curò.

Il bounty killer, la barba rada e sofferente e gli scontati occhi di ghiaccio, sciolse il cavallo dal manto pezzato, guardò la povera stamberga di legno, le assi sporche, il misero improbabile orto.

Sorrise e si allontanò.

Smettemmo di osservare lo schermo.

In luogo dei fotogrammi scorrevano ora le immagini di una conduttrice del telegiornale.

Soltanto le immagini: un sincopato loop senza voce.

Dentro la sala chi tossiva, chi recitava un mantra, chi invocava disperato il padre, chi gracchiava, chi ripeteva incantato parole di seduzione senza soluzione.

Mi chiedesti di uscire, uscimmo e resistesti quando ti tirai la mano per rientrare. Forse avevi ragione tu.

Fu così che optai per l’espiazione.

In una taverna del porto della Città d’Oro mi condannai a lavare i piatti di ogni lebbroso.

Ma non c’era Vangelo né coerenza nelle mie azioni.

Presi i bicchieri sbagliati dove non era il sangue della redenzione, ma il delirio dell’abbandono, l’alcool della rabbia distruttiva, lo sgancio atomico.

Lo sguardo dell’uomo con le corna istoriate e la guizzante lingua di fuoco mi gelò.

Poco più in là rimbombava l’eco di una poesia.

Mi sedetti e paziente, per millenni, ascoltai.

 

Alberto Figliolia (da Visioni o dell’anarchico girovagare, Rayuela Edizioni, 2010)

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Mister Teta

Mister Teta

Mister Teta osservava tutto e tutti

dalla sua nuda postazione

anche i treni in corsa nella notte

Mister Teta abitava una casa che poteva sdoppiarsi

provvista di un orto di cavoli profumati e rose storte

e crisantemi sfioriti nella tazza del gabinetto

e uno schermo televisivo ai confini del frigorifero

quando lui orinava o guardava una partita di basket

spesso si confondeva bagnando le piante della vicina di orto

o urlando per improbabili balzi alle stelle

o sgranocchiando crostacei ingialliti

la vicina di orto era una giovane vecchia dall’occhio leso

e i capelli argentati che pur sforbiciava le odorose arrugginite siepi

impugnando l’imbuto a becco di peste

e spargendo ogni sorta di microbica virtù

d’altronde non c’erano tendine a riparare a sufficienza Mister Teta

dal mondo esterno e dalle violente luci pulsanti

c’era poi nella sua duplice mutabile dimora

una porta ad ante mobili, quasi ancheggianti

come i fianchi di Norma Jeane Mortenson Baker Monroe

o come quelle di un saloon western

lodevole porta per la quale passavano

sorelle, madri, mogli e amanti

i colori, com’è noto, erano quelli del crepuscolo eterno

l’inquietudine aveva la nomea dei giorni di gennaio

e il pericolo della neve radioattiva era sempre incombente

al pari di un fumetto di science fiction anni Cinquanta

ma Mister Teta non conosceva requie per quanto pregasse

e credesse nei miracoli, devoto a ogni culto planetario

il groviglio era davvero inestricabile

e non c’erano nemmeno fidanzate

che potessero lenire la pena e il tormento

fu così che decise di farsi cogliere da un infarto

dopo un ultimo bacio dalla sua nuda postazione

da cui osservava tutto e tutti

all’ologramma di una femmina o di una mater matuta

mentre i treni in corsa nella notte si schiantavano

nel crepuscolo eterno che il regno dei sogni dominava

Addio, Mister Teta… Buona fortuna nell’aldilà!

 

Alberto Figliolia (da Visioni o dell’anarchico girovagare, Rayuela Edizioni, 2017)

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Inno al Sessantotto

Inno al Sessantotto

Occhi caleidoscopici vorrei avere

e un’aura elettrica

intorno al corpo scarificato.

E un verde psichedelico pigiama vorrei indossare

con alamari arancioni e bottoni con incisioni

di calamari oceanico-abissali

e guanti di seta nero-tenebra.

E in un letto a quattro piazze vorrei saltare e danzare

con lenzuola argentate come luna sospesa

su un lussureggiante e sospirante giardino d’oriente

per fare l’amore e non la guerra

con tutte le bajadere del pensiero.

E un giradischi dei ricordi vorrei accendere

sul cui piatto far girare le pagine

di Narciso e Boccadoro, le canzoni

di Jimi e quelle di John e Ringo e Paul e George,

dei Rolling Stones, e le sinfonie dei Pink Floyd,

le litanie elettroniche dei Soft Machine

e l’onirico urticante velluto dei Vanilla Fudge.

E i capelli come rami impazziti vorrei catturare

di Angela Davis e sentirli frusciare

negli irraggiungibili meandri della mia anima graffiata.

E la voce di MLK vorrei riudire per un altro sogno

e le declamazioni dalla lunga veste di Allen

e quelle esplosive di Gregory e alonate di Lawrence,

E la nuvola di fumo dal sigaro del Che vorrei annusare

e vederla sorvolare le pianure del disonore bastardo.

E una donna in forma di farfalla vorrei riconoscere

nelle mie pupille allo specchio e vorrei volasse

nei miei devastati interni togliendo loro

ogni maschera deturpante.

E infine vorrei assopirmi a una brezza soave,

a una brezza soave

dal mare,

dal mare…

e ridestarmi,

ridestarmi

in quello che sarei potuto divenire.

 

Alberto Figliolia

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Matt Mullican-“The Feeling of Things”

L’arte come enciclopedia o infinita collezione e sistematizzazione della creatività. È davvero difficile poter definire o raccontare un artista come Matt Mullican, del quale si può visitare la gigantesca mostra allestita negli spazi dell’Hangar Bicocca di Milano. Un solo aggettivo: incredibile! E ci vuole proprio il punto esclamativo.

Pittore, scultore, writing artist, fabbricante di segni e simboli, videoperformer, (ri)costruttore di storie ed epopee, Mullican si è servito spesso della pratica ipnotica per cercare altro dentro di sé e ha elaborato una sua particolare cosmologia, identificando nella specificità di alcuni colori una interpretazione alternativa del mondo: coerente nella sua pur estrema e originalissima diversità (o una sorta di domestica alienità).

Ci si muove dunque fra le navate e il cubo del Pirelli Hangar Bicocca navigando fra opere di ogni genere e tipo: tele e oli, trascrizioni di poesie in trance, collages, foto luminose o “normali”, installazioni, sperimentazioni con la luce e i colori, lastre d’incisione, stendardi e ricomposizioni, esposizioni di elementi meccanici, in una splendida disparità di materiali (carta, vetro, pietra, metallo…) e idee (anche ispirate (d)a mandala hindu, immagini tantriche e simboli indiani hopi).

Artigiano faber e affabulatore, “esploratore dell’inconscio” e marinaio del quotidiano, avanguardista lungimirante e iconografo, scientista e sapientemente “irrazionale”, la cui complessa opera intellettuale diviene interpretabile grazie alla (e nella) quantità (si può dire esponenziale) e qualità di suggestioni che è in grado di evocare.

Una mostra monstre sul sentimento delle cose – ci vorrebbero giorni per girarla coscienziosamente soffermandosi su ogni singola, piccola o grande che sia, opera – in cui è bello anche il solo semplice trascorrere e sorprendersi e smarrirsi. Un piacevole smarrimento ti coglie nel passaggio da un corridoio di pensiero all’altro. Anche un vecchio apparecchio telefonico fuso dal calore assume forma d’arte fra le geniali mani di Mullican, così come i più improbabili assemblaggi o le sequenze di ritagli fumettistici che inaugurano nuove storie e inediti significati.

È un artista immersivo il nostro. Una mostra che in fondo risulta difficile da descrivere tanto va oltre il senso comunemente attribuito alle esposizioni, ma che impatta potentemente con il nostro senso estetico-emozionale e, perché no?, con quello civico-politico.

Alberto Figliolia

Matt Mullican-The Feeling of Things a cura di Roberta Tenconi. Fino al 16 settembre 2018. Pirelli Hangar Bicocca,

Info: tel. (+39) 02 66111573; e-mail info@hangarbicocca.org.

Orari: giovedì-domenica 10-22.

Ingresso gratuito.

Laboratori: in settimana per le scuole, il weekend per le famiglie.

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Intervento su Radio Radicale intorno al tema carcere e poesia e al Laboratorio di lettura e scrittura creativa nel Carcere di Opera

https://www.radioradicale.it/scheda/541786/intervista-a-silvana-ceruti-e-alberto-figliolia-responsabili-del-laboratorio-di

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