D’oro…

D’oro è il mais, d’oro,
come il sole che sale –
E un corvo in volo.

Alberto Figliolia

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Fanny Blankers-Koen

Il vento nelle gambe, Fanny, anche nello Hongerwinter

quando i selciati ribattevano il suono

sinistro degli stivali al passo dell’oca

e le speranze s’inchiodavano alle croci uncinate,

fra l’inascoltato urlo di Árpád,

fra le invisibili parole di Anna.

Il vento nelle gambe, Fanny,

anche quando ti dileggiavano per la maternità,

ma tu correvi sulle sue ali,

con le sue ali,

piuma e ferro-ferro e piuma,

più veloce, più in alto, più forte,

un metro dopo l’altro,

un ostacolo dopo l’altro,

i capelli come un’onda a fendere

il mare delle perplessità,

le braccia a mulinare oltre il muro

del dubbio, le gambe a ruotare

contro il morso della nostalgia.

100 metri piani, 200 metri piani, 

80 metri ostacoli, la staffetta…

ogni gara una scommessa contro il tempo

che ci mangia senza che lo sappiamo,

una sfida per le occasioni perdute per sempre.

Londra ‘48 ancora vibrava nel ricordo

sotto l’ombra rabbiosa delle bombe,

al sibilo cieco delle V2, e le macerie

popolavano il cuore di orfane madri

e innumeri padri giacevano in sconosciuti avelli

per ogni luogo del globo.

Ma tu volavi, Fanny, più forte, più in alto, più veloce 

del dolore,

più forte, più in alto, più veloce

della follia

bastarda del genere umano.

Fanny, creatura del mito, radice e foglia,

mamma volante, aerea e possente,

il sorriso della Gioconda 

dipinto sul viso, lo sguardo infinito

come le terre basse del tuo Paese

strappate al sale, all’ignoto

che avanza e senza posa minaccia.

Fanny, fiore di palude che sboccia

umido e maestoso, luce… luce

contro il fango dei giorni.

Il vento nelle gambe, Fanny…

Alberto Figliolia

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(Getsemani-Palazzo Litta Cusini Modignani, Milano, mercoledì 14 luglio 2021, sera)

(Getsemani-Palazzo Litta Cusini Modignani, Milano, mercoledì 14 luglio 2021, sera)

Tre croci inclinate

sul selciato del cortile:

due vuote per sempre,

senza Gestas né Dismas;

la terza occupata a turno

da un Messia donna e un Messia uomo.

L’impiccato ama la corda,

che fu serpe nell’Eden,

la canapa dalla ruvida carezza

perché è l’ultimo suo contatto

con la materia della Terra.

Un velo volteggia come un tenue battito

di ali di farfalla mentre lanterne gettano

luce nel silenzio.

Venite con noi sulle croci

Seduti sul legno intriso

d’invisibile sangue;

e tocchi senza tocco

in questo giardino di pietra,

nel lutto dell’ipocrisia,

nel getsemani della solitudine,

nel frantoio della dimenticanza….

Oh, datemi una danza

di mani e di piedi fioriti!

Sul Golgota si spogliava la folla

al rombo senza voce dell’eclisse,

al nitrito sordo dell’Apocalisse;

dai quattro angoli del mondo un vento

di parole arcane e sogni di resurrezione

(ci avvolgerà il manto

di una notte trasparente?).

Poi, a girare in circolo

come la ronda dei dannati…

ai piedi di noi,

brevi e smarriti erranti,

nude crisalidi (o ermafroditi vaganti?)

dalle lunghe chiome biondocenere

che tremarono di dolore

per i mille e mille innocenti trucidati

e i mille x mille x mille

che sarebbero venuti.

(Lazzaro risorse, Giuda Iscariota

compì il suo destino

e sulle rive del Giordano un predicatore folle

continuava l’opera del Battista:

miele e locuste non mancavano

nella Terra di Dio e l’acqua scorreva

bisbigliando preghiere

al dio assente, alla morte

del sole)

L’ultima stazione è la casa

dei lebbrosi mentre la Parabola

del buon pastore echeggia,

nell’irridente tecnologia,

fra passi perduti e vigne abbandonate.

Ma un abbraccio ci salverà.

Anche se il nulla è in agguato

un abbraccio ci salverà;

un abbraccio con uno sconosciuto

(o una sconosciuta,

poco importa): lungo e dolce

fino alle lacrime non più trattenute:

catarsi, perdono, palingenesi.

(E la pietra rotolò dal sepolcro

e il Cristo raccolse la madre dolente,

ne cosparse il corpo martoriato

con il balsamo dell’amore eterno

e s’avviò verso l’orizzonte marino,

un viaggio a ritroso nel futuro più lontano,

verso le correnti cosmiche,

verso le stelle

dentro ciascuno di noi)

Alberto Figliolia

Scrivere una recensione in versi per un’opera teatrale… è quanto spontaneamente emerso o “impostomi” dalla potente suggestione generata dallo spettacolo itinerante Getsèmani-Secondo cammino-Gòlgota in scena al Teatro Litta (corso Magenta 24, Milano) sino al 24 luglio.

La parola subito al regista: “Il Getsèmani a cui mi voglio riferire non è quello storico/geografico. Questo per evitare ogni velleità di rappresentazione. Mi sembra più interessante estendere il significato simbolico di un luogo così conosciuto. L’intenzione è “praticarlo” su un piano che ha a che vedere con una condizione umana, la condizione in cui vogliamo metterci. Il Gòlgota è il luogo del cranio, o Calvario, riferito alla crocifissione. Quindi il Getsèmani + Gòlgota che vogliamo indicare è un luogo altro (un palazzo nel centro di Milano). Questo luogo altro è prima di tutto fisico, e poi mentale e di azione.”

Come detto, Getsèmani è uno spettacolo itinerante – inizia nel Cortile dell’Orologio del palazzo nobiliare, si sposta nella Sala del Teatro (sul palco), quindi nella Cavallerizza e nel suo Cortile – e interattivo, in quanto gli spettatori sono invitati a sedersi sulle tre croci della prima stazione, a simulare un contatto con le mani e le braccia degli attori, a girare intorno ai corpi di questi per terra avvolti da plastica trasparente/cellophane, a un abbraccio (sempre con la cortina di separazione trasparente) in scheletri di casette di legno, ad ascoltare dai cellulari, contemporanei profeti, alcune parabole evangeliche.

Sacro e profano. Ma non troppo profano, in quanto ciascuna delle nostre vite è sacrale. Condivisione sperata e distanza obbligata; comunione contro la distanza e la segregazione. Uno spettacolo complesso, dove i corpi svolgono le veci della parola – Body Theater – e la sostituiscono per il tramite di una simbologia profonda, che va oltre le mere leggi della logica.

“Il senso religioso? – ancora dagli appunti di Antonio Syxty – Sì, c’è. Ed è così: c’è un intento religioso, ma non nel senso della divulgazione, tantomeno nel senso della evangelizzazione, e neanche quello della possibile o probabile ‘rappresentazione’ di un senso religioso o di una religione, nella fattispecie quella cristiana […] Il nostro Gòlgota è quello del tempo delle diversità, delle ingiustize, della paura, dell’indifferenza, della malattia.”

Getsèmani è ‘un sentiero da percorrere’ – sempre Syxty a dire – ‘un cammino da fare’, ‘una relazione da intraprendere’. Il teatro è un’azione, prima di ogni altra cosa. Non credo si possa fare diversamente ora, perché il momento che è venuto è stato presagio di qualcosa che sarebbe accaduto. A dicembre del 2019 abbiamo intrapreso un cammino insieme. Poi il mondo è cambiato. Noi siamo cambiati. Qualcosa è successo. Ora noi riprendiamo quel cammino. E ci sentiamo diversi. […] A distanza di più di un anno ‘vissuto pericolosamente’ il nostro incontro continua, il nostro cammino riprende. Staremo ancora in silenzio, insieme a voi, ci guarderemo negli occhi, ci sdraieremo in terra, guarderemo il cielo nel tepore della notte di questo luglio del 2021 e cercheremo di interpretare i segni dei tempi.”

Più che stimolante le cellule del cuore e della mente. Bellissimo e struggente.

Alberto Figliolia

Getsèmani-(Secondo cammino)-Gòlgota. MTM Teatro Litta, corso Magenta 24, Milano. Dal 14 al 24 luglio 2021. Da lunedì a sabato, ore 21. Progetto di performance relazionale site-specific di Antonio Syxty con la collaborazione di Susanna Baccari. Con Carola Deho, Susanna Russo, Massimo Sansottera, Gabriele Scarpino, Bruna Serina de Almeida, Nicole Zanin. Installazione luminosa, Fulvio Melli. Disegno dello spazio e del comportamento, Susanna Baccari. Installazione e opere, Antonio Syxty. Costruzioni, Ahmad Shalabi. Direttore di produzione, Elisa Mondadori. Foto di scena, Alessandro Saletta. Produzione Manifatture Teatrali Milanesi.

Info e prenotazioni: e-mail biglietteria@mtmteatro.it, tel. 0286454545.

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Nei cinque sensi e nell’alloro

Si può essere sensuali e spirituali insieme? L’un fatto non esclude l’altro, quando per sensuale s’intende non un debordare verso un incontenibile, se non perverso, piacere, bensì un riferimento ai sensi nella loro primigenia innocenza, alla gioia pura che questi possono accendere nella mente e nel cuore dell’uomo, una riprova e dimostrazione della magnificenza della Natura o del Creato, un dono divino per chi crede. Da ciò il legame che unisce le due inclinazioni o attitudini.

Nei cinque sensi e nell’alloro (2021, Edizioni Il Foglio, pp. 57, euro 10) di Fabio Strinati pare confermare questa interpretazione. Strinati, che è anche musicista, parla di queste poesie come di “pensieri spirituali”. Invero sono versi molto belli, semplici e profondi, toccanti, di una religiosità nostalgica, empatica con la figura della nonna cui il libro è dedicato. Dei cinque sensi abbiamo detto, e perché l’alloro? L’alloro o lauro non è solo simbolo di potenza, gloria e vittoria, ma è anche sentita come una pianta protettiva, apotropaica, ed essendo un sempreverde è simbolo pure di prosperità e benessere (le foglie venivano anche utilizzate per la cura della peste), di immortalità.

“Dedico alla mia amata nonna questa raccolta che tanto assomiglia al suo volto luminoso; al suo cuore rosso, radioso, riposto nel fiore profumato d’una culla, lassù nel Paradiso che porta il nome di Teresa”, è, come detto, la dedica alla nonna con la quale il poeta apre la raccolta. Strinati vive nel centro dell’Italia, come San Francesco e Jacopone da Todi, vale a dire gli autori, rispettivamente, del Cantico delle creature e di meravigliose Laudi. Una singolare, ma non troppo, comunanza. Un afflato da psicogeografia, secondo una categoria di recente e utile conio?

Senza voler scomodare paragoni, queste poesie di Strinati scorrono come un balsamo nelle vene, aprendo squarci sulla bellezza del mondo, rasserenando l’anima nervosa che lo/ci travaglia.

“Il campo ricco di vigneti,/ di oliveti che spiccano/ nell’aria: i frutti della terra,// le molecole dell’acqua,// le formule della sapienza/ che del Creato si nutrono.” Una poesia lenta (indubbiamente una virtù), meditativa, che suggerisce anche con la scienza degli spazi e dei vuoti. Elementi arcaici, la storia dell’uomo nelle generazioni che si sono succedute, lo stupore innanzi alle opere che glorificano le possibilità della Natura offerte all’uomo, un dolce e panico sentimento.

“Nel cielo, nuvole a rifocillare/ il campo, la terra per la semina,/ il volo d’un’aquila,/ gli abeti rossi nei luoghi selvatici:// il dono del Signore,/ tacitamente,/ le montagne che svettano sul mondo.” In quest’apparente assenza umana l’umano è tuttavia evocato in un disegno armonico: la corsa delle nuvole cangianti e benevole; le distese terrene che attendono d’essere ingravidate dalla mano che spargerà i semi; l’eleganza degli alberi a stagliarsi su poggi e dirupi; la maestà delle volute aeree di un’aquila e le montagne che svettano nel silenzio celeste.

E lo sguardo si volge in alto… “Lassù nel firmamento,/ galleggiano le stelle/ dal mistero inarrivabile:// le comete, gli astri, le vie/ che sprofondano nell’universo,// come lume nel Creato.”

“In ogni ciuffo d’erba// risanato nel suo strato più profondo.// In ogni campo, ristabilito// nel suo energico lussureggiare:// tutto è rinomato,/ tutto è un albeggiare,// e va peregrinando il Signore:// in ogni dove, in ogni luogo, in ogni terra.” Saper cogliere l’arcano messaggio… “Ho ascoltato la Tua voce/ tra gli alti cipressi/ e le colline verdeggianti:// ho respirato la Tua storia,// compreso il messaggio/ della moltitudine/ tra gli alberi da frutto,/ i rovi e i gelsomini.”

Il dolore della croce che si stempera nella consapevole soavità della Madre… “La gioia immensa/ nel volto mite di Maria,// la vastità bonaria// nello sbocciare d’una rosa:// di colori accesi, vivi,// così vivaci quei sentori esperti,// immersi nella beatitudine.”

L’amore come un sorso ristoratore nell’afa dei giorni, un profumo che penetra anche l’impenetrabile… “L’acqua nel pozzo al centro/ del campo assolato,// il Padre dei cieli, con il seme prospero/ nel palmo della mano:// gli alberi di ciliegio in fiore,// la gaia primavera/ sul volto dell’innamorato.”

La meraviglia e l’illuminazione… “la saggezza della mente/ nel palmo della mano laboriosa,/ fertile, come quel fiore/ che sboccia s’una roccia, lassù,/ alla mira del vento risonante.”

Farfalle, viole, l’albero di noce, il pane caldo, il mandorlo in fiore, la mimosa, petali di rosa, l’arcobaleno, il rigoglioso prato, “uno scoiattolo felice”, la margherita, oh perdersi in questi fotogrammi di luce, di radiosa speranza!

Un auspicio per tutti noi che ci affanniamo nel rotolio inesorabile delle ore e degli anni… “Nelle mani del Signore/ ripongo la mia anima,/ il palpito bonario,// l’essenza fertile/ del fiore coltivato:/ nel volto Tuo adorato,// nei luoghi intrisi di memoria,/ e nel campo benedetto.” “Negli occhi dell’amore/ lo sguardo del Signore// poggiarsi sulla guancia lattea/ del neonato nella culla:// sua maestà è Dio,/ la primavera in fiore.”

Non un volume apologetico e oltranzista, ma un libro con potenti palpiti di genuina poesia, un florilegio di versi delicati, dove l’umiltà rivela quella forza interiore che apre i cuori alla logica di una commovente agape universale.

Alberto Figliolia

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Prima, donna. Margaret Bourke-White

Ero con la Terza armata del Generale Patton quando arrivammo a Buchenwald, appena fuori Weimar. Patton rimase talmente sconvolto da chiedere di portare lì un migliaio di civili: che tutti vedessero quel che i loro leader avevano fatto. Ma la polizia militare, da parte sua, ne portò duemila. Per la prima volta ascoltai la frase che dopo di allora avrei sentito pronunciare migliaia di volte: “Non sapevamo. Non sapevamo”. Invece, sapevano. Vidi e fotografai pile di corpi nudi senza vita, i pezzi di pelle tatuata usati per i paralumi, gli scheletri umani nella fornace, gli scheletri viventi che di lì a poco sarebbero morti per aver atteso troppo a lungo la liberazione. Buchenwald era qualcosa di inconcepibile per la mente umana. Spesso mi chiedono come sia riuscita a fotografare tali atrocità. Per lavorare ho dovuto coprire la mia anima con un velo. Quando fotografavo i campi, quel velo protettivo era così saldo che a malapena comprendevo cosa avevo fotografato. Tutto si rivelava in camera oscura, al momento di stampare le mie immagini. E allora era come se vedessi quegli orrori per la prima volta, Margaret Bourke-White

Di certo non soffriva di vertigini Margaret Bourke-White, come ben dimostra una immagine che la ritrae al lavoro in cima al grattacielo Chrysler nel 1934 a New York City. E quel coraggio fisico sapeva divenire anche delle idee e forza morale: dai campi di concentramento al tema del razzismo, dal Mahatma Gandhi ai reportages sociali, Margaret era un’esploratrice del mondo. Attraverso il suo obiettivo passavano le immagini che raccontavano l’evoluzione di Paesi e genti, i mutamenti di costume e le storture della società umana, i grandi rivolgimenti della Storia con i suoi talora irrisolvibili drammi e tragedie. Il bianco e nero della Bourke-White narrava con potenza e, insieme, con una valenza estetica superiore, in una sintesi perfetta di forma e contenuto.

Palazzo Reale di Milano ospita fino al 29 agosto questa imperdibile mostra (a cura di Alessandra Mauro e promossa e prodotta da Comune di Milano|Cultura, da Palazzo Reale e da Contrasto, in collaborazione con Life Picture Collection, detentrice dell’archivio storico di LIFE): Prima, donna. Margaret Bourke-White.

Partita dalle immagini dedicate al mondo dell’industria e ai progetti corporate, la fotografa è poi giunta a lavori di più ampio respiro e portata – per testate quali Fortune e Life – come le cronache visive della Seconda Guerra Mondiale, i viaggi in Russia e India, con i ritratti di Stalin e di Gandhi, l’immersione nella dura realtà sudafricana dell’apartheid, l’indagine del razzismo comunque presente nei suoi States, la guerra di Corea. Ma oltremodo suggestive si rivelano anche le sue fotografie aeree. Sono oltre cento le immagini dislocate lungo il percorso espositivo e divise in undici gruppi tematici, con un andamento cronologico che ben scandisce l’itinerario creativo ed esistenziale della Bourke-White, la sua visionarietà, il suo impegno.

Di seguito le undici sezioni:

L’incanto delle acciaierie, con i primi lavori industriali di Margaret; Conca di polvere, in cui si documenta il lavoro realizzato negli anni della Grande Depressione nel Sud degli Stati Uniti; LIFE, sulla lunga collaborazione di Bourke-White con la leggendaria rivista. Bourke-White ne realizzerà la copertina nonché i reportage del primo numero e tanti altri nell’arco della sua vita; Sguardi sulla Russia (e i suoi piani quinquennali); Sul fronte dimenticato, sugli anni della guerra, fra Nord Africa, Italia e Germania; Nei Campi, con tutto l’orrore al momento della liberazione del campo di sterminio di Buchenwald (1945); L’India, un lungo reportage relativo all’indipendenza dell’India e alla sua separazione dal Pakistan; Sud Africa (soprattutto l’Apartheid); Voci del Sud bianco, un lavoro a colori del 1956 sul delicato argomento del segregazionismo del Sud degli USA; In alto e a casa (fotografie aeree); La mia misteriosa malattia, “una serie di immagini che documentano la sua ultima, strenua lotta, quella contro il morbo di Parkinson di cui manifesta i primi sintomi nel 1952 e contro cui combatterà con determinazione. In questo caso, è lei il soggetto del reportage, realizzato dal collega Alfred Eisenstaedt che ne testimonia la forza, la determinazione ma anche la fragilità”.

Elegante, dotata di un terzo occhio, sempre presente laddove accadevano le cose, capace di indignarsi senza mai perdere l’obiettività professionale, emozionale e acuta. L’intelligenza e l’arte fotogiornalistica di Margaret Bourke-White hanno segnato lo scorso secolo, lasciandocene una fondamentale e decisiva testimonianza.

Alberto Figliolia

Prima, donna. Margaret Bourke-White, Palazzo Reale di Milano, Piazza Duomo 12, Milano. Fino al 29 agosto 2021.

Info: www.palazzorealemilano.it, formafoto.it/bourkewhitemilano.

Orari: lun chiuso, mar-mer-ven-sab e dom 10-19,30, gio 10-21,30. Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura.

Catalogo: Contrasto.

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(Dedicated to Yuri Catania)

(Dedicated to Yuri Catania)

I gatti di Edgar Allan Poe

e il multiverso di Dragon Ball,

arcobaleni senza radici,

una poltrona di pelle consunta

intrisa di sogni e pensieri,

una giacca che conobbe

la pioggia grigia e la corsa impazzita

del cuore sotto il bosco

del cielo (e negli squarci ataviche

nubi), il numero innumerabile

dei giorni (l’insondabile passato

nel futuro che cresce), la lingua

ininterrotta della strada,

l’ombra assente dei cactus

nel silenzio dei deserti

che corrono alla roulotte,

una canzone sulla passione

svanita, i neri dadi della sorte

in bilico sull’orlo dell’abisso

che ci affonda negli occhi,

un telecomando per ogni occasione

perduta, il vento dell’immobilità

e la brezza che scompiglia

il tempo dei ricordi, un caffè

nelle strade affrettate

della metropoli, la linea

sempre più in là dell’orizzonte,

la polvere d’oro rosso

del tramonto, le suole

d’aria per cammini

da intraprendere, il taccuino

della disperazione quotidiana,

l’amorfa scelta che ci spetta,

un’ancora di gioia nel mare

delle perplessità, uno schermo

pervinca con eroi oscuri

e fotogrammi di iperrealtà

dove l’io è l’avatar dell’avatar,

fiori a venire che sbocciano

nella notte (ferita di luce

che sarà), motori interstellari

per viaggi psichedelici,

il mistero della telepatia,

maghi e tombe scoperchiate,

il bianconiglio dell’infanzia,

neve radioattiva che cade

e risale nella boccia

della paura, infine il morso

crudele dell’amore a imprimere

la sua chiostra fra membra e mente

e il fiume di nostalgia

che l’esistere è…

Alberto Figliolia

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San Vittore quartiere della città-Mostra all’Umanitaria con fotografie di Margherita Lazzati

I gradini consunti, consumati dall’uso di migliaia e migliaia e migliaia di passi dolenti nel corso dei decenni. Gradini e passi; ogni passo un pezzo di storia: drammatica, feroce forse e nel contempo di nostalgia per ciò che poteva essere e non è stato, di rabbia, rimpianto e rimorso (un tragico rimbalzo di r). Con una prospettiva dall’alto, straniante: una persona di spalle e un volto, di fronte, sfumato. Una porta a sbarre – rettangoli di duro silenzio – separa i due esseri umani; oltre, un’altra porta su cui campeggia la scritta DOCCIA. Siamo all’interno della Casa circondariale di San Vittore.

L’immagine è quella della locandina della mostra San Vittore quartiere della città (in collaborazione con Galleria L’Affiche di Milano), fotografie di Margherita Lazzati e interviste biografiche coordinate da Laura Gaggini. La mostra sarà ospitata dalla storica Società Umanitaria, nel Chiostro dei Glicini (ingresso da via San Barnaba 48, Milano), dal 5 al 10 luglio (orario 8,30-20).

“Il carcere a Milano è San Vittore. Lo capisci solo quando ci metti i piedi dentro”, è un’affermazione di Giacinto Siciliano, attuale suo direttore nonché già reggente della Casa di reclusione di Opera.

Fra le altre fotografie: l’atrio, vuoto di presenze, che pare abbia un’aura spirituale, con i riflessi della luce a piovere sulle piastrelle, un anelito quasi empatico a lenire la sofferenza e la pena del luogo; una piccola cella (uno scatto a colori), arredata come un piccolo monolocale, e l’esiguità dello spazio non riesce a celare la cura con cui si tenta di riallestire una parvenza di domesticità familiare, con la saggezza del riciclo e lo sfruttamento di ogni possibilità permessa dal pur angusto ambiente (non compaiono persone, ma la suggestione è forte); il lungo corridoio con le celle aperte (un piccolo grande segnale di speranza?); il cortile, con elementi della imponente struttura architettonica, costruita nella logica del panopticon.

“Il progetto «Il carcere: quartiere della città» ha incontrato e ascoltato le storie delle persone che abitano questo particolare quartiere della città, che lo frequentano per lavoro o per passione civile e spirituale, per poche o per tante ore al giorno e alla settimana. Un gruppo di biografi formati alla LUA – Libera Università dell’Autobiografia e coordinati da Laura Gaggini ha raccolto più di cinquanta interviste che sono state registrate, sbobinate e successivamente sottoposte ai protagonisti per eventuali correzioni. Queste storie di vita fanno da cornice a una mostra fotografica realizzata da Margherita Lazzati, che ha raccolto immagini dei luoghi del Carcere di San Vittore”, recita il comunicato stampa.

Margherita Lazzati, volontaria da una decina di anni nel Laboratorio di lettura e scrittura creativa nel Carcere di Opera fondato oltre cinque lustri or sono dalla poetessa Silvana Ceruti, si muove con rarissima sensibilità umana ed estetica all’interno di un ambiente quale il carcere, con il suo carico esistenziale così arduo da affrontare e da capire. I suoi scatti sanno raccontare quel tessuto invisibile, quell’intreccio inestricabile di varia umanità, e lo fanno con una potente e naturale pietas e con una resa formale mai forzata, bensì perfetta nella sua spontaneità sentimentale. Una costruzione, nel segno dell’oggettività, che è documento sociale e, insieme, effetto d’arte, processo intellettuale.

“Nel Carcere di San Vittore, con l’autorizzazione del Direttore Giacinto Siciliano e il costante accompagnamento della Dottoressa Elisabetta Palù, ho fotografato celle, gallerie, cortili, mura e orizzonti ristretti. Al centro della città, luoghi che alla città sono inconsapevolmente sconosciuti. A differenza delle fotografie che ho presentato fino a oggi, qui non si vedono quasi mai persone. È una mostra che inevitabilmente parla degli spazi fisici, obbligati, che le persone vivono. Detenuti, polizia penitenziaria, operatori, volontari… non compaiono, ma sono i veri protagonisti di questi luoghi”, felicemente sintetizza la Lazzati.

“Il filo che tiene insieme questo progetto è l’idea che davvero il carcere sia un quartiere della città dove uomini e donne si sono trovati a vivere gli uni accanto agli altri per passione, per scelta, per errore o per imprevedibili circostanze della vita. E l’obiettivo è quello di collocare questo quartiere ricco di umanità nel cuore della città esterna”, la chiosa di Carla Chiappini dell’Associazione Verso Itaca APS.

Una mostra da vedere, per comprendere, per andare oltre i muri: quelli fisici e quelli del pregiudizio. Sotto il cielo siamo tutti fratelli, con le nostre disparate (e anche disperate) storie, e temporanei ospiti del pianeta che rotola nello spazio. Che sia anche questa una prigionia non saputa? O, al contrario, è una metafora, un’idea della libertà cosmica, altrove, del riscatto attraverso il cuore e il pensiero? Ciò che è possibile anche all’interno di un carcere, mentre fuori la vita continua a scorrere, pronta sempre a riprenderti nel suo generoso grembo.

Per organizzare visite accompagnate è possibile rivolgersi a: Laura Gaggini, cell. 3314435314, o a Galleria l’Affiche, tel. 0286450124.

Alberto Figliolia

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Io che sono uno che non…

Io che sono uno che non si decide mai

e guarda le stelle per caso, ma non meno intensamente,

e scorge astronavi sfrecciare nel cosmo neropolvere (illusioni?);

io che sono uno che si muove fra i secoli senza sapere

che non è merito suo;

io che mi arrovello a veder scorrere i granelli

di sabbia nella clessidra che mi donarono

e che nascosi in un angolo desolato della mente,

uno che pensa alle strade verso l’orizzonte non svolte,

ai tramonti che non muoiono abbastanza,

e le albe non scritte (se cenere o fuoco),

che improvvisa insolite danze

per amori-cobra e sensi di colpa, l’eterna tribù.

Poi, l’interruttore della nostalgia…

e il padre è rimorso? e la madre rimpianto?

Domande solo domande nient’altro che domande domande come sbarre

ed è sempre questa la fine la fine la fine…

Ovvero l’inizio

Alberto Figliolia

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L’Italia di Magnum e il divino Michelangelo

Come può esser ch’io non sia più mio?
O Dio, o Dio, o Dio,
chi m’ha tolto a me stesso,
c’a me fusse più presso
o più di me potessi che poss’io?
O Dio, o Dio, o Dio,
come mi passa el core
chi non par che mi tocchi?
Che cosa è questo, Amore,
c’al core entra per gli occhi,
per poco spazio dentro par che cresca?
E s’avvien che trabocchi?

L’incomparabile bellezza del Centro Storico di Genova: un groviglio di vicoli, case medioevali e palazzi nobiliari. Un mosaico di Storia e storie. Lì si erge anche il Palazzo Ducale: imponente architettura che oggi ospita anche mostre temporanee di raro interesse. Fra quelle attualmente in corso L’Italia di Magnum-Da Robert Capa a Paolo Pellegrin (sino al 18 luglio nella Loggia degli Abati, curatela di Walter Guadagnini con Arianna Visani) e Michelangelo. Divino artista (sino all’11 luglio nell’Appartamento del Doge, a cura di Cristina Acidini con Alessandro Cecchi ed Elena Capretti).

L’Italia di Magnum è una splendida galleria di oltre duecento immagini scattate dai fotografi della celebre agenzia, a partire dai fondatori Henri Cartier-Bresson, Robert Capa e David Seymour, sino a Ferdinando Scianna, Elliot Erwitt, Paolo Pellegrin e un prestigioso corteo di altri nomi. Un viaggio nel Bel Paese che copre i suoi innumerevoli aspetti: paesaggistico, sociale e storico, di costume: dai guasti e dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale alle spiagge degli anni Sessanta nell’era del Boom; dalle feste popolari e religiose ai monumenti che hanno reso celebre la nazione; dai grandi eventi che hanno segnato importanti svolte, spaccando l’opinione pubblica in due netti schieramenti, come il referendum sul divorzio, alle allucinate visioni degli ospedali psichiatrici, alias manicomi; dai fatti, personaggi e vittime della camorra nell’arco di una banale e triste quotidianità, con il sottile spietato inestirpabile filo della violenza, ai lustrini della neo-televisione privata; per concludersi con la tragedia contemporanea del Covid. Un itinerario di scoperta, una ricerca sia estetica che antropologica, memoria e lettura del presente, cronaca e previsione.

“Venti sono gli autori chiamati a raccontare eventi grandi e piccoli, personaggi e luoghi dell’Italia dal dopoguerra a oggi, in un affascinante intreccio di fotografie celeberrime e di altre meno note, di luoghi conosciuti in tutto il mondo e di semplici cittadini, che compongono il tessuto sociale e visivo del nostro paese. Introdotta da un omaggio a Henri Cartier-Bresson e al suo viaggio in Italia negli anni Trenta, la mostra prende avvio con due serie strepitose, una di Robert Capa, dedicata alla fine della Seconda Guerra Mondiale, che mostra un paese in rovina, distrutto da cinque anni di conflitto, e una di David Seymour, che nel 1947 riprende invece i turisti che tornano a visitare la Cappella Sistina: l’eterna bellezza dell’arte italiana che appare come il segno della rinascita di un’intera nazione”.

La mostra è suddivisa per decenni e. come detto, riesce a coprire i più svariati campi: dalla visione di Roma, con la sua venustà eterna e le contraddizioni legate a un prossimo caotico sviluppo, alla mostra di Picasso del 1953 al Palazzo Reale di Milano e ai fondali e scenari della leggendaria Cinecittà, nostrana e meravigliosa macchina dei sogni. Thomas Hoepker racconta le imprese di Cassius Clay-Muhammad Ali alle Olimpiadi del 1960; Bruno Barbey narra i funerali di Palmiro Togliatti; Martin Parr descrive il contrasto, con effetti anche comici, fra gli incantevoli luoghi della cultura e un certo cattivo gisto del turismo di massa.

“Alla fine del percorso si arriva alla contemporaneità: gli anni Novanta e Duemila sono come un viaggio tra i nostri ricordi più recenti e le nostre vicende attuali: Alex Majoli racconta le discoteche romagnole di allora e di oggi, in un lavoro concepito appositamente per questa occasione; Thomas Dworzak ci riporta alle drammatiche giornate del G8 di Genova, Peter Marlow all’ancor più tragica vicenda della guerra nella ex Jugoslavia, narrata dagli occhi dei soldati americani su una portaerei al largo delle coste italiane; Chris Steele-Perkins torna invece in Vaticano – presenza costante nella mostra in quanto presenza costante nella storia e nella cronaca d’Italia – per raccontare questa volta un aspetto letteralmente giocoso, il torneo di calcio tra religiosi “Clericus Cup”, quasi un’anticipazione delle immagini surreali di “The Young Pope”. Paolo Pellegrin chiude il decennio, con le immagini della folla assiepata in Piazza San Pietro nella veglia per la morte di Papa Giovanni Paolo II e con quelle di un’altra folla, quella dei migranti su un barcone, tragico segnale dell’attualità.”

Dalla storia recente veicolata dal mezzo fotografico si compie un balzo indietro nei secoli per giungere a un personaggio d’eccezione in un’epoca sì convulsa, ma portatrice di fermenti culturali e artistici oltremodo fecondi e sedimentati nell’immaginario di ciascuno di noi. Stiamo parlando di un genio non certo inferiore a quello di Leonardo da Vinci. Scultore, pittore, architetto, poeta, uomo di pensiero e dalla febbrile capacità lavorativa, Michelangelo Buonarroti fu il creatore di opere degne dell’immortalità “per tensione morale, energia della forma, complessità dei concetti espressi”.

La mostra dedicata a Michelamgelo dal Palazzo Ducale ne documenta non solo la biografia artistica, ma anche quella relazionale, con la molteplicità di incontri che ne costellarono la lunga esistenza. Insieme con disegni e schizzi sono esposte numerose lettere autografe, e quella grafia precisa, armoniosa, non manca di toccare nel profondo l’animo del visitatore.

“Nella sua vita prodigiosamente lunga e operosa l’artista fin dalla prima adolescenza fu in contatto, grazie al suo talento e, in seguito, alla sua fama, con personaggi d’alto rango dell’età rinascimentale, in posizioni chiave nella politica, nella religione, nella cultura. Nessun altro artista ha mai potuto vantare, né può oggi vantare, d’aver frequentato sotto il loro stesso tetto due futuri pontefici da giovinetti (Leone X e Clemente VII, di stirpe medicea), o di aver servito ben sette papi, o di aver intrattenuto rapporti diretti con mecenati della grandezza di Lorenzo il Magnifico e dei reali di Francia, Francesco I di Valois e la nuora Caterina de’ Medici.”

La mostra, ricca ed esaustiva e dal raffinato e intelligente allestimento, indaga la complessa personalità del Buonarroti… “Generoso e sospettoso, schietto e prudente, amabile e brusco, Michelangelo è uomo dalle mille contraddizioni, che emerge più affascinante e carismatico ogni volta che si riprende in considerazione l’immensa mole dei capolavori da lui creati e dei documenti che ci guidano a ricostruirne la vita, l’opera, le relazioni e gli affetti. I rapporti intessuti da Buonarroti con famigliari, committenti e amici conoscono molteplici registri e variabili corrispondenze. Mai si sposò né ebbe figli, ma ebbe rapporti stretti con la famiglia d’origine. Per sua scelta visse modestamente, così da assistere i parenti fiorentini, lasciando però agli eredi grandi ricchezze. A Roma si legò con affetto sincero ad amici come Tommaso Cavalieri, giovane di “incomparabile” bellezza e di raffinata cultura, e Vittoria Colonna, marchesa di Pescara, che si fece interprete delle inquietudini religiose del suo tempo.”

E mentre il nostro sommo “fabbro” sceglieva personalmente il marmo nelle cave e dipingeva o scolpiva l’Europa si muoveva in preda a mille rivolgimenti (o sconvolgimenti), dalla Firenze di Lorenzo il Magnifico alla incendiaria e pauperistica predicazione del Savonarola, dai grandi papati al Sacco di Roma per opera dei Lanzichenecchi, agli scismi della Chiesa e al sorgere della Controriforma.

Davvero eccezionale la presenza in mostra di due eccelse sculture in marmo di Michelangelo: la Madonna della Scala (1490 circa), un capolavoro giovanile proveniente da Casa Buonarroti a Firenze; un’opera delicata e, nel contempo, intensa, “monumentale a dispetto delle dimensioni ridotte, punto di arrivo di una profonda rivisitazione di modelli antichi e moderni (Donatello) in chiave molto personale”. Di incommensurabile suggestione ed effetto il Cristo redentore (1514-1516), conservato nella chiesa di San Vincenzo Martire a Bassano Romano (Viterbo). Una statua di 250 cm di altezza che era stata abbandonata dal Buonarroti per via di una venatura del marmo ben visibile sulla guancia del Cristo.

Oltre alla sopraccitate sculture sono esposti una sessantina di disegni autografi e fogli del carteggio di Michelangelo, delle rime e di altri suoi scritti originali. E fra i disegni citiamo la Cleopatra (1535), eseguita per Tommaso Cavalieri, “uno di quei fogli (rari e straordinari al tempo stesso) realizzati dall’artista come opere grafiche in sé compiute e di superba qualità, concepite come doni privati ad amici (i presentation drawings, secondo una celebre definizione coniata da Johannes Wilde).”

Il percorso espositivo (con gli apparati multimediali di sostegno) è strutturato in sezioni dedicate ai diversi periodi della vita di Michelangelo e comprende non solo opere originali di Michelangelo, ma anche quelle di diretti collaboratori, a lui o da lui stesso ispirate, ritratti di Michelangelo e dei personaggi storici a lui collegati, medaglie, rime, lettere, testimonianze documentarie e opere d’arte di svariati altri autori.

Un viaggio a Genova non può prescindere in questi giorni da una visita a queste mostre. Dulcis in fundo, alla fine dell’itinerario troverete, improvvisa e con effetto stendhaliano, la stupenda e magnificente Cappella del Doge. Anche questa vale il viaggio.

Alberto Figliolia

Orari: da martedì a giovedì 14.30-19.30, venerdì 14.30-21, sabato e domenica 11.00-19.00. La biglietteria chiude un’ora prima.


Biglietti: intero € 10, ridotto € 8, ridotto under 27 anni € 5.

Prenotazione e vendita biglietti: www.vivaticket.it

Info: www.palazzoducale.genova.it

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Lampioni come guerrieri marziani

Lampioni come guerrieri marziani

e antenne per captare il silenzio cosmico

Il mattino è un bottone d’osso

levigato come un sasso di fiume

Io mi muovo con borse incongrue

a cercare il senso delle ore

Il solitario gracchiare di un corvo

e da lungo non vedo più rondini

Zanne d’avorio mi scavano la mente

e io lecco il sangue del disincanto

Sola consolazione il rumore della centrifuga

della lavatrice che lava i panni sporchi

Alberto Figliolia

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