Craigie Horsfield al LAC

Fotografia o arte? Posto che la stessa fotografia può assurgere al rango di un’arte, la precedente domanda è oziosa, se non priva di senso, allorché si ha a che fare con Craigie Horsfield, inglese di Cambridge dal respiro assolutamente cosmopolita (e cosmico).

Horsfield parte dalla fotografia che tratta con speciale attenzione sociale per giungere a opere di forma più che scintillante e sempre sorprendente, in una mescolanza di tecniche i cui esiti finali portano all’autentica meraviglia dello spettatore: davvero è quasi difficile descrivere la mirabilità delle creazioni di questo britannico dagli orizzonti sterminati. Di certo la suggestione che se ne trae è del tutto formidabile: maestosi arazzi di lana, cotone, seta e filato sintetico fino a 500 x 950 cm; affreschi realizzati con inchiostro su tavola preparata con gesso e cera montata su alluminio; dry print su carta per acquerello Arches; stampe su tavola preparata con gesso e cera. Fra i soggetti… Broadway, 14th, 18 minutes after Dusk. New York, September 2011; Via Cocozza, Nola. June 2008; Above the Bay of Naples from Via Partenope, Naples. September 2008; Joy Eslava, Calle Arenal, Madrid. Dicember 2006; Via Scarfoglio, Naples. February 2009; Two pomegranates. Via Chiatamone, Naples. November 2009; Piazza de Martino, Palma Campania. February 2009; i ritratti luganesi et alia…

L’amore per la luce. L’attrazione verso il Sud del mondo. Tracce d’apocalisse senza nichilistiche morbosità o, forse, soltanto la potenza della Natura (quella umana compresa). Iperrealistico e immaginifico. Rinascimentale e sperimentale.

Per poter comporre un ritratto fotografico individuale Horsfield impiega ore e ore con il soggetto – e non per una serie ripetitivamente e ossessivamente compulsiva di scatti, non per mero tecnicismo, bensì perché ama instaurare un dialogo con il soggetto, alias conoscenza dell’altro –, per la vastità di un paesaggio gli servono anche anni. Questo è l’approccio sociale, dopodiché giunge l’elaborazione formale (e mai formalistica), che è semplicemente geniale, compiendosi una commistione perfetta fra i più disparati elementi.

Che siano folle, nature morte, riti, mare o macerie la capacità di rendere e trasfigurare la realtà, strettamente aderendole e liberandone arcani, è il marchio di Horsfield: fotoartista, tessitore di immagini e relazioni, profeta civile, visionario.

“Ciò che avviene qui è il riconoscimento di un passaggio di comprensione, di raccoglimento e di identificazione, l’impressione di dare tempo e profonda attenzione al mondo e agli altri, e a un presente profondo. […] A volte questi passaggi sono fluidi nelle loro interrelazioni, altre volte sono spigolosi e discordanti, e all’interno della struttura ci sono strati su strati di associazioni, citazioni e allusioni, dentro le opere, dentro la narrazione e nel corso della storia, la storia immaginata come un presente profondo”, così si esprime l’artista. Che prosegue… “La materialità degli arazzi è tangibile, diversamente dalla pittura che è più piana. C’è uno spazio per il sogno e per la riflessione. L’arazzo è una pelle, una superficie, che raccoglie emozioni, la dimostrazione del nostro rapporto con il mondo. L’intreccio di fili è una metafora di tutti i significati che si possono rinvenire, delle relazioni sociali, del contesto in cui avvengono, dell’esistenza e della ricomposizione delle differenze”. In breve, l’arazzo stesso muta in immagine fotografica, seppur estremamente particolare e materica, innescando a propria volta il percorso inverso, nel segno della reciprocità. Ciò che ne scaturisce è un’osservazione, oseremmo dire, tattile, oltre che sentimentale e intellettiva.

Nessun vetro peraltro si pone davanti alle opere di Horsfield – neppure quelle di più ridotte dimensioni –, nessun filtro agisce da separazione nei confronti dello spettatore, che non è mai un fruitore passivo, anzi diviene parte direttamente in causa. A creare ulteriore empatia provvede nel corpo della mostra allestita al LAC di Lugano l’installazione sonora che riveste e permea di sé l’ambiente, quasi un amnios, avvolgente, sognante, felicemente ipnotica, e le luci stesse sono attutite, non violente, bensì soavi, diffuse e soffuse, una penombra psicofisica. Un vero paesaggio sonoro, in cui s’incastonano arazzi, colori, tessuti e opere per un viaggio esperienziale e rasserenante.

Noi creiamo l’opera nel darle il nostro significato, i significati delle nostre relazioni, e il nostro modo di interpretarli, che ci consente di entrare in questa storia di per sé estranea. E per fare questo ci vuole tempo”… Il tempo, altra variabile: non solo fisica, ma anche e soprattutto sociale. Dichiarazione d’intenti di un artista che nelle relazioni è totalmente immerso, senza fretta né calcoli né frenesia. Craigie Horsfield, quel che che i Greci chiamavano kalòs kagathòs. Bello e utile.

Alberto Figliolia

Craigie Horsfield-Of the Deep Present. LAC Lugano Arte e Cultura, Piazza Bernardino Luini 6, Lugano. Sino al 2 luglio 2017.

Orari: martedì-domenica 10-18, giovedì aperto fino alle 20, lunedì chiuso.

Info: + 41 (0)918157971; info@masilugano.ch; http://www.masilugano.ch.

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Marco Pantani-In polvere. Ascesa e distruzione di un dio

Inchiodato alle ruote della bici come ai bracci della croce. Vittima o colpevole? Profeta o ladrone? Eroe o mistificatore? Un drogato, un dopato o un puro? Non certo un millantatore. Epico senza dubbio e pure una sorta di agnello sacrificale, alieno rispetto al sistema. Un uomo che rispettava la fatica facendosene beffe, volando leggero e potente lassù all’ombra delle montagne, fra erte e tornanti. Il suo nome era Marco Pantani e nessuno come lui sapeva accendere le fantasie del popolo che ama la bici. La sua corsa è leggenda, la sua morte rimane avvolta dal mistero, come poco chiara resta la vicenda dell’ematocrito troppo alto che a distanza di due giorni dal secondo trionfo consecutivo al Giro d’Italia lo avrebbe fatto sospendere dalla gara, togliendogli con violenza la maglia rosa e una vittoria strameritata.

Sono passati oltre tredici anni da quel tragico giorno in cui il corpo del corridore fu rinvenuto in un’anonima camera d’albergo, tanta cocaina nel ventre da poter stroncare sei uomini. A chi dava fastidio Marco Pantani? Soltanto a sé stesso, la depressione carnefice? A qualche folle pusher? A chi?

Sono interrogativi a cui tenta di rispondere la pièce

, in scena al Teatro Libero (via Savona 10, Milano) sino al 15 aprile. Troppi punti e lati oscuri, che questa rappresentazione teatrale coraggiosa, documentatissima e scomoda prova a chiarire. Alessandro Veronese, drammaturgo, regista e voce narrante, non ha trascurato alcunché in un raro e prezioso spettacolo in cui l’emozione e la suggestione si sposano ai modi del teatro d’inchiesta.

Che cosa è successo il 14 febbraio 2004, in quel San Valentino amaro, nella stanza 5 D del Residence Le Rose in quel di Rimini? E, soprattutto, come si era potuto giungere a quell’apocalittico epilogo? Tutto il calvario del campione viene ripercorso, la sua stanca, triste e dolorosa odissea… le accuse, la riprovazione, la condanna a priori, l’improvvisata conferenza a Madonna di Campiglio circondato dalle divise dei carabinieri, l’immane sconforto dopo l’ennesima clamorosa vittoria, il test che lascia dei dubbi, fosse solo per le modalità… ma anche i sogni di quel bambino che sarebbe divenuto Il Pirata, la lungimirante bontà di Nonno Sotero, i gravissimi incidenti (ossa rotte e coma) da cui sarebbe sempre riemerso con una forza di volontà straordinaria, superiore, la metodica prepotente risalita, la magica accoppiata Giro-Tour del 1998…

Il fatto è che a Campiglio non c’era la Madonna – come avrebbe scritto lo stesso Pantani. Quella notte, quel mattino c’era un’oscura dea. Alcuni dicono che le sue sembianze fossero: Vendetta-Invidia-Sporchi Affari. Forse è andata così, forse no, forse in parte.

La sola verità è… Marco che continua a volare nella nostra immaginazione, scalando le vette, scabre, pietrose o boscose che siano, lieve, aereo, come il vento, verso il sole oltre le nubi.

Alberto Figliolia

Marco Pantani-In polvere. Ascesa e distruzione di un dio. Teatro Libero, via Savona 10, Milano.

Drammaturgia e regia di Alessandro Veronese. Con Luisa Bigiarini, Giulia Martina Faggioni, Francesca Gaiazzi, Alessandro Prioletti, Federico Sala, Alessandro Veronese. Aiuto regia Michela Giudici. Fotografa di scena Greta Pelizzari. Grafica & Artwork Bianca Beltramello. Produzione Fenice dei Rifiuti.

Date: sino a sabato 15 aprile, ore 21; domenica 9 aprile, ore 16.

Biglietti: interi 16 euro, ridotti 12.

Info: biglietteria@teatrolibero.it; acquisto online https://www.teatrolibero.it/pantani; telefono 02.8323126; sito Internet http://www.teatrolibero.it

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Incominciò con una introduzione

Volentieri ospito questa grandissima poesia di Silvana Ceruti…

 

Incominciò con una introduzione

Incominciò con una introduzione

Poi ci fu il volo di una tignola che voleva attaccarsi alla pelle
solo un poco e un tarlo incominciò il suo onesto lavorio
sottile
sottile
sottile
quasi gentile
e poi
TADAN
TADAN
TADAN
TADAN
TADAN
TADAN
di colpo mi piombò addosso il Pleistocene:
il bramito del megacero invase tutto
un urlo lamentoso
costante
orripilante
con sciabordio di acque sottostante
a tratti la risata di una iena ad accapponare la pelle
NGAA  AH AH AH NGAA AH AH
NGA
NGAAAAA

Un’enorme cicala preistorica prese a segarmi il cervello
FRIIIIIIII
FRIIIIIIIIIIII
FRIIIIIIIIIIIIIII
FRIIIIIIIIIIIIIIIIII
FRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII
FRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII
FRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII
FRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII
FRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII
FRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII
senza limite, senza dignità
FRIIIIIIII
FRIIIIIIIIIIII
FRIIIIIIIIIIIIIII
FRIIIIIIIIIIIIIIIIII
FRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII
FRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII
FRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII
FRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII
FRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII
FRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII

Poi, con uno scatto, un serpente a sonagli s’impose
s’erse, prese a dondolarsi
e suonavano i suoi sonagli
insistenti
insidiosi
suadenti
subdoli
ssssssssssssssssssssssssssssssssss
ssssssssssssssssssssssssssssss
ssssssssssssssssssssssssss

uggioliii e ragli
ragli e uggiolii

pigolii

e schianti di equiseti e di ginkgo biloba abbattuti
dalla coda dello stegosauro
e crudeli bande di velociraptor
scaiamavano all’assalto

Sst! sst! sssssssssssssssssst!

Qualcuno
qualcuno
qualcuno
prese a demolire la roccia della caverna
con colpi secchi ottusi ostinati
POW POW POW
BAM BAM BAM
POW POW POW
BAM BAM BAM
POW POW POW
BAM BAM BAM
voleva raggiungermi
POW POW POW
demolire la roccia e penetrare nella scatola cranica
arrivare alle luci, agli scintilli degli occhi
BAM BAM BAM
e POW e POW e POW
per l’eternità

Forse per questo
tutto tornò indietro fino a ere indicibili
e scese un’acqua tutt’intorno
fitta
fitta
fitta
a strisce dritte
e impediva la vista come un tendone
cortine di acqua verde
fragorosa
scrosci e fruscii
boati e onde e onde e onde
accecanti
Tutto annegava solo i trilobiti
mi picchiavano in testa

Era il Cambriano?
O forse era prima
che Dio separasse l’acqua dalla terra
e non c’erano neppure le meduse
e non si vedeva nulla
solo un rumore verde
una luce diffusa gialla
disarmante

E CROAC CROAC CROAC
erano nati i rospi
fra sibili strilli e gloglottii
strogolii
grufolii
crocidii
crepitii
zirli e fischi e frulli
CROAC
CROAC
CROAC
CROAC
CROAC
CROAC
era una consolazione
e amavo questi piccoli animali
e anche le rane
e i girini
e percepii
gli spermatozoi primordiali dell’universo
e l’uovo
il magnifico uovo cosmico
e tutti i rumori alieni della vita:
meglio della roccia fusa che colava
meglio degli scoppi e delle esplosioni laviche
meglio del tarlo
dei tonfi del mammut
del tuorlo che cola
del tonante Giove
dei ticchettii dei tacchi del tecnico

Quasi un tubare sentii
forse era la colomba di Noè
forse portava un ramoscello d’ulivo

forse riemergevo ed ero estromessa
dall’apparecchiatura per la risonanza magnetica

Silvana Ceruti- Pioltello, 22 marzo 2017

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Aliens

Aliens. Trentenni come creature fantascientifiche… Alieni nel corpo di una società alienante. Esseri fuori posto, fuori uso, mai sintonizzati, emozionalmente distonici, estremamente fragili. Eppure, in quella labilità e fragilità, in quel navigare a vista nei meandri della quotidianità, si celano, con una fatalistica saggezza, una vista acuta sulla transitorietà del mondo, una visione, un’invincibile umanità.

Tre personaggi calcano la scena – Jasper, KJ e Evan – , i primi due trentenni disillusi, transfughi dall’università e dal liceo, musicisti falliti, velleitari, fumati, bivaccanti, i sogni amaramente archiviati nel cassetto, il terzo un adolescente timido, impacciato, in cerca di risposte, di sé. Lunghi silenzi costellano la storia divisa in due atti, nel secondo dei quali una separazione luttuosa fungerà da catalizzatore, da punto di rottura e, nel contempo, da trampolino per un nuovo balzo, per un’imprevista ascesa.

Pochi elementi di scena, uno schermo su cui si proiettano versi, la presenza di Bukowski, sorta di nume tutelare di quella frangia umana derelitta, fuori dagli schemi, canzoni sussurrate, interrotte. La vicenda stessa si svolge nel Vermont, zona a propria volta “marginale” dei grandi States. È infine il germe dell’amicizia a trionfare, quello della consapevolezza, nonostante tutto, nonostante la rabbia, la frustrazione, la povertà.

L’allestimento e i dialoghi minimalisti, assolutamente antiretorici, consentono di concentrarsi sugli elementi veramente importanti, in primis la sensibilità rispetto alla vanità del tutto, quell’esterno così lezioso e inutile dei consumi che resta – perdonando l’ossimoro… – fuori, mentre ciò che conta, interiorizzato, diviene pregnante. Questi giovani (presto non più tali), in apparenza sconfitti, sono dunque quanto di più genuino si possa apprezzare, coscienze non compromesse. Non è poco in un panorama etico, come ci si presenta nell’odierno, tanto devastato.

Alberto Figliolia

Aliens di Annie Baker. Sino al 26 marzo 2017. Teatro Filodrammatici, via Filodrammatici 1, Milano.

Traduzione: Monica Capuani. Con Giovanni Arezzo, Francesco Russo e Jacopo Venturiero. Regia: Silvio Peroni. Musiche e canzoni originali: Micheal Chernus, Patch Darragh e Eric Gann.

Info: tel. 0236727550; e-mail biglietteria@teatrofilodrammatici.eu; sito Internet http://www.teatrofilodrammatici.eu.

Date: martedì 21, giovedì 23 e sabato 25 marzo, ore 21; mercoledì 22 e venerdì 24 marzo, ore 19,30; domenica 26 marzo, ore 16.The-Aliens_orizzontale_fondo-e1488466553207.jpg

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haiku del 17 marzo 2017

Fra rosa e azzurro

sopra la nebbia bassa

riluce il sole

 

Alberto Figliolia

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Sette

Brilla l’alto blu.

Sette ombre e sette soli

in marcia muti.

 

Alberto Figliolia

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haiku del 15 marzo 2017

Rosa e crudeli

i petali dell’alba

sfoglia la mente

 

Alberto Figliolia

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