Milano. Da romantica a scapigliata

È un viaggio affascinante quello che si compie percorrendo l’itinerario della mostra Milano. Da romantica a scapigliata allestita al Castello Visconteo Sforzesco di Novara e visitabile sino al 12 marzo 2023.

Dalla temperie sentimentale del Romanticismo all’esplosione emozionale (e sperimentale) della Scapigliatura. In entrambi i movimenti Milano fu formidabile centro propulsivo, sia sotto l’aspetto letterario sia dal punto di vista artistico.

Introdotta da una grande tela di Francesco Hayez, poderoso esponente della sensibilità romantica e maestro del genere storico, Imelda de’ Lambertazzi, l’esposizione si dipana in otto sezioni: Pittura urbana nella Milano romantica; I protagonisti; Milano, da austriaca a liberata; La Storia narrata dalla parte del popolo; Verso il rinnovamento del linguaggio: dal disegno al colore; “Il sistema di Filippo Carcano. La pittura scombiccherata e impiastricciata”; Verso la Scapigliatura; L’affermazione e il trionfo del linguaggio scapigliato.

Un panorama oltremodo esaustivo per un arco di tempo che copre circa sette decenni, alle soglie della modernità e sua anticipatrice (anche di quella più dirompente).

Come detto, si trascorre dalle visioni e dagli interni urbani di una Milano dalle dimensioni ancora contenute, ma di cui s’indovina l’indefesso fervore (peculiarità peraltro molto meneghina), alle opere più tarde colme di psicologismo, in una ricerca interiore contrassegnata da un’inquietudine e un tormento ignoti ai predecessori.

Hanno un che di commovente i dipinti, fra gli altri, di Giovanni Migliara, Giuseppe Canella, Angelo Inganni: il Duomo, Santo Stefano, Corsia de’ Servi, il Naviglio, il Verziere, lo stradone di Loreto, luogo quasi bucolico, ben distante da quello della contemporaneità. Splendida (non a caso scelta come immagine simbolo della mostra) la Veduta di piazza del Duomo con il Coperto dei Figini, grande olio su tela (176 x 138,5 cm) dell’Inganni: uno spaccato di animata vita cittadina, con le figure sociali più disparate e una superba cura del dettaglio, coppie borghesi, umili lavoranti, cani, soldati. Un quadro da cui i personaggi paiono balzar fuori o in cui, facendo un viaggio nel tempo, si vorrebbe entrare. Bene scrive Elisabetta Chiodini: “Adottando un punto di vista ravvicinato ed un inedito taglio compositivo che pone in secondo piano il monumento più emblematico della città, il Duomo, e fa risaltare, in primissimo piano, uno scorcio affollato del portico dei Figini, Angelo Inganni non solo rinnova gli schemi compositivi della veduta, ma, come osservato puntualmente da Marco Rosci, spostando l’interesse «ottico e mentale» dello spettatore «dalla struttura spaziale architettonica», caratteristica dei panorami urbani precedenti, «alla cronaca umana e di costume», elabora una nuova tipologia di pittura urbana dove protagonista dell’opera non è più la città monumentale, ma l’umanità che la abita e la vive quotidianamente. Un’umanità che Inganni conosce profondamente e di cui è parte”.

Di grande suggestione e acribia i ritratti di Giuseppe Molteni, “figura poliedrica, pittore, restauratore, ritrattista mondano di fama internazionale e nel contempo sincero pittore della vita del popolo”: la Fruttivendola, il Manzoni, La giovane mendicante, il Ritratto di gentildonna. E siamo alla terza sezione, vale a dire alle grandi pagine delle rivolte popolari contro l’occupante austriaco, prodromiche alla liberazione risorgimentale dal giogo straniero. Sono le Cinque giornate a dominare l’ispirazione di Baldassare Verazzi, Carlo Canella e Carlo Bossoli (questi era di origine ticinese, ma si era formato a Odessa): straordinario momento di unità popolare, sociale e civile. Fra i più gloriosi giorni di Milano. E altissimi esiti formali.

Echi eroici che riecheggiano nella vita quotidiana – Un pensiero a Garibaldi di Domenico Induno, Il ferito visitato dai suoi parenti (episodio della guerra del 1859) e La fidanzata del garibaldino di Gerolamo Induno (i due fratelli erano amatissimi dalla critica e dal pubblico) – ma anche il banco dell’antiquario, il Monte di Pietà, il ritorno dai campi.

Si è ormai virata la boa della prima metà del XIX secolo. Giovanni Carnovale detto il Piccio porta in pittura un linguaggio nuovo, così come Federico Faruffini (in mostra i bellissimi Saffo (222,3 x 145,7 cm) e Toletta antica), artista dal tragico destino, e Filippo Carcano, il cui virtuosistico Giardino con effetto di sole pare, a suo modo, preludere alla rivoluzione degli Impressionisti.

Vespasiano Bignami, Giuseppe Barbaglia e Mosè Bianchi propongono delle stupende scene: rispettivamente, Sola!, Una partita alla morra, Il maestro di scuola. Narrazioni sentimentali, fra il drammatico e il divertito.

Si entra quindi nel cuore del discorso scapigliato con Daniele Ranzoni e Tranquillo Cremona. Di quest’ultimo si ammirano degli autentici capolavori: Il figlio dell’amore, Melodia, In ascolto, La visita al collegio. Per quante volte li si guardi i quadri di Tranquillo non cessano mai di stupire con la loro vaporosa eleganza, l’atmosfera sospesa, una sorta di possente calmo turbine. E splendidi i ritratti del Ranzoni, che ritrae la signora Pisani Dossi, ricostituendo gli sposi poiché il Cremona aveva già ritratto il marito, quel Carlo, diplomatico e raffinatissimo scrittore, antesignano di un certo Gadda.

Chiudono la mostra un gesso e un bronzo, più che ragguardevoli, dello scultore Giuseppe Grandi: Beethoven giovinetto e Pleureuse.

Una mostra impeccabile, che sollecita il sentimento di una feconda nostalgia, nel contempo mostrando i segni dell’inesausta ricerca artistica e suggerendo i motivi e le più travagliare ragioni della contemporaneità.

Alberto Figliolia

Milano. Da romantica a scapigliata, a cura di Elisabetta Chiodini. Castello Visconteo Sforzesco di Novara. Sino al 12 marzo 2023. Mostra promossa è prodotta da Comune di Novara, Fondazione Castello di Novara, METS Percorsi d’arte.

Orari: mar-dom 10-19 (la biglietteria chiude alle 18). Aperture straordinarie giovedì 8 e lunedì 26 dicembre, domenica 1 e venerdì 6 gennaio.

Info: www.metsarte.com.

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Robert Capa. Nella Storia

Come fotografo di guerra, spero di restare disoccupato fino alla fine della mia vita.

Se le tue foto non sono abbastanza buone, vuol dire che non eri abbastanza vicino.

Iconico è certamente un aggettivo non sprecato quando si racconta la parabola di un artista dell’immagine quale Robert Capa fu. Raffinato fotoreporter e testimone del tempo, Endre Ernő Friedmann – Robert Capa sarebbe divenuto più tardi – era nato a Budapest nel 1913 e sin da giovane aveva manifestato non solo il proprio talento, ma anche la propria coraggiosa indole. Difatti nel 1931 era stato arrestato per avere partecipato alle manifestazioni contro il regime instaurato in Ungheria dall’Ammiraglio Horthy. Questa prima disavventura lo costrinse a lasciare il Paese natale per approdare a Berlino dove inizialmente si era dedicato a studi per divenire giornalista. Ma la macchina fotografica era già nel suo destino. Il primo successo fu costituito da una serie di immagini scattate, nella circostanza, a Copenaghen a Lev Trockij in conferenza e vendute alla rivista Der Welt-Spiegel. In ogni caso presto dovette lasciare anche la Germania, in quanto inviso al nascente nazionalsocialismo.

Il successivo spostamento avvenne verso Parigi, dove conobbe Henri Cartier-Bresson, David Seymour e Gerda Taro, che divenne la sua fedele compagna d’arte e di vita. In tale frangente Capa racconta scioperi e manifestazioni, la vittoria alle elezioni del Front populaire una coalizione  delle sinistre guidata da Léon Blum.

Chi non ricorda la celeberrima immagine del miliziano, ripreso mentre cade colpito a morte durante la guerra civile che insanguinò la Spagna? A dire il vero, quella foto fu anche contestata da alcuni in quanto ritenuta una ricostruzione. Sta di fatto che essa rappresenta alla perfezione tutta la terribilità della guerra. E in quel conflitto da macello, in cui il fascismo finì  per trionfare, Robert Capa perse la compagna, Gerda Taro, che con lui aveva affrontato quell’avventura. Una ferita, un trauma che tuttavia non lo distolse dal suo mestiere di fotogiornalista nel cuore degli eventi.

Dalla Spagna all’Estremo Oriente… Capa documentò la seconda guerra sino-giapponese, raccontando anche la vita quotidiana: magnifica per effetto coreografico e costruzione la fotografia che ritrae i bambini che giocano sulla neve e con la neve. Rifulge tutta la capacità di cogliere l’attimo giusto nell’occasione giusta. Pare un dipinto in bianco e nero e, nonostante lo studio che di certo lo precede, ne apprezziamo tutta la spontaneità. Similmente si può dire della corsa affannata della folla dietro un risciò. Efficacissimo il ritratto di Chiang Kai-sheck.

L’allestimento proposto dal MUDEC per questa mostra delle foto di Robert Capa è, come sempre, prezioso e razionale, ottimizzando lo spazio che viene dedicato alla fotografia. Sono oltre ottanta opere, alcune esposte per la prima volta in Italia, che si pongono all’attenzione del pubblico coprendo tutto l’arco della carriera di Robert.

Dopo la penisola iberica e il lontano Est del pianeta fu la volta della seconda guerra mondiale, altra immane tragedia…. Dagli effetti dei  bombardamenti su Londra, al Nord Africa e alla Sicilia – indimenticabile il Contadino siciliano indica a un ufficiale americano la direzione presa dai tedeschi – da cui risalirà pian piano: Paestum, Napoli, Montecassino. Son spesso foto di gruppo, non solo di devastazione. L’idea della rinascita è insita, per quanto le macerie sembrino testimoniare il contrario. E il viaggio prosegue: Omaha Beach, Parigi, le Ardenne, Bastogne, la Germania (paracadutandosi oltre il Reno con le truppe USA), Lipsia, la devastazione di Berlino. Profughi; una probabile collaborazionista, il capo rasato a zero, che cammina nella gogna, fra la gente che la dileggia e disprezza; feriti. Un quadro drammatico, impressionante.

La guerra finisce, ma inizia quella fredda… Anche se Robert Capa riuscirà, con l’amico John Steinbeck, a visitare l’Unione Sovietica. Nel frattempo il fotografo ha fondato l’Agenzia Magnum. I due pubblicheranno nel 1948 A Russian Journal:Mosca e Stalingrado, Kyiv e Tbilisi, i kolchoz. Meraviglioso e incredibilmente evocativo lo scatto intitolato Donne che camminano in un panorama deserto. I 4000 negativi di Capa furono comunque tutti visionati dalla censura sovietica prima che egli potesse lasciare la nazione. È tuttavia una fantastica immersione nelle modalità quotidiane dei popoli visitati in quel viaggio nello sterminato Paese: le danze, la mietitura, la speranza, le bellezze architettoniche… ma anche le rovine.

Nel 1950 esce Report on Israel, con testi di Irwin Shaw, un reportage sulla proclamazione dell’indipendenza della nazione della stella di David, sulla successiva guerra arabo-israeliana, fra Tel Aviv, Gerusalemme e la Galilea. Ritratti bellissimi, sempre in quello splendido b/n, capace di restituire, nel gioco di luce e ombre, nel contrasto, ogni sfumatura emotiva e sentimentale.

1954, Guerra d’Indocina: altra devastazione… E qui il grande geniale fotografo troverà la morte calpestando una mina antiuomo. Aveva solo quarant’anni. Ma il suo lascito artistico, storico e culturale ha il crisma dell’immortalità.

Alberto Figliolia

Robert Capa. Nella Storia. MUDEC Photo, via Tortona 56, Milano. Mostra prodotta da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE, promossa dal Comune di Milano-Cultura, curata da Sara Rizzo e in collaborazione con l’agenzia Magnum Photos. Fino al 19 marzo 2023.

Orari: lun 14,30-19,30; mar, mer, ven e dom 9,30-19,30; gio 9,30-22,30.

Info: tel. 0254917 (lun-ven 10-17): http://www.mudec.it.

Biglietti: intero 12 euro, ridotto 10 euro. Il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura.

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Andrea Amato e l’Urania Basket

Non chiamatela “la seconda squadra di Milano”, anche se milita nella serie A2. Per passione e serietà non è seconda ad alcuno e ha una storia lunga, che data dal 1952. Una lenta e bella scalata ai vertici del cestismo italiano, che forse non è ancora conclusa. L’Urania Milano gioca nella seconda versione del leggendario Palalido, luogo dove si è fatta tanta parte della storia della pallacanestro milanese, italiana e mondiale. E vi evoluisce con lo spirito di chi vuole onorare sempre il gioco.

Il team, allenato da Davide Villa, ha un organico molto interessante, combattivo – in fondo sono dei Wildcats come quelli dell’Università del Kentucky – ed elegante: Giorgio Piunti; Matteo Montano; Rei Pullazi; Kyndahl Hill; Giddy Potts; Michele Ebeling; Matteo Cavallero; Matteo Chiapparini; Simone Valsecchi; Andrea Amato. Gli avversari con cui in questa stagione dovranno confrontarsi rispondono al nome di Pallacanestro Cantù (un colosso cestistico per storia e impatto), Cremona (due squadre), Treviglio, Torino, JB Monferrato, Agrigento, Latina, Piacenza, Rieti, Trapani, Stella Azzurra Roma, Piacenza. Un vero Grand Tour nel Bel Paese.

L’atletismo di Hill. La devastante potenza fisica di Potts – 188 cm x 98 kg – non disgiunta da una tecnica di prim’ordine, campione d’Olanda 2021. La suggestione di Ebeling, versatile guardia-ala di 205 cm, figlio dell’indimenticabile John, che con J.J. Anderson fece sognare Firenze (una delle migliori coppie mai ammirate sui parquet d’Italia. E tutti gli altri che versano sudore e talento in quel gioiello del palazzetto di Piazza Stuparich. E, dulcis in fundo, Andrea Amato, 28 anni, 190 cm, il play della squadra che nel momento in cui scriviamo è sesta in classifica, con 5 vinte e 4 perse, reduce dall’aver espugnato il campo di Roma. Andrea Amato, milanese di Cesano Boscone, alle porte del capoluogo meneghino, scuola Olimpia e poi, nel suo curriculum, oltre all’Olimpia, Sangiorgese Basket, Junior Casale, Pistoia Basket, Vanoli Cremona, Scaligera Verona, Amici Pall. Udinese, Pallacanestro Varese, Nardò, Italia U18 e Italia Sperimentale. Un talento puro, fulgido, tecnicamente raffinatissimo, uno dei migliori giocatori italiani per classe. Un piacere per chi ama il bel gioco. Esteta della palla a spicchi e tremendamente efficace per visione di gioco, distribuzione assist e tiro risolutore.

Quella che segue è l’intervista che gentilmente ci ha concesso.

Le origini cesanesi in una piccola società di periferia, fra metropoli e campagna periurbana. Com’è nata la tua vocazione alla palla a spicchi?

-La mia passione per la palla a spicchi è nata quando ero piccolo, grazie a mio papà, il quale mi ha trasmesso amore e dedizione a questo magnifico sport. Ricordo ancora i primi piccoli canestri in salotto e le sfide con lui con una palla di spugna per non fare troppo rumore…

Hai fatto tutta la trafila nelle giovanili Olimpia…

-All’Olimpia devo la mia crescita come sportivo, ma soprattutto come uomo. Le giovanili all’Olimpia sono un’esperienza di vita, che ti insegna i veri valori, il rispetto per l’avversario, il rispetto per sé stessi e l’accettare a sacrificarsi giorno dopo giorno per il miglioramento quotidiano.

Poi un gran girovagare per la penisola fra innumerevoli realtà…

-Ho girato tanto in questi anni, ho giocato e vissuto in moltissime città della penisola. Tutte esperienze bellissime, città con tradizioni, con costumi e usanze differenti. La pallacanestro viene vissuta in maniera differente in base alla città in cui ti trovi. In alcune è l’unica cosa che esiste, è la religione; in altre viene vissuta come il passatempo della domenica. La vittoria e la sconfitta vengono vissute anch’esse in maniera diversa, ma, nel dubbio, sempre meglio vincere.

Il playmaker, un ruolo oltremodo pensante…

-Nasco come playmaker, ma non disdegno di giocare insieme ad altri palleggiatori. Mi è sempre piaciuto mettere in ritmo i miei compagni. Non è facile sotto pressione, con la velocità del gioco e l’alternanza delle azioni tra attacco e difesa, saper scegliere lo schema giusto, il compagno da cui andare in un preciso momento della partita, l’essere sempre in contatto con l’allenatore. Mi considero una persona molto empatica, riesco a capire solo con uno sguardo l’emozione dei miei compagni, se sono felici o tristi, se vogliono la palla l’azione successiva o se preferiscono altro. Anche se a volte è difficile poter soddisfare tutti.

Parliamo un po’ dell’Urania, la tua attuale compagine: prospettive, dimensione societaria, ambizioni…

-L’Urania è una società sana, gestita da persone serie, competenti e vere. L’obiettivo di quest’anno è sicuramente il raggiungimento di una salvezza tranquilla, visto che ci saranno sei retrocessioni, ma penso che con il lavoro quotidiano e il miglioramento, alla lunga potremmo riuscire a raggiungere i playoff.

Talento o tenacia o entrambe per approdare ai livelli del professionismo e per restarci?

-Il talento è sicuramento importante, ma, se a quello non si aggiungono la tenacia, la voglia di lavorare e l’attitudine al sacrificarsi quotidianamente in palestra, non si arriva in alto. Un ragazzo può diventare un giocatore di serie A, “solo” con la tenacia e il lavoro. Al contrario, solo con il talento non si può.

Il tuo sogno nel cassetto?

-Il mio sogno nel cassetto è quello di riuscire a giocare più tempo possibile ad alto livello e, a fine carriera, voltarmi indietro e non avere rimpianti, sapendo di aver dato il massimo in ogni singolo momento.

Lo stato dei playmaker italiani?

-Playmaker italiani di qualità ci sono sempre stati, ma negli ultimi dieci anni si è preferito naturalizzare o andare a cercarli altrove. Sono contento che negli ultimi anni molti playmaker italiani abbiano sfruttato le loro occasioni per mettersi in mostra e guadagnare uno status importante.

Che cosa non va o che cosa deve essere migliorato nel movimento?

-Sicuramente i settori giovanili in Italia hanno avuto un calo drastico nella qualità del lavoro e nella capacità di sfornare giocatori in grado di giocare ad alti livelli sin da piccoli. Questo per me è il più grande problema attuale. Bisogna investire nei settori giovanili.

Il tuo ballhandling è eccezionale, il tiro può essere mortifero, la visione di gioco eccellente. Quanto ci hai lavorato e ci lavori?

-Ti ringrazio dei complimenti, ma si può sempre fare meglio. Palleggio e tiro sono le cose che alleno di più, da quando sono piccolo: tutti i giorni. Ore e ore passate in palestra, al campetto, in cameretta, a provare e riprovare. Il segreto è la costanza e la dedizione.I tuoi beniamini cestistici?

-Il mio idolo cestistico, fin da quando ero piccolo, è Allen Iverson, giocatore dall’atletismo incredibile e dalla fantasia fuori dal comune. Ha inciso molto sul mio modo di giocare fino a quando sono arrivato a un momento della mia carriera in cui ho dovuto decidere se inseguire il suo modello oppure avvicinarmi a giocatori dallo stile meno elegante e spettacolare, ma magari più concreti e solidi, come Spanoulis o Diamantidis.

E in altri sport?

-Sono anni che non pratico altri sport per la paura magari di farmi male o infortunarmi. Meglio concentrarmi sul basket, finché potrò.

Hai ereditato i geni della fantasia e della creatività anche da tuo padre Domenico, grande pittore?

-Mio papà è un pittore incredibile e sicuramente essergli stato di fianco per tutta la vita mi ha aiutato ad alimentare creatività e fantasia. Ma è anche un cestista (seppure amatoriale) dalla grande visione di gioco e dall’estro importante. Ricordo che iniziai a provare i primi passaggi no-look dopo averglieli visti fare al campetto di Via Trento di Cesano Boscone, in cui passavo moltissime ore nelle mie estati giovanili.

I tuoi compagni e il tuo quintetto ideali?

-Ho avuto la fortuna di giocare con compagni fortissimi (e sempre brave persone). Se dovessi fare un quintetto dei compagni più forti con cui ho giocato o comunque con cui mi sono trovato meglio direi: Phil Green (Verona), Alessandro Gentile (Milano), Mattia Udom (Verona), Gerla Beverly (Udine). Ovviamente playmaker io (ride, nda).

Un messaggio ai tifosi dell’Urania e a quelli del basket in generale…

-Un messaggio che mi sento di mandare ai tifosi dell’Urania è quello di supportarci e di venire numerosi all’Allianz Cloud (il Palalido, nda), perché abbiamo veramente bisogno di essere trascinati dal pubblico milanese, un pubblico competente, che capisce di basket e che è capace di dare calore e amore ai propri giocatori. Vi aspettiamo numerosi!

Chi scrive può confermare quanto sia appassionante assistere alle partite dell’Urania: un clima professionale e, nel contempo, di familiarità. Una società sana, con un bel panorama di giovani e giovanissimi cestisti alle spalle, pronti a entusiasmarsi per le gesta dei protagonisti in prima squadra e, magari nel tempo, con il giusto spirito a emularli.

Alberto Figliolia

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Sandro Botticelli, il docufilm

Non solo La Primavera o la Nascita di Venere. La vita artistica di Sandro Botticelli – nato Alessandro di Mariano di Vanni Filipepi, il figlio più giovane del conciapelli Mariano di Vanni, nel 1445 a Firenze e qui morto nel 1510 – è costellata di capolavori: dalle splendide Madonne ai quadri di soggetto mitologico, dalle Natività e altri soggetti religiosi ai magnifici e magistrali ritratti o alle illustrazioni della Commedia dantesca. Indubbiamente nell’immaginario collettivo La Primavera e la Nascita di Venere la fanno da padrone avendo influenzato innumerevoli altri artisti della modernità e della contemporaneità. Eppure questo incommensurabile talento, dopo avere incontrato un precoce e formidabile successo, finì i suoi giorni povero, malato e pieno di debiti, cadendo nell’oblio per secoli fino alla riscoperta da parte dei Preraffaelliti. Da questo movimento in poi la fortuna di Botticelli non è più venuta meno.

Iconico, innovativo, rivoluzionario, controcorrente, maniacale nel proprio lavoro, coltissimo e tormentato – subì certamente l’influenza del predicatore Girolamo Savonarola, ciò che si rende evidente nella seconda parte della sua produzione – in cerca incessantemente di un modello ideale di bellezza, che avrebbe trovato e che, in ogni caso, si sarebbe rivelato canonico, pur con disparate gradazioni e (re)interpretazioni.

La grandezza di questo colosso della pittura viene straordinariamente raccontata nel film d’arte Botticelli e Firenze. La nascita della bellezza, progetto originale ed esclusivo di Nexo Digital (coproduzione Nexo con Sky e Ballandi), che sarà sugli schermi italiani (270 sale, ed è prevista la proiezione in 50 Paesi del mondo) dal 28 al 30 novembre. Una narrazione che si sviluppa fascinosamente fra immagini e analisi dei dipinti, la quinta architettonica e scenografica di Firenze, in tutto il suo splendore e nei gioiosi, gloriosi o drammatici avvenimenti storici di quei decenni (La congiura dei Pazzi), gli interventi di storici e critici d’arte, una suggestiva colonna sonora, la bellissima voce di Jasmin Trinca ad accompagnare lo spettatore in un viaggio di scoperta e meraviglia che si rinnova.

Francesca Priori, la sceneggiatrice della pellicola, ha tenuto a sottolineare come il giovane Sandro, esordio col botto con La Fortezza (1470), avesse subito rotto gli schemi: il primo a far guardare alla donna ritratta gli spettatori, in un rovesciamento dei codici. E il primo a proporre un nudo. “Botticelli era trasversale, un grande storyteller”.

Il regista Marco Pianigiani rileva la fortissima emozione provata nell’osservare, nella solitudine degli Uffizi, quegli immortali dipinti. Bellezza fresca, grazia, naturalezza. “Ho provato anche a colpire l’immaginazione dei giovani. Il film ha un valore divulgativo”. Pianigiani, parlando di Botticelli, spende anche i termini di fashion – non pochi gli stilisti e le stiliste che a lui si sono ispirati – e onirico, a dimostrazione della complessità dell’opera botticelliana (anche Andy Warhol riprese la Nascita di Venere, e altri l’hanno citato come Terry Gilliam, David LaChapelle, Jeff Koons e persino Lady Gaga).

“Con Lorenzo il Magnifico l’equivalenza Arte e Potere si manifesta in ogni ambito economico, politico e sociale e si concretizza in dipinti, affreschi, palazzi, chiese e cappelle. Gli straordinari artisti che operano con le loro botteghe nel cuore della città trasformano Firenze in un museo a cielo aperto: sono gli anni della primavera fiorentina, della scoperta dell’America, dei contrasti con il Papa, delle lotte tra le grandi famiglie di banchieri e commercianti. A fine Quattrocento Firenze è paragonabile alla New York degli anni Ottanta, fatta di espansione economica e culturale, con commerci e scambi da ogni dove […] Dalle meravigliose Madonne alle pitture dei responsabili della Congiura dei Pazzi giustiziati e impiccati fuori dalla Porta della Dogana al Palazzo Vecchio, dall’Inferno dantesco alle Pietà, dagli antichi dei della mitologia ellenica sino al Dio apocalittico del Savonarola…”.

Fra gli esperti che compaiono nel film: Alessandro Cecchi, direttore del Museo Casa Buonarroti di Firenze; Ana Debenedetti, curatrice della sezione Disegni e dipinti del Victoria & Albert Museum di Londra; Franco Cardini, professore di Storia medievale all’Università di Firenze; Jonathan Nelson, professore di Storia dell’arte presso la Syracuse University di Firenze; Marco Ciatti, Direttore dell’Opificio delle pietre dure di Firenze; Kate Bryan, storica dell’arte; Chiara Cappelletto, professore associato di Estetica al Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano.

E ci si perde nei fiori, a centinaia, de La Primavera (1478-82)… myosotis, iris, fiordalisi, ranuncoli e papaveri, margherite, viole, il gelsomino. “Etereo e perfetto, il giardino de La Primavera è la sintesi della filosofia neoplatonica in voga alla “corte” del Magnifico. Col Rinascimento è infatti giunto il momento del ritorno degli antichi dei: Botticelli regala nuova vita ai miti creando così le sue opere più famose ed enigmatiche oggi conosciute come “mitologie botticelliane”. Con Pallade e il Centauro (1482 circa) e Venere e Marte (1483 circa) il pittore porta le dee e gli dei dell’antica Grecia nel cuore della Firenze del Quattrocento, nella costante e febbrile ricerca di un modello di bellezza che va oltre la rappresentazione della realtà, oltre l’accademia. La Nascita di Venere (1483-85) è emblema e realizzazione concreta della sua aspirazione. Figure longilinee, curve morbide e armoniose: i volti delle veneri di Botticelli si specchiano in quelli delle sue madonne e viceversa. Simili eppure uniche, sono destinate a imprimersi nella memoria collettiva come prototipo della bellezza ideale, sfidando i secoli e le mode. Nel 1492, la morte di Lorenzo il Magnifico sancisce la fine di un’epoca d’oro. Le prediche apocalittiche di Savonarola infiammano le folle fiorentine. Ardono i falò delle vanità che sacrificano i simboli del tempo, opere d’arte comprese. È questione di poco, prima che i gusti dei fiorentini si adeguino ai precetti del frate domenicano. Le committenze cambiano e Botticelli stesso si adatta realizzando altri capolavori come la Natività mistica (1501) e il Compianto sul Cristo morto (1495-1500), lasciando che sinuosità e morbidezza delle forme cedano il posto a linee spezzate e contrasti cromatici violenti”. Si tratta in ogni caso, va da sé, di opere sensazionali, come testimonia la stessa Crocifissione con Maria Maddalena penitente e un angelo (Crocifissione mistica), lavoro dalla potentissima emozionalità e di una sconvolgente modernità quanto a resa.

Ma in ogni dipinto Botticelli sorprende: da L’adorazione dei Magi (1475 circa) in cui traccia il proprio autoritratto (il primo in piedi a destra) volto verso l’osservatore, composizione di massimo equilibrio, al Ritratto di Smeralda Bandinelli (1470-75 circa), che fu acquistato per poche sterline da Dante Gabriel Rossetti (Smeralda pare davvero sortire dal quadro); dall’enigmatico Ritratto di ignoto con medaglia di Cosimo de’ Medici (1475) alla delicata Annunciazione (1489-90 circa), così misurata così  piena di grazia ed eleganza. E non da meno sono i disegni danteschi (93 pervenutici, di cui 4 colorati).

Un genio totale, specchio di bellezza (e ricerca) senza fine, oltre qualsivoglia barriera temporale.

Per chiudere il cerchio segnaliamo anche l’uscita di un graphic novel, molto bello e riuscito, sul nostro pittore: Botticelli. Una storia fantastica di Alberto Bonanni (sceneggiatura) e Gianmarco Veronesi (disegni), produzione di Sky Arte & Tiwi. Il romanzo in tavole, con tratti di visionarietà, di un’esistenza artistica irripetibile e perfettamente contestualizzata dal punto di vista storico.

Alberto Figliolia

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Quasi ogni giorno passo

Quasi ogni giorno passo

davanti al luogo dov’è morto

mio padre alla vigilia dell’alba

di una giornata fra bruma e sole

con le foglie a danzare

a un pallido vento

sospese agli invisibili fili

di ragnatele brinate;

lancio un pensiero

all’indirizzo dell’ampia struttura,

là dove il dramma finale

è stato recitato,

e vado dritto, stranito

di tanta accettazione.

Stanotte ho sognato

di cugini duplicati

e sorelle fumanti

in un’animata piazza parigina,

poi ero in viaggio

per la Siria, che confinava

con la Svizzera:

fra grattacieli e macerie,

fra il suq e anse di lago,

mattonelle di pavé e labili orizzonti.

Su una gradinata

attendevo

in quello strano crepuscolo scintillante

l’arrivo e la partenza,

l’automobile ingombra

di vecchie speranze.

Ora la campagna si snoda

brulla, arata, marrone

nel telepatico sospiro

di tutti gli animali finiti,

degli esseri sfiniti,

coi pioppi a slanciarsi nudi,

neri, nel cielo azzurro informe,

sterile commovente invocazione

al dio assente

mentre rievoco

riannodandoli come corde

i transeunti anni

della mia coscienza.

Alberto Figliolia (da “Domestiche affezioni”, Prospero Editore, 2019)

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Le nostre anime di notte

Un’opera deliziosa, delicata, profonda, poetica. Sulla solitudine, sull’amore. Sull’amore che non ha età. Sul pregiudizio che non comprende. Ne Le nostre anime di notte, in una scena minimalista, si muovono Addie e Louis, due anziani, e vicini di casa, che cominciano a frequentarsi per un’idea in apparenza balzana di Addie: perché non dormire insieme e nel letto parlare, raccontarsi, vincendo quella disgregazione interiore generata dall’esser soli? Senza l’idea del sesso.

E il “progetto”, con la sua parvenza d’assurdo, funziona. Addie e Louis s’innamoreranno, nonostante i figli, condividendo sogni e ricordi in un potente e gentile flusso emozionale. Fino a che…

Eccelsa la prova attoriale del duo Elia Schilton-Lella Costa, capaci entrambi di esprimere la complessa e variegata gamma sentimentale richiesta dai personaggi interpretati, la sottile e pur divorante ansia esistenziale che trova un fecondo riposo in questo “improbabile” e riuscito connubio. Dramma – il passato, come recita il titolo di un bellissimo romanzo di Gianrico Carofiglio, è sempre una terra straniera – e gioia si alternano e malinconia e speranza. Una storia magnificamente diretta da Elena Sinigaglia, che ha chiesto a Emanuele Aldrovandi di adattare al teatro il romanzo di Kent Haruf, pubblicato in Italia da NN Editore. “Un romanzo straordinario, di quelli che si incidono nell’anima – spiega la regista nelle note di regia – e le regalano sollievo e fiducia. Una storia lieve, sussurrata nella notte. Niente urla, niente violenza, niente arroganza. Non si sgomita qui per affermare il proprio diritto ad esistere, tutto qui è in punta di piedi, delicato, mite. Un vero balsamo per chi si sente stritolato da questo mondo strillone e brutale. Le loro parole diventano confessioni, le loro confessioni sono conforto e assoluzione. Il loro amore è una nuova speranza di vita. Perché si può “rinascere” a qualsiasi età, perché il bisogno di ascolto e vicinanza è salvezza per l’uomo”. La vicenda di questo intenso innamoramento si svolge in una piccola città americana con tutto il suo corredo di abitudini sociali e storie. “Un dettaglio per raccontare l’universale”.

Le nostre anime di notte (felici anche le scelte musicali di Sandra Zoccolan) sarà in scena sino al 27 novembre. Da segnalare anche la perfetta alternanza fra i dialoghi diretti e quelli narrati. Lo struggimento coglie, con un senso di pienezza e di meraviglia per ciò che la vita può riservare anche al suo tramonto. “La vita può sorprenderti sempre – la parola ancora a Serena Sinigaglia – se solo non ti arrendi, se dai spazio ai desideri più giusti. Immagino una camera da letto, che ricorda gli interni di Hopper, pulita, ordinata e piena zeppa di ricordi. Nel corso delle loro conversazioni notturne la camera si trasforma, si smonta, come se il loro incontro ponesse nelle giuste scatole i ricordi, anche quelli più amari, e aprisse lo sguardo verso orizzonti nuovi. Così, come per magia, la stanza sparisce, niente più pareti, finestre, mobili, cornici, lasciando spazio ad un cielo meravigliosamente stellato, ad una notte che avvolge e protegge, a due esseri umani vicini, abbracciati, dannatamente vivi, nonostante l’età, le tragedie e i fallimenti vissuti, gli ostacoli, i giudizi, la paura. E forse è questa la libertà”.

Alberto Figliolia


Le nostre anime di notte. Fino al 27 novembre. Teatro Carcano, Corso di Porta Romana 63, Milano (M3, Crocetta).

Info e vendite online: info@teatr.ocarcano.com; www.teatrocarcano.com.

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“Fantasmi” di Paolo Panzacchi

Ho le lacrime che spingono dietro gli occhi, vogliono farsi strada, uscire, sgorgare, bagnarmi il viso, scendere […], entrare e arrivare fino al petto, violarmi anche questa volta.

Fantasmi e demoni: interiori, quelli che posson rendere la vita un loop senza scampo, un cielo infernale, un insondabile e atroce enigma, un pantano che imprigiona volontà, energie, mente e cuore.

Giulio, 35 anni, una vita segnata dalla morte del suo migliore amico a causa di un incidente automobilistico di cui si sente colpevole, irrimediabilmente, implacabilmente colpevole. Un evento luttuoso dirimente, divisivo, uno scivoloso crinale, una discrasia nell’itinerario evolutivo di quell’ancor giovane esistenza. Un senso di colpa schiacciante, divorante, che fagocita ogni capacità di costruire e (inter)agire.

Permane un involucro esteriore di normalità, un mero camuffamento – la “fuga” a Londra, la carriera nella City, il perfezionismo e l’accanimento lavorativo – ma il prezzo è alto, troppo alto. La lacerazione del tessuto psichico – o dell’anima, se in essa si vuol credere – pare ineluttabile. L’alcol come rifugio, il silenzio cupo, sterile, arido, la rabbia che esplode gelida… E poi c’è Carlotta, fidanzata storica, abbandonata negli anni londinesi e ripresa dopo il ritorno di Giulio dall’Inghilterra. Carlotta, che era sprofondata in un nero gorgo di depressione, sesso e droga, e che nel matrimonio e in un figlio desiderato coltiva la speranza di un più degno avvenire, riscatto e realizzazione. Carlotta, l’altra protagonista/antagonista di questo splendido dolente malinconico romanzo di Paolo Panzacchi, Fantasmi, edito da Clown Bianco (Collana Margini, 2022, pp. 190, euro 17,50).

Splendidamente impaginato e con una grafica lineare e perfetta, Fantasmi non è una storia consolatoria, non vi è lieto fine (in apparenza), ma ha il merito di sondare, con acutezza spietata, il segreto che si cela in un destino individuale, in ogni destino, nelle correnti psichiche che incessantemente ci solcano e scavano.

In una notte da tregenda psichico-sentimentale, in una tempesta di lacrime, rimpianti e ricordi, in una tormentosa folla di pensieri, Giulio incontrerà la misteriosa Greta, la quale potrebbe assurgere al ruolo di dea ex machina, di benefica catalizzatrice, strumento di palingenesi esistenziale. Ma anche Greta ha un passato duro con cui fare i conti. Nella fiera dei giorni è veramente data una seconda possibilità?

Carlotta, dal desiderio frustrato di maternità, nel frattempo è con l’amante Diego. Il baratro è pronto a ghermire tutti: le figure principali e le comparse (o si è tutti comparse illudendosi d’esser primattori?).

La scrittura di Panzacchi è raffinata e solida, piena, inchiodando il lettore senza tregua né requie: capitoli datati come un diario in soggettiva, brevi, incisivi, fulminanti. Come una corsa senza freni o una rotta senza correzioni, un deragliamento, un naufragio annunciato su aguzzi scogli. “Nessun uomo è un’isola” è stato scritto. Ma forse non corrisponde al vero questo assunto/precetto intriso di lirismo, non per Giulio, un intruso a sé stesso nel panorama devastato dei giorni e della memoria.

Come sia potuto accadere che, in una notte di fine settembre, io sia finito in giardino durante un temporale, a fissare un albero del quale non ricordo la specie, lo so bene, questo mi è ben chiaro. È colpa dei fantasmi.

Intanto però suona il telefono di casa… Greta? Una seconda opportunità? Una luce all’orizzonte stranito, stremato?

Alberto Figliolia

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Match d’Improvvisazione Teatrale e altro ancora…

Non solo Poetry Slam, non solo Stand-up comedy, ma anche… Match d’Improvvisazione Teatrale, fenomeno che forse è anche più antico dei pur nobili generi citati nell’incipit. Sono 45 anni che si pratica questo spettacolo “sportivo-artistico”, codificato in Canada e sparsosi poi ovunque, Milano compresa. Nel capoluogo meneghino è Isabella Cremonesi, attrice di lungo corso e straordinaria abilità/versatilità e fondatrice del Teatro Vigentino (via Matera, Milano), ad avere sperimentato e fatto ampiamente conoscere l’Improvvisazione Teatrale.

Un primo appuntamento si è tenuto in ottobre, un secondo cadrà sabato 19 novembre, ore 20,30, al Teatro EDI Barrio’s (piazza Donne Partigiane, Milano), e vedrà contrapposte le compagini teatrali di Milano e Torino. Si tratta certo di una formula artistica molto originale, estremamente coinvolgente, perfetta per avvicinare anche un pubblico giovanile, performativa e di contenuti.

Isabella Cremonesi, autentica dea ex machina, viene a conoscenza dell’Improvvisazione Teatrale nel settembre 1997, iscrivendosi alla LIIT (Lega Italiana Improvvisazione Teatrale), in quel tempo la sola scuola esistente per il genere: «Fu per me una scoperta fantastica di creatività e divertimento, che da allora non ho mai più abbandonato. Anzi grazie ad essa dal 2000 sono diventata professionista dei Match d’Improvvisazione Teatrale e ho persino inaugurato nel 2005 il Vigentino, il primo teatro in città dedicato esclusivamente a corsi e spettacoli di improvvisazione».

Entusiasmo e passione alle stelle, assolutamente benvenuti in un periodo successivo a chiusure e problemi assortiti legati alla fruizione degli eventi culturali. «Cosa mi ha dato l’improvvisazione? Come dico sempre ai miei allievi mi ha salvato la vita. Nel senso che grazie ad essa ho imparato ad accettarmi. Ora riesco anche a dire di amarmi. Il bello di questa arte è che ti permette di valorizzare le diversità o quelli che giudichiamo difetti. Non solo: in questi 25 anni, passati anche attraverso il Vigentino, mi ha dato modo di conoscere persone meravigliose, di tutte le età e personalità, con cui ho condiviso momenti di vita. Con alcune per un breve periodo, con molte altre per anni, ma un buon numero di esse, credo, legherà questa esperienza al mio nome per sempre. Quando la scorsa stagione, pur con le iniziali restrizioni, abbiamo avuto modo di organizzare alcuni match al Vigentino, mi ha impressionato molto vedere affluenza a quelle date, quasi sempre sold out. Sentivo la necessità fisica della gente di tornare alla socialità e al divertimento, dal vivo. Con la voglia di risvegliare creatività, fantasia e prontezza di spirito, qualità che da sempre il Match, in tutti questi anni dal 1977, ha contribuito a stimolare. Se ne è parlato tanto durante la pandemia, ma in questi ultimi tempi ho notato maggior consapevolezza da parte del pubblico circa il lavoro che sta dietro al mondo dello spettacolo: sento gli spettatori più rispettosi della professione mia e dei colleghi, con un maggiore apprezzamento, gratificato dalla loro presenza e riconoscenza. È con questo spirito, proprio per liberare quella voglia di condivisione a lungo negata, che siamo pronti a tornare ufficialmente in scena lanciando una serie di sfide “campanilistiche” al Barrio’s con i migliori ‘giocattori’ professionisti del Nord Italia: dopo lo scontro con la Leonessa d’Italia siamo pronti per Milano vs Torino, il prossimo 19 novembre».

Vulcanicamente pronta è Isabella. Per il 19 novembre i ‘giocattori’ – magnifica definizione! – milanesi saranno Sara Balducci, Giulio Larovere, Emanuele Vasta, e quelli torinesi Valentina Pintau, Andrea Bruno, Roberto Zunino. Maestra di Cerimonia, come in un Poetry Slam, la stessa Isabella; arbitro Alessandro Losciale; musico Alessio Penzo.

Per chiudere l’anno si potrà poi assistere alla sfida Milano versus Bologna, sabato 17 dicembre, sempre alle ore 20,30 al Teatro Edi Barrio’s. Ma ci sono anche i confronti fra amatori: Brenta versus Caiazzo (venerdi 11 novembre, ore 20,30) e Turro versus Lorenteggio (venerdì 2 dicembre, ore 20,30), ambedue al Teatro del Vigentino.

Per prenotazioni e info: prenotazioni@teatrodelvigentino.it (specificando nome e cognome e quanti posti): sito Internet www.teatrodelvigentino.it; tel. 0255230298.

Non guasta peraltro un po’ di storia… “Il Match d’Improvvisazione Teatrale ® nasce nel 1977 a Montréal nel Québec, ad opera di due attori canadesi, Robert Gravel e Yvon Leduc, realizzando l’utopia di una performance teatrale completamente improvvisata. Tale performance è stata codificata secondo un format artistico-sportivo, in una scenografia da partita di hockey su ghiaccio, sport nazionale canadese, caratterizzato da due squadre di attori che si sfidano, nel corso di 90 minuti di “gioco” suddivisi in due tempi, con storie improvvisate sotto la regia di un inflessibile arbitro che detta temi e categorie delle improvvisazioni. Nel Match vengono esaltate creatività, fantasia e prontezza di spirito dei professionisti che in scena sono allo stesso tempo attori-autori-registi, insieme alla partecipazione interattiva del pubblico che assiste ogni volta ad una serata completamente diversa e ovviamente irripetibile. Il pubblico, in questo format, è protagonista tanto quanto le squadre: non solo perché può votare dopo ogni improvvisazione, ma perché suggerisce i temi all’arbitro. A completare il quadro un Maestro di Cerimonia spiega le varie fasi del gioco e un musico, anch’esso improvvisatore, crea le giuste atmosfere. Questa competizione artistico-sportiva fra due squadre di “giocattori” nata in Canada diventa rapidamente un fenomeno nazionale e lo spettacolo d’improvvisazione teatrale più rappresentato al mondo. Da allora si diffonde a macchia d’olio, incrementando sempre più la rete di scambio internazionale: attualmente, ogni anno, vengono organizzati tornei locali, nazionali e mondiali. Il Match arriva anche in Italia per la prima volta a Firenze nel 1989 e da lì a breve prende rapidamente piede anche in altre città di tutta la penisola. A Milano la sede ufficiale è il Teatro del Vigentino: dal 2007 Isabella Cremonesi detiene i diritti del Match d’Improvvisazione Teatrale Gravel-Leduc® su Milano, Monza e relative province – per l’Italia invece Francesco Burroni”.

Aggiungiamo che il Teatro del Vigentino trova dimora all’interno di un grande cortile in un’area colma di storia e di emozioni, un tempo di piena proprietà della famiglia Cremonesi. Ancora un po’ di storia… “Il bisnonno di Isabella, Antonio Cremonesi, nato nei dintorni di Lodi nel 1859, cominciò a lavorare venendo a Milano sui carri che partivano dalle campagne di primo mattino, arrangiandosi a fare il manovale per qualsiasi lavoro richiesto. Negli anni andò affermandosi sempre più professionalmente ed economicamente: fu probabilmente all’inizio del Novecento che acquistò una vecchia cascina agricola nell’attuale via Matera 5, che allora però era circondata da marcite a prato, e a poco a poco la trasformò in deposito con stalle per i cavalli, attrezzandola per diverse attività di manodopera. Quando il bisnonno abbandonò il lavoro, l’attività a conduzione familiare passò ai due figli, uno dei quali era Cesare Cremonesi, nonno di Isabella. Con la morte di Cesare nel 1950, Claudio, il padre di Isabella, rimase l’unico erede maschio di tutta la famiglia, ma, ottenuta la laurea e seguiti altri interessi professionali, l’azienda fu chiusa a metà degli anni ’50, l’area affittata ad altre imprese, del cui affitto la nonna di Isabella, Esther Restellini in Cremonesi, visse fino alla sua morte avvenuta nel 1997. Nel 1997, alla morte dell’affittuaria, l’area fu venduta e suddivisa in piccole proprietà, di cui solo una piccola parte fu mantenuta da due delle eredi, le sorelle Francesca e Isabella Cremonesi. Oggi Francesca vi pratica la sua attività di giardinaggio mentre Isabella, con l’intento di creare dal vecchio appezzamento un nuovo luogo di libera espressione artistica ha fondato il Teatro del Vigentino, divenuta casa dell’improvvisazione teatrale a Milano, per corsi, match e spettacoli. Inaugurato il 30 settembre del 2005, ad oggi è sede ufficiale dei Match D’Improvvisazione a Milano e anche di corsi, workshop e laboratori coreografici ispirati al lavoro di Enrique Pardo del Pantheatre di Parigi, con cui collabora da anni”.

«Entrando in via Matera si respira un’aria di casa, un’atmosfera unica, che deriva dalle persone che si incontrano e dalle storie del passato che ne hanno costituito l’anima» spiega Isabella. «Sono partita da zero e per i primi anni ho dovuto lavorare sodo per raggiungere un buon livello di notorietà e farmi conoscere dagli allievi, soprattutto in zona: ho fatto pubblicità tramite il passaparola e volantini artigianali distribuiti nei punti nevralgici della città. Non avendo grandi possibilità economiche, date le grandi spese effettuate per la ristrutturazione del teatro, oltre alle mie attività teatrali ho ospitato anche vari corsi quali yoga, danza del ventre e danza africana, tenuti da altre insegnanti. Negli anni le attività non prettamente teatrali poco alla volta hanno abbandonato questa residenza e attualmente il Teatro del Vigentino è divenuto la Casa dell’Improvvisazione Teatrale a Milano».

“Oggi il Teatro del Vigentino oltre a corsi, laboratori teatrali sull’improvvisazione e sulla sperimentazione in scena, offre una stagione esclusivamente di Teatro di Improvvisazione”. «Le soddisfazioni sono state e continuano ad essere tante, le persone qui si sentono a casa. Lo scopo dei miei corsi in fondo è proprio questo: far sì che le persone stiano bene! L’improvvisazione aiuta ad esprimersi liberamente senza giudizi, senza impostazioni, anzi stimolando la natura creativa di ciascuno facendo leva sul divertimento. Ed è proprio ciò che crea questo clima familiare: in questi anni sono stati tantissimi gli allievi, dai 6 ai 70 anni, che si sono succeduti, tante le vite che hanno vissuto il teatro con gioia e divertimento. Tanti gli allievi che mi hanno anche supportata favorendomi in tutto ciò che potesse essere utile – foto, video, sito, allestimento teatro prima e dopo gli spettacoli, trasporto materiali – con la voglia di aiutare me e il mio progetto non solo materialmente, ma anche umanamente negli inevitabili momenti di sconforto: sono stati e sono la mia forza».

Un’autentica storia di passione culturale ed esistenziale, ultra-lodevole, esemplare. Divertimento e arricchimento del proprio bagaglio di conoscente felicemente coniugati.

Alberto Figliolia

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Italia-Brasile 3 a 2, il ritorno

Ci sono giorni di un passato individuale anche remoto, in relazione ai canoni che governano la vita umana, che si imprimono nella memoria e che, se richiamati, ci riportano con assoluta e cristallina precisione a quanto in quel momento di quella data stavamo facendo o a dov’eravamo. Ciò  avviene anche per alcuni eventi sportivi epocali – lo sport ha in fondo una valenza epica, quasi sovradimensionale talora. Italia-Brasile 3-2 del 5 luglio 1982 ha tale portata.

Sembrava una sconfitta annunciata, fu invece un trionfo clamoroso, che ci avrebbe proiettati alla conquista del terzo Mondiale della nostra storia calcistica. Per arrivare alla finalissima dovevamo dunque abbattere il colosso verdeoro, una équipe costituita da straordinari campioni, definiti dalla stampa specializzata come marziani: Sócrates, Zico, Falcão, Junior, Toninho Cerezo, Éder… Ma un uomo con il numero 20 sulla maglia sbucò dal nulla per infilare tre palloni nella porta delo stordito Valdir Peres: il compianto Paolo Rossi.

L’epopea che è quel match viene magnificamente raccontata da Davide Enia nel suo Italia-Brasile 3 a 2, il ritorno, in scena al Piccolo Teatro sino al 20 novembre. Iperboli, parabole, metafore, riferimenti all’attualità, salti in un passato ancora più antico, sagge e colte digressioni immerse in un linguaggio popolare, in un suggestivo e meraviglioso pastiche italo-palermitano, si susseguono in un’opera bella, limpida e a tratti misteriosa, poiché anche di destini si parla.

Davide Enia è uno splendido mattatore che sa alternare e mescolare con sapienza i registri narrativi e sentimentali, ora convulso e fiammeggiante come i fuochi d’artificio ora quieto e piano quando intervalla, parallelamente all’intervallo della partita, il racconto del dramma della Dinamo Kiev, trasformata in Start, che osò sconfiggere nell’Ucraina occupata la squadra dei nazisti in una partita che avrebbero dovuto perdere perché fosse dimostrata la superiorità della razza ariana. Invece l’orgoglio spinse i componenti della leggendaria squadra a vincere. Anche questa fu Resistenza. E non fu presa bene dai nazisti.

1-0, 1-1, 2-1, 2-2, 3-2 e il quarto gol di Antognoni, regolarissimo, annullato per un inesistente fuorigioco. Poi una delle parate del secolo con Dino Zoff che inchioda il colpo di testa imperiale e imperioso di Oscar sulla linea di porta. Un miracolo… della volontà! Davide Enia sulla sua sedia o in piedi, nel salotto della sua dimora palermitana, trascorre dalla gioia alla disperazione, in un’altalena infinita di emozioni: fra vis comica e tensione, paura, ansia, catarsi, si restituisce tutto il pathos di quella infinita partita, tanto simbolica per il nostro immaginario, nonché una sorta di allegoria della vita.

Perfetto anche l’accompagnamento musicale, con il fuori programma, nel bis, di uno scatenatissimo rock in cui il buon Davide palesa eccellenti doti canore. Sempre sorprendente!

La ripresa di questo bellissimo spettacolo avviene a quarant’anni da quel match e a venti dal suo debutto. “Una partita epica che offre lo spunto per rievocare il ricordo, intriso di gioia, di quella vittoria, insieme a non poche domande: cosa resta oggi delle voci e delle gesta dei tanti protagonisti di quella avventura? E quanto siamo cambiati, noi e il mondo, da allora?”. Paolo Rossi è morto troppo presto, cosi come il Dottor Sócrates, chiarissimo esemplare di un calcio intelligente e non avulso dalla realtà socio-politica. Stupendo anche l’excursus su Garrincha, alegria do povo brasiliano, ala destra fenomenale, il volo di un uccello storto, libero ed elegante, una finta irresistibile, di più… micidiale, un tiro imprevedibile, la più grande ala della storia, un poeta del gioco con la sua zoppia divenuta punto di forza, campione del mondo 1958 e 1962 e morto in solitudine, povero e alcolizzato. Per sempre nella fantasia e nei sogni con la sua ingenuità, la bontà, la classe senza pari.

“Un anniversario speciale, in occasione del quale Davide Enia ha deciso di tornare a confrontarsi con il testo originale, riproponendolo in una nuova versione: il mondo è cambiato, diverse sono le urgenze, i vuoti urlano più dei pieni, si profila un conflitto sociale durissimo, la pandemia e il lockdown hanno rimesso in discussione il teatro, la sua urgenza, il suo fine. Italia-Brasile 3 a 2 opera su un doppio binario: la coscienza collettiva e la coscienza intima. La partita della Nazionale contro il Brasile diventa uno strumento liberatorio, il suo ricordo è intriso di gioia. Ma c’è anche qualcosa che appartiene a una dimensione più profonda, legata a doppio filo con l’essenza del teatro stesso: il rapporto tra i vivi e morti. La presenza degli assenti continua a vibrare da questa parte della vita, e i tanti protagonisti di questo testo oggi non ci sono più: è morto Pablito Rossi, è morto Enzo Bearzot, è morto Sócrates, è morto Valdir Peres, è morto lo zio Beppe (uno degli spettatori domestici di quell’afosissimo 5 luglio 1982 palermitano, nda)”. “Eppure i loro occhi – commenta Enia – le loro voci, le loro gesta continuano a ripresentarsi come presenze vive, scena dopo scena, parola dopo parola, gol dopo gol, schiudendo le porte dell’inesprimibile, invitando ad abbandonarci al mistero, permettendoci di scorgere ciò che brilla nel buio e non fa male”.

90 minuti + recupero visionari e, nel contempo, palpabili come materia concreta, che vale la pena di vedere, la balconata e la platea del teatro come un educatissimo e composto stadio, ma oltremodo vibrante dentro, tutti immersi in un’esperienza altamente emozionale, nel segno della condivisione.

Alberto Figliolia

Italia-Brasile 3 a 2, il ritorno, di e con Davide Enia.  Piccolo Teatro Grassi, via Rovello 2 , Milano (M1 Cordusio). Sino al 20 novembre.

Musiche in scena: Giulio Barocchieri, Fabio Finocchio. Luci: Paolo Casati.

Suoni: Paolo Cillerai.

Produzione: Teatro Metastasio di Prato, Fondazione Sipario Toscana. Collaborazione alla produzione: Fondazione Armunia Castello Pasquini Castiglioncello-Festival Inequilibri.

Orari: martedì, giovedì e sabato, ore 19.30; mercoledì e venerdì, ore 20.30; domenica, ore 16. Lunedì riposo.

Durata: 90 minuti più recupero.

Prezzi: platea 33 euro, balconata 26 euro.

Informazioni e prenotazioni: tel. 0221126116, sito Internet http://www.piccoloteatro.org Milano.

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Munch. Amori, fantasmi e donne vampiro

Un uomo tormentato, un artista geniale. Tutta l’ansia e l’angoscia dell’homo contemporanaeus e la folla delle domande che da sempre investono e travagliano l’umanità e ogni destino individuale. E il desiderio, la passione, con l’impotenza e il delirio, la ricerca di un senso (ve n’è o bisogna lasciarsi andare all’implacabile flusso cosmico?). Il nome è Edvard Munch, norvegese, pittore sublime sempre, anche negli incubi a occhi aperti di tanti dei suoi quadri, fra malinconia, amore, solitudine, disperazione.

Munch. Amori, fantasmi e donne vampiro è il magnifico film d’arte (prodotto da 3D Produzioni e Nexo Digital, regia di Michele Mally e co-sceneggiatura di Arianna Marelli) che ne racconta la parabola esistenziale e artistica attraverso le sue vicissitudini e le tele (e la loro ripetizione, quasi un’eco dei turbamenti profondi dello spirito). La dura e rigida educazione impartita dal padre medico, ferventissimo luterano, e soggetto alla depressione, la morte precoce per tubercolosi della madre e di una sorella, e un’altra sorella finita in manicomio per schizofrenia, gli amori sul crinale di un’instabilità perenne, la bohème di Oslo, il silenzio dei fiordi, le presente intuite nei boschi, L’urlo, simbolo della condizione umana, dell’inascolto…

Dal 7 al 9 novembre nelle sale cinematografiche italiane sarà proiettato questo prezioso docufilm, un viaggio nell’odissea umana di Edvard, sondata in ogni sua fibra non solo con l’aiuto dei dipinti o delle stampe (una produzione a propria volta eccellente), ma anche con l’ausilio dei taccuini – la scrittura di Munch era altrettanto netta, tagliente, precisa, acuta, perfetto pendant ai colori.

Sfilano i capolavori e gli episodi di questa vita eccezionale, nello svolgersi del dramma e di una formidabile creatività: La bambina malata, la Madonna così sui generis, in primis splendida sentina di vita, Il giorno dopo, intreccio fra eros e thanatos, e tantissimi altri. Ed è la bravissima attrice Ingrid Bolsø Berdal ad accompagnarci nei meandri delle creazioni munchiane, negli immediati e nei reconditi significati delle sue opere, mai etichettabili in un genere (troppo multiformi il loro svolgersi e l’ispirazione). Per chi poi volesse approfondire la conoscenza dell’arte di Munch a Oslo si trova il museo a lui dedicato, per sede un grattacielo che ospita ben 28.000 opere fra dipinti, stampe, disegni, quaderni di appunti, taccuini di schizzi, foto ed esperimenti cinematografici. Il film… “Allo stesso tempo, è anche un viaggio attraverso la Norvegia di Munch, alla ricerca delle radici e dell’identità di un artista universale, che ci invita a interrogarci sul tema principale del suo multiforme lavoro: la sua idea di Tempo. Munch scrive: Non dipingo ciò che vedo, ma ciò che ho visto. E in effetti ha ripetuto i suoi soggetti, dipingendo e ridipingendo le stesse immagini per conservarle nel suo atelier, ponendo le basi della pratica dei Multipli. Il suo personale concetto di Tempo si rispecchia in un equilibrio delicato e originale tra passato e presente, uno strumento per vivere la propria esistenza, un ponte attraverso le dimensioni dell’universo per entrare in contatto con il mondo dei fantasmi e degli spiriti”. Munch è stato un indagatore della realtà interiore più inaccessibile e un visionario, in cerca delle altre dimensioni che sfuggono ai limitati sensi umani.

Ogni forma d’arte, di letteratura, di musica deve nascere nel sangue del nostro cuore. L’arte è il sangue del nostro cuore, era il pensiero di Edvard. “Munch visse ottant’anni travagliati, tra problemi psichiatrici, alcolismo e isolamento. Eppure, la lettura psicoanalitica della sua opera non basta. I lasciti di Munch sono troppo potenti: come artista, ha riempito decine di taccuini con pensieri, schizzi e annotazioni e ha accumulato centinaia dei suoi dipinti e stampe. Storici dell’arte come Jon-Ove Steihaug, direttore del

Dipartimento Mostre e Collezione del Museo MUNCH di Oslo, Giulia Bartrum, per decenni curatrice del British Museum, e Frode Sandvik, curatore del Kode di Bergen, analizzano i temi e le ossessioni della sua opera, ma anche le sue abilità artistiche e le diverse tecniche che ha utilizzato. La ricerca di Munch sull’animo umano e il suo tentativo di tradurre le emozioni su tela o carta trovano corrispondenza con le tecniche sperimentali che ha scelto di adottare, rendendo così le sue opere, come spiega la restauratrice Linn Solheim, estremamente fragili. Cruciale è anche l’esperienza della bohème fin de siècle: Munch ha vissuto da bohémien prima a Kristiania, dove rideva dei morti viventi borghesi divertendosi insieme allo scrittore anarchico Hans Jæger, al pittore Christian Krohg e alle donne dallo spirito libero che incarnavano una figura femminile moderna e indipendente nella società; e più tardi a Berlino, dove fece amicizia con il drammaturgo August Strindberg e si innamorò della magnetica Dagny Juel, frequentando satanisti e dottori che sperimentavano l’utilizzo della cocaina. Come spiega il Direttore del Museo MUNCH Stein Olav Henrichsen, gli artisti sono sempre in opposizione al proprio tempo, anche se – guardando indietro – li consideriamo rappresentativi di un particolare periodo della Storia. Anche il complesso rapporto di Munch con le donne, del resto, non può essere spiegato solo a partire dalle vicende biografiche, come la burrascosa relazione con Tulla Larsen, l’amante che sparò a Edvard durante una lite generata dal suo ennesimo rifiuto di sposarla. Tulla era solo una delle “Donne Vampiro” che Munch incontrò durante la sua vita. Per lui, trauma e arte, desiderio e tormento si fondono costantemente in un’intensa riflessione sulla donna: questa “sirena” ed enigmatica “sfinge”, per usare le parole dell’artista, che attrae e spaventa…”.

Nel docufilm riecheggiano i paesaggi del Nord, ora vivi ora lividi, le colorate tempeste delle aurore boreali, paesaggi fisici e, nel contempo, geografie dell’anima, illuminati dalla musica di Edvard Grieg. E la foresta e la spiaggia di Åsgårdstrand, Vågå e le alture degli antenati paterni, la casa dei pescatori a Warnermünde, in Germania, la tenuta Ekely vicino a Oslo, dove Munch passò gli ultimi trent’anni della sua vita, con il cavallo Rousseau e i cani, e dove dipingeva tornando compulsivamente sui temi prediletti della sua meditazione. “Negli occhi anziani degli ultimi autoritratti possiamo vedere la storia di inizio Novecento, le vibrazioni dell’etere che provenivano dalle nuove scoperte scientifiche elettromagnetiche, e quelle ambigue relazioni di amore e dolore che costellarono la lunga vita dell’artista. Ma ancora – come suggeriscono gli storici dell’arte Elio Grazioli e Øivind Lorentz Storm Bjerke – in questa continua ripetizione, così come negli esperimenti visivi attraverso il cinema e la fotografia, possiamo trovare la chiave per entrare nel Tempo di Munch. Ciò che resta è una richiesta di salvezza, una sorta di apertura agli spiriti, ai fantasmi che aleggiano intorno a noi, “con Molecole più leggere e inconsistenti”. A oriente del sole, a occidente della luna”.

Splendida anche la colonna sonora della pellicola che include brani di repertorio, fra cui quelli del compositore e organista norvegese Iver Kleive. Il musicista e compositore Maximilien Zaganelli è invece l’artefice delle musiche originali, che saranno riprese dall’album Munch. Love, ghosts and lady vampires-Music insipired from the film, in uscita a novembre su etichetta Nexo Digital e distribuzione Believe Digital.

Il film è uno spettacolo di bellezza composita, offrendo una vastissima materia di riflessione su ciò che non siamo e su ciò che quindi siamo o vorremmo essere, indovinando, intuendo altri mondi dentro di noi, come scatole cinesi, e fuori di noi, oltre gli orizzonti d’infinita luce. Anche l’angoscia – nonostante l’apparente paradosso – è un’opportunità, una via.

Alberto Figliolia

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