La rivolta dei brutti

Claustrofobico e ossessivo, inquietante e deviato sovente è il pensiero del proprio fallimento esistenziale, una sorta di impotenza applicata alle relazioni, una impossibilità di comprendere e instaurare, da parte del maschio, rapporti affettivi soprattutto con l’altra metà del cielo. Esiste un termine, Incel, una fusione dall’inglese Involuntary Celibate, vale a dire… “uomini sessualmente frustrati che utilizzano slogan come “Il femminismo è il problema e lo stupro è la soluzione”. Il problema insanabile degli “incel” è la totale mancanza di fascino, la completa incapacità di seduzione, non sempre legata all’aspetto fisico”.

Da questo presupposto si origina la pièce, dai toni altamente drammatici – non viene escluso fra le sorgenti del problema il disagio che nasce da dinamiche familiari malate – La rivolta dei brutti, in scena sino al 24 ottobre al Teatro Litta (corso Magenta 24, Milano). Non secondaria peraltro nello sviluppo del fenomeno la mononuclearità indotta dall’utilizzo massimizzante e fuorviante dell’online. Per un negativo e solipsistico mantra ripetuto alla nausea, un loop senza rimedio né requie, un buio ripiegamento all’interno di un pozzo di sofferenza, uno stato di putrefazione interiore. Sulla scena i quattro bravissimi protagonisti si muovono fra la realtà – aggressiva, violenta, non mediata neppure da un barlume di pensiero fine ed equilibrato – e, talora (o spesso?), la cornice-schermo di uno smartphone, falso medium-profeta. E la realtà è poi davvero realtà? E l’ingerenza incontrollata del virtuale quanto modifica la corretta percezione degli eventi?

Bene Filippo Renda nel suo testo e nella regia Stefano Cordella hanno saputo rendere questa problematica, coadiuvati dall’ottima prova del quartetto attoriale costituito da Salvatore Aronica, Francesco Errico, Giorgia Favoti e, in duplice veste, Filippo Renda. Chi non ricorda il massacro di Isla Vista, in California, nel 2014, allorché Elliot Rodger, ventitreenne studente universitario, dopo avere ucciso a coltellate tre suoi coinquilini, con pistola e auto ammazzò altre tre persone e molte ne ferì, per togliersi infine la vita? Un manoscritto-testamento di duecento pagine descriveva minuziosamente idee e prodromi (e confusione) per quello che sarebbe mutato in tragico evento.

Se tale strage non è esplicitamente citata nella rappresentazione, tuttavia il meccanismo sta alla base dell’idea della narrazione dramaturgica. “La rivolta dei brutti si svolge in Italia, e racconta la storia di quattro ragazzi della nostra generazione che rivivono il meccanismo violento alla base della strage di Isla Vista senza che esso accada mai in scena; racconta il tentativo di giustificare un maschilismo feroce attraverso dinamiche vittimiste; racconta le modalità con le quali la rete amplifica ed esaspera le frustrazioni generazionali e crea dei ghetti virtuali che nella coscienza degli utenti diventano luoghi reali. Incel è un neologismo nato dalla contrazione di Involuntary Celibate, “celibe involontario”. Un termine con il quale si definisce una community online di soli uomini, che affermano di non riuscire a trovare un partner sentimentale o sessuale, nonostante lo desiderino, attribuendone la responsabilità alla donna, alla società e al loro non essere attraenti.”

Di seguito riportiamo le note di drammaturgia a cura di Filippo Renda: “Il mio interesse per la cronaca nera non è frutto di un’attrazione pruriginosa per il male e le sue forme: trovo che l’analisi di un evento eccezionale sia un ottimo strumento per rintracciare gli elementi essenziali in esso contenuti che accomunano un’intera società. Mi interessa comprendere e soprattutto nominare quei meccanismi presenti nella vita quotidiana di tutti noi che possono, in condizioni particolari, portare ad avvenimenti di violenza eccezionale, ma che sono già violenza. Motivo per cui in questo testo non racconto direttamente la storia di Elliot Rodger ma una storia più vicina allo spettatore, perché la violenza e la sopraffazione possano essere riconosciute e problematizzate quando in potenza e non solo quando in atto”. Esemplare.

Completiamo con le note di regia: “Quando ho letto il testo mi ha subito colpito come la presenza dei vari schermi e dispositivi tecnologici (computer, cellulari, videogiochi) diventasse un rifugio per i protagonisti, uno spazio in cui la violenza può esplodere senza controllo e innescare azioni estreme e pericolose. Con i miei collaboratori (Stefano Zullo scene e costumi, Fulvio Melli light designer, Gianluca Agostini sound designer) abbiamo cercato di mettere il fuoco su questo delicato confine tra virtuale e reale creando uno spazio non naturalistico che amplificasse il rapporto con lo schermo/specchio delle dispercezioni che stanno sì alla base della dinamica Incel ma sono anche profondamente radicate nel substrato culturale di molti uomini”. Come si può ben constatare, tanta è la carne al fuoco per una proficua meditazione e perché non cali l’attenzione, individuale e pubblica, sul disagio latente, che, trascurato a oltranza, non riconosciuto o non curato, può volgere in disastro e catastrofe, o veicolato in maniera non virtuosa tramite i social.

Last but not least, è stato bello rivedere una sala di teatro piena. Davvero una magnifica sensazione. Tornare a respirare cultura… pubblico e artisti avvinti insieme in un ideale abbraccio.

Alberto Figliolia

La rivolta dei brutti (durata dello spettacolo: 75 minuti), una produzione di Manifatture Teatrali Milanese. Teatro Litta, corso Magenta 24, Milano. Fino al 24 ottobre.

Orari: da martedì a sabato ore 20.30, domenica ore 16.30.

Info e prenotazioni: e-mail biglietteria@mtmteatro.it, tel. 0286454545.

Biglietti e abbonamenti sono acquistabili sul sito http://www.mtmteatro.it e sul sito e punti vendita vivaticket.it. I biglietti prenotati vanno ritirati nei giorni precedenti negli orari di prevendita e la domenica a partire da un’ora prima dell’inizio dello spettacolo.

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Io mi ricordo

Io mi ricordo di quando son volato in Etiopia.

E mi ricordo della capitale variopinta,

brulicante di umanità,

degli ombrelli usati come parasole,

dei mercati organizzati o improvvisati,

dei colori come un arcobaleno

che penetrava gli occhi,

dei falchi che volteggiavano

concentrici sulle baracche di plastica e lamiera,

dei canti malinconico-allegri

e delle vorticose danze di capelli

di donne belle come regine.

E mi ricordo dei villaggi

fra boscaglia e terra arida,

né savana né foresta,

dei bambini a frotte

con il sorriso sulle labbra

– anche se non ricordo il loro nome –

della chiesa di legno

dove l’offerta era una pannocchia di mais,

della polentina che cuoceva nello spiazzo,

del neonato nella capanna di fango.

E mi ricordo di quel bimbo piccolo piccolo

che trascinava fra pietre e macerie

un secchio blu più grande di lui

e dei bambini di strada nella notte mi ricordo,

della loro paura e gentilezza,

e di quell’altro accovacciato con la madre

in un angolo di strada.

Tutto questo io ricordo.

Alberto Figliolia

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Il migliore. Marco Pantani

Epos, poesia e fatica. Il ciclismo è uno di quegli sport che si sedimentano nella fantasia popolare: sotto il solleone o la pioggia, fra fango e polvere, lungo le salite impervie o nelle pianure sterminate, corrono i ciclisti alla dura meta. Pagine letterarie – Alfonso Gatto, Dino Buzzati, Gianni Brera, Gianni Mura – e pagine felicemente scritte/scolpite nella memoria collettiva degli sportivi e non solo: Fausto Coppi, Gino Bartali, Felice Gimondi, Alfredo Binda, Ottavio Bottecchia, Costante Girardengo, Francesco Moser, per restare fra i nostri, e… Marco Pantani, il Pirata, l’uomo con la bandana che in salita accendeva i razzi, partiva e nessuno lo prendeva più, nessuno lo vedeva più… Un mito già a ventotto anni quando nel 1998 vinse di seguito Giro d’Italia e Tour de France, staccando tutti ogni volta che la strada s’inerpicava: scatti potenti eppure aerei, lui volava agguerrito e, nel contempo, composto, energia pura e levità.

Poi nel 1999 a Madonna di Campiglio, con un altro Giro d’Italia in tasca e una probabile doppietta in vista con l’immediato a seguire Tour, lo stop per l’ematocrito alto. Il campione tanto osannato fu posto alla gogna. Si parlò apertamente di doping. Crollo dell’immagine, stigma. Ma la verità è che Pantani non fu mai trovato positivo, mai. Dicesi mai…

Capro espiatorio, vittima in un gioco oscuro, che sfuggiva al campione? Si parlò anche di scommesse e mafia. Intanto l’uomo di Cesenatico che con le due ruote aveva in mano il mondo si ritrovò circondato di voci malevole, di attenzioni morbose, coinvolto in procedimenti penali per frode sportiva. In poche parole, un panorama atletico ed esistenziale di macerie e rovine laddove era stato un principesco palazzo di soddisfazioni e fama e ammirazione e riconoscenza.

Una vicenda inquietante, enigmatica, tuttora in spire tenebrose. Il migliore. Marco Pantani è il docufilm in programmazione nelle sale italiane dal 18 al 20 ottobre. Una pellicola che svela anche il Pantani intimo, il giovane romagnolo che inseguiva un sogno: tenace, imprendibile, determinato, più forte delle sventure – incidenti in serie ne costellarono la carriera: riemerso sempre in ogni circostanza, con il suo impagabile motore fisico e le sue gambe perfette che mulinavano rapide e armoniose; tranne dopo Madonna di Campiglio…

Pantani con gli amici, Pantani e la sua città marina, Pantani in famiglia, Pantani che pedala e pedala e pedala per il proprio desiderio di ragazzo: vincere la corsa in rosa! E Pantani distrutto, gli occhi rossi per le lacrime trattenute. Ma lui era un ragazzo cresciuto con dei valori forti. Perché avrebbe dovuto barare? Lo sanno bene coloro che gli stavano vicinissimi sin da quand’era un imberbe ragazzino con ancora la criniera piantata in capo. Pantani nelle parole toccanti della madre Tonina e del padre, del suo scopritore, dell’avvocato che lo difese e piange al ricordo, del portavoce che viveva con lui fianco a fianco. Pantani che gioca e scherza con la combriccola di sempre, Pantani ghiotto di piadine e di fichi. Pantani prima star poi reietto e paria, abbandonato al dolore, nella vergogna per un presunto, e per l’appunto, mai provato doping. E se avessero crocifisso un innocente?

E la morte, a soli trentaquattro anni, anch’essa misteriosa e mai chiarita. Overdose di cocaina od omicidio? Troppi dubbi, troppi dubbi…

Restano le immagini di un campione impareggiabile, le sue gesta sublimi di grimpeur; restano il coraggio e l’intelligenza tattica in gara, “il cuore nelle gambe e la forza di un leone”; e la sua fragilità umana. Un giorno eroe, il giorno dopo scarpa rotta.

Il film passa in rassegna con le immagini dell’alma mater Cesenatico – nel sole, ma anche nella nebbia o con la neve – una vicenda umana eccezionale, che dà luogo a rimpianti (e a rimorsi). Interviste ben contestualizzate nel fluire di fotogrammi e video ricostruiscono il talento tecnico-atletico, la psicologia e la sensibilità culturale di Marco, che ora pedala lassù, più leggero e più forte che mai.

“Fin dalla prima sequenza, il regista Paolo Santolini – nato e cresciuto in Romagna come Pantani – mette in chiaro che, qui, si parlerà d’altro e in altro modo. E questo ‘altro’ è l’universo umano, sociale e culturale in cui il campione si è formato: una comunità affettiva e affettuosa di familiari, amici, sostenitori, che, a distanza di quasi vent’anni dalla sua morte, non vogliono e non possono parlare di lui al passato. Sono i loro volti e le loro voci a dare una vertiginosa ‘presenza’ al campione romagnolo, a riportarlo tra noi invincibile e ferito, forte e vulnerabile, per sempre giovane, in attesa di riscatto. Attraverso materiali d’archivio pubblici e privati e conversazioni intime e toccanti con i familiari, l’allenatore dei suoi esordi, gli amici più cari, il film ripercorre la vita di un grande ciclista sullo sfondo della sua Cesenatico, un piccolo centro affacciato sul Mar Adriatico, un paese dell’anima che non ha mai smesso di credere che “uno così non cede”.”

Il migliore. Marco Pantani è prodotto da Okta Film con Rai Cinema, in collaborazione con Fondazione Marco Pantani e con la partecipazione di Stregonia, Capelletti-Ehlers e Fondo Audiovisivo Friuli Venezia Giulia, ed è distribuito al cinema da Nexo Digital in collaborazione con i Media Partner Radio DEEJAY eMYmovies.it.

Alberto Figliolia

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Venezia. Infinita avanguardia

Un incanto senza fine. Una magia senza pari, non svelabile e, nel contempo, così palese (e felicemente stordente) agli occhi del cuore e della mente da lasciare perennemente senza fiato, in preda a una estatica meraviglia. Un sogno d’acqua e pietra in una dimensione sospesa, atemporale. Eppure così concreta. È Venezia, città unica al mondo, 1600 anni di vita. Una storia leggendaria e, come detto, intrisa di pragmatismo. Venezia: città di affari e mercanti; scrigno di bellezze e arte e cultura e, ancora adesso, di progettualità, laboratorio permanente di idee.

Venezia. Infinita avanguardia è il docufilm, splendido, che si proietterà nelle sale cinematografiche italiane dall’11 al 13 ottobre. Un’opera raffinata e composita in cui la città lagunare viene mostrata in tutte le sue innumerevioli sfaccettature: dallo scintillante passato al presente nonostante tutto vivacissimo e a ogni possibilità futura. Il viaggio che noi spettatori compiamo nello scorrere dei fotogrammi e delle immagini – montaggio perfetto e fotografia di rara preziosità estetica – è favorito dalla sapiente presenza e dagli interventi di Carlo Cecchi, magistrale cicerone, dalla musica per la circostanza composta ed eseguita dalla talentuosa pianista di origine polacca Hania Rani e dalla calda voce narrante di Lella Costa. La regia è di Michele Mally, il soggetto di Didi Gnocchi, che è pure sceneggiatore insieme con Sabina Fedeli, Valeria Parisi, Arianna Marelli. La produzione è della 3D Produzioni e Nexo Digital con la collaborazione di Villaggio Globale Internazionale, il sostegno di Intesa Sanpaolo e la collaborazione speciale della Fondazione Musei Civici di Venezia

“… soprattutto, Venezia è unica per la sua identità di città ossimoro che tiene insieme DNA opposti in una formidabile contraddizione: il fascino della decadenza e la frenesia dell’avanguardia […] il film documentario prende avvio dall’immenso patrimonio veneziano per raccontare i palazzi che ospitano capolavori e oggetti storici, le connessioni artistiche e culturali, i nessi visivi che, viaggiando tra le epoche, vanno a comporre il ritratto di una città futuribile.”

Si succedono nella ispirata e suggestiva colonna sonora della Rani i commenti storico-esistenziali di Cecchi, “in un gioco di rimandi e riflessi tra musei, calli e meraviglie veneziane. A tenere il filo tra questi due diversi sguardi e, soprattutto, tra due diverse generazioni c’è la voce narrante di Lella Costa, una voce femminile per sottolineare che, da sempre, Venezia è donna.”

I Tiepolo e Tintoretto, Longhi e Canaletto, il Guardi, Fortuny, l’eccentrica Peggy Guggenheim, la Biennale Arte e la Mostra Internazioned’arte d’Arte Cinematografica, Emilio Vedova e Luigi Nono, ma anche Porto Marghera, gli innumerevoli eventi che hanno costellato l’esistenza della città senza auto, panoramiche mozzafiato, ponti e ponti e ponti, Hugo Pratt e Corto Maltese, Murano, Torcello e Burano, Igor’ Stravinskij e Sergej Djagilev che scelsero di farsi seppellire nella loro città del cuore, e Wagner che vi morì e Brodskij, la poesia di un luogo inestimabile, per cui è difficile trovare od esaurire gli aggettivi. Uno stupore che avvolge e penetra nell’anima di chiunque vi si muova.

Emblema del film potrebbe ben essere l’affresco Il Mondo Novo di Giandomenico Tiepolo, a Ca’ Rezzonico, “dove la società veneziana del ‘700, accorsa ad ammirare quella sorta di “lanterna magica” che era il cosmorama, si accalca a stupirsi e a nutrirsi delle meraviglie del mondo che verrà, in un gioco di incastri e illusioni ottiche.”

E, ancora, il Canal Grande, il Museo Correr, Carpaccio e la sua impareggiabile straordinaria minuzia figurativa, Bellini, il Veronese, Canova, gli scatti di Carlo Naja che furoreggiarono per tutto il continente europeo, gli antichi mestieri ritratti da Enrico Fantuzzi, Carmelo Bene nella sua lettura del manifesto futurista Contro Venezia passatista, il trasgressivo Carnevale, l’Arsenale, gli elefanti del Circo Togni che marciano o stazionano in posa sui ponti storici, le commedie di Goldoni, i caffè, Cole Porter, i murales di Banksy, John Ruskin, “la vibrazione cromatica e meditativa dell’acqua raccontata da Turner”, la Giudecca, Lucrezia Cornaro Piscopia, “prima donna laureata della storia, la determinazione delle cortigiane, i vetri di Murano e i capolavori di Giuseppe Lorenzo Briati, le fughe di Casanova, il MOSE e l’emergenza ambientale, Thomas Mann, le spoliazioni napoleoniche, il soggiorno dell’Imperatrice Sissi, gli intarsi di Andrea Brustolon che Balzac soprannominò il “Michelangelo del legno”, la suggestione del Teatro La Fenice, uno dei templi della musica più belli del mondo.”

Dispiace addirittura quando la proeizione termina. Ci si vorrebbe ancora perdere in quel “labirinto di storie, opere d’arte, palazzi, personaggi della vita sociale e culturale, luoghi, stravaganze, tradizioni. È un’esperienza sensoriale fatta di luci, acqua e musica.”

Non ultimo è il corredo di testimonianze, eccellente pendant, di storici dell’arte e urbanisti, sociologi e filosofi, musicisti e scrittori, giornalisti e artisti vari, fra cui, per esempio, Ai Weiwei e Anselm Kiefer, o la figlia di Arnold Schönberg e moglie di Luigi Nono, Nuria Schönberg.

“Perché Venezia non si è mai fossilizzata nella conservazione di una sola identità storica, ma ha sempre lasciato che il genio e la creatività dei viaggiatori di passaggio e dei suoi stessi abitanti, con estro e trasgressione, continuassero a reinventarla. Sarà la grande sfida del futuro, per risolvere le emergenze e i problemi, per una città che vuole essere all’avanguardia nella cultura, nella creatività ma anche nella sostenibilità del domani.”

Imperdibile, da Sindrome di Stendhal. Dopo i titoli di coda si vorrebbe correre ad acquistare subito il biglietto per Venezia è là fermarsi perdendosi nei riflessi mobili, cangianti ed eterni dell’acqua, là dove dolcemente precipitano, per risalire poi nell’aere, i ricami di pietra che compongono la città.

Alberto Figliolia

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“L’isola di Caronte” di Alessandro Buttitta

Caronte occhi di bragia, il gran traghettatore di ombre che furon vita. Ustica, paradiso nell’azzurro infinito del mare. Un’impresa di pompe funebri per un morto eccellente nell’isola: un giornalista antimafia, Peppino Vella, trovato cadavere dopo un fatale volo dalla scogliera.

Alessandro Buttitta scrive un romanzo – dal titolo emblematico: L’isola di Caronte (pp. 152, euro 15, 2021, Laurana Editore) – che è più di un giallo-noir: una storia di atmosfera culturale ed esistenziale di rara finezza, una disamina della psicologia di una terra complessa quale la Sicilia è, misteriosa, ineffabile, preziosa, dove può capitare di non dire per dire, dove il silenzio stesso parla e talora grida, dove lo spessore umano, individuale e relazionale, è potente, figlio di un bagaglio culturale antico (talvolta arcaico), di variegati umori e suggestioni, intrecci e sedimenti. Oscura e splendida Sicilia, terra magica di generosi abitanti.

Andrea Mangiapane è un trentenne nel cui bagaglio sono due lauree, del tutto inutili a trovare un’occupazione, fino a quando non sarà lo zio a collocarlo in un’agenzia di pompe funebri, la Vita Natural Durante, di proprietà, ça va sans dire, del Signor Durante. Disilluso e disincantato, ma mai cinico, tutt’al più provvisto di una sana dose di stoicismo, è Andrea, e dotato di grande acume e ipersensibilità, ciò che gli consentirà, fra un’elucubrazione e l’altra, di svelare l’arcano di quella strana morte. Intorno a lui si muove una congerie di personaggi che vanno ben oltre il limite della caratterizzazione stereostipata, componendo con singolare efficacia espressiva e icasticità una vera e propria commedia umana: i colleghi Nino e Salvo, zio e nipote, Giacomo Castiglia, nobile “decaduto” che ha scelto la parte di quello che accompagna nell’ultimo passaggio terreno colui/colei che fu, Beatrice, dal nome non casuale; e, ancora, l’amico carabiniere Marco, la composita famiglia del trapassato con le sue tensioni interne, sotteranee e divoranti (a spiccare l’inconsolabile e la chiacchierata, per i presunti allegri trascorsi, vedova), et alii.

Capitoli brevi, snelli e succosi portano da Palermo a Ustica nella quale si svolge gran parte della vicenda e nella quale Andrea deciderà di “seppellire le proprie ambizioni” piuttosto che “essere seppellito con le proprie frustrazioni”. Per una più matura consapevolezza di sé e del proprio luogo nel mondo.

Il mistero di quella imprevista morte infine, come detto, si svelerà e il funerale si celebrerà. Estremamente raffinate nel tratteggio le pagine dedicate alla veglia, in un clima di attesa e sospensione, un pathos quasi atemporale, un po’ come la morte, la gran bastarda serena che tutto appiana, dolori compresi.

Pregio del libro è anche, nonostante la drammaticità dell’evento scatenante, una sorta di levità ironica, che consente sì il distacco dall’incombente clima di tragedia, ma anche l’incipit per divagazioni/meditazioni sulle ragioni della nostra presenza nei giorni che scorrono, il senso-non senso che li domina. Il tutto in un quadro di quotidianità dai consumati riti che paiono celare, ma non possono, anzi rivelano…

“Erano le tre di notte, il quartiere abbandonato dalla luce elettrica. La luna aveva preso la scena e io, per la prima volta, osservai le stelle chiamandole stelle. Con i gomiti poggiati sulla ringhiera, non feci ricorso alle scorciatoie che avevo imboccato durante i miei primi trent’anni. Non c’erano né pastori erranti dell’Asia a tenermi compagnia, né cavalieri intenti a recuperare senni perduti a darmi conforto, né tantomeno sommi poeti a indicarmi la via. Mi limitati a dare un nome alle cose riconoscendole e apprezzandole per quello che sono, non coprendole con inopportune nuivole di parole”. Un volume sciasciano, ricco nella sua essenzialità (lessico oltremodo curato), quello di Alessandro Buttitta, milanese (dal cognome di echi siciliani) classe ’87 che vive e lavora nella problematica, multiforme e meravigliosa Trinacria.

Una prova matura, un libro godibile e, nel contempo, di notevoli intenti, di ben congegnata trama, di dialoghi riusciti e capace di innescare feconde riflessioni.

Alberto Figliolia

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“Volti e profili di Bregaglia”, mostra di Wanda Guanella a Castasegna

Paesaggista dell’interiore, dell’intimo. Esploratrice delle geografie dell’anima e acuta osservatrice della realtà quotidiana nel suo placido o drammatico divenire. E ritrattista senza pari, contro qualsivoglia rischio di aneddotica. E, ancora, la forza primigenia dell’eros: carnale, sensuale, fecondo principio, pulsazione senza tempo e, nel contempo, specchio di una rara tensione spirituale. Con un segno inimitabile, prezioso sedimento di tutte le sue esperienze e di ininterrotti studi e sperimentazioni: un’essenzialità di linee e colori su sfondi neutri, che tuttavia mai neutri sono, ciò che ancor più pone in risalto la riproduzione, l’immagine. Iconica e splendida Wanda Guanella, settantasette anni di intatto stupore e meraviglia, enfant prodige capace di evolversi sempre, lungo un sentiero di continua temperie (e tempesta) del pensiero creativo, per uno stile mai artefatto: malinconica e vitalistica, dolente, ipersensibile e generosa nello spendere la sua arte, nel dono che ne fa a tutti noi (importante anche l’impegno sociale nel mondo dei disabili).

Volti e profili di Bregaglia è il titolo della nuova mostra dell’artista presso la Galleria Il Salice, nella piccola e magnifica Castasegna, là dove inizia la parte svizzera della Bregaglia, là dove era il più grande castagneto d’Europa e invero la Natura qui, armonizzata con l’intelligente e rispettoso lavoro dell’uomo, rallegra la vista e prende ancora l’anima. È la valle di Varlin e Giacometti, per intenderci. E l’artista chiavennasca, sospesa fra Italia ed Elvezia, ben ne rappresenta gli umori popolari, le suggestioni culturali, i valori ambientali – quanto è giusto parlare di genius loci!– dalla bellezza smisurata sino a penetrare le fibre dell’essere. Fino al 23 ottobre 2021, dal mercoledì al sabato (ore 15,30-17,30) oppure su appuntamento (via Principale 43, Castasegna, tel. +41 818221875, e-mail info@galleria-il-salice.com, sito Internet www.galleria-il-salice.com) si potrà ammirare l’esposizione.

Castasegna, borgo delizioso, come detto, in quella Val Bregaglia che con la Valchiavenna e l’Engadina ha il crisma dello spartiacque d’Europa, crocevia del vecchio continente – vedi Segantini e Nietzsche – coi suoi silenzi è una quinta perfetta per immergersi nell’universo di Wanda. A dire il vero, oltre che nella Galleria citata la mostra ha un secondo luogo in un locale posto di fronte alla sede principale: da visitare ambedue i siti.

Si è giustamente scritto della magistrale abilità di Wanda nel ritrarre volti da cui la luce estrae i sentimenti che albergano nel profondo: sofferenza, attesa, speranza mai doma o incognite vibrazioni; gente comune, contadini filosofi, madri; i visi degli anziani nelle cui rughe, strade dei giorni nel rosario degli anni, è inciso ogni caso dell’esistere, che sia foriero di gioia o travaglio. E anche le prove che virano dal figurativo all’astrazione pura colpiscono per le segrete armonie che ne trapelano: curve astrali, dolci abissi, orizzonti oceanici… Perché ci si smarrisce, felicemente, nella pittura della Guanella: per cogliere la complessità della vita-la semplicità della vita. Le sue pennellate, i “graffi”, le delicate colature, i fini tratteggi, la sapienza nell’uso del materiale, il moto delle mani, stazione d’arrivo del cuore e della mente, come dono ancestrale a catturare caratteri e tipi e atmosfere, disperazioni e aspirazioni… per svelare l’insondabile mistero.

Alberto Figliolia

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Yuri Catania, i gatti di Rovio et alia

Pioveva a dirotto. It’s raining cats and dogs, avrebbe detto un inglese. Pioveva a catinelle, che più a catinelle non si può: sul Lago di Lugano, sul Canton Ticino, a Maroggia, a Melano, a Rovio. È un luglio piovosissimo, un giorno d’imprevista tempesta, prima delle afe agostane, in questo folle andirivieni climatico-psico-esistenziale.

Non faccio in tempo a scendere dall’auto di Elena (Elena Wullschleger, scrittrice, favolista, artista e tante altre frecce al proprio arco, oltre a un’innata eleganza e raffinatezza) che son quasi tutto bagnato. Fradicio anche di vento e di freddo. La galleria però è calda. Calda di accoglienza. Siamo all’interno di Artrust (info@artrust.ch, + 41916493336, artrust.ch), poco discosti dalla strada cantonale, quasi celati all’indifferente traffico, al riparo dal turbine liquido che imperversa fuori. Artrust (In art we trust) = Arte + coalizione + confidare, una felicissima crasi/assimilazione consonantica per un luogo speciale.

In mostra, al pianterreno, le fotografie e un’installazione di Yuri Catania. Sì, la mostra del visual artist e photographer non è più visitabile, in quanto terminata, ma l’impressione della bellezza creativa e della potenza delle idee è indelebile (peraltro dal 7 settembre nei locali di Artrust si terrà dal 7 settembre 2021 la mostra All you need is Banksi).

Black flowers-Secret Garden sono fotografie (anche con intervento digitale/pittorico/3D) del giardino notturno di Yuri Catania in una sorta dispoglia wunderkammer: esplosioni di fiori come luci nelle tenebre e, qua e là, simboliche arcane presenze umane (diresti, a loro volta, essenze). Oltremodo suggestivo. Nella sala più grande invece è l’installazione American Flag IV-Videogame – legno, luci, fotografie virtuali – e un ulteriore assemblaggio: poltrona, schermo, da cui (e nella cui immersione) sono state ricavate quelle immagini di realtà virtuali e, nel contempo, iperrealistiche, riflessione sulla sovrapposizione di identità (sondare il nostra avatar interiore…), e libri, oggetti, riviste, il materiale più disparato che circonda la nostra vita e la ricerca sublime e disperata che in essa conduciamo.

Se di questa mostra (anche se sarebbe più utile un altro termine esperienziale, da coniare) parliamo per quanto finita, salendo a Rovio, delizioso paese in cui gli avelli romani fungono da fontane – dalla morte alla vita, nell’eterno ciclo – ci imbattiamo (e lì sono ancora mentre scriviamo) nelle gigantografie (in numero di sessanta) dei gatti e degli abitanti di Rovio affisse dallo stesso Yuri. Arte effimera, fruibile non per sempre, ma di fortissimo impatto e riconoscimento emozionale da parte degli individui e della comunità. I gatti di Rovio (www.gattidirovio.com, @i_gatti_di_rovio), mostra open air, tappezza di sé il nucleo storico di Rovio, “con lo scopo di creare un fenomeno culturale e di promozione territoriale che coinvolga giovani e famiglie da tutto il Ticino e oltre. Un percorso visivo dove protagonista è Rovio con i suoi abitanti e la sua storica architettura”. Coinvolti anche Comuni limitrofi che hanno donato propri muri.

Le opere sono ritratti d’autore: gatti e umani (i Roviesi sono noti come “gatti”). “In particolare, Yuri Catania si è interessato a ritrarre gli anziani, quelli che per vissuto, rappresentano e caratterizzano il territorio in quanto ne costituiscono la memoria e la storia. Tra i ritratti di Catania si segnalano quello della Signora Elsa, la ultracentenaria del paese nella sua casa natale, l’intera squadra di calcio di Rovio, la famiglia Mazzetti ritratta in tre generazioni e simbolo del paese dal 1500, il gatto blu nell’antica casa Bagutti, e poi innumerevoli ritratti di persone e gatti”. Una commistione di segno panteistico fra diverse nature nello splendido ambiente altrettanto condiviso fra rigoglio della Natura e architetture/lavoro dell’uomo. Armonia è la parola-sentimento che ci rotola dolcemente nei pensieri.

Yuri Catania è un milanese cosmopolita, di stanza a Rovio, uno dei suoi siti di elezione, già illustratore e folgorato sulla via di Damasco dalla fotografia in cui matura le più diverse esperienze, fino ad aprire una casa di produzione fotografica a New York. Dal 2010 porta avanti un affascinante progetto: No Fashion Places of America. Viaggiando con la moglie in roulotte per tutti gli States coglie fotogrammi, istantanee di vita vissuta, immagini mai banali, una vista profonda dentro, oltre, inside the people. Un magnifico libro fotografico racconta questa ispirazione, nutrita di osservazione empatica (nonostante il distacco oggettivo dello strumento): geografie e geometrie metropolitane, finestre come occhi, tramonti e marine, skateboard, i veicoli più improbabili, nuvole e grattacieli e tanto altro ancora.

Spiove, un barlume è il lago, un tenero scintillio. Sorseggio con Elena, Yuri e sua moglie, un delicato rosé, figlio del sole che percorre e batte soave queste colline, sangue della terra ticinese. Nella mente le soffici fusa dei gatti di Rovio, nell’anima una serena e meditativa pace (e serendipity)

Alberto Figliolia

(Dedicated to Yuri Catania)

I gatti di Edgar Allan Poe

e il multiverso di Dragon Ball,

arcobaleni senza radici,

una poltrona di pelle consunta

intrisa di sogni e pensieri,

una giacca che conobbe

la pioggia grigia e la corsa impazzita

del cuore sotto il bosco

del cielo (e negli squarci ataviche

nubi), il numero innumerabile

dei giorni (l’insondabile passato

nel futuro che cresce), la lingua

ininterrotta della strada,

l’ombra assente dei cactus

nel silenzio dei deserti

che corrono alla roulotte,

una canzone sulla passione

svanita, i neri dadi della sorte

in bilico sull’orlo dell’abisso

che ci affonda negli occhi,

un telecomando per ogni occasione

perduta, il vento dell’immobilità

e la brezza che scompiglia

il tempo dei ricordi, un caffè

nelle strade affrettate

della metropoli, la linea

sempre più in là dell’orizzonte,

la polvere d’oro rosso

del tramonto, le suole

d’aria per cammini

da intraprendere, il taccuino

della disperazione quotidiana,

l’amorfa scelta che ci spetta,

un’ancora di gioia nel mare

delle perplessità, uno schermo

pervinca con eroi oscuri

e fotogrammi di iperrealtà

dove l’io è l’avatar dell’avatar,

fiori a venire che sbocciano

nella notte (ferita di luce

che sarà), motori interstellari

per viaggi psichedelici,

il mistero della telepatia,

maghi e tombe scoperchiate,

il bianconiglio dell’infanzia,

neve radioattiva che cade

e risale nella boccia

della paura, infine il morso

crudele dell’amore a imprimere

la sua chiostra fra membra e mente

e il fiume di nostalgia

che l’esistere è…

Alberto Figliolia

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“Luigi Gualdi. Il Papillon italiano” di Mario Gualdi e Gabriele Moroni

L’inferno della Caienna. Un giovane italiano. Una storia maledetta culminata in una tragica morte.

Luigi Gualdi da Vertova, alta Val Seriana, anni Venti del secolo scorso, figlio di famiglia numerosa (11 fra fratelli e sorelle) e della povertà; dignitosa, ma sempre povertà (ma, ci domandiamo altresì, la miseria potrà mai essere dignitosa?).

Di simpatie anarco-socialiste, voglioso di uscire dall’indigenza, ma sprovvisto di mezzi e di istruzione (aveva frequentato sino alla terza elementare), Luigi decide nel 1923 di migrare oltralpe: Marsiglia e poi Gap. La vita è dura, il giovane ruba una bicicletta, ma non la fa franca. Arrestato, sconterà quindici giorni di carcere per essere, alla conclusione della pur breve pena, espulso dal territorio francese. Riportato a forza in Italia, vagherà fra Ventimiglia e Genova per circa tre mesi, non volendo rientrare al paese da sconfitto e umiliato. Varcherà di nuovo la frontiera, da clandestino questa volta. Sarà l’inizio di una odissea ancora più triste e penosa.

Luigi Gualdi. Il Papillon italiano… A distanza di quasi un secolo Gabriele Moroni, giornalista e autore di gran vaglia, cultura, curiosità e sensibilità, insieme con Mario Gualdi, nipote di Luigi, ha ripescato dai meandri dell’oblio la vicenda umana e le disavventure del giovane vertovese, che rivivono nel libro scritto a quattro mani, per l’appunto Luigi Gualdi. Il Papillon italiano (2021, pp. 160, euro 15,20, Diarkos).

È un racconto stringente, straziante, struggente, una discesa agli inferi, con un’analisi storica accurata e un’impeccabile ricostruzione degli eventi, compreso il duro corso della Giustizia, che avrebbero portato il povero Luigi alla Caienna e all’Isola del Diavolo. Ma, se la fortuna arrise al più celebre Henri Charrière che sarebbe infine riuscito dopo innumerevoli peripezie a rocambolescamente fuggire e a rifarsi una vita, così non fu per l’ingenuo e malcapitato Luigi che nella Guyana finì per morire di malaria (e stenti). Crudeli furono i giorni della prigionia e ancor più crudele il silenzio che circondò la scomparsa di Luigi, dal momento che i familiari lo vennero a sapere molto dopo, per intercessione delle autorità italiane presso quelle francesi. Le sue spoglie mortali, come quelle di tanti altri compagni di pena, furono affidate all’oceano e agli squali.

E com’era giunto alla Caienna Luigi Gualdi? Detto del suo rientro clandestino in Francia, Luigi cominciò, per inesperienza e disperazione, a frequentare ambienti poco raccomandabili e, soprattutto, la causa prima della sua rovina, tale Laurent Gauthier, detto Dedé, malvivente scafato e senza scrupoli. “Fra Gauthier e Gualdi si forma una coppia sgangherata quanto tragica”, è l’inizio della fine… In una notte da tregenda, in un tentativo di furto mal riuscito in una fattoria, Gauthier fulmina il proprietario. Anche se non spara, Luigi è suo complice. Comincerà una fuga spasmodica fra contrade, campagne, boschi e gelo (era dicembre), i due si separeranno, ma non vi sarà scampo. Il mal assortito duo sarà catturato. Seguirà il processo, che nel volume di Mario Gualdi e Gabriele Moroni viene ampiamente trattato con la riproduzione di documenti reperiti dopo un’accanita ricerca di archivio e nei giornali d’epoca. Luigi scamperà alla forca, pena inflittagli all’inizio, ma saranno comunque, in secondo grado, i lavori forzati a vita.

Dal carcere di Sisteron a quello di Fresnes, dove la rabbia di Luigi esplode – ciò che gli costerà l’inserimento nella terza classe criminale, “quella dei delinqunti più pericolosi, gli irrecuperabili. […] Per Gualdi è l’inferno del bagno penale.” Passato, presente e futuro si confondono: verbi in coniugazioni senza più alcun senso.

Impressionante, ai limiti dell’indicibile, è il resoconto del viaggio (in gabbia) verso quelle che, amara e non voluta ironia, vengono chiamate le Isole della Salvezza: specchio di barbarie senza fine. E poi… poi “Le condizioni di vita sono terribili: il calore è insopportabile, malaria e lebbra sono sempre in agguato. Nella giungla vivolo alligatori, serpenti, e animali feroci, i piranha dominano i fiumi. L’oceano Atlantico è infestato dai pescecani e vigilato dalle navi pattuglia. Il lavoro è pesantissimo, la disciplina spietata, I nuovi ranghi, nudi e prima di venire rivestiti cn sformati pantaloni da pigiama a strisce bianche e rosse, scarpe e cappello di paglia, vengono radunati nel camp de transportation. Li catechizza il comandante della prigione, in unforme bianca ed elmetto:

Non dimenticate che abbiamo due guardiani: la giungla e il mare. Se non verrete mangiati dagli squali o le vistre ossa non verranno ripulite dalle formiche, pregherete presto di riuscire a tornare qui. Allora sarete severamente puniti. Verrete rinchiusi in isolamento. Il primo tentativo di fuga vi farà avere due anni in più, il secondo cinque.

Sopra i tetti di ferro ondulato delle celle si posano i pipistrelli vampiro: invisibili nell’oscurità nonostante l’enorme apertura alare, attendono che la vittima abbia preso sonno per posarsi silenziosamente sui suoi piedi, colpire, affondare i denti aguzzi nella carne e nutriris del sangue.”

Orrore puro. Più che applicazione del concetto e del principio di Giustizia pare Vendetta. Del resto uno degli scopi, non tanto reconditi, di questi luoghi era che potessero fungere anche da discarica sociale, restituendo alla nazione un senso di sicurezza con l’illusione di liberarsi del crimine.

E le “fosse dell’orso”? E i forzati murati nei corridoi?

Signore, in risposta alla Vostra lettera del 30 ottobre ultimo ho l’onore di metterla a conoscenza che il deportato Gualdi Luigi, Ma. 40061, è deceduto nell’Isola della Salute il 9 giugno 1928, a seguito di diarrea. Nel caso che la famiglia di Gualdi desiderasse ottenere un estratto dell’atto di morte, dovrebbe solamente rivolgersi al Ministero delle Colonie, 27 Rue Cudinot, Paris (7e). Voglia gradire la mia più altra considerazione. Una comunicazione tardiva, fredda e burocratica, per annunciare la morte del ventitreenne vertovese, vittima di sé stesso e, in primis, preda di una società in cui la magica e mistica triade Liberté-Egalité-Fraternité, di qua e di là delle Alpi, suona coma una vuota o retorica espressione.

“Luigi Gualdi si giocò vita e destino in quattro giorni, come risucchiato in una spirale di irresponsabilità, in un vortice di follia. Commise reati. Si macchiò di colpe che nessuno può giustificare. Fu certamente figlio e insieme vittima dei luoghi e dei tempi in cui trascorse la sua brevissima esistenza. La povertà che lo costrinse all’emigrazione. L’essersi imbattuto, in Francia, in un regime carcerario durissimo e in un sistema giudiziario severo fino alla spietatezza, che prevedeva la deportazione in quell’inferno dei vivi chiamato Caienna. In altri tempi, in un’epoca successiva, Luigi Gualdi avrebbe scontato una pena, anche lunga, in un carcere e ne sarebbe uscito con davanti a sé ancora un po’ di vita.”

Un gran libro, per la cui uscita essere grati: illuminante testimonianza e preziosa narrazione, dai risvolti estremamente drammatici e nel contempo, come doveroso, intrisa di umana pietà.

Alberto Figliolia

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Souvenir du Japon

L’immortale maestosa bellezza e la sacralità del Monte Fuji, le sue nevi che toccano il cielo. I ciliegi in fiore, esplosione delicata di petali che porta alla loro estatica osservazione (hanami). Bijin e geishe. Paesaggi marini e campestri. Templi e ponti. Ma anche immagini celebrative o racconti di disastri; soggetti buffi, satirici, erotici o militari, con rappresentazioni di episodi storici e grovigli di uomini armati, cristallizzati in gesti definitivi in cruente battaglie. Souvenir du Japon… Ci si perde nella contemplazione delle seicento cartoline giapponesi esposte nello Spazio Maraini al piano terra di Villa Malpensata, sede del pregiatissimo MUSEC luganese. La scelta è stata compiuta fra il patrimonio di quasi seimila immagini della Collezione Ceschin Pilone, la più grande d’Europa per quel che concerne tale tema.

Abbracciarle nel loro insieme, mosaico di immagini le più disparate, o guardarle/ammirarle una per una è una esperienza da visitatore impagabile. Un corollario di operine – e non è certo limitativo il diminutivo – preziosissime, che partono dalla fine del XIX secolo per sforare in quello successivo, specchio di una nazione che si riapriva al mondo, depositaria di un gusto estetico assolutamente originale, quasi senza pari, e oltremodo importante testimonianza storica.

Cartoline prodotte con le tecniche della tradizione nipponica, ma anche con i mezzi della riproduzione fotomeccanica o sposando le suggestioni provenienti dal design Liberty e dall’Art Déco. Oggetti d’arte che trasudano, come detto, bellezza, rettangoli di armonia. Lacca, oro e colori a olio, stampa xilografica su carta increspata a mano, pittura a mano su legno… innumerevoli le tecniche utilizzate, ma la resa finale è sempre superba.

“Spesso le cartoline erano un’alternativa più economica ma altrettanto bella alle fotografie all’albumina dipinte a mano. Erano così spesso acquistate per essere collezionate e conservate ordinatamente all’interno di album, come tipici ricordi di viaggio. È il caso della maggioranza delle Cartoline della Collezione, cher non hanno “viaggiato”, ovvero non sono state spedite. Non mancano però in mostra esempi di catoline che hanno viaggiato, come quelle spedite tra il 1903 e il 1904 dall’ammiraglio Romeo Bernotti alla fidanzata”. E tocca nel profondo leggere i messaggi vergati dall’innamorato nelle sue rotte nell’Estremo Oriente alla lontana futura sposa.

“Per loro natura, le cartoline erano fatte per viaggiare e lungo il loro viaggio verso il legittimo destinatario, spesso fino dall’altra parte dell’Oceano, risultavano visibili a tutti e promuovevano così una conoscenza visuale diffusa del Giappone. Una conoscenza che nel tempo ha portato anche alla nascita di stereotipi sul Paese del Sol Levante, come le geishe, i ciliegi in fiore, la vetta del Monte Fuji innevata. Un Giappone da cartolina, appunto”. Invero il Giappone è anche questo, oltre i luoghi comuni.

In tempi di comunicazione iperveloce e, infine, dispersiva, tuffarsi in questo perduto universo agisce sul nostro spazio mentale, restituendoci una dimensione slow ed emozionando.

Alberto Figliolia

Souvenir du Japon-Cartoline della Collezione Ceschin Pilone (1898-1960). Fino al 5 settembre 2021. MUSEC-Museo delle Culture, Villa Malpensata, Riva Caccia 5/via Giuseppe Mazzini 5-Entrata principale dal parco, Lugano.

Info: tel. +41(0)8666960; e-mail info@musec.ch; sito Internet www.musec.ch.

Orari: tutti i giorni dalle 11 alle 18, chiuso il martedì.

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Il Giappone di Luchino Dal Verme. Capolavori fotografici dell’Ottocento-Castello Dal Verme, Zavattarello (Pv)

Compiere un viaggio nel Giappone della seconda metà del XIX secolo per il tramite di una rocca medioevale italiana. O vicerversa. Possibile se si va a Zavattarello, paese dell’Oltrepò pavese inserito, avendone ben donde, nel circuito de I Borghi più belli d’Italia. Fino al 12 settembre, difatti, sarà visitabile in alcune sale del prezioso e monumentale Castello Dal Verme la mostra Il Giappone di Luchino Dal Verme. Capolavori fotografici dell’Ottocento.

Bellissima e oltremodo suggestiva la mostra e sorprendente il Castello, posto in cima a un’altura a dominare con la sua mole il panorama che si apre e dilata in meravigliosi e bucolici scorci. Una zona storico-geografica (e gastronomica) di gran pregio, fra Emilia e Lombardia, fra l’illustre Bobbio e Voghera, nell’alta Val Tidone. L’imponente edificio – spessore medio dei muri di circa quattro metri, origini anteriori all’anno Mille – è stato sino al 1975 di proprietà della nobile famiglia Dal Verme, data che segna, in seguito a una donazione, il passaggio al Comune di Zavattarello.

Visitare la mostra dedicata a quella fase del Paese del Sol Levante – immagini di un mondo perduto e fluttuante… – e perdersi nei meandri del Castello è il meraviglioso destino di un’afosa domenica agostana. Se poi si è accompagnati da un cicerone d’eccezione quale la Dottoressa Virginia Guerra, archeologa e direttrice, iperpreparata e dalla splendida passione, della struttura, la consapevolezza e l’ammirazione crescono enormemente.

Per venire alla mostra, che gode anche del patrocinio del Consolato Generale del Giappone di Milano e della Fondazione Matalon (curatrice Ornella Civardi), sono in esposizione (sabato e domenica, dalle ore 10 alle 19) una sessantina di foto di paesaggi, monumenti e persone (con lo specchio di tanti mestieri) nipponici provenienti dagli album del Conte Luchino Dal Verme (1838-1911), che là si recò fra il 1879 e il 1880. Erano gli anni in cui il Giappone dopo due secoli e mezzo di frontiere serrate si riapriva ai viaggiatori occidentali. Luchino, arrivatovi con una missione ufficiale al seguito del principe Tommaso di Savoia e a bordo di una corvetta della Regia Marina italiana, rimase affascinato da quel mondo “alieno”, così lontano dai nostri usi, costumi e codici culturali (da non sottovalutare l’influenza esercitata nelle lande europee dall’arte giapponese, così ben recepita dagli Impressionisti o da van Gogh). Da questa sua esperienza nell’arcipelago dell’Estremo Oriente, cui si aggiunse per scelta il ritorno via terra attraverso la Siberia, nacque il volume Giappone e Siberia (in mostra esso stesso), illustrato da incisioni tratte dalle foto raccolte in due album procuratisi dall’intraprendente Luchino. Il libro fu pubblicato nel 1882 da Hoepli e, dato il grande successo riscosso, ristampato nel 1885 dai Fratelli Treves.

Le foto, di sublime levità ma, nel contempo, documento antropologico di notevolissimo spessore, appartengono alla Scuola di Yokohama (Yokohama shashin) e sono per lo più opera del fotografo anglo-italiano Felice Beato. La tecnica usata era lunga e piuttosto elaborata, poiché le foto, stampate su una speciale carta all’albumina, erano poi acquerellate a mano in un lavoro di sinergica collaborazione fra coloristi e fototografi. Rappresentazione documentaria, come detto, e arte raffinata; sfumature tenui e pur di rara precisione; eleganza formale e immersione nel quotidiano; cura dei particolari e, nonostante la posa assunta dai soggetti, una sorta di genuinità e spontaneità a trapelare dalle figure e dai tipi umani. Ukiyo-e e haiku, vien da pensare, oltre all’inevitabile eco delle raffinate xilografie del periodo Edo. Non le vertigini tecnologiche del Giappone odierno, ma un universo di tipi e luoghi secondo tradizione, in uno stato di incoercibile armonia: samurai, geishe, interni di famiglia, gruppi di Ainu, il barbiere, il cuoco, il giocoliere, il portatore di risciò, templi e palazzi, giardini, ponti e fiumi, orizzonti cittadini, villaggi di legno con gli abitanti sulle soglie e nella via.

E se… “Lo scopo era enfatizzare e divulgare l’immagine di quel Giappone esotico e idealizzato che alimentava il japonisme europeo e che avrebbe in seguito suggerito a Puccini il tema della Madama Butterfly”… a distanza di oltre centoquarant’anni a noi vengono trasmessi un sentimento di nostalgica bellezza e il senso di un meraviglioso viaggio nello spazio e nella memoria.

Dulcis in fundo, il Castello ospita anche un Museo di arte contemporanea assai ricco, con opere di gran valore, e un… fantasma: quello di Pietro Dal Verme, che conobbe la triste sorte dell’avvelenamento per mano della moglie Chiara Sforza. Lo spettro pare si aggiri, dopo la mezzanotte, lungo i camminamenti di ronda. Una leggenda ovviamente, ma il folklore talora non guasta suggerendo interesse e suscitando curiosità verso gli eventi storici.

Ancora una nota per concludere: non perdete l’occasione, dopo la visita alla mostra e al Castello, il cui arredo è ancora magnifico (anche negli ambienti borghesi abitati per gran parte del secolo scorso), di visitare il Magazzino dei ricordi (info: tel./fax 0383589183, cell. 3385776425 e 3343962019, e-mail magazzinodeiricordi@libero.it, sito Internet http://www.magazzinodeiricordi.org), un incredibile museo-deposito di ogni sorta di memorabilia e oggetti del passato, assemblato dalla passione di una coppia di coniugi, Fausta e Virgilio: dalla civiltà contadina alla bottega del barbiere, da una classe inizio Novecento alla falegnameria e all’officina del fabbro, e una congerie disparata e infinita di attrezzi, da un grammofono a una macina in pietra lavica del Settecento perfettamente funzionanti a manifesti, giocattoli, bambole, pupi e pupazzi, palloni usati nei Mondiali ’34, sci di legno, la bicicletta d’allenamento di Fausto Coppi, strumenti musicali, registri di spese domestiche d’antan e chi più ne ha più ne metta.

Zavattarello, borgo da sogno.

Alberto Figliolia

Il Giappone di Luchino Dal Verme. Capolavori fotografici dell’Ottocento. Castello Dal Verme, Zavattarello (Pv). Sino al 12 settembre.

Orari: sabato e domenica, 10-19.

Info e prenotazione per visite guidate: cell. 3332782743; e-mail castello@zavattarello.org; siti Internet zavattarello.online e http://www.fondazionematalon.org.

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