Fotografie in carcere-Manifestazioni della libertà religiosa (Margherita Lazzati)

All religions are true. Many rivers flow by many ways. But they fall into the sea.

Ramakrishna (1836-1886)

Nessuno uccida la speranza, neppure del più feroce assassino, perché ogni uomo è un’infinita possibilità.

Padre David Maria Turoldo (1916-1992)

La religione è l’oppio dei popoli? Se intrisa di fanatismo e intolleranza, può sterzare verso quella direzione malata. Ma quando dalla sua pratica spira il vento della tolleranza, liberando un senso di fraternità e agape, aprendo menti e cuori in un afflato meditativo e cosmico, allora quel celebre assunto può essere smantellato in forza anche delle ragioni della Ragione. Pare un ossimoro, e non lo è.

Poi, che dire quando la religione viene scelta in un luogo esistenzialmente, di per sé, oscuro e tetro quale un carcere è? Potrebbe essere un palliativo allo spettro di sofferenze che vi dimorano. Potrebbe. Così come potrebbe rasserenare le intelligenze aprendo gli uni agli altri, favorendo una riflessione accurata sul proprio operato passato e sulle prospettive future, oltre che l’idea di una pacifica convivenza fra elementi pur diversi, e donando nel contempo, con la riflessione sul destino collettivo e sui destini individuali, un senso nuovo. Indipendentemente dal fatto che si sia cattolici, evangelici o copti, musulmani, buddhisti, ebrei o qualsivoglia altro credo.

Ben venga perciò la mostra di Margherita Lazzati Fotografie in carcere-Manifestazioni della libertà religiosa (50 immagini), visitabile sino al 26 gennaio 2020 presso il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano. Con rara e preziosa sensibilità la Lazzati ha potuto aggirarsi nei meandri dell’istituto penitenziario e nei luoghi, piccoli forse ma grandi per intensità emotiva e densità spirituale, nei quali le persone detenute si raccolgono per ascoltare la parola dei ministri del culto e per professare la propria fede, per quanto diversa sia la fruizione (pensiamo alla differenza esistente fra buddhismo e cristianesimo).

Per offrire la sua testimonianza, scevra di qualsiasi giudizio (e pregiudizio), la fotografa si è è mossa per ogni angolo del Carcere di Opera deputato ad accogliere il raccoglimento religioso. Felicissima peraltro la scelta di adottare il bianco e nero, capace di accentuare ogni sfumatura psicologica, cogliendo sui volti quel potente quid di coscienza (e luce mistica) nel suo dispiegarsi. Una sorta di svelamento, di rivelazione. Il sacro che fa dolce irruzione nel quotidiano; quel quotidiano così duro in una prigione, che qui, infine, pare stemperarsi in serena cognizione.

Scrivono in proposito Cecilia Bianchini e Adriano Mei Gentilucci della Galleria l’Affiche: “Lo scatto veloce che ruba l’attimo, dove luci e ombre definiscono espressioni quotidiane, ma anche gesti bloccati, singolari stupori, conversazioni sospese. Una spontanea empatia con i soggetti rappresentati, che in qualche modo si rapportano con lei naturalmente, senza difese e ipocrisie. Una curiosità che, qui, mai indaga il passato della persona, ma cerca di coglierne l’umano, il sentimento”. Alla Lazzati non interessano gli effetti speciali… “è il quadro complessivo, a volte quasi minimale, che deve suscitare stupore e contemporaneamente è il dettaglio che deve uscire, secondario ma fondamentale, a destare interesse, ad aprire varchi su realtà che dovrebbero appartenere alla nostra conoscenza, ma sono al di là del muro”.

Lasciamo ora la parola alla protagonista degli scatti: “Chi come me varca quella soglia, porta con sé il desiderio di dire che a quell’universo dobbiamo comunque pensare, perché della nostra società fa parte. Il mio lavoro vuole essere semplicemente un passo nella direzione di questa consapevolezza. […] Ho scelto di ritrarre non solo i luoghi della preghiera e della condivisione, ma anche i dialoghi, gli sguardi, i gesti rituali, i momenti di convivenza tra persone, che sono poi quelli che maggiormente mi hanno colpita. […] Cerco di rimanere lontana da ogni retorica e di rivolgere la mia indagine unicamente alla “persona”. In questo caso mi sono concentrata sull’esperienza che le persone vivono e condividono: un’esperienza di riflessione, preghiera, speranza, disperazione”. Perché, inutile negarlo, c’è anche quest’ultima. Talora vi è una strana commistione che dà luogo alla… disperanza. Eppure dalle immagini in mostra trapelano, invincibili, un senso di grande quiete interiore e una tersa empatia con il mondo. E, anche, bellezza; nonostante le condizioni, tanta vasta bellezza.

Cristo, io sono carcerato./ Avrei più tempo dei certosini per pregarti, ma forse tu solo sai quanto sia difficile pregare per un carcerato […] Tu sei l’unico filo di speranza vera,/ Cristo, dammi la fede nella vera libertà che è dentro di noi e che nessuno può strapparci (Franco Cordisco (da Preghiere dal carcere, La Vita Felice).

Perché la bellezza è libertà. E anche la fede più genuina, oltre la colpa e l’errore, oltre il rimorso, è libertà.

Alberto Figliolia

Fotografie in carcere-Manifestazioni della libertà religiosa di Margherita Lazzati. Mostra a cura di Nadia Righi e Cinzia Picozzi e in collaborazione con la Galleria l’Affiche di Milano, Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano-Chiostri di Sant’Eustorgio (ingresso da piazza Sant’Eustorgio 3), Milano. Fino al 26 gennaio 2020.

Info: tel. 0289420019 e 0289402671; e-mail info.biglietteria@museodiocesano.it; sito Internet http://www.chiostrisanteustorgio.it.

Orari: da martedì a domenica dalle 10 alle 18. Chiuso lunedì (eccetto festivi).

Ingresso: biglietto mostra + Museo Diocesano intero 8 euro, ridotto e gruppi 6 euro, scuole e oratori 4 euro (la biglietteria chiude alle 17,30). Il biglietto consente anche l’ingresso alla mostra L’adorazione dei Magi di Artemisia Gentileschi.

Catalogo de La Vita Felice.

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Giulio Romano. Arte e desiderio

“Con il Palazzo del Te, la sfarzosa dimora di Federico Gonzaga costruita tra il 1526 e il 1534 al posto di una scuderia, Giulio Romano ha creato per sé e per il suo tempo un monumento veramente singolare. Pressoché esente da quelle limitazioni di carattere pratico e tecnico, che solitamente pongono ostacolo all’arte dell’architetto, ricco dei mezzi economici che la brillante corte di Mantova gli elargiva, maestro indiscusso di una scuola di collaboratori, l’allievo prediletto, nonché l’erede di Raffaello, seppe qui dar forma a un’opera che vale come immagine ideale delle tendenze e delle aspirazioni del suo tempo.” (Ernst Gombrich)

Arte e desiderio, un superbo binomio. Estetica ed eros. L’amore delicato o quello concupiscente. La pura lascivia o, semplicemente, il piacere della comunione sentimentale. La bellezza e le passioni umane. Il ferino che lascia il passo all’estatico, o viceversa. Il dominio dei sensi contrapposto a quello dell’intelletto; o la fusione di essi in un’idea superiore?

Giulio Romano. Arte e desiderio è la magnifica mostra allestita a Mantova nel fantastico scenario di Palazzo Te e visitabile sino al 6 gennaio 2020. Già è un profluvio di meraviglioso quel che che accoglie e avvolge nelle sue spire lo spettatore, il quale ha la sensazione di entrare nell’architettura e nelle pitture murali e divenire parte di quello straordinario universo mitologico, se vi aggiungete, seppur per un tempo limitato, una corona di altrettanto indicibili opere, quando ne uscirete sarete felicemente sbalestrati.

Giulio Romano, il discepolo del divino Raffaello. All’anagrafe, a dire il vero, era Giulio Pippi, nato a Roma e assurto alla gloria per l’incredibile lavoro che avrebbe generato Palazzo Te (i lavori iniziarono nel 1525-1526), delizia dei Gonzaga, con affreschi che si scolpiscono indelebili nella memoria di ciascuno abbia avuto la ventura di vederli.

“La mostra indaga la relazione tra immagini erotiche del mondo classico e invenzioni figurative prodotte nella prima metà del Cinquecento in Italia. Concentrandosi sulla produzione di Giulio Romano, il percorso espositivo evidenzia la capillare diffusione di un vasto repertorio di immagini erotiche nella cultura artistica cinquecentesca e svela le influenze esistenti tra cultura alta e cultura bassa nella produzione di tali immagini […] il carattere giocoso, inventivo e a tratti sovversivo”. Ben venti sono le istituzioni italiane e straniere che hanno prestato proprie opere od oggetti per tale esposizione, dal Metropolitan Museum of Art di New York all’Ermitage di San Pietroburgo, dal Louvre al British Museum, dal Rijksmuseum di Amsterdam agli Uffizi et cetera.

L’itinerario espositivo si snoda attraverso le seguenti sezioni: la produzione giovanile di Giulio Romano al tempo della sua attività nella bottega di Raffaello; I Modi, vale a dire una serie di sedici immagini erotiche, “probabilmente ispirate a fonti antiche, che furono disegnate da Giulio Romano, incise da Marcantonio Raimondi e accompagnate da sonetti licenziosi composti da Pietro Aretino”, che funsero da modello per innumerevoli riproduzioni e re-interpretazioni; Arte e seduzione, nella quale si possono ammirare una copia della Fornarina di Raffaello, probabile realizzazione di Raffaellino del Colle, collaboratore di Giulio, e il Ritratto di cortigiana di Giulio stesso, che ha tratto ispirazione dal celeberrimo ritratto del suo maestro; Gli amori degli dei; Due Amanti, monumentale dipinto (olio su tavola trasferito su tela, mm 1630 x 3379, San Pietroburgo, The State Ermitage Museum) di Giulio Romano, autentico manifesto della mostra – rappresentazione non scevra di accenti comici, se badiamo alla vecchia e rugosa serva che sbircia i due amanti in lussuriosa e nuda posa sul letto a padiglione – cui si affiancano il gigantesco e splendido arazzo, Mercurio ed Erse, ispirato da un’idea di Raffaello per la Villa Farnesina, e un bellissimo cartone (doveva servire da modello a un arazzo ormai perduto), Giove e Danae, di Perin del Vaga, proveniente dal Louvre; gli amori clandestini di Giove.

Molto interessanti anche le Spintriae, alias piccole tessere trionfali con scene erotiche, di età romana (utilizzate nei luoghi della prostituzione? Per uso personale?).

Trascorrere dalla Sala dei Giganti e da quella di Amore e Psiche al corredo delle opere esposte è un’esperienza decisamente appagante. Non inganni il soggetto solo in apparenza pruriginoso. Non è soltanto il cinema di un esteso delirio sensuale (però temperato da una robusta vena di gioiosa dissacrazione). È un’indagine culturale. Un viaggio nel tempo, con una crescita di sensazioni esponenziale per cui mente e cuore si colmano. E quando esci sai di essere più ricco dentro.

Alberto Figliolia

Giulio Romano. Arte e desiderio, a cura di Barbara Furlotti, Guido Rebecchini, Linda Wolk-Simon. Prodotta e organizzata da Fondazione Palazzo Te in partenariato con la casa editrice Electa.. Palazzo Te, Mantova. Fino al 6 gennaio 2020.

Info e prenotazioni: tel. + 39 03761979020; siti Internet www.fondazionepalazzote.it, www.giulioromanomantova.it, electa.it

Orari: lunedì dalle 13 alle 18,30; da martedì a domenica dalle 9 alle 18,30. Chiuso il 25 dicembre. Il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura.

Ingresso: intero 12 euro; ridotto 9 euro; biglietto unico con Palazzo Ducale intero 20 euro, ridotto 15 euro (per altre tipologie d’ingresso vedi info).

Catalogo Electa.

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Sean Scully a Villa Panza, Varese

L’armonia viene da quello che sai, è un’affermazione di quello che già sai […] Quindi la disarmonia è molto più interessante, è un’affermazione di vita molto più dell’armonia, perché alla fine, nel corso della storia, trasformiamo sempre la disarmonia in armonia.

Sean Scully (1996)

Preziose tessiture di colore (“super-griglie labirintiche”), acrilico od olio che sia. Rombi, diagonali, linee. Monocromi o combinazioni cromatiche da arcobaleni, perdonate l’ossimoro, terrosi. Proiezioni in verticale od orizzontale di paesaggi interiori. Astrazioni geometriche. Rivisitazioni di panorami metropolitani. Porte e finestre che l’immaginazione fa aprire su chissà quali mondi (interni? Esterni?). Ardite fughe asimmetriche. Onde. Orizzonti. Per materiali di supporto: tele, lino, legno, alluminio.

Sorprendente e stupefacente la mostra Sean Scully. Long Light che all’artista, irlandese di nascita (1945) ma trasferitosi con la famiglia a Londra all’età di 4 anni, dedica Villa Panza, uno dei gioielli gestiti dal FAI. Magnifica peraltro la commistione fra l’aspetto elegante, classico e monumentale della Villa, e i contenuti della mostra di un maestro dell’arte contemporanea con il suo astrattismo e geometrismo visionario, che nelle installazioni si fa oltremodo tangibile. Una compenetrazione serena, perfetta, che impregna di sé anche il visitatore.

Se la cifra ispirativa di Scully è decisamente non-figurativa, in questo splendido e accorto assemblaggio della sua produzione, non manca di stupire la meravigliosa serie, contrassegnata da cerchi e serpentine, Madonna (“reinterpretazione contemporanea dell’eterna relazione tra madre e figlio”). Così come, fra arte e artigianato, si sviluppano preziosamente le finestre di vetro colorato della serra/giardino d’inverno, fuori dalla Villa, un intervento di Scully che pare quasi ri-plasmare la luce come un caleidoscopio. Uno site specific dal titolo Looking Outward, che rimarrà, quindi nella collezione permanente della Villa stessa.

Non ultime, nella carrellata di opere e manufatti, le fotografie di muri, pietre, pareti, finestre e porte – misteriose soglie – e marine di euclidea grazia. E ancora inchiostri e acquarelli su carta, video e sculture e installazioni: l’equilibro, quasi mistico, di Tower (2009, maquette in pietra, 75 x 20 x 20 cm) o l’imponenza di Sleeper Stark, tutta di traversine ferroviarie (240 x 120 x 120 cm), una sorta di visione materica in un ambiente di luce bianca che sfiora l’idea dell’ultraterreno, come una sacra pira della moderna società o, semplicemente, un anelito.

Un’arte, la sua, –minimalista alcuni direbbero, invero grandiosa – che vien voglia di toccare, che respira, che aspira. Illusione e memoria. Intelletto ed emozione. Per una ricerca che è sia fisica sia spirituale.

Sean Scully è più che un artista di straordinaria versatilità; è un esploratore che si muove fra il quotidiano delle attività umane e il senso arcano del nostro esistere.

Alberto Figliolia

Sean Scully. Long Light, a cura di Anna Bernardini. Con il patrocinio di Regione Lombardia, Provincia di Varese e Comune di Varese. Fino al 6 gennaio 2020. Villa e Collezione Panza, Piazza Litta 1, Varese.

Info: tel. 0332283960; e-mail faibiumo@fondoambiente.it; sito Internet http://www.scullyforvillapanza.it.

Per ulteriori informazioni sul FAI: e-mail http://www.fondoambiente.it.

Orari di apertura: tutti i giorni, esclusi i lunedì non festivi, dalle ore 10 alle 18 (chiusura biglietteria alle 17,15).

Ingressi: intero € 15, iscritti FAI € 6, studenti (19-25 anni) € 10, ridotto (6- 18 anni) € 7, speciale famiglia (2 adulti + 2 bambini) € 32, gratuito fino ai 5 anni.

Catalogo di Magonza Editore.

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Fumano al sole

Fumano al sole
che dal gelo si libera
insegne e asfalto;
bancarelle di street food:
capperi e pecorino,
asado, chili, hot dog,
caldarroste, tortillas,
miele, mandorle…
mentre Aulla ancora dorme,
otto dicembre…

Una signora nera
spinge un carrello ingombro…
“Buon Natale”… sussurra
fra la piccola merce
alla rinfusa posta.
Radiosa mi sorride
la sua disperazione.

Alberto Figliolia

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Allargan le ali

Allargan le ali,
di correnti invisibili
il filo inseguono;
poi, panciuti sul bordo
di parapetti antichi
– pietra che guarda il cielo –
si posano i gabbiani:
e diffidenti
fan la posta ai turisti
che mangian lieti.

Finché il più ardito fra essi
con il becco ricurvo
dalle dita si serve.
Sotto, il mare scintilla
blu-argento, noncurante
dei bisogni primari.

Alberto Figliolia

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Un due a rovescio…

Un due a rovescio, sbarrato
Caramelle gommose antidepressione
Una farfalla a nudo, sventrata: anima di luce
Un vampiro incravattato
Una testa che gronda come una fontana
Un biberon di sangue tipo zero negativo
L’uomo col sombrero tutto nero
Una camera oscura per fotografie dell’inconscio
Lampade a luci cinesi
Pistole smesse e fucili musicali
Il pianto di un bambino volante
Una dark lady che allatta materna
Tina Modotti in ologramma
Un palazzo pretorio bardato di luci natalizie con canti incorporati
La neve, soprattutto la neve

Alberto Figliolia

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Vigilia di Natale

Si sta avvicinando il Natale.
Anni fa in terra africana (credo nell’attuale Sud Sudan) una banda di predoni devastò un villaggio. Fra i superstiti un bambino (all’inizio pareva una bambina) che si trascinava carponi sulla polvere. Alle sue spalle un avvoltoio in attesa di cogliere il momento opportuno per il proprio pasto. Innanzi a sé un fotografo, Kevin Carter, uomo di rarissima sensibilità. Questi attese il momento più propizio per scattare una foto: il bambino, la polvere, il villaggio, l’avvoltoio, i segni della guerra… Dopo un certo lasso di tempo realizzò l’immagine che desiderava, che aveva pensato. Quindi provò a soccorrere il bambino. Dopodiché si ritirò nella vicina boscaglia a piangere a dirotto. Quello scatto gli fece vincere il Pulitzer. Anni dopo, e dopo feroci polemiche e accuse dal mondo, quel fotografo si suicidò: recatosi in auto sul greto del fiume della sua città collegò il tubo di scappamento all’interno dell’abitacolo. Morì soffocato. Soffocato dal suo senso di colpa. Invero fu ucciso dalla stupidità dell’uomo che fa la guerra e da spietate e immotivate critiche. Il bambino tuttavia si era salvato (lo ritrovarono in un campo profughi).

Guardando quella foto, e studiata quella storia che mi ha molto scosso, ho scritto questa poesia:

“Vigilia di Natale” (da “La semina dei ricordi”, Albalibri, 2010)

Che amara ironia in questo Natale…

Che cosa è divenuto il Natale, ogni Natale

che ci viene elargito,

che ci viene imbonito,

che ci viene imbandito?

Ancora ieri c’è stato un terremoto,

ma Cristo non è nato né risorto

se non nello sguardo di una bambina

che si trascinava carponi:

in cerca di un sorso d’acqua

nell’assurda orba levità del giorno

che si levava e calava

come vendicatrice spada.

Alle spalle del grappolo di stracci,

oltre la geografia delle ossa,

oltre la pianura della pelle rugosa

in cui la bambina era mutata,

grumo di dolore senza più rancore,

un avvoltoio e un fotografo,

ambedue pronti a carpirne

l’immagine mortale.

Cristo è nello sguardo di quella bambina,

soltanto in quell’ultimo sguardo.

 

Alberto Figliolia

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