“Tutankhamon. L’ultima mostra”

Alzi la mano chi non è stato da bambino appassionato di Antico Egitto? Una fascinazione che, a ben vedere, prosegue sempre. Sono ormai trascorsi cento anni dalla scoperta della tomba di Tutankhamon, faraone dal corredo funerario senza pari, morto diciannovenne e rimasto sepolto nella Valle dei Re prima che Howard Carter ne scoperchiasse il segreto oltre tremila anni dopo.

Il docufilm Tutankhamon-L’ultima mostra, prodotto da Laboratoriorosso Srl e distribuito da Nexo Digital, ne celebra il mito. Nelle sale italiane dal 9 all’11 maggio questa scintillante pellicola farà rivivere storia e leggenda del giovane sovrano dell’Alto e del Basso Egitto. Con la preziosa regia di Ernesto Pagano, che ha scritto anche il soggetto, la sapiente e artistica fotografia di Sandro Vannini – mago del digitale, occhio artistico, espertissimo di Egitto, uno degli dei ex machina del film –, le musiche di Marco Mirk, la voce narrante di Manuel Agnelli e un ricco cast di figure professionali di elevatissimo livello – archeologi, direttori di musei, curatori di mostre et cetera – si svolgono i fotogrammi, navigando fra foto e filmati d’epoca, ricostruzioni, interviste e immagini dei preziosi manufatti… “Fra il profondo silenzio, la pesante lastra si sollevò. La luce brillò nel sarcofago. Ci sfuggì dalle labbra un grido di meraviglia, tanto splendida era la vista che si presentò ai nostri occhi: l’effige d’oro del giovane re fanciullo”, Howard Carter l’egittologo dixit il 26 novembre 1922 osservando un’inusitata scena attraverso un piccolo foro praticato in un muro oltre il quale si apriva la camera sepolcrale di Tutankhamon, magnificamente ingombra, oltre che del sarcofago e della mummia di Tutankhamon, di preziosissimi oggetti che dovevano accompagnare il faraone nella sua nuova vita dopo la morte. “Vedete qualcosa?”  – gli chiede Lord Carnarvon, archeologo dilettante e finanziatore della spedizione. “Sì, vedo cose meravigliose” – risponde Carter.

L’ultima mostra, itinerante, dedicata a Tutankhamon si è chiusa nel 2020 a causa del Covid e il governo egiziano ha preso la decisione di non spostare più gli oggetti dalla loro sede naturale nel Paese del Nilo. Attraverso la movimentazione degli oggetti del tesoro di Tutankhamon si scoprono ulteriori aspetti della civiltà egizia, della vita quotidiana del popolo e del faraone giovinetto. La maschera d’oro è qualcosa di incredibile: il cobra (Uadjet) e l’avvoltoio (Nekhbet) che ne sporgono, simbolo del potere, le sopracciglia di pasta vitrea, i ritocchi di lapislazzuli, le pupille di ossidiana, le incisioni dal Libro dei morti, la barba trattenuta dal classico cilindro-treccia, e turchesi e pietre e gemme in una composizione di armonia e bellezza assoluta.

“Tutankhamon è un nome ormai entrato nell’immaginario collettivo mondiale: per tutti racchiude quanto di più imponente e misterioso possano evocare l’Antico Egitto, le sue piramidi, la leggenda della maledizione del faraone. Pochi, però, associano la sua celebrità a una convergenza di fatti unici e soprattutto all’ostinazione di quell’archeologo inglese che ne scoprì la tomba proprio negli anni in cui mezzi di comunicazione di massa cominciavano a rivoluzionare completamente le nostre vite”.

Con il docufilm si viaggia nell’Egitto di tremila anni fa e in quello del presente, si ammirano la perizia dei restauratori e la cura con cui vengono conservati questi reperti, dei quali vengono mostrati anche i più reconditi particolari, si ascoltano le spiegazioni storiche e scientifiche intorno all’argomento, Una visione davvero a 360°.

Aggiungiamo un particolare curioso: i record delle mostre maggiormente viste nella storia appartengono a Tutankhamon, un destino imprevedibile per quello che per certi versi fu un sovrano minore, ma il cui nome è ancora pronunciato a distanza di tanto tempo, quindi con un crisma di immortalità. E che dire della presunta maledizione che ha ispirato la serie delle celebri mummie cinematografiche? Quanto il nostro Tut è entrato nell’immaginario collettivo suggerendo mode, la creazione di brand e opere disparate?

Dalle note di regia di Ernesto Pagano: “Abbiamo voluto aprire il film mostrando in presa diretta le operazioni di preparazione al viaggio degli oggetti del tesoro di Tutankhamon per la sua ultima tournée internazionale, organizzata per la mostra “KING TUT. Treasures of the Golden Pharaoh”. Abbiamo così esplorato le sale del chiassoso Museo di Tahrir del Cairo e i dipartimenti asettici dell’area restauro del nuovo Grand Egyptian Museum, ancora parzialmente in costruzione e chiuso al pubblico. Abbiamo raccontato i passaggi più impegnativi e poco noti del backstage della mostra, come lo spostamento dell’imponente Statua del Guardiano del Re in legno dipinto e dorato (mai più mossa da quando Carter l’aveva inviata da Luxor al Cairo alla fine degli anni ’20) e quello di una statua colossale, un macigno di quasi tre tonnellate movimentato grazie al sapiente intervento di esperti operai del Museo Egizio. Abbiamo poi seguito l’allestimento nelle location di Los Angeles, Parigi e Londra, rivedendo quegli stessi oggetti in una veste nuova: al centro di sale espositive pensate per esaltarne ogni dettaglio, celebrando una potenza evocativa e artistica capace di attraversare intatta i millenni. Come in una macchina del tempo, abbiamo poi fatto un salto indietro a 100 anni fa, raccontando – grazie a preziosi materiali d’archivio, interviste agli esperti e letture drammatizzate dei diari di Carter – la storia dell’epocale scoperta della tomba di Tutankhamon nel 1922. Abbiamo così potuto indagare il fenomeno culturale “Tutankhamon”, che rese Carter e il suo finanziatore, Lord Carnarvon, due star mediatiche tanto da far nascere nell’Europa degli anni ’20 un’ondata inarrestabile di Tutmania. Nel 1924, mentre Billy Jones & Ernest Hare suonavano il primo pezzo ballabile di successo intitolato “Old King Tut”, alla British Empire Exhibition di Wembley venne aperta al pubblico una ricostruzione della tomba di Tutankhamon capace di attirare folle oceaniche di visitatori. Con la morte di Lord Carnarvon, nel 1923, si era intanto diffusa la leggenda della maledizione di Tutankhamon, che si è trascinata fino ai giorni nostri e che forse fu tra le ragioni del successo della mostra itinerante degli anni ’70, con code chilometriche che si snodavano attorno al British Museum di Londra e al Metropolitan di New York”.

Ma questo è solo uno degli assi in cui si sviluppa e snoda la pellicola. Rimangono la magia e il mistero, la contemplazione estatica di tanta bellezza – 5398 oggetti erano nella tomba. “Per gli antichi Egizi la morte non rappresentava la fine di tutto, ma costituiva il momento di passaggio verso un’altra forma di vita. Perché il corpo del defunto potesse continuare a vivere nell’aldilà, era necessario che fosse preservato integro attraverso la mummificazione. La mummia di Tutankhamon era conservata nel suo celebre sarcofago, custodito in santuari di legno dorato, arricchiti dalle incisioni della mappa del viaggio che lo attendeva e della mappa dei ricordi della sua vita terrena. Sulle porte del secondo santuario in legno laminato d’oro furono impresse le scene che raccontavano questo ciclico peregrinare: Iside, dea della maternità e della magia, presenta Tutankhamon ad Osiride, dio dell’Oltretomba. In maniera speculare, Maat, dea dell’Ordine, conduce Tutankhamon dal dio solare, il raggiante Ra Orakhti. Tra la luce e il buio, in moto ciclico e perpetuo, ricalcando il moto della terra che produce il giorno e la notte, c’è lui, il re, testimone e artefice del miracolo della luce del sole, che a ogni alba risorge sulla sabbia del deserto, sui campi, sul fiume Nilo. Ancor oggi le pitture murarie della tomba del faraone ci raccontano il corteo funebre che accompagnò Tutankhamon al suo sepolcro, mentre gli ornamenti posti sul corpo ci parlano della sua metamorfosi da creatura organica a creatura divina e dorata, perché è d’oro, il metallo eterno, la carne degli dei. Sulle dita di mani e piedi sono posti ditali d’oro, sul suo corpo ricadono centinaia di gioielli e amuleti protettivi. Il suo volto, coperto da una maschera d’oro di dieci chili, diventa il volto di Osiride, dio dell’Oltretomba. E così ogni volto, forgiato sui sarcofagi che lo racchiudono è sempre quello del dio dei morti, raffigurato con la tipica barba raccolta in una treccia”. Sorprendenti anche i contenitori per il cibo che si trovavano in grande quantità sotto un letto.

Come fu la breve vita di Tutankhamon, faraone per dieci anni, dai nove ai diciannove? Soffriva di zoppia al piede sinistro, cui cercava di ovviare con i bastoni ritrovati a decine e decine nella sua tomba, era stato toccato dalla malaria, era innamoratissimo con ogni probabilità della sua sposa Ankhesenamon, delicatamente tratteggiata nel suo percorso nei giorni con il re. Toccante. Tut, uno di noi.

Alberto Figliolia

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Henri Cartier-Bresson. Cina 1948-49/1958

Henri Cartier-Bresson, un occhio geniale. All’immenso fotografo francese dedica una bellissima mostra lo spazio Photo del MUDEC-Museo delle Culture di Milano. Un’altra esposizione di potente impatto, nel solco della tradizione di questa magnifica struttura museale.

Le immagini poste all’attenzione del pubblico, con un corredo di pannelli didascalici estremamente esaustivi, sono quelle prese da Cartier-Bresson in occasione dei suoi due viaggi cinesi, rispettivamente nel 1948-49 e nel 1958.

Nella Cina del 1948, in cui l’Esercito popolare di liberazione sta prendendo il sopravvento sul regime nazionalista del Kuomintang, si muove Henri Cartier-Bresson con il suo acuto occhio fotografico. È un momento di Grande Storia, un trapasso epocale immortalato dal grande fotografo che si fermerà in questo angolo di tormentato Oriente per ben dieci mesi, potendo raccontare al mondo con la forza delle sue immagini quegli eventi e sconvolgimenti; pubblicate su Life (quattro numeri nel 1949 per cinque milioni di copie), oltre che su Illustrated e Paris Match, s’impongono, insieme con la loro superba valenza estetica, come un fondamentale documento di fotogiornalismo e d’interpretazione storica.

È un’era di trapasso, di mutamenti e, nel mentre, di convivenza/commistione, seppur nel segno ormai della provvisorietà o precarietà, dei più disparati elementi della società cinese, dalla tradizione e dagli aspetti religiosi agli aspetti economici del nuovo mondo che si andava configurando, con tutta quella congerie di storie individuali, innumerevoli tessere di un mosaico ancor più vasto. “Cartier-Bresson cerca anzitutto di trarre profitto dal soggiorno coatto per costruire un racconto a tappe, una sequenza di “storie” integrate da corpose note che egli trasmette a Magnum per la stesura delle didascalie delle immagini”.

Ci sarà poi un secondo viaggio nel 1958 quando la Cina comunista è la realtà, con lo spazio di libertà del fotografo che rischia di essere fortemente limitato. Ciò nonostante Cartier-Bresson riuscirà a trarre  immagini di grande forza, narrando fra le righe anche le criticità del sistema.

Il fascinoso bianco e nero di HCB ci restituisce uno spaccato di quei giorni lontani: taverne con avventori che vi portano gli uccellini canterini in gabbia; la maestosa solitarietà della Città Proibita; la pratica mattutina del Tai Chi; mendicanti e i più umili fra i lavoranti. Un mondo frastagliato… A Shanghai il fotografo assiste all’incredibile bailamme della Febbre dell’oro (o Gold Rush), con il divieto del possesso individuale dell’oro che le autorità obbligano a cambiare in banconote della nuova moneta, lo Yuan d’oro. Successivamente sarà possibile, seppur con dei limiti, riconvertire le banconote in oro. Saranno code infinite in un disagio immane. Uno stato confusionale collettivo, con sommosse, tumulti e morti. E angoscia, sentimento che Cartier-Bresson saprà comunicare con rara maestria e sensibilità. Shanghai, che ancora formalmente era sotto il controllo dei nazionalisti in quella macchia di leopardo in cui si era trasformato l’ex Celeste Impero, vedeva l’afflusso di rifugiati, i bagagli preparati in fretta e furia dai militari che intravedevano la disfatta, le folle di disperati. Ecco la testimonianza di Ratna, la moglie di Henri: “L’odore della misera pesa sulle strade, in cui ci si muove come in una processione macabra. […] In inverno ci si imbatte spesso, avvolto nel suo vestito migliore, adagiato al bordo di un marciapiede, nel corpo di un neonato”. E la selva delle misere barche che fungono da abitazione in un indicibile marasma, i barbieri in strada, quelli che nel porto cercano di arraffare un po’ di cotone dalle balle in arrivo, e bambini che cantano, un fotografo nel suo studio aperto sulla strada. Un reportage, con la sua magica Leica da “libellula inquieta” secondo la felice definizione di Truman Capote, che sorprende sempre per profondità empatica.

C’è anche la digressione, nel 1949, a Hangzhou, storico luogo di pellegrinaggi buddhisti, con gli scatti dedicati alle processioni, ai rituali, ai templi, ai costumi variopinti dei fedeli. Poi sarà la volta di Nanchino, nell’aprile-giugno del medesimo anno, quando le truppe comuniste conquisteranno la città. È una visione a 360° della Cina e della sua gente. Di nuovo Shanghai, con il nuovo regime, in una situazione di adattamento. Cartier-Bresson fotografa i mercati di strada, quel che può. Dirà: “Io mi occupo quasi esclusivamente dell’uomo, vado al sodo […] lo scenario mi serve per collocare i miei attori, dare loro importanza, trattarli col rispetto che è loro dovuto. E la mia maniera si basa su questo rispetto”. Soldati all’ombra di grattacieli, parate e manifestazioni, il tifone che colpisce la megalopoli, i ritratti di Mao che sostituiscono quelli di Chiang Kai-shek.

Si balza, poi, nel percorso della mostra al lunghissimo viaggio, 12.000 km, del 1958. Un itinerario, che le autorità vorrebbero pilotare mostrando le proprie realizzazioni sociali e tecnologiche e che, tuttavia, il fotografo sarà in grado di personalizzare con la propria sensibilità, senza celare quindi gli eventuali problemi che si annidano nella nuova Cina. Cartier-Bresston non ha in ogni caso pregiudizi, in alcun senso, nonostante la sua fede progressista. Lui è un testimone onesto, un fotoreporter sublime, un artigiano perfetto e magnifico, dotato di ogni mezzo e capacità concernente la propria arte. Sì, un vero e genuino artista.

Alberto Figliolia

Henri Cartier-Bresson. Cina 1948-49/1958. Fino al 3 luglio 2022. MUDEC-Museo delle Culture, via Tortona 56, Milano.

Infoline: tel. 0254917 (lun-ven 9-18), sito Internet http://www.mudec.it.

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Tiziano e l’immagine della donna nel Cinquecento veneziano

Cosi eterea e di proporzioni ideali perfette, cosi intrisa di armonia terrena e carnalità materna. La splendida Madonna col bambino di Tiziano (1510-1511,olio su tavola), tenera e commovente, la madre di ciascuno di noi, merita di essere il manifesto della splendida mostra allestita a Palazzo Reale: Tiziano e l’immagine della donna nel Cinquecento veneziano. Venezia, città femmina, aperta al mondo con le sue navi che solcano i mari portando marinai, commercianti e idee, città delle donne, capitale editoriale e culturale d’Europa, luogo privilegiato per l’affermazione dell’altra metà del cielo, tanto da svilupparsi in essa la querelle des femmes, un movimento protofemminista. “Con la sua visione sensuale del mondo, i colori naturalistici dei suoi incarnati radiosi e il tocco materico-sensuale del suo pennello, Tiziano, il più grande pittore del Cinquecento veneziano, creava un mondo nuovo e un’immagine nuova della donna, forte, bella, seducente e divina”. Oltre cento sono le opere esposte in mostra, di cui quarantasette dipinti (e sedici del solo Tiziano). Una galleria di meraviglie. Cortigiane, sante ed eroine, poetesse e intellettuali, figure della mitologia o allegorie, il variegato mondo femminile emerge attraverso la pittura del Maestro cadorino, genio senza pari, e degli altri artisti attivi in quel secolo prezioso e fiammeggiante.

Jacopo Tintoretto, Giovan Battista Moroni, Giovanni Cariani, Palma il Vecchio, Giorgione, Paris Bordon, Bernardino Licinio, Domenico Capriolo, Paolo Veronese, Palma il Giovane, Lorenzo Lotto, Alessandro Bonvicino detto il Moretto, Domenico Tintoretto, un panorama stupendo, stupefacente. Autentici capolavori scorrono agli occhi: Isabella d’Este in nero (1534-1536, olio su tela), una delle donne più colte e influenti del suo tempo, di Tiziano; Ritratto di una bambina di casa Redetti (1570-1573, olio su tela), del Moroni, toccante immagine di una tenera imbarazzata infanzia; Amorino con tamburello (1510-1515 circa, olio su tela) di Tiziano, giocoso e silvano; Laura (1506, olio su tela su legno di abete) del Giorgione… “Prezioso anche per una iscrizione sul retro, con il nome dell’autore, del committente e la data, il dipinto è uno dei primi e più sensibili esempi delle mezze figure di “Belle veneziane”. Avvolta in un mantello bordato di pelliccia, di foggia maschile, la giovane scopre delicatamente il seno e guarda lontano. Le fronde di alloro (“lauro”) sullo sfondo rimandano al nome di Laura, la donna idealizzata di petrarchesca memoria”. È una strana sospensione in cui, con la delicata e pur conclamata sensualità, cogli un’aura di mistero, un enigma dolcemente travolgente. E il realismo di Bernardino Licinio, mischiato con finezze allegoriche, l’ambiguità de Gli amanti (1525-1530 circa, olio su tela) di Paris Bordon, la luminosa teatralità, con quello splendido verde, della Lucrezia (1580-1583 circa, olio su tela) del Veronese. Che dire poi del prodigioso esito di Tarquinio e Lucrezia (1572-1576 circa, olio su tela), dipinto da Tiziano nella sua tarda età? Meravigliosa è la Giuditta (1512, olio su tavola) del Lotto, lo sguardo diretto proprio verso l’osservatore, il dramma in corso nel contrasto delle espressioni dell’eroina, quasi un lieve sorriso a trasferirsi negli occhi, e dell’altra figura femminile, l’ancella spaurita, sorpresa.

Undici sono le sezioni della mostra, esaustive nel tracciare il complesso universo femminile, con tutte le sue suggestioni, dal quotidiano al simbolico, dal concreto al mito, alla religione e all’allegoria (Susanna, Giuditta, Maria Maddalena, Eva, Venere, Leda, Danae, Europa, le Muse fra le altre).

Chiudiamo citando Ninfa e pastore (1570-1575 circa, olio su tela) di Tiziano: “È una delle ultime opere di Tiziano, dipinta ben oltre gli ottant’anni di età. Con le pennellate grumose e macchiate della fase conclusiva, Tiziano esce di scena lasciando un saluto meraviglioso alla vita e alla pittura. Ritornando su un soggetto già affrontato sessant’anni prima, all’inizio della carriera, Tiziano afferma ancora che l’amore vince su ogni cosa, e la donna ne è consapevole protagonista. Intorno al pastore e alla ninfa, la natura sembra liquefarsi nei torni avvampanti di un definitivo tramonto”.

Scopriamo, anche, in itinere quelle figure che si fecero largo nel campo delle lettere: Giulia Bigolina (1518-1569 circa), con Urania. Nella quale si contiene l’amore d’una giovane di tal nome, considerato il primo romanzo scritto da una donna nella letteratura italiana; Tullia d’Aragona (1510 circa-1556), con Dialogo della signora Tullia d’Aragona della infinità di amore; Lucrezia Marinelli (1571-1653), con La nobiltà, et eccellenza delle donne co’ difetti, et mancamenti de gli huomini; Modesta Fonte o Modesta dal Pozzo Zorzi (1555-1592), con Il merito delle donne, scritto da Moderata Fonte in due giornate. Ove chiaramente si scuopre quanto siano elle degne, e piu perfette de gli huomini. O le poesie amorose di Gaspara Stampa: Arsi, piansi, cantai; piango, ardo e canto/ piangerò, arderò, canterò sempre

Una mostra che costituisce un affascinante viaggio in quel periodo storico oltremodo ricco e fecondo di arte inarrivabile e nel gioioso mistero rappresentato dalla donna nelle sue sublimi incarnazioni e potenzialità.

Alberto Figliolia

Tiziano e l’immagine della donna nel Cinquecento veneziano, mostra promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e Skira editore, in collaborazione con il Kunsthisintorisches Museum di Vienna. Curatela di Sylvia Ferino. Fino al 5 giugno 2022. Palazzo Reale di Milano, Piazza Duomo 12, Milano.

Orari: mar, mer, ven, sab e dom 10-19,30, gio 10-22,30, lun chiuso. Ultimo ingresso, un’ora prima della chiusura.

Infoline e prevendite: tel. 0292800822.

Social: www.palazzorealemilano.it, www.tizianomilano.it, facebook.com/palazzorealemilano/, facebook.com/MostreSkira/.

Catalogo Skira.

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Amma’s Way-La Via di Amma

Amma’s Way. La Via di Amma. Mata Amritanandamayi, detta Amma, è una leader spirituale e umanitaria riconosciuta in tutto il mondo per le sue opere benefiche e filantropiche e per le attività al servizio dei propri simili, in primis dei meno abbienti, dei sofferenti, dei bisognosi a qualsivoglia titolo. È nota anche come la Santa degli abbracci.

Amma’s Way, il docufilm che dal 2 al 4 maggio sarà nelle sale italiane per la regia di Anna Agnelli, ne racconta la vita, le opere, le creazioni, le idee, la filosofia. Una filosofia basata sull’amore, e l’amore ha un aroma, è fragrante, parafrasando una delle voci che si odono nella pellicola dedicata alla ieratica figura di Amma. Ieratica certo, ma anche tanto pratica nella capacità di concretizzare e realizzare i più disparati progetti e interventi in favore di individui (sovente, ribadiamo, fra i più deboli) e di comunità.

Amore, compassione, empatia, una visione felicemente panica, l’altro non percepito come un alieno, quel che si palesa con la massima evidenza nell’abbraccio a un lebbroso. Da un villaggio remoto del Kerala, figlia di un pescatore e nell’alveo di una famiglia numerosa, alle Nazioni Unite (parlando sempre nella propria lingua madre, il malayalam) per trasmettere, indipendentemente dalle fedi e dai credi, un messaggio di amore, attraverso l’incontro, la meditazione, la pazienza, la gentilezza, l’attenzione, con chiunque, verso chiunque. Sfatiamo il luogo comune della Santona che carpisce la buona fede di ingenui devoti. Carismatica senza dubbio Amma lo è, ma il suo messaggio, oltre che essere universale, si esplicita, come detto, in forme più che tangibili e votate al prossimo, meritorie a maggior ragione dal momento che si sviluppano in un mondo in cui spirano perenni venti di guerra e di ingiustizia sociale. Trasformazione…. un altro semplice segreto dell’agire di Amma. E l’amore, che trasforma, non è plagio né possesso, bensì ascolto e dedizione, responsabilità, attitudine al servizio. Lo dicono gli 11000 pasti gratuiti distribuiti ogni giorno nell’Ashram, comunità consapevole, così come la cura degli orfani, la creazione di un’università dove si formano ingegneri e figure professionali nutrite di valori umanitari (con laboratori dal vivo nei villaggi per avvicinarsi ulteriormente alla gente). L’università da lei fondata collabora con quelle di Harvard, Oxford, Cambridge.

Il potere dei miracoli quotidiani… come quello dell’ospedale con 1200 posti letto a Cochin o quello ancora più grande di Nuova Delhi, con reparti specializzati in ogni ambito, dove si viene curati a prescindere dalle condizioni economiche. Sembra un sogno, è realtà, è volontà, è disponibilità. E, continuando, il progetto sulla costruzione dei bagni in ogni famiglia del villaggio o l’emancipazione delle donne mediante un lavoro sostenibile e importanti acquisizioni tecnologiche. Dalle piccole alle grandi cose la lista è infinita.

Ha abbracciato milioni di persone Amma portando conforto e sollievo, aprendo orizzonti in forza del riconoscimento reciproco. “Tutti nel mondo dovrebbero poter dormire senza paura almeno per una notte. Tutti dovrebbero sentirsi sazi almeno per un giorno. E dovrebbe esserci almeno un giorno in cui nessuna vittima della violenza debba far ricorso agli ospedali. Tutti dovrebbero aiutare i poveri e i bisognosi offrendo il proprio servizio disinteressato almeno per un giorno”, ha pronunciato Amma in un suo discorso. “Una donna visionaria e travolgente, un personaggio globale che non si stanca di combattere per la pace e che, partendo dalla sua India, ha raccolto sostenitori e volontari in tutto il mondo”, una definizione che le calza a pennello. Ben la disegna il docufilm – distribuito da Nexo Digital e prodotto da Art + VIBES – della Agnelli.

“La definiscono Mahatma, come Gandhi, ma Mata Amritanandamayi Devi preferisce essere chiamata semplicemente Amma, “Madre”. Dotata di un’instancabile dedizione e amore per il prossimo, Amma è nota per il modo inedito attraverso cui esprime compassione: il suo celebre abbraccio. Un gesto semplice che, nel corso della vita, ha condiviso con oltre 39 milioni di persone. In un periodo come quello che stiamo attraversando, dove il contatto fisico è stato messo a dura prova dalla pandemia, l’abbraccio di Amma assume così una forza ancora più sconvolgente. Il film di Anna Agnelli racconta le sorprendenti imprese umanitarie di Amma. Seguendola nella vita quotidiana nel suo Ashram in Kerala e attraverso le interviste a coloro che da anni lavorano con lei, la grandezza di Amma si rivela sotto una nuova luce. Conosciuta in Occidente per il suo famoso darshan, o abbraccio di benedizione, Amma ha viaggiato instancabilmente in tutto il mondo negli ultimi 35 anni dando vita a sorprendenti iniziative umanitarie. Imprese attraverso le quali ha servito e continua a servire milioni di persone in una moltitudine di modi diversi, come fornire assistenza sanitaria gratuita, istruzione, riparo e soccorso dopo i disastri naturali. L’energia di Amma è quella del cuore (prendersi cura, ispirare, sostenere, potenziare) e non quella del potere che ha ormai mostrato tutti i suoi limiti. Il documentario racconta come Amma sia riuscita non solo a creare strutture e organizzazioni straordinarie, ma anche a formare persone imbevute della sua cultura di cura e servizio che si manifesta in ogni aspetto della vita quotidiana”. Immagini, quelle del film, colte, va sottolineato, senza suscitare alcun sospetto di piaggeria.

Vale la pena di citare un ampio stralcio/assemblaggio dalle note di regia di Anna Agnelli: “Ho incontrato Amma nel novembre 2014. Dopo che mi ha stretta tra le sue braccia mi sono ritrovata, come tanti, senza parole e in lacrime. Sono rimasta a lungo a osservarla, a osservare il vortice di energia e le persone intorno a lei, 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Subito dopo ho incontrato molte persone che per anni hanno lavorato a stretto contatto con Amma e sono diventata presto consapevole delle straordinarie imprese umanitarie che le organizzazioni a lei legate hanno realizzato in tutto il mondo negli ultimi 30 anni. Sono rimasta profondamente colpita e ho deciso di girare un film esattamente su questo: gli incredibili sforzi di Amma. Volevo documentare come il suo amore e la sua compassione abbiano creato una catena di persone che lavorano instancabilmente per manifestare le sue visionarie intenzioni benevole, trasmutando le sue parole in realtà. Ispira una dedizione a cui non avevo mai assistito prima. Una dedizione al servizio, guidata dall’amore infinito e dall’energia che Amma rappresenta ed emana ogni giorno. La dedizione di queste persone serve esclusivamente allo scopo principale di Amma: aiutare i bisognosi della terra. La moltitudine di imprese e attività umanitarie che guida a livello globale ne sono la prova tangibile. Chi si trova esposto alla sua presenza non è guidato da guadagni materiali o personali: è spinto dal profondo desiderio di ricambiare l’amore che ha ricevuto. E Amma chiede che questo sia incanalato nell’aiutare gli altri. Per illustrare questo bellissimo meccanismo ho voluto mostrare alcuni dei suoi contributi umanitari in India: ospedali all’avanguardia che offrono cure gratuite ai poveri; una profonda attenzione sull’emancipazione delle donne in India, dove le strutture sociali sono ancora ben lontane dal sancirne l’uguaglianza. Infine, ci sono i dati sui soccorsi a seguito di calamità naturali. Amma si preoccupa di portare aiuto nell’immediato, ma con modalità che possano accompagnare le vittime del disastro all’inizio della loro nuova vita. I suoi volontari rimangono nei luoghi delle aree disastrate anche quando molte altre organizzazioni se ne sono andate perché ciò che Amma vuole veramente è che le persone siano indipendenti e possano costruire una nuova vita per se stesse. Naturalmente tutte le espressioni e le azioni di Amma hanno una profonda risonanza spirituale. Amma non può essere intervistata. Questo darebbe così poco a uno spettatore rispetto a ciò che Amma è in realtà. Amma deve essere vissuta. Ciò che siamo in grado di vedere in questo film sono la vera compassione e l’amore in azione: i luoghi materiali, visibili, assistenziali che aiutano l’umanità ogni giorno; e la felicità e la gioia di tutti coloro che lavorano con Amma per crearli. Vivono con uno scopo, felici e liberi; proprio quello che ogni essere cerca nella sua vita. Il film non è un commento sulla spiritualità; è uno sguardo su come la spiritualità può diventare pratica e azione attraverso la compassione e il servizio. E questo è possibile per tutti. Allora, qual è Amma’s Way? Ognuno ha la sua personale definizione, credo. Per me Amma’s Way è l’unica via da seguire se vogliamo vivere felici, in armonia gli uni con gli altri e con la natura”.

Alberto Figliolia

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“Tributo naturale” di Barbarah Guglielmana e Ilaria Martino

Gemellanza. O sorellanza. Quando l’amicizia si cementa e si cimenta nei più ardui passaggi esistenziali.

Così potrebbe anche dirsi di Tributo naturale – un titolo, a sua volta, emblematico e colmo di suggestioni di Barbarah Katia Guglielmana e Ilaria Francesca Martino, seguaci della dottrina di Esculapio e poetesse, un binomio, quello fra medicina e letteratura, più frequente di quanto si creda, a segnare, semmai ve ne fosse bisogno, la necessaria congiunzione fra scienza e lettere (anche se in realtà entrambe sono dilette figlie del più ampio umanesimo).

Conosco molto bene Barbarah Guglielmana, immaginifica autrice e dotata di inventiva che spazia oltre la parola. Fantastiche sono le sue figurine archetipiche e dal meraviglioso elegante arcaismo, le sue linee e curve e gli archi, e geniali gli aforismi illustrati, tanto da coniare il neologismo Aforismana e da poter raccontarla come una sorta di “poedesigner”. Barbarah, per quanto giovane, è una poetessa di lungo corso che al suo attivo vanta numerose pubblicazioni (e collaborazioni), con un ventaglio di poesie anche molto elaborate e, nel contempo, emozionali, visionarie. Ebbene in Tributo naturale (Univers Edizioni, 2021, pp. 42, euro 12), libro a quattro mani, gli stili di entrambe le artefici paiono scaturire da un’unica voce, una fonte ispirativa condivisa, una sorgente creativa comune. Un amalgama perfetto. Perciò, nell’incipit, ho parlato di gemellanza o sorellanza. Barbarah e Ilaria, nei primi tempi del Covid, quelli più duri, nell’annus horribilis che è stato il 2020, nell’esercizio della professione hanno contratto il virus. Non era uno scherzo in quei giorni… Hanno convissuto in tale lasso di tempo a casa di Barbarah, creando nella traversia un legame indissolubile. E dalla malattia, dalla frustrazione, dall’isolamento infine si è generata la creatività, quella che oggi ci consente di maneggiare questo prezioso libro, pur senza rinunciare alla propria identità alleanza, senza egotismi, di due cuori/menti e un dono a tutti.

Cerco le mie radici./ Le trovo in un’edera rampicante/ che, come la pianta di fagioli magici,/ vuole vedere cosa c’è oltre le nuvole.

Sono poesie brevi, essenziali, nel senso che colgono proprio l’essenza, cui si alternano foto che danno corpo ad aforismi disegnati Alla luna ho copiato la poesia – e arricchiti da un elemento naturale.

Il risultato è fascinoso: un viaggio che è interiore e, insieme, contemplazione del mondo che ruota fuori, nel tempo e nello spazio cosmico: Dicono che ho angoli/ nel corpo come nella mente,/ ecco perché mi cerco/ nella luce spigolosa delle stelle,/ nelle notti di maggio. Cui fa da contraltare… Alle stelle strappo la luccicante spigolatura.

E il dialogo, fra Barbarah e Ilaria, procede… Il vento sta nei miei passi e zufola tra le mie cosce (splendido verso, da antica poetessa greca); Sulla lingua ho papille gustative e ulcere./ Solo i granelli di sale sento,/ ma alle nuvole ho succhiato la consistenza,/ nell’attimo stesso in cui/ un gelsomino mi eccitava i sensi; Ho lacrime di sabbia, senza acqua./ Come un cactus piango attraverso le mie spine; Nel petto ho un fuoco, un rospo e tanti spasmi/ un cuore e quattro camere./ Tante volte mi sono fermata/ ad origliare dietro alla porta/ della mia gabbia toracica/ per scoprire i segreti/ di mio padre e mia madre. E… Al sole ho rapito il fuoco per il mio petto; A mio padre prendevo l’essere uomo; Alla madre ho generato l’essere figlia (dolcemente spiazzanti).

Canto a due, come giustamente scrive nella postfazione Antonella Fimiani. O… Camminare sul l’abisso per ritrovare il respiro dell’Essere, come suggerisce nella ricca e articolatissima prefazione Angelo Antonio Moroni. Una eco nietzschiana e risvolti analitici possono rilevarsi come ulteriore chiave di lettura, poiché il libro è davvero “multidimensionale”.

Ci piace però, in primis, del libro la sua freschezza, la sua semplicità, che è invero marchio di un complesso lavoro e un più che proficuo lavorio, efficace sintesi, un afflato lirico potente in una misura che contempla lo spirito dei migliori haiku. Un florilegio di sentimenti e metafore, similitudini e sensazioni, emozioni e meditazioni che in un’era di banalizzante sopravvivenza spinge, inesorabilmente e felicemente, all’amicizia, alla comprensione, alla vita.

Alberto Figliolia

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“Corde di violino” di Emilio Misani

Avere corde di violino nel cuore… Vivono vibrando/ per ogni emozione./ Per un presentimento o uno sguardo,/ per un cambiamento pianificato/ o inaspettato… Una struggente melodia, ma anche un graffio, uno stridore; uno stato di piacevole nostalgia, di attesa feconda, di speranza, ma anche di tensione interiore, di ansia, di senso di inadeguatezza. Sentimenti che Emilio Misani nella sua poesia sa ben descrivere – anche se il verbo è improprio: come può descrivere la poesia, che si nutre di suggestioni non prettamente razionali, bensì arcane, dal pozzo dell’inconscio, del non detto, del semplicemente intuito, folgorazione senza spiegazione, terribili o meravigliose che siano, e come definire i parametri delle nostre esistenze? – ed esplicitare con apparente, solo apparente, semplicità, ciò che camuffa la complessità dei giorni, quell’implacabile scorrere interiore, fiume carsico perennemente in piena… Cosi il mio cuore sa,/ benché stritolato e soffocato/ da queste miriadi di corde,/ il prezzo,/ non ancora pagato,/ del suo fluire di sangue e d’acqua/ da ogni lato.

Corde di violino (Giuliano Ladolfi Editore, 2022, pp. 66, euro 10) è il secondo volume poetico di Emilio Misani, un viaggio nel quotidiano, in cui l’osservazione minuta della realtà si trasfigura per suggerire – seppur placidamente e con lo splendore dell’umiltà – una visione altra, oltre, come le mascherine, cui siamo stati condannati negli ultimi due anni e che lasciano tuttavia lo spazio agli occhi, alla vista, al tempo interno, a una considerazione non superficiale: Quel che c’è da guardare/ è tra gli occhiali e quel piccolo/ brandello di protezione/ che serve a coprire quello/ che nessuno ha mai voluto/ osservare con attenzione.

Al di là del concetto si indovina peraltro, attraverso l’enjambement, l’allitterazione, il gioco delle assonanze/consonanze, il grande lavoro di lima del Misani, che non esita a confessare tutta la “fatica” della scrittura poetica. La sua essenzialità, per porre l’accento sul veramente importante, è frutto dello scavo dentro di sé e di un’incessante ricerca formale. Poiché, se si vuole essere onesti con sé e con chi ha la ventura (o sceglie) di leggerti, tale sforzo è necessario (e sempre titanico).

Innumerevoli d’altra parte sono gli spunti da cui parte il poeta: le letture di cui s’è nutrito e si alimenta – Paul Auster, Patrizia Valduga, Eugenio Montale, Giovanni Raboni, Salvatore Quasimodo – sebbene in ogni caso non si tratti mai di sterile citazionismo, ma di rielaborazione feconda. Ti odio e ti amo,/ ti respingo, e ti cerco/ perché di te ho bisogno… Catullo? No, Signora Solitudine… quando, nel partorire/ voci interiori,/ compagne del mio vivere solitario,/ accarezzi il mio animo/ e diventi parola sillabata all’orecchio.

Chi avrebbe mai immaginato, imbattutosi in buche nel manto stradale, che queste potessero essere metafore della vita… Voragini d’asfalto/ nella via deserta,/ portali di passaggio/ tra passato e presente./ Mi sono sporto per guardarci dentro/ ho visto terra e ciottoli di storia:/ radici della mia città. E poi? E al primo cedimento riemergono/ le sepolte verità/ e il tempo si fa/ oggetto di design in esposizione,/ mentre dal suo ventre/ gridando, inconsapevolmente,/ scivola nel nulla/ questa città.

E si procede dalla Crema antirughe alle liriche sulle stagioni, perfetta allegoria del nostro transito in questo mondo, dal Sonetto per la seconda ondata, in cui la contingenza si fa (con il filtro di una soave arresa ironia) fonda meditazione sul destino, ai versi dedicati – incontri casuali o manifestazioni affettive (in retrospettiva).

Non secondaria nella stesura di questo corpus poetico è la raffinata educazione musicale dell’autore, ciò che è reso ben evidente dal sapiente ritmo impresso alle composizioni anche quando le stesse rispondono alla più libera logica del verso libero. E, ancora, si impongono le immagini della metropoli, della comunità che la percorre e di coloro che ci attraversano con la loro presenza una volta e forse mai più, inconsapevoli di avere comunque tracciato una via insieme con noi, seppur per un attimo: una madre con la figlia, i pattinatori, figurine (e non è limitativo il diminutivo) archetipiche, simboli.

Non ultime, come potenza immaginativa, le poesie “religiose”, le quali chiudono una raccolta oltremodo ricca, nonostante le sole 66 pagine. Non una parola va sprecata in Corde di violino. Un’antologia che rappresenta una sintesi fra il tentativo di risposte alle eterne domande e l’armonia che dovrebbe governare i nostri esseri, troppo spesso smarriti nella confusione d’intenti e volontà, nel convulso affanno e in un rumore senza senso. Ascoltiamo, ascoltiamoci.

Alberto Figliolia

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BANKSY-Building Castles in the Sky

Street artist? Anche. Soprattutto, secondo la più completa e giusta definizione, artista globale. Banksy, nato a Bristol nel 1974, è un felice fenomeno di creatività e di opposizione al pensiero unico, quello dominante nel segno della massificazione esistenziale, della banalizzazione, della superficialità, dell’egoismo sociale. L’apparente semplicità dei suoi messaggi, sotto forma di murales, stencil, serigrafie, sculture e millanta, è quanto mai nutrita di meditazione sulla complessità del mondo che viviamo e sulle sue storture, sugli inganni e le menzogne del potere, quello dalla faccia oscura (ma il potere ha mai un volto trasparente e pulito?).

La mostra dedicata a Banksy in quel di Lugano, a Villa Ciani – come sempre, non autorizzata in quanto l’autore delle opere esposte non ha certo partecipato alla sua organizzazione, ma le stesse sono tutte originali e da collezioni private – presenta oltre 100 pezzi in un percorso che procede dalle origini e che palesa lo sviluppo della sua arte attraverso i più disparati interventi: dai murales alle serigrafie, con la “serializzaione” che non fa altro che estendere il messaggio, la visione, la critica di ogni struttura sclerotizzata o malevola da parte dell’iconico artista dall’invisibile volto. Banksy difatti appare misteriosamente, lavora non visto, scompare, lasciando il proprio lavoro allo sguardo pubblico: provocatorio ma mai fine a sé stesso, lucido, forte, consapevole della sua ricerca estetica, geniale nelle soluzioni formali e nelle domande a cui obbliga. Intellettuale senza intellettualismi.

Sono oltre 30 le serigrafie originali esposte, figlie sovente di tanti stencil ormai notissimi. Ci sono i famosi rat, emblema della sua poetica politica: “Sono piccoli, odiati, perseguitati e disprezzati, vivono nel substrato delle città, nelle fogne e nelle discariche. Eppure, sono capaci di mettere in ginocchio intere città, di colonizzare aree e dettare legge”. Una sorta di lumpenproletariat che si prende la scena, nonostante vincoli e catene. E ci sono… la celebre Banksy of England, beffarda riproduzione della banconota da 10 sterline in cui l’immagine della Regina Elisabetta è sostituita da quella della Principessa Diana; i tre Black Books, che contengono immagini, testi e aforismi, favole, poesie, una sorta di piccola summa del pensiero banksiano; Love is in the Air (o Flower Thrower, il Lanciatore di fiori) – “Banksy trasfigura l’estetica e ribalta l’esito violento del giovane militante collocandogli nella mano una figura retorica evocativa di pace e bellezza: il mazzo di fiori” (del resto l’artista sostiene che “I più grandi crimini del mondo non sono commessi da persone che infrangono le regole ma da persone che seguono le regole”; si pensi al nazismo…).

Proseguendo nell’itinerario si possono ammirare le 30 copertine per vinili da lui realizzate, HMV (His Master VoiceLa voce del padrone) – in cui il cane della famosa etichetta discografica impugna un bazooka –, Bomb Middle England, Grannies (le nonnine sovversive), Jack & Jill-Police Kids (l’infanzia tradita e i rischi di una società militarista), Bomb LoverBomb Hugger, Virgin MaryToxic Mary e Sales Ends Today, quest’ultima una delle immagini meno note di Banksy, pur tuttavia estremamente esemplare del suo metodo e delle convinzioni portate avanti: “La composizione mostra figure stilizzate in bianco e nero, campionate da scene bibliche dei dipinti del XVI e XVII secolo, con un gruppo di donne che si dispera davanti alla passione del Salvatore. Nella versione di Banksy il Salvatore biblico non è una persona, ma un banale cartello rosso il cui scopo è annunciare la fine dei saldi, ovvero della vendita di merci a prezzi scontati. È questa, secondo Banksy, una vera e propria fonte di disperazione. L’immagine si riferisce alle ricadute sui comportamenti collettivi dell’egemonia di una cultura consumistica prodotta dal capitalismo, invitandoci a riflettere sulla relazione tra fede, religione e denaro, sottolineando come la produzione di senso, per secoli fornita dalle religioni, è ora fornita dal denaro”. E, ancora, Family Target, Bunny in Armoured Car (la ridicolizzazione del militarismo attraverso l’immagine di un mezzo corazzato britannico con orecchie da coniglio giallorosa e papillon azzurro), le celeberrime Girl with BallonLa ragazza con palloncino (“C’è sempre una speranza”), Monky Queen, alias Regina scimmia, e Queen Vic (manifesto contro l’ipocrisia del potere e programmaticamente dissacranti, in particolare quella della Regina Vittoria raffigurata in una posa omoerotica). A proposito di quest’ultimo lavoro ecco quanto dice l’artefice: “Molti pensavano che l’immagine della Regina Vittoria fosse troppo maleducata da dipingere in luoghi casuali della città. Quindi ne ho dipinte svariate e sono state tutte cancellate, ma una di queste si trovava sulla serranda metallica di un negozio che vendeva schifezze sette giorni la settimana e non chiudeva prima delle 21.00 e solo a quell’ora la serranda veniva giù. Questo mise lo stencil in una sorta di fascia protetta per i minori dato che l’opera era visibile solo dopo le nove”. Una soluzione incredibile!

Magnifico l’acrilico Rubber Ducky (il pericolo della mercificazione e dell’infanzia come mero “segmento di mercato”, il pesce grande che divora tutto e tutti spietatamente…) e di potente impatto Mickey Snake, il serpente che ingoia Topolino, scultura-installazione in fibra di vetro, poliestere, resina, acrilici, esposto a Dismaland, “l’apocalittico parco a tema temporaneo aperto dall’artista nel 2015 a Weston-Super-Mare”, in uno stabilimento balneare in disuso.

La mostra si avvale di un apparato di pannelli oltremodo esaustivo, potendo con ciò apprendere i passi di una carriera tanto strabiliante e, nel contempo, tanto protetta (come detto, ignoto è tuttora il volto di Banksy). Vengono messi in luce anche gli innumerevoli progetti cui ha lavorato o che ha organizzato/favorito l’uomo di Bristol, artistici o umanitari che fossero. Oltre a Dismaland, non si può ignorare l’acquisto della nave Louise Michel (nome dato al naviglio in onore dell’eroina femminista e anarchica, insegnante, scrittrice, una delle anime della Comune parigina del 1871) attrezzata per il salvataggio dei migranti nel Mar Mediterraneo, gli interventi in favore della Palestina, le innumerevoli performances, il Cans Festival in un tunnel londinese. Insomma, un elenco lunghissimo.

Non un artista indirizzato verso il proprio arricchimento personale, affetto da protagonismo o narcisismo, bensì un formidabile faber e comunicatore di pace e istanze di progresso e giustizia sociale, un militante e un combattente contro i disvalori che affliggono il mondo. Un artista a tutto tondo, capace di procurare emozioni, suggestioni e riflessioni: con un corpus di lavori bellissimi e utilissimi.

Stupendo lo scenario di Villa Ciani, luogo proiettato sulle magiche acque del Ceresio, in cui si tiene l’esposizione intitolata Building Castles in the Sky (e costruire castelli in aria forse ci salverà: la fantasia dei liberi individui in libere comunità contro l’abbrutimento dei falsi bisogni e delle disparità senza fine).

Una mostra da vedere. Assolutamente.

Alberto Figliolia

BANKSY-Building Castles in the Sky, a cura di Stefano Antonelli, Gianluca Marziani, Acoris Andipa. Fino all’8 maggio 2022. Villa Ciani, Piazza Indipendenza 4, Lugano (CH).

Orari di apertura; da martedì a domenica, dalle 10 alle 19 (festivi inclusi); ultimo ingresso ore 18.

Info: tel. +41 782162785, e-mail info@banksylugano.ch, sito Internet https://it.banksylugano.ch/.

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Presentazione sabato 23 aprile de “Il balcone e l’orizzonte”

Sabato 23 aprile (ore 17) presenterò nell’Antica rimessa delle carrozze di Villa Marazzi (via Dante 47, Cesano Boscone) il mio ultimo libro di poesie “Il balcone e l’orizzonte-Cronache poetiche ai tempi del confinamento” (Edizioni Il Foglio).

Metà del ricavato delle eventuali vendite del libro sarà devoluta all’associazione “Un pozzo per Andrea”, un progetto nato per portare l’acqua nei villaggi dell’Etiopia.

Grato a chiunque vorrà/potrà venire.

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Flash/Zagor-La scure e il fulmine

Letteratura disegnata. O Nona Arte. Il fumetto è per tutti: universo di fantasia senza pari, strumento di conoscenza, divertimento puro. E infinite sono le sue forme e declinazioni. Negli ultimi decenni si è affermato con sublime prepotenza il romanzo a  fumetti, in inglese graphic novel, capace di narrare avventurosi mondi e le situazioni esistenziali, sociali e politiche più disparate.

Dal 10 marzo per i tantissimi appassionati di fumetti è disponibile nelle librerie e fumetterie Flash/Zagor-La scure e il fulmine, un volume a colori, cartonato e in grande formato, in cui si ritrovano uniti i destini di due fra i più polari eroi delle strisce e delle nuvolette: Za-gor-te.nay, più semplicemente Zagor, lo Spirito con la scure, re della foresta di Darkwood, specialissimo tarzanide western, fascinosissimo acrobata al servizio della giustizia e amico degli indiani, uno che si batte contro ogni sopruso, e Flash dal rosso costume, l’uomo più veloce del mondo, nella normalità Barry Allen, colui che, investito da un fulmine e cosparso di sostanze chimiche, domina, a fin di bene, la Forza della Velocità.

Un viaggio fra diversi universi temporali unisce, come detto, le forze dei due affinché possano respingere l’attacco congiunto del folle Professor Hellingen e di Gorilla Grodd, il cui intento è di distruggere i mondi di Zagor e di Flash, con ogni forma di vita dimori in essi, per ricostruirne uno a proprio piacimento, per una invincibile e smodata sete di potere.

Supercriminali e trappers, giungle metropolitane e pellerossa, duelli individuali e scontri con panoramici gruppi, colpi di scena che si susseguono senza posa, disegnando uno scenario avventuroso che avvince con splendida implacabilità il lettore. Il team-up fra Zagor e Flash è il primo in cui un personaggio bonelliano incontra un supereroe della DC Comics (in Italia Flash  è pubblicato dalla Panini Comics). Esperimento oltremodo riuscito, cui ne seguiranno con ogni probabilità altri.

La storia è stata scritta a quattro mani da Giovanni Masi & Mauro Uzzeo e disegnata da Davide Gianfelice (autore anche della copertina, di cui esiste una variante firmata da Gabriele Dell’Otto), con i colori di Adele Matera e Luca Saponti. Alla edizione italiana seguirà quella statunitense e di altri Paesi.

Risuona nelle magnifiche pagine del volume il classico grido di Zagor… “Ahyaakk!”. Naturalmente Zagor è accompagnato dal fido Felipe Cayetano Lopez Martinez y Gonzales, alias Cico dall’insaziabile appetito. Ma l’arcobaleno di personaggi è quanto mai variegato (e coinvolgente).

Quanta strada dai primi passi della creatura di Nolitta, alias Sergio Bonelli, e di Gallieno Ferri, più sessant’anni addietro, mentre Flash ne vanta un’ottantina… ma gli eroi sono sempre giovani per nostra fortuna (e beati loro!).

“Ma quale sarà la straordinaria minaccia che dovranno affrontare nel racconto completo che vede per la prima volta faccia a faccia i due celebri eroi? Come riusciranno a convivere e a collaborare due personaggi al contempo tanto diversi quanto simili tra loro come Zagor e Flash? E quale sarà il punto di contatto tra l’Universo DC e quello della Sergio Bonelli Editore, che innesterà il loro incontro?”.

Flash/Zagor-La scure e il fulmine è ulteriormente arricchito da una gallery di disegni preparatori, immagini e copertine inedite di Davide Gianfelice, Emiliano Mammucari e Carmine Di Giandomenico.

E allora perdiamoci a Darkwood e dintorni… verranno a salvare noi e il mondo Za-gor-te-nay e Flash, l’uomo più rapido del pianeta: fra liane e supervelocità l’immaginazione correrà felice.

Alberto Figliolia

Online e sui social:

https://www.facebook.com/ZagorSergioBonelliEditore/

https://shop.sergiobonelli.it/zagor/2022/01/28/libro/zagor-flash-la-scure-e-il-fulmine-1021311/

https://shop.sergiobonelli.it/zagor/2022/01/28/libro/zagor-flash-la-scure-e-il-fulmine-variant-1021316/

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“Stato interessante”, Teatro Filodrammatci

Un bagno logoro e decrepito, in uno stato di disordine estremo. Tre uomini, di cui uno in stato interessante: proprio così… incinto! Un miracolo? Un rovesciamento di natura? Una meraviglia o un’apocalisse?

Stato interessante è il titolo della pièce, fra dramma psicosociale e commedia nera, che ha esordito in gennaio e sarà ripreso dall’8 al 13 marzo 2022 al Teatro Filodrammatici di Milano.

Claustrofobico e causticamente divagante, l’ultimo lavoro di Bruno Fornasari è stato scritto durante i mesi più duri della pandemia, convogliandosi nella trama quel profluvio di riflessioni sorte con prepotenza e smarrimento in giorni, settimane, mesi che si fa(ceva) fatica a decifrare.

Due politici e un uomo d’affari, quello incinto (ignaro di come ciò sia potuto avvenire), alle prese con sé stessi, con il paradosso presente, con la propria aggressiva incomunicabilità fatta di dialoghi feroci, sostanzialmente di non ascolto, come fossero tre monologanti senza sbocco, una dialettica già morta e sepolta.

Come finirà, sempre che possa finire una situazione così palesemente assurda, coi mille vincoli dettati da matrici di secolari pregiudizi? È una messa in discussione dei valori costituiti, anzi dei disvalori costituiti.

Non paiono esservi soluzioni, se non in/per quel ventre teso di un ex maschio alfa…

Si ride. Si ride amaro, presi da un meccanismo in fondo ingovernabile. Questi anni convulsi e chiusi hanno mutato il panorama esistenziale ponendo dubbi, tranciando brutalmente certezze. O hanno vieppiù incancrenito un organismo che già necrotizzava?

O forse – ultima domanda che con un barlume di luce, ossimoro pur inspiegabile, ci travaglia cuore e mente – una nuova vita (bambino o bambina, insperata genesi, restituirà, fra necessità atavica e surrealtà di una contemporaneità agonizzante, un nuovo senso alle cose del mondo?

Bravissimi i tre interpre – Tommaso Amadio, Emanuele Arrigazzi e Umberto Terruso – mattatori di un nulla che avanza implacabile, travolgenti nella loro consapevole impossibilità.

E perdura l’immagine di quel ventre teso, gonfio, di otto mesi, in un maschio: ribaltamento del corpus non solo fisico, ma, soprattutto, culturale e psichico. Proprio come in questi caotici giorni.

Alberto Figliolia

Stato interessante, testo e regia di Bruno Fornasari. Teatro Filodrammatici, via Filodrammatici 1, Milano (MM 1 Duomo o Cordusio, MM3 Duomo). Dall’8 al 13 marzo 2022. 80’ senza intervallo.

Info: e-mail biglietteria@teatrofilodrammatici.eu, sito Internet www.teatrofilodrammatici.eu, tel. 0236727550.

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