Nacqui

Nacqui

Nacqui

in una casa che non c’è più

dove un remoto giorno

del presente mi avrebbe condotto

mio padre malato.

Nacqui

quasi sulla riva del fiume

perduto da una cicogna

o forse da una gru meccanica.

Nacqui

con la camicia e rosso

come un tuorlo d’uovo.

Nacqui

che era il tramonto,

fra gli ultimi garriti

delle rondini e il tardivo schiamazzo

di un’officina vicina,

e nel cortile c’era la polvere

e sulle scale di ferro

riposavano mosche d’oro.

Nacqui

marchiato dalla malinconia

di fine estate e da quella delle nubi

che si disfano all’orizzonte.

Nacqui

e non sapevo di presagi

o ambizioni o sogni.

Nacqui

e non so se mai rinacqui.

Nacqui

postumo, come disse il filosofo,

e questo è tutto quel che so;

tutto quel che so

prima dell’ignoto.

Alberto Figliolia

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La donna-gatto rossostriata…

La donna-gatto rossostriata…

La donna-gatto rossostriata offre il pube alla scimmietta sotto i lucenti macchinari di cuoio-acciaio-legno; un pipistrello la osserva mentre si sfila i lunghi guanti neri.

La città, fuori, scintilla nella notte; croci uncinate sulle fiancate degli sferraglianti tram attraggono la psiche dei bevitori di birra mista ad assenzio.

Di chi furono quegli stivaletti dai lacci sciolti, abbandonati su una seggiola di legno triste e scheggiata? Chi li calzò? Una reduce dal gran ballo della disillusione?

Sopravvissuti alle trincee oliano i meccanismi del proprio dolore, pulendo un moncherino con l’altro moncherino; mascelle di ferro perdono saliva, le orbite vuote sono un canto inudibile.

Sull’asse da stiro giacciono budella e velli, incandescenti lame e fiori appassiti.

Il sogno di lei sull’amaca, le coppe dei seni all’aria bollente di luglio, le calze arrotolate (un buco sul tallone): l’anello del tradimento al dito, al polso sinistro un braccialetto di ricordi scarificati, l’aria languida del coito orale appena consumato: si dondola, si dondola, soddisfatta, si lecca le labbra, i bei capelli neri scomposti dal piacere che è stato; mi guarda, mi guarda… “Ancora”… Ci diciamo nell’atmosfera rovente… E sorride prima d’accasciarsi.

Lontano la camera di un suicida conserva i suoi segni: panni stesi ad asciugare, muri macchiati d’umidità, povere stampe appese sopra il letto sfatto, un mastello vuoto, sopra il tavolo una brocca sbeccata, un avanzo di pane, un pennello da barba.

Lo sbuffare, nel sogno, di una locomotiva lanciata nella neve, il faro acceso a squarciare la grigia nudità del mondo. E binari vacui, assenti, tutt’intorno.

Dalla finestra, alzandosi con uno sforzo, si potrebbe scorgere un biplano volteggiare come un falco; chiacchiere di quartiere; crocchi di bambini scalzi; ruote dentate e ingranaggi arrugginiti, una carriola su cui giace una piccola bara.

Sulla porta s’incontrano amanti senza volto; la pianura muore piatta in un banale orizzonte.

Un rachitico a braccetto con una schiava dai campi di cotone sudisti; sterno d’uccello lui, un grembiule di paura e desiderio lei.

Un amore mercenario in stivali, un incrocio saffico, una ierodula con le trecce.

I tre magnati dell’industria fumano – sigaro, sigaretta e pipa – nel mentre delle ciminiere che sputano veleni e ideologie al soldo.

Il soprammobile del Kaiser tagliateste scruta la vecchia con il maialino in mano e il chiodo conficcato nel cranio, la vecchia ha lo sguardo strabico e sorridente, e il marito dalla bocca di cinghiale; un filosofo senza cervello pugnala uno scorpione dagli occhi enormi; simboli di fede splendono tenebrosi ovunque.

La sua bellezza è classica, perfetta come la dea cui s’ispira, eppure la morte è in ogni cellula.

Camminano lungo la via facce che non sono facce; un giovane ardente con una sola scarpa spia l’amata in catalessi da un pertugio nel muro della casa sventrata dalle bombe; un vaso di fiori, un’altalena, stampelle, trappole per topi, tarocchi sparsi ai piedi del letto, una candela spenta, un dinosauro di plastica.

Alberto Figliolia

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Delft Delfi

Delft Delfi aPhila e fondi obbligazionari a Fondi-sti oracolare Vermeer tracollare wanton a Canton Riso amaro Vallone Raf Royal Air Force Forse che sì forse che no no no no nonna nonna la nonna di Beethoven Mozart con Costanza sull’omonimo lago Anonimo veneziano rondò rondini rondoni rondelle rivoluzionarie Galileo Inquisizione Eppur si muove Superman Krypton perduti nello spazio del Kansas Oz Ozzy Osbourne Paranoid

Alberto Figliolia

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Filamenti di stelle nella ragnatela dell’oscurità

L’inferno rosa
Il numero 8 luminescente
Una sega elettrica estirpa i nei
Corpi addormentati fra funghi allucinogeni
Licantropi con il berretto da baseball
Una sterminata pianura di creature crocifisse
Il bagno con le pareti scrostate e da ogni crepa del muro un cangiante delitto
Scoperchiato il tetto filamenti di stelle nella ragnatela dell’oscurità
Bolle sostengono la casa
Uomini simbionti di pietre grigie

 

Alberto Figliolia

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Anelli d’oro…

Anelli d’oro…

Anelli d’oro cingono le spire del serpente.
Dal cadaverico ventre un tubo tracheale, di lato i pneumatofori e al sommo un pipistrello, capta il pallido vento.
Un lupo dalle zampe d’insetto discetta del noumeno.
Neon accendono gli alveari.
L’angelo caduto cammina sulla spiaggia lavica insieme alle grida scomparse dei dannati.
Tavole imbandite per scheletri ingordi ai piedi di scale elicoidali.
Gira la chiave nella serratura dell’ultima porta dell’orto concluso.
Pietre volanti nella bruma.
Macchine sospese sull’abisso.
Un’amante con mezza faccia marcia.
L’elsa scintilla della spada che taglia il volo.
Gli intestini si torcono imprigionando Prometeo (e Orfeo sta a guardare).
Veleno cola dal soffitto della grotta; imbeve l’anima; strazia con la visione del futuro dietro le spalle e il passato avanti.
Codici binari mutano in soliloqui di specchi.
Ancora cadono angeli.
Duplici bocche spalancano dentati baratri e grifoni implorano pietà nei rancidi cortili del sogno.
Monitor rimbalzano le immagini dei sepolti vivi.
Spettrali occhi fumano.
Ore lancinanti batte il tempo non tempo prima che i cataplasmi donino parvenze di paradiso dal pavimento a scacchi.
L’antidoto…

 

Alberto Figliolia

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All’ombra dei pinnacoli di pietra

All’ombra dei pinnacoli di pietra,
nei canyon rosa,
sotto nuvole camminanti
la sibilla getta fumo
dalla bocca azzurra:
i seni suoi s’offrono
alle labbra del viandante.

Scintillano occhi
come galassie nelle distanze
che s’allontanano
alle brulicanti tenebre.
Siamo un volo cosmico
senza perché, astri perduti,
vortici, il battito d’ala
di un corvo parlante,
un grido assillante.

Noi non siamo noi;
noi siamo un luogo,
l’urlante silenzio dell’alba,
l’aura dell’ultimo giorno,
un tuono prima del lampo,
un cuore di cristallo
estratto dal petto sognante,
un diario grondante
luminoso sangue.

Varcheremo le porte
ad arco acuto del desiderio,
del delirio e del destino,
per sedere sul sofà
di sabbia che scivola
e scivola e scivola…

Alberto Figliolia

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In quest’altrove viaggiante

Mi è ricapitata sotto gli occhi questa poesia che ho scritto poche ore prima che morisse mio padre.
Un presentimento?

In quest’altrove viaggiante

Il suono ovattato
del sole
al tramonto
nel suo solito tuffo
nell’ignoto mare
della notte a venire

lo squillo asimmetrico
di un cellulare

fasci di nubi
s’incrociano
nel cielo
grigiolatte

luci
di milioni di vite
ci vengono incontro

e non sapremo mai niente
gli uni degli altri

sfilano campagne
tutte uguali
ai limiti
del buio

un aereo solitario
fende il nulla
sovrastante

piccoli vortici
turbine di paura
turbini di non senso
colonnine di ricordi

un colpo di tosse, dietro
a spezzare
la compunta armonia
della disperazione

ore 18 del 28 ottobre 2016, sul pullman in un luogo imprecisato del Veneto

Alberto Figliolia

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