Il panorama dei miei prossimi appuntamenti (ingresso libero):

Il panorama dei miei prossimi appuntamenti (ingresso libero):

-“Milano Crossing Poetry Slam”: venerdì 20 ottobre, ore 21, Caffè Egeo, piazzale Egeo 9, Milano

-Serata haiku (insieme con Silvana Ceruti e in collaborazione con l’Associazione La Conta): lunedì 23 ottobre, ore 21, CAM Ponte delle Gabelle, via San Marco 45, Milano

-“Poeti alla spina” (un intervento): mercoledì 25, ore 19, Henry’s Cafè, viale Col di Lana 4, Milano

-presentazione del Calendario poetico-fotografico 2018 (tema: “Le nuvole”) del Laboratorio di lettura e scrittura creativa nella Casa di reclusione di Opera-Milano: giovedì 26 ottobre, ore 18, Sala Orologio, Palazzo Marino, piazza della Scala 2, Milano

-presentazione del libro “Cieli di gloria-Poesie sportive” (Edizioni Il Foglio): sabato 28 ottobre, ore 18, Caffetteria Gesiö, via Garibaldi 29, Novate Milanese (Mi)

-Letture sull’Afghanistan (incontro a cura di Emergency): venerdì 3 novembre, ore 18, Seicentro, via Savona 99, Milano

-Presentazione dell’antologia “Reazione” (all’interno un mio racconto-testimonianza), i cui proventi andranno alla Caritas: martedì 7 novembre, ore 21, Centro Parrocchiale Sant’Ambrogio, via Rimembranze, Trezzano sul Naviglio (Mi)

-Presentazione di “Visioni o dell’anarchico girovagare”” (Rayuela Edizioni) e di “Cieli di gloria-Poesie sportive” (Edizioni Il Foglio): giovedì 9 novembre, ore 21, Biblioteca di Dairago, via Damiano Chiesa 14, Dairago (Mi)

-Presentazione di “Visioni o dell’anarchico girovagare” (Rayuela Edizioni): sabato 11 novembre, ore 17, Libreria Lineadiconfine, via Ceriani-ang. via Pistoia, Milano (zona Baggio)

-Reading (nell’ambito degli incontri del Cenacolo Sant’Eustorgio): giovedì 30 novembre, ore 17, Libreria Esoterica, Galleria Unione 1, Milano

-Presentazione del Laboratorio di lettura e scrittura creativa nel Carcere di Opera-Milano: mercoledì 13 dicembre, ore 18, Sala del Grechetto-Biblioteca Sormani, via Francesco Sforza 7, Milano

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“Si fece freddo il cuore”

Si fece freddo il cuore”

“Si fece freddo il cuore”…
mentre mi congiungevo
con il suo corpo nudo
(scarpe dagli alti tacchi neri
e il capo fiorito,
sul ventre di velluto
e il madido ombelico
le corde del liuto
a vibrar tenebrose).
E la luna era un oblò
nell’infinito nero
fra cerniere di nulla.

Nell’imbuto della solitudine
parole come passi
si disperdevano, e ammuffiti
malli, necrotici cerchi,
gracchiar di radio;
il seno pieno delle arpie
e il baricentro strappato,
perimetri, peripli,
tutte le foche morte,
stonate trombe,
i frutti del paradiso,
dei sdraiati nel silenzio,
Pompei, tarocchi,
labirinti a spirale.

Che io sia entroflesso?
Che noi siamo crotali
dalle squame rosse,
biglietti senza ritorno?
Giostre ferme?
Grido muto di Medusa?
Cuspidi?
Trasvoli?
Velari sull’arena?
Sinapsi?
Serrature formali?
Giardini, gabbie, fichi spaccati, barchette di carta?
“Si fece freddo il cuore”…

Alberto Figliolia

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Cinquant’anni dopo. A un genio del gioco, a un uomo libero… O della breve, ma intensa, vita di Gigi Meroni

Cinquant’anni dopo. A un genio del gioco, a un uomo libero…

A Gigi Meroni

Un dribbling a scartar banalità,
serpentine fra difensori avversi,
il tuo calcio, Gigi, era rari versi,
guizzi a rifuggir la precarietà,
pallonetti alla provvisorietà
(Sessantasette, Sarti), gol diversi,
come fiori, giostre, sogni dispersi
nella cruda stantia realtà.
Colpi di tacco e galline al guinzaglio
per i figli dei fiori e i benpensanti,
la Balilla e la sorte nel bagaglio
e a Middlesbrough quei coreani ansanti…
Cross e tiri come visioni, Carelli
che alza il pallone al cielo, ai caroselli
di pianto, e il giorno che si leva lento
per l’ultima tua volata nel vento.

Luigi (o Gigi) Meroni, la farfalla granata. O anche il beatnik del gol. O, ancora, Calimero. Ovvero la fantasia al potere. Un giocatore dalle formidabili abilità e dalla straordinaria sensibilità: dai piedi, capaci di tocchi sublimi e gol da cineteca – come quello ricamato con un pallonetto a Giuliano Sarti, che interruppe l’imbattibilità casalinga della Grande Inter che durava da tre lunghi anni – alla testa. Una testa pensante, dentro i tempi, in anticipo sui tempi.
Gigi Meroni, nato a Como il 24 febbraio 1943 e morto a Torino il
15 ottobre 1967 in conseguenza di uno stupido incidente… Il giovane stava attraversando a piedi, con il suo compagno di squadra e amico Fabrizio Poletti, il trafficato Corso Re Umberto quando fu investito prima da una Fiat 124 Coupé poi da una Lancia Appia. Gambe fratturate, bacino rotto e trauma cranico. La morte sopravvenne alle 22,40.
Con Gigi Meroni scompariva uno dei più grandi talenti del calcio italiano – giocatore che volteggiava lieve coi suoi calzettoni abbassati e che sapeva illuminare il gioco con invenzioni fuori da ogni ordinario – e moriva un giovane uomo di non comuni doti. Meroni non era mai banale, in qualunque attività fosse occupato. Amava dipingere, si disegnava i propri abiti, sfidava la morale borghese corrente per affermare il diritto di scegliere la propria vita. Difatti Gigi conviveva con una giovane separata, dando da dire alla pletora di benpensanti.
Ancora una insostenibile tragedia per il popolo torinista. Dopo Superga Meroni…
Una vita breve fu quella del Gigi, ma piena, intensa, illustre, gloriosa, nonostante gli stenti e sporchi stracci indossati dalla morte.
Ancora adesso si pensa con nostalgia alla farfalla granata, al beatnik del gol, a Calimero. Lui è qui, con noi, nella cultura popolare, nell’immaginario collettivo. Come una promessa a venire, come una speranza mai morta.

(Da “Cieli di gloria-Poesie sportive” di Alberto Figliolia, 2017, Edizioni Il Foglio)

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Un sosia perfetto cammina

Un sosia perfetto cammina
all’alba, cocci di lampioni
sull’asfalto slabbrato,
lungo una strada di periferia.
Una ragazza dai capelli viola
scende le scale che conducono
alla metropolitana
strusciando le dita
sul corrimano logoro:
mi vede, mi affianca,
mi sorride stanca.
Una nordafricana arranca
con il passeggino
nel corridoio del filobus:
indossa una tunica
su cui è stampata
-pop art sahariana-
la scritta “Sweet Love!”
e un’infinità di cuoricini
getta lampi seghettati:
un tempo le sue antenate
soffiavan sospiri
dal moucharabieh.
E io procedo nel caos
del traffico: eggregore
meccaniche, fantasmi di sadhu,
cavalieri della malinconia,
per terra i petali
di alchemiche rose,
e alcoliche damigelle
mentre il cielo riversa
nel proprio ventre
balenanti nembi.

Alberto Figliolia

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A night in Kinshasa

The Rumble in the Jungle-La Rissa nella Giungla, ossia uno dei più grandi eventi sportivi all time. Anche se alcuni avrebbero da ridire sul concetto di sport applicato al pugilato. Tuttavia quando hai a che fare con un personaggio come Muhammad Ali, un’icona, uno sepolto nell’immaginario collettivo, campione d’Olimpia e del mondo, bello, ribelle, lingua lunga, musulmano e pacifista, paladino dei diritti civili e tanto altro ancora, le polemiche riguardo alla noble art possono anche placarsi.

Correva l’anno 1974 quando a Kinshasa, Zaire (ex Congo Belga), Africa – 40° di temperatura e 90% di umidità – si incontrarono/scontrarono sul ring il vecchio ex campione e il nuovo detentore della cintura iridata, George Foreman, un picchiatore puro, un giustiziere, il pugno dell’instant killer.

Fu qualcosa di più che un match di boxe. Fu evento mediatico ante litteram, avvenimento politico, simbolo di riscatto dalle nevrosi post colonialismo e dalle sudditanze di vario genere. Possono alcune riprese su un ring cambiare la Storia? Chissà… Se ti chiami Ali, forse. O almeno un poco… Del resto colui che un tempo si chiamava Cassius Clay aveva saputo rinunciare, costrettovi dalla coerenza delle proprie scelte e dall’ottusa ipocrisia del sistema, al titolo di re del mondo della categoria dei pesi massimi allorché anni addietro aveva pronunciato il suo gran no alla sporca guerra, al napalm del Vietnam (in fondo nessun vietcong l’aveva mai chiamato negro in senso dispregiativo: No Vietnamese ever called me nigger oppure I ain’t got quarrel with them Viet Cong). Fu immediatamente detronizzato e allontanato dai quadrati a calcare i quali sarebbe tornato tre anni dopo. E a Kinshasa era giunto il momento di riprendersi il proprio. Peccato che dall’altra parte c’era quel giovane arrogante, Big George, statua d’ebano, la forza di un maglio nei pugni. Ali era sfavorito, ma… ma Muhammad non solo era un boxeur sopraffino, elegante e ballerino, fluttuante come una farfalla e pungente come un’ape, con un jab stilisticamente perfetto e devastante; lui era anche, e soprattutto, un uomo intelligente, pragmatico e inguaribilmente idealista, con una missione da compiere, e seppe volgere la situazione a suo favore. Prima nell’attesa spasmodica dell’incontro, trascinando dalla propria le immani folle con i suoi proclami di ambasciatore della neritudine e della giustizia sociale, poi sul ring ribaltando una situazione che pareva compromessa e stroncando infine con un clamoroso knock-out la resistenza dello stranito e sballottato Foreman, pian piano demolito psicologicamente e all’ottava ripresa sbattuto sul tappeto per il drammatico conto conclusivo.

Quarantatré anni dopo, e dopo la scomparsa di Ali (per tanti anni poi devastato dal Parkinson, ma anche in quell’immagine silente e tremolante vibravano la dignità e il fuoco delle idee), al Teatro Carcano rivive quella gloriosa ed eclatante vicenda sportivo-esistenziale (o politico-sportiva) grazie all’affabulazione di Federico Buffa, che torna sul palcoscenico dopo avere celebrato le gesta di un altro immenso atleta afroamericano, il quattro volte oro olimpico a Berlino ’36 Jesse Owens.

A Night in Kinshasa… “Il dittatore Mobutu regala ai suoi sudditi il match di boxe del millennio per il titolo mondiale dei massimi, tra lo sfidante Muhammad Ali e il detentore George Foreman. Ali ha 32 anni, l’altro 25. Sono entrambi neri afroamericani, ma per la gente di Mobutu, Ali è il nero d’Africa che torna dai suoi fratelli, George è un complice dei bianchi. Tanta gente assedia lo stadio dove si terrà il match e grida “Alì boma yé-Alì uccidilo”. E nella consueta sinfonia di contraddizioni che è la storia di Muhammad Ali il paradosso è che l’incontro simbolo della libertà ha luogo in un paese oltraggiato prima dal colonialismo, poi da una dittatura che sarebbe durata trent’anni e poi ancora dalla guerra. Ali torna nella terra dei suoi avi a riscoprire le sue origini. Sta nelle strade, va negli ospedali, incontra i bambini. Decide di poter trasmettere quello che ha visto ai neri d’America, agli emarginati, a quelli senza sussidi che non hanno coscienza di sé stessi. Vuole stare in mezzo ai drogati, ai disperati, alle prostitute. Questo racconta ai giornalisti. Dopo quella lunga notte a Kinshasa Ali si sente finalmente libero, ha un sogno nuovo in cui credere. È libero perfino di rappresentare l’America: l’America è tutta per lui. Il mondo intero lo è. La storia della dittatura di Mobutu sarà ancora lunga, ma all’alba di quel nuovo giorno i congolesi festeggiano come in una purificazione, colmi di speranza e grati a quell’uomo che da solo aveva sconfitto il sistema”.

In quell’autunno del 1974 furono testimoni e a loro volta, seppur ai margini, interpreti di quell’episodio James Brown, B.B. King e Miriam Makeba, impegnati in concerto, o anche lo scrittore Norman Mailer. Il racconto di Federico Buffa è, come sempre, attento a ogni particolare emozionale, accurato nella ricerca storica (vedi la citazione del genocidio perpetrato (e dimenticato dal mondo) dal 1885 al 1908 sotto lo spietato tallone di Leopoldo II, monarca del Belgio, che del Congo aveva fatto la sua personale riserva di ricchezza: 10 milioni di morti?), affascinante nel modello narrativo – un esempio di contemporanea letteratura orale – con il supporto umanistico della tecnologia e vari elementi artistici a intrecciarsi. “Una narrazione sincopata, tenuta “sulle corde” da una serrata partitura musicale scritta ed eseguita al pianoforte da Alessandro Nidi e ritmata dalle percussioni di Sebastiano Nidi, all’interno della cornice visionaria della regista Maria Elisabetta Marelli”.

A Night in Kinshasa-Muhammad Ali vs George Foreman. Molto più di un incontro di boxe…

Alberto Figliolia

A Night in Kinshasa-Muhammad Ali vs George Foreman. Molto più di un incontro di boxe di Federico Buffa e Maria Elisabetta Marelli. Musiche Alessandro Nidi. Con Alessandro Nidi, pianoforte, pianoforte preparato, e Sebastiano Nidi, percussioni. Video design Mikkel Garro Martinsen (Roof video design). Regia Maria Elisabetta Marelli. Fino al 15 ottobre 2017. Teatro Carcano, Corso di Porta Romana 63, Milano.

Orari: mercoledì, giovedì e sabato ore 20,30; venerdì ore 19,30; domenica ore 16.

Info: e-mail info@teatrocarcano.com; sito Internet www.teatrocarcano.com.

Prenotazioni: tel. 0255181377-0255181362; online http://www.vivaticket.it- http://www.ticketone.it-www.happyticket.it

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Biennale di Milano

Dall’11 al 15 ottobre si svolgerà la seconda edizione di Biennale Milano, una manifestazione con non pochi motivi d’interesse. Location sarà il Brera Site in via delle Erbe 2. Arte, design, spettacolo, la presentazione di un libro che susciterà amplissimo dibattito, dato il tema sempre tristemente all’ordine del giorno, vale a dire il cosiddetto femminicidio. Protagonista di quest’ultimo evento giovedì 12 (ore 18) sarà Vanna Ugolini, autrice, con Lucia Magionami, del volume Non è colpa mia. Voci di uomini che hanno ucciso le donne (edito da Morlacchi). Un viaggio negli oscuri labirinti e inferi di chi ha strappato altre vite. Per cercare di capire, anche se è arduo afferrare il senso di tale distruttività (e autodistruttività).

Fra gli artisti in mostra: Gaetano Pesce, con un vaso in resina; Alessandro Galanti, designer che fonda le sue osservazioni sulla natura e le fonde in una lavorazione orafa; il “controverso” Gino De Dominicis; Gillo Dorfles, 107 anni compiuti d’immensa creatività, immaginazione e fantasia; Amanda Lear, già celebre cantante dalla voce particolare, amica di un certo Salvador Domingo Felipe Jacinto Dalí i Domènech, Marquis of Dalí de Púbol, alias Avida Dollars. E ancora Sirka Laakkonen, Karin Monschauer, Francesca Fragale, Massimo Mariano, Emanuela Corbellini, Daniela Delle Fratte, Margaretha Gubernale, Maria Grazia Algisi, Anna Izzo, Mario Mattei, Alice Asnaghi, Paride Bianco, Felice Cremesini, Oscar Fontanesi…

La manifestazione, presentata da Vittorio Sgarbi e ideata e organizzata da Salvo Nugnes, sarà inaugurata dallo spettacolo La vita è arte di Pippo Franco. “Sarà proprio un’occasione per conoscere artisti nuovi e approfondire la conoscenza di artisti già noti – dichiara il noto critico d’arte – e capire a che punto è la ricerca artistica oggi in una Biennale autunnale fuori dai fasti veneziani, ma in una città viva e piena di tensioni artistiche come Milano. Delle grandi biennali ha l’ambizione di testimoniare del nostro tempo gli artisti che dovranno rimanere lasciando una traccia di sé”. Insieme con dipinti e sculture vi saranno anche fotografia e video-arte. E, fra gli ospiti, lo psichiatra Alessandro Meluzzi, lo scrittore Francesco Alberoni, il soprano Katia Ricciarelli, lo stilista Santo Versace e Lello Milucci del Teatro San Carlo di Napoli.

La Biennale di Milano – la voce del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti – è un punto di riferimento nel panorama artistico internazionale”. “Anche nel 2017 – chiosa l’organizzatore – avremo opere realizzate da un selezionato gruppo di artisti del panorama contemporaneo, tutti meritevoli di interesse, che proporranno stili e generi eterogenei, all’insegna dello spirito creativo libero e cosmopolita”. Quella che, a ben vedere, è un po’ la cifra di Milano.

Da sottolineare che tutti gli eventi e gli incontri saranno a ingresso gratuito. Anche questo non è poco.

Alberto Figliolia

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Tamburi nella notte

“Tra i miei primi lavori teatrali, la commedia Tamburi nella notte è la più ambigua. In essa la ribellione contro una convenzione letteraria da respingere rischiò di coinvolgere nella condanna un grande movimento di rivolta sociale. Se la vicenda fosse stata svolta in modo “normale”, ossia convenzionale, il reduce che aderisce alla rivoluzione perché la sua ragazza si è fidanzata con un altro avrebbe riacquistato o perduto definitivamente la ragazza, ma in entrambi i casi non avrebbe abbandonato la rivoluzione. In Tamburi nella notte il reduce Kragler riottiene la fidanzata, sia pure “disonorata”, e volta le spalle alla rivoluzione. Questa appare senz’altro la più infelice di tutte le varianti possibili, anche e soprattutto perché è avvertibile una certa simpatia da parte dell’autore.” (Bertolt Brecht)

Nulla è più rivoluzionario dell’amore. Neppure la rivolta degli Spartachisti e la loro Rivoluzione di Novembre o le parole infiammate di Rosa Luxemburg sulla giustizia sociale e contro i guasti e i danni della società capitalistica. Per le strade di Berlino, anno Domini 1918 (e postumi nel 1919), risuonano gli spari di rivoltelle e fucili e il boato del cannone, echi spaventosi e inconoscibili, le invisibili e pur concrete minacce di un mondo che giace nell’ignoto e verso l’ignoto viaggia, mentre negli interni borghesi si consumano drammi privati e nelle anime individuali piccole ma furiose tempeste.

Andrea Kragler, partito per la guerra, è assente da quattro anni. Ergo vien dato per morto. Mentre era nel fango delle trincee o prigioniero in Africa, la sua fidanzata Anna Balicke è stata promessa in sposa a un arricchito (la figura del torvo imboscato). La promessa e “disonorata” Anna… Il ritorno, imprevisto, di Andrea dalla prigionia scompagina ogni piano della famiglia e getta nel panico esistenziale la ex fidanzata.

Con gli apparenti modi della commedia si dipana il dramma. L’intreccio degli eventi è angoscioso, elettrico, cupo; la densità sentimentale una nebbia che grava e ottunde sensi e coscienze.

Nonostante le convenzioni, nonostante l’opposizione della famiglia, Anna tornerà con il suo antico e mai dimenticato amato. Non importa se era stata di un altro, l’amore avanti tutto. Anche per Andrea, paria sociale, che in nome di esso rinuncia alla rivoluzione, la quale peraltro fallirà annegata nel sangue. Ma forse chi ha sfidato le regole in forza del genuino sentimento e del fuoco della passione ha invero innescato una rivoluzione ben più potente e a lungo termine. Forse. Il dubbio lo ebbe anche Bertolt, così “ideologico” e così dialettico. Se l’autore politico stigmatizzava, l’uomo e il filosofo capiva offrendo la propria simpatia al povero reduce. Per quanto riguarda gli “squali” essi, ahinoi, avrebbero ancora fatto fortuna nella Germania hitleriana, salvo essere spazzati via dal vortice della storia, sebbene dopo aver seminato morte e distruzione.

La rivoluzione dell’amore, tuttavia, come un debole e gentile seme attecchirà generando una possente pianta alla cui ombra l’umanità potrà trovare ristoro. Un dramma politico è Tamburi nella notte, e un delicato apologo, con cui il giovane Brecht non solo ha “raccontato” il furioso passaggio della Storia, ma ha tentato di penetrare nei misteri del cuore.

“A distanza di molti anni – chiosa Francesco Frongia, regista dello spettacolo in scena al Teatro Filodrammatici di Milano – questo testo poco frequentato ci permette di confrontarci con il nostro bisogno di ribellione, con la necessità che abbiamo di rifiutare un mondo che non ci assomiglia e di provare a costruire il nostro ideale. Cercando di raggiungere quel luogo impossibile che è l’utopia dobbiamo imparare a guardare dentro di noi, ad accettare chi siamo e quello che vogliamo essere nella società. La costruzione dell’utopia parte da noi e forse le nostre scelte private possono migliorare poco alla volta il mondo che ci circonda.”

Alberto Figliolia

Tamburi nella notte di Bertolt Brecht. Fino al 15 ottobre 2017. Teatro Filodrammatici, via Filodrammatici 1, Milano. Versione scenica di Emanuele Aldrovandi. Regia Francesco Frongia. Con Luigi Aquilino, Edoardo Barbone, Denise Brambillasca, Gaia Carmagnani, Eugenio Fea, Ilaria Longo, Simone Previdi, Alessandro Savarese, Valentina Sichetti, Irene Urciuoli, Daniele Vagnozzi.

Info e orari: mar, gio e sab 21, mer e ven 19,30, dom 16, lun riposo. Tel. 02.36727550, e-mail biglietteria@teatrofilodrammatici.eu, sito Internet http://www.teatrofilodrammatici.eu.

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