… l’urlo di un gatto… nel buio…

… l’urlo di un gatto… nel buio…

… l’urlo di un gatto… nel buio…
stupefatto… e… clandestino… terrore

l’elemosina dell’incertezza
le altere lusinghe del sogno
come fra la polvere dell’antica Atene
quale angelo o daimon nel nostro involucro?
la miniera della compassione
la roulette del silenzio: i numeri del giorno prima
la metafora del cielo d’agosto
lungo una strada di montagna
quanti anni e desideri da quelle stelle?
la resilienza è felicità?
l’ingiustizia della verità
l’armonia dei destini
in cerca perenne della fonte della gioia
e quali grembi ci ospiteranno?

Alberto Figliolia

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dada, silenzio, ombre

Anche l’ombra fa parte dell’opera.

***

Un po’ ultradada un po’ ultrasilenzio.

 

Alberto Figliolia

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Waka del 17 gennaio 2018

L’anima ottusa

la nebbia avvolge, penetra;

città in inverno:

un giro di metallo,

il martello del gelo.

 

Alberto Figliolia

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Su una fotografia mal presa

Su una fotografia mal presa

 

Nel segno del brutto?

Kalokagathia?

Categorie estetiche?

Il senso del nostro essere?

Reazioni emotive?

Interpretazione della realtà?

Spettatori passivi?

Siamo incolumi?

O consapevoli?

O complici?

Siamo? Non siamo?

Quale sguardo?

O ci scaviamo piccoli abissi personali, ancore di salvezza?

E salperà mai la nave? Navigherà su mari di nebbia verso meravigliosi orizzonti? Verso…

O guardiamo soltanto dall’affollato solitario treno in cui marciamo scorrere l’indifferente oscura galleria di giorni tutti uguali?

Alberto Figliolia

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Little Harbour

Una casa-nave che salpa da un orto alla periferia della grande città (Bratislava, ma potrebbe essere qualunque metropoli, stantio alienante topos della contemporaneità, una sorta di non luogo). Una casa-nave pilotata da due ragazzini, e con loro anche un bambino di pochi mesi, che affronta un periglioso, ma mai come il sordo mondo degli adulti, oceano di nebbie. Verso quale approdo? Non importa… Bisogna partire dalla fine, da un inaspettato e onirico epilogo, per approcciare Little Harbour, il bel film della slovacca Iveta Grófová, sua opera seconda, vincitrice dell’Orso di cristallo al Festival di Berlino 2017.

Tratto dal libro The Fifth Boat di Monika Kompanikova, definito “romanzo di formazione incredibilmente potente”, Little Harbour viene presentato dalla Fondazione Cineteca Italiana in anteprima allo Spazio Oberdan. Protagonisti sono dei giovanissimi in balia di famiglie incapaci di ascolto e attenzione. Non è detto che l’infanzia sia un’età dell’oro. Tutt’altro talvolta o più sovente di quel che possa credersi. Jarka ha una madre oltremodo distratta, decisamente concentrata sulla propria bellezza – invero specchio di un’amara solitudine, di sentimenti non vissuti – e una nonna condannata all’immobilità dalla malattia.

Jarka è costretta a sopportare situazioni ambigue e continui, “piccoli” ma dolorosi, abbandoni, con la madre sempre distantissima rispetto ai bisogni della figlia. Finché alla stazione – dove tenta di raggiungere la madre in partenza, accompagnata dall’uomo di turno, per Praga – da una sconosciuta (presumibilmente una che si prostituisce) non le viene affidata momentaneamente una carrozzina con i figli: due gemellini, Adela e Jakub. Di fronte a un’ennesima distrazione materna, anche se proveniente da un’altra figura, Jarka trascinerà via con sé carrozzina e gemelli. A lei, nella casa-rifugio (e futura casa-nave) si unirà l’amico Kristian, ragazzino di buona famiglia, cui non manca nulla, eccetto un affetto vero. Una strana famiglia si è costituita… “una fuga d’amore che è anche una fuga dal mondo, da questo mondo, per crearne uno nuovo, in una storia che sceglie l’innocenza dei bambini per raccontare la corruzione del mondo adulto. L’autrice mescola i generi, creando una tela dai diversi colori, che si muove fra il documentarismo scelto per descrivere la situazione sociale della classe medio-bassa dalla quale proviene Jarka, e il film d’avventura rivisitato alla maniera del Wes Anderson di Moonrise Kingdom”.

Una pellicola sorprendente, di rarissima sensibilità, inquietante. Che speranza ha mai un mondo che costringe i bambini a una forzata adultità? La comunità è sullo sfondo, a propria volta remota in maniera inconsulta. Isole, siamo isole… Contro la tragedia della solitudine soltanto una casa-nave che salpa per navigare fra marosi di nebbia, verso ignoti orizzonti. Forse meravigliosi, forse…

Alberto Figliolia

Little Harbour di Iveta Grófová (2017, 85′), versione originale con sottotitoli in italiano e inglese. Spazio Oberdan, viale Vittorio Veneto 2 (M1 Porta Venezia), Milano. Fino al 24 gennaio 2018, escluso giovedì 18.

Info: tel. 0283982421; e-mail info@cinetecamilano.it; sito Internet http://www.cinetecamilano.it.

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Propositi

Sfonderemo i crani dell’ottusità con il martello libertario e gandhiano della poesia. Assolveremo la nebbia in quanto latrice di mistici significati. Viaggeremo nel tempo della parola che sfarfalleggiando si fa e sfa. Nei corridoi delle tenebre accoglieremo con gratitudine la carezza dell’oscurità.

 

Alberto Figliolia

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incubi a fiori mi abitano

incubi a fiori mi abitano

incubi a fiori mi abitano

era una primavera sconosciuta
anche il letto era povero
e le finestre sigillate
ascoltavo confessioni profane
per dimenticarle subito
(e la parola di Dio?
Celata in luoghi d’ombra)

ma i ricordi rimossi riaffiorano
con tenacia operosa, insospettata
come instancabili talpe
nella terra nera e cruda
o tarli in un docile legno

incubi a fiori mi abitano

non resta che accendere
un finto sole nel cielo urbano
appena sopra la periferia
dismessa, malmessa
appena sopra i tram deserti
e frugarsi dentro
nei meandri del silenzio

incubi a fiori mi abitano

 

Alberto Figliolia (da Visioni o dell’anarchico girovagare, Rayuela Edizioni, 2017)

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