La donna-gatto rossostriata…

La donna-gatto rossostriata…

La donna-gatto rossostriata offre il pube alla scimmietta sotto i lucenti macchinari di cuoio-acciaio-legno; un pipistrello la osserva mentre si sfila i lunghi guanti neri.

La città, fuori, scintilla nella notte; croci uncinate sulle fiancate degli sferraglianti tram attraggono la psiche dei bevitori di birra mista ad assenzio.

Di chi furono quegli stivaletti dai lacci sciolti, abbandonati su una seggiola di legno triste e scheggiata? Chi li calzò? Una reduce dal gran ballo della disillusione?

Sopravvissuti alle trincee oliano i meccanismi del proprio dolore, pulendo un moncherino con l’altro moncherino; mascelle di ferro perdono saliva, le orbite vuote sono un canto inudibile.

Sull’asse da stiro giacciono budella e velli, incandescenti lame e fiori appassiti.

Il sogno di lei sull’amaca, le coppe dei seni all’aria bollente di luglio, le calze arrotolate (un buco sul tallone): l’anello del tradimento al dito, al polso sinistro un braccialetto di ricordi scarificati, l’aria languida del coito orale appena consumato: si dondola, si dondola, soddisfatta, si lecca le labbra, i bei capelli neri scomposti dal piacere che è stato; mi guarda, mi guarda… “Ancora”… Ci diciamo nell’atmosfera rovente… E sorride prima d’accasciarsi.

Lontano la camera di un suicida conserva i suoi segni: panni stesi ad asciugare, muri macchiati d’umidità, povere stampe appese sopra il letto sfatto, un mastello vuoto, sopra il tavolo una brocca sbeccata, un avanzo di pane, un pennello da barba.

Lo sbuffare, nel sogno, di una locomotiva lanciata nella neve, il faro acceso a squarciare la grigia nudità del mondo. E binari vacui, assenti, tutt’intorno.

Dalla finestra, alzandosi con uno sforzo, si potrebbe scorgere un biplano volteggiare come un falco; chiacchiere di quartiere; crocchi di bambini scalzi; ruote dentate e ingranaggi arrugginiti, una carriola su cui giace una piccola bara.

Sulla porta s’incontrano amanti senza volto; la pianura muore piatta in un banale orizzonte.

Un rachitico a braccetto con una schiava dai campi di cotone sudisti; sterno d’uccello lui, un grembiule di paura e desiderio lei.

Un amore mercenario in stivali, un incrocio saffico, una ierodula con le trecce.

I tre magnati dell’industria fumano – sigaro, sigaretta e pipa – nel mentre delle ciminiere che sputano veleni e ideologie al soldo.

Il soprammobile del Kaiser tagliateste scruta la vecchia con il maialino in mano e il chiodo conficcato nel cranio, la vecchia ha lo sguardo strabico e sorridente, e il marito dalla bocca di cinghiale; un filosofo senza cervello pugnala uno scorpione dagli occhi enormi; simboli di fede splendono tenebrosi ovunque.

La sua bellezza è classica, perfetta come la dea cui s’ispira, eppure la morte è in ogni cellula.

Camminano lungo la via facce che non sono facce; un giovane ardente con una sola scarpa spia l’amata in catalessi da un pertugio nel muro della casa sventrata dalle bombe; un vaso di fiori, un’altalena, stampelle, trappole per topi, tarocchi sparsi ai piedi del letto, una candela spenta, un dinosauro di plastica.

Alberto Figliolia

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