Giovanni Segantini-La magia della luce

Distruggete tutte le accademie, che rovinano tanti talenti! Solo i capolavori di artisti che vanno oltre i banali dettami della moda non vacillano, poiché questi hanno sempre saputo creare opere che nessuna moda potrà mai distruggere. Gli uni lavorano per l’arte, gli altri sono artigiani e creano per i soldi, Giovanni Segantini

Orfano di madre e, sostanzialmente, abbandonato dal padre. Presto finito in riformatorio. Giovanni Segantini è la dimostrazione di come il genio possa sbocciare a dispetto delle condizioni più difficili, che siano socio-economiche o esistenziali. Il giovanissimo vagabondo avrebbe infine frequentato l’Accademia di belle arti di Brera, divenendo un acclamato maestro e suscitando universale ammirazione, ma quanta sofferenza nel suo incipit…

Da Arco all’Engadina, passando per Milano e la Brianza, la parabola umana e artistica di Segantini (il cognome originario era Segatini) ha dell’incredibile. Per nascita suddito degli Asburgo, italiano di lingua e cultura, “adottato” dagli svizzeri grigionesi, il pittore era un apolide, ciò che fondamentalmente avrebbe causato non pochi problemi al suo desiderio di viaggiare e spostarsi. Ma la sua visione, anche senza aver potuto battere le più vaste vie d’Europa, era cosmopolita, anzi cosmica. E l’epicentro della sua ispirazione era la tanto amata Engadina – geograficamente, a propria volta, al centro: delle Alpi, dell’Europa – con i suoi monti, la luce speciale che vi cade e la penetra con soavità e forza, i suoi boschi, nevi, laghi. Terra fisica e metafisica.

Pochi pittori sono stati (e sono) così complessi come il nostro Giovanni: naturalista? Divisionista? Simbolista? Tutto questo insieme, e oltre. Pittore e intellettuale: le sue tele toccano il cuore. E giungono come una freccia all’intelletto. L’Ave Maria a trasbordo, in cui pare riflettersi concentricamente l’esistere, compenetrandosi un momento di raccoglimento e bucolica pace con l’ardore e l’arduità dei giorni. A messa prima, con la vertiginosa costruzione della scalinata e la solitaria semitorta figura del prete. Le due madri – il tema della maturità è ricorrente nel corpus della sua opera – dalla fortissima matrice simbolista, e pur commovente (senza mai traccia alcuna di retorica). L’angelo della vita, una sorta di variazione di Madonna con il Bambino, per trono una betulla. Le cattive madri, quadro dall’agghiacciante bellezza, una landa desolata di peccati e rimorsi. L’amore alla fonte della vita, dal gioioso e inquietante mistero. Naturalismo e simbolismo si fondono magicamente, mentre la tecnica divisionista si fa sempre più perfetta, sino al sublime.

Giovanni Segantini: Magia della luce, il film di Christian Labhart in programmazione fino al 2 agosto allo Spazio Oberdan (viale Vittorio Veneto 2, Milano) è una realizzazione davvero importante, muovendosi fra gli ambientati abitati, agiti e vissuti dalla sensibilità dell’artista, dalla formazione ai frutti maturi, scorrendo le tappe della sua avventura e non trascurando alcun elemento. La personalità di Segantini, con il suo stupefacente bagaglio culturale, ci viene restituita a tutto tondo: si succedono le immagini dei dipinti, le stampe fotografiche, le parole tratte dalle lettere (la voce nella versione tedesca è prestata da Bruno Ganz, in quella italiana dal ticinese Teco Celio), gli appunti, le finissime riflessioni teoriche (nonostante egli ammettesse la propria ortografia zoppicante), il panorama delle relazioni familiari (la compagna e madre dei suoi figli era Bice Bugatti, rappresentante di un’emerita famiglia di artisti e imprenditori) e amicali (Giovanni Giacometti, suo sodale, lo ritrasse post mortem).

Naturalmente l’Engadina – scrigno di natura e cultura quanto mai raro: i Giacometti, Nietzsche, Varlin et alii – emerge in tutto il suo splendore. Patria d’elezione, nodo del mondo, snodo di modi, essenza… Giovanni s’inerpicava sulla pelle di quelle montagne, placide e possenti, e dipingeva en plein air, nel silenzio, sotto un cielo smisuratamente profondo, nel murmure dei ruscelli, nel tempio della Natura (vedi il celeberrimo Trittico), traendone colori filosofici e sentimentali, note dolci e strazianti, esplorazioni interiori, flash di anime e situazioni. Eppure nelle pieghe di quella felicità si celavano i germi e i gemiti della tragedia. Una peritonite sorprese Segantini in quota. Nella baracca sul Monte Shafberg, sopra Pontresina, a 2700 metri, vicino alle nuvole, ebbe la sua agonia, il mistero della vita dissipandosi e rivelandosi definitivamente alla sua mente sapiente ed empatica. Non prima di avere lanciato un ultimo carezzevole sguardo agli adorati monti. Così nel 1899, a poco più di 41 anni, moriva un genio. Il corpo è seppellito nel piccolo cimitero del villaggio di Maloggia. Chi andrà a visitarlo ne trarrà grande emozione.

La pellicola si avvale anche di un eccezionale commento musicale: rarefatto, come l’atmosfera di quei luoghi, e vibrante, struggente e poetico pendant a una vita che fu breve, carismatica e intensissima, di rara bellezza e forza ideale.

Alberto Figliolia

Giovanni Segantini-Magia della luce di Christian Labhart (Svizzera 2015, 82′).

Calendario delle proiezioni: martedì 19 luglio h 21.15, sabato 23 luglio h 21.15, domenica 24 luglio h 15, giovedì 28 luglio h 18, martedì 2 agosto h 21.15.

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