Postfazione di “Amor contra amorem”, libro di Pippo Puma

“La roccia è parabola più ricca/ della parola,/ anche quando non ami più niente,/ anche quando vivi/ in fondo a un deserto/ e cerchi la strada,/ quella strada che conosci/ e che ti sembra lontana”

“Risalendo sotto silenzio,/ in questi giorni,/ con rassegnazione, le scale degli anni,/ sento vicino l’ultima notte/ che si riempie di terra;/ sento l’angelo di ciascuno/ che porta ad ognuno/ un simile messaggio;/ mi sento, allora, di chiederTi un dono,/ il dono di una lacrima”

Perché pregare? E a chi rivolgersi? Ciascuno ha il suo dio, anzi qualcuno non ne ha. O forse quest’ultimo semplicemente crede di non averne?

Che cos’è la religione? Anelito mistico-spirituale o illusione data dall’ancestrale paura della morte? E come giudicare, per l’appunto, l’invocazione al dio o agli dei (se dobbiamo distinguere fra monoteismo e politeismo)? E l’animismo, il panteismo? Gli infiniti mondi di Giordano Bruno?

Eppure tutti ci siamo ritrovati, nello smarrimento, nel breve soffio della nostra esistenza fisica, in quel fugace vibrar di tempo, a rivolgere una preghiera a… Dio.

E se la vita fosse invece, tornando ai nostri dubbi, un transitorio passaggio, un arco teso fra un buio eterno e l’altro? Ciò nonostante si è sempre dispiegata la speculazione sul senso ultimo, sull’anima, sulla (eventuale) prosecuzione altrove una volta sparito, corroso e disperso il corruttibile involucro corporale. Anche l’agnostico prega, anche l’ateo attraversa questo deserto, come ben diceva Padre David Maria Turoldo.

Credo quia absurdum… quanta verità è contenuta in tale ossimoro filosofico? È forse una scommessa la fede, come argomentava/provocava Blaise Pascal?

Oltre ogni considerazione teologica, i frutti della fede possono essere meravigliosi: per noi, nell’alveo della cristianità culturale, l’agape, la compassione, gli esiti delle sette opere di misericordia corporale e quelle di misericordia spirituale, quanto di più nobile sia stato concepito dal Cristianesimo.

Ma l’orma qui è comune per tutti gli esseri umani. Forse occorre lasciarsi andare con genuina fiducia a quell’afflato che talora tutti ci coglie, al perdono che spira dalla croce di spine del Nazareno, a quel messaggio di condivisione della condizione umana, così labile così pesante da portare sulle spalle, da sostenere interiormente.

La preghiera è un grido (anche silenzioso); la preghiera è una carezza; la preghiera è domanda, viaggio interiore, proiezione verso gli imperscrutabili destini, accettazione, consapevolezza nelle sue formule (anche questo è) “dubitative”, dolce consolazione, partecipazione all’universale muoversi.

La poesia di Pippo Puma è essere: l’esser preghiera, per dirla alla Vito Mancuso. Innumerevoli sono gli spunti meditativi che il lettore ricava e riceve dalla lettura di questo suo ultimo libro. Si viene sempre toccati dai versi non arzigogolati; una sorta di grazia lirica permea il procedere della narrazione poetica: “facile” e pur tanto complessa nelle questioni di fondo che pone; feconda e felice, anche quando si celano particole d’immane dolore, in quanto dedita e mai rassegnata.

La figura mariana, ossia la Madre per antonomasia, colei cui il nunzio angelico sussurrò la più bella verità e, nel contempo, il più terribile dei destini, colei cui strapparono il figlio per consegnarlo all’atroce martirio secolare, il Cristo simbolo d’amore oltre qualsivoglia barriera, riscatto dell’uomo non più predone dell’uomo. Nostra Mater donans… “Tra i sassi si persegue/ il lembo materno di Maria/ per realizzare la vera conversione”.

La luce di Gesù (“compagno giornaliero/ che alberghi nel mio cuore,/ che me lo fai ascoltare/ e lo adorni di angelici sogni”… “incanto inquietante,/ nei secoli dialogo del mondo”), solo in apparenza accecante, invero così fulgida da spezzar le tenebre dell’odio, dell’incomprensione, dell’egoismo (“Sii misericordioso dell’uomo-dolore,/ dell’oscurità che si ripete,/ del tormento nel continuare/ giorno dopo giorno”).

Oggi, nel periodo di guerre sovrapposte, endemiche, crudeli; dopo genocidi senza speranza, fra annegati e bombardati, fra poveri senza rimedio e torturati; oggi, pregare insieme – senza badare a quale confessione si sia “iscritti” o quale si pratichi – ha un senso profondo. Possiamo vivere insieme, in pace e in armonia. Ebbene la preghiera è armonia del Creato (in senso pur lato), fra menti e cuori umani, senza pregiudizio, gioiosamente avvinti dal medesimo significato.

La poesia di Pippo Puma, grandissimo e sensibilissimo interprete, si leva in excelsis, eleva, sfuggendo e togliendo alla fallace prigione dei sensi. Le sue poesie-preghiera sono monito, alto pensiero, balsamo per l’anima sempre in cerca.

Nell’ultima sezione il poeta libera il proprio canto a chi a ideali e fede ha offerto la vita – Popiełuszko, Don Pino Puglisi –, alle vittime e agli innocenti – il bambino di Mostar –, a figure che ogni giorno incontriamo nel nostro distratto scorrere, come i migranti, esuli da patria, terra, società. E il poeta guarda, vede, penetra la realtà riproponendocela con empatia. Laico e religioso, il suo sentire ancora una volta accomuna. In fondo siamo tutti come il figliol prodigo… “Ritorna affamato, solo e nudo,/ ritorna impacciato di fango e ansia,/ ma ritorna, affondato in una condizione/ d’abbandono,/ per levarsi quella finzione/ a lungo indossata,/ che ha mutato lo sguardo in vetro appannato/ e l’anima in un pozzo vuoto./ È solo un ragazzo/ assetato d’amore,/ bisognoso di sentire/ l’abbraccio del padre…”.

E ancora… “Cosa sia il mare/ nel canale senza limiti/ noi non lo sappiamo/ né come sia difficile il dialogo/ nell’essere fitti come stelle,/ nell’attesa della costa,/ mentre le onde spumeggianti l’una sull’altra/ fanno ballare la luna/ e la carretta s’infrange sui flutti in schiuma”. Perché infine… “I frutti del mio albero/ sono destinati ai miei fratelli:/ non ho radici sulla terra”.

Alberto Figliolia

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pensieri attraversando un incrocio semaforico

pensieri attraversando un incrocio semaforico

piove sui miei sogni

il cielo è luce di dubbio

assenza

e

mentre il caos

dileggiando

gioca dentro-fuori

si agitano

intorno

vite meccaniche

mi fermo

guardo le gocce cadere

e

piango

Alberto Figliolia (da Poesie scelte, 2010, Albalibri)

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La Sfinge

La Sfinge

In una piana ch’era antico mare

crudel presenza io sto adagiata

a misurare l’entità del Bene e del Male

e non mi lagno né mi dolgo delle ferite

da cui il sale eterno mai dispare.

Il mio corpo è porpora sanguigna,

il volto quello di vampiro,

leonino e femminino nell’attesa

del nemico vincitore che verrà e io non so.

Ossa spolpate giacciono

ai piedi della mia divina indolenza

e per la mia vista infinite barche son naufragate

agli scogli taglienti della livida notte

o nel menzognero dominio del giorno.

Io accolgo nelle grotte del mio cuore

il muto volo di neri e paurosi pipistrelli,

il fruscio a rimbalzare nella coscienza ottusa.

Il mio sguardo è fuoco fatuo e ferale

a chi era e a chi ancora non sa che sarà

e il sangue pulsa e ripulsa come atarassici nembi

in cieli solforosi d’altri pianeti,

le mie vocali mormorio d’enigma e d’ombre,

vizzo il sorriso e ghiaccio ardente

che spalanca le porte alla vostra morte.

Alberto Figliolia (da Poesie scelte, 2010, Albalibri)

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(Tramonti chimici)

(Tramonti chimici)

e tra mari d’onde

pensanti

ti ho cercata, inseguita

evocata:

invano.

Poi tu,

senza sforzo,

mi hai trovato

nelle stanze infinite di me

in cui ero rinserrato

da un’alba senza tempo.

Alberto Figliolia (da Poesie scelte, 2010, Albalibri)

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Vorrei che tu fossi ancora piccola

Vorrei che tu fossi ancora piccola,

figlia mia,

e io più giovane,

tornati ambedue indietro nel tempo,

per tenerti sulle mie ginocchia,

carezzarti i capelli

e parlarti

della notte profumata,

del cielo sopra di noi

e delle sue luccicanti stelle.

Alberto Figliolia (da Poesie scelte, 2010, Albalibri)

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Tu mi guardi

Tu mi guardi

fra luci e ombre

fra le pieghe e le piaghe del silenzio

fra uno specchio e un sorriso di scherno

come dietro a uno schermo

Tu ti guardi

innanzi a un camino secolare spento

e spento il fuoco del cammino

conscia di una via impossibile nell’impassibile

i capelli nerissimi di una maga

in un giorno stellato dopo una notte abbacinata

Io ti osservo

mentre pettini la chioma a una statua cerea

e addomesticata

la vestaglia aperta sui seni perfetti

e il sesso cristallizzato

Io mi osservo

mentre abbigliato da gatto feroce faccio le fusa

a un arcobaleno che nasce dal mare

la tavola apparecchiata sulle onde che appaiono

e dispaiono

pesci volanti nella torbida immensità azzurra

il vino rigurgitato da Dio su un faro perduto

nella tormenta

un angelo dalle ali frantumate in una barca alla deriva

Tu ci scruti

hai cambiato genere

mentre la fanciulla che era in fiore

siede con gli occhi spalancati su panorami

d’aspre e inconfessabili voglie

nella stanza sanguigna

sul tramonto che tace

Io ci ritraggo

quando in un’altra vita camminavamo

sul greto del fiume

sospirando con gli occhi alle primavere

che sarebbero state

il cielo luminoso di speranze poi tradite

Alberto Figliolia (da Poesie scelte, 2010, Albalibri)

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Nostalgia di te

Nostalgia di te

Così ti ricordo

eburnea la pelle, capelli e occhi d’ebano

spalle e gambe tornite, seni diritti

rosate le guance e le areole dei capezzoli

il pube in trepida e pudica offerta

Così ti ricordo

nella mia vecchiezza senza ore

nel mio pensiero smunto

ai bordi del letto sfrangiato

la tua carne avvolgente

contro la mia magrezza presente

Così ti ricordo

vestita di purissima nudità

poi in un lungo abito nero

le labbra dischiuse a suggerire

qualcosa per sempre

Così ti ricordo

le tante notti a lume di candela

quando t’arrestavi nella lettura

per pensare e poi baciarmi

testa a testa, due bicchieri scambiati, complici

un amore-roulette coi numeri che uscivano sempre

già con la nostalgia di te

Alberto Figliolia (da Poesie scelte, 2010, Albalibri)

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