Meret Oppenheim al LAC

Non sono io che ho cercato i surrealisti, sono loro che hanno trovato me, Meret Oppenheim

Musa ispiratrice, ma anche soggetto creatore. Testimone privilegiata e operatrice artistica ad ampio raggio. Meret Oppenheim (1913-1985) – padre tedesco e madre svizzera – ha attraversato il Novecento come una delicata bufera, dolcemente dirompente il suo prestarsi e agire nell’alveo surrealista, suggestionando e suggerendo, posando (anche in senso letterale) e proponendo le proprie intelligenti, originali, infinite variazioni. Sino al 28 maggio il LAC-Lugano, Arte e Cultura ospiterà la mostra Meret Oppenheim-Opere in dialogo da Max Ernst a Mona Hatoum.

I maestri, colleghi e compagni di viaggio rispondevano al nome di Man Ray, Marcel Duchamp, Max Ernst, Alberto Giacometti, Hans Arp et alii: “… emerge soprattutto quanto l’artista abbia contribuito con la propria personalità e il proprio fascino a influenzare l’immaginario surrealista in cui gli oggetti divengono feticci, si intrecciano fantasie oniriche ed erotiche, la donna è ora creatura candida ora ambigua sullo sfondo di una natura misteriosa”.

Muovendosi, nella sua ricerca, fra figurativo e astrattismo, fra pittura, fotografia e installazione, la Oppenheim ha fortemente segnato di sé non pochi decenni dell’arte europea, punto di riferimento per i vari Daniel Spoerri, Birgit Jürgensen, Robert Gober, Mona Hatoum. I lavori di Meret, difatti, sono nella mostra posti in dialogo con quelli coevi o successivi di altri, con la medesima tempesta di sensibilità, in un percorso cronologico-creativo affascinante e foriero di potenti stimoli, come ben evidenziato dalle sezioni dell’esposizione (e del bellissimo catalogo Skira): Riflessi dada e surrealisti; Invito a colazione; Corpo e materia; Sogni e archetipi; Creature della natura; Fra terra e cielo; Autoritratti, amici, ritratti; Maschere.

Icona della mostra è il Röntgenaufnahme des Schädels M.O., ossia la radiografia del cranio dell’artista, provocatoria fotografia in bianco e nero del 1964, ripresa tecnologica di un’idea rinascimentale, soltanto in apparenza iconoclastica (quali i confini che racchiudono il bello, il cui orizzonte invece si espande?).

Del 1966 è Bon Appetit, Marcel-La regina bianca (materiali vari), nel quale un pezzo degli scacchi (di natura carnale e femminile) viene posto in un piatto su una scacchiera, con tanto di forchetta, coltello, tovagliolo e bicchiere: una sorta di colazione in odor di tabù, fra lo ieratico e il cannibalico.

Fra il disturbante e il sarcastico è il Porträt mit Tätowierung-Ritratto con tatuaggio (1980, fotografia con intervento a pochoir), magnifico pendant-parallelo con il nudo scattatole da Man Ray nel 1933: Erotique voilée, Meret Oppenheim à la presse chez Louis Marcoussis, immagine di disinibizione conturbante nelle sue linee e curve fisiche e meccaniche, il grasso a sporcare il corpo, quasi un principio di simbiosi fra essere umano, spirito e macchina.

Procediamo nella visita… Das Paar (1956), scarpe in pelle che si baciano, inutilmente romantiche o romanticamente inutili; i Sandals pour Schiaparelli-Projekt für Sandalen (1936, acquerello e matita), calzature pelose e dentate…; Tisch mit Vogelfüssen-Tavolo con zampe d’uccello (1939/1982, piano: legno intagliato e dorato-piedi: bronzo), ludicamente inquietante; Handschuhe (Paar)-Guanti (Paio), con vasi arteriosi serigrafati, a confondere ancora una volta sensi e intelletto: anatomia, funzioni e finzioni; l’olio su cartone del 1940 Die Erlkönigin-La regina degli elfi, fiabesco e perturbante, con l’imponente chioma dell’albero candidissima e acida; l’esoterico, cupo e naturalistico Die Waldfrau, uno splendido olio su pavatex del 1939; Mädchen, Arme über den Kopf erhoben-Ragazza con le braccia sopra la testa (1961, matite colorate), prova di semiastrattismo geometrico a denotarne l’immensa versatilità; Vogel mit Parasit-Uccello con parassita (1939, olio su tavola), parafrasi di un tarlo sociale (o dell’anima?): l’orribile similpipistrello che sorge dal dorso dell’uccello in volo, sua metastasi, scuote la coscienza; Einige der ungezählten Gesuchter der Schönheit-Alcuni degli innumerevoli volti della bellezza (1942): sognante, amniotico, nebuloso come una ridda di pensieri simbolici; la geniale Steinfrau-Donna in pietra (1938), fra il minerale e l’organico, e Les Galets-I ciottoli (1933), biancogrigio accumulo di materia in/su un altro più tenue biancogrigio, ossia i colori del nulla; l’incredibile La fin embarassade-Fine e scompiglio (1971, olio su tela): un fallo crocifisso con due chiodi e un bruco ai piedi della croce, che giace su un uovo-grembo, a lanciare un muto urlo di dolore e impotenza.

Meravigliosa appare, inoltre, la sezione delle maschere: fra il ferino e il divertissement, dalle più profonde e remote zone dell’inconscio al disegno della devianza, al gioco multiforme della diversità, cui non è estraneo il gusto del travestimento, tipico dei surrealisti, mischiato al tema dell’identità (individuale o di genere) o all’ossessione dell’idea del doppio e della metamorfosi.

Stupiscono anche le opere degli altri artisti che fungono da “contraltare”: ll Red Shoe in cera colorata di Robert Gober, Le modèle rouge di René Magritte, la Femme debout di Alberto Giacometti, il Guant de femme aussi di André Breton, la Sfinge di Leonor Fini, e Man Ray, Yves Tanguy, Marcel Duchamp, Francis Picabia, Max Ernst…

Come sempre, peraltro, l’allestimento al LAC si rivela prezioso e perfetto. L’itinerario di visita è come un lento disvelamento, sino all’ultima sala, quella dall’amplissima vetrata che si getta sul lago e sulle sue liquide luci: lì campeggia Hermesbrunnen-La fontana di Ermete (1966, gesso dipinto e metallo), in cui i due serpenti intrecciati, simbolo di sessualità e fertilità, convivono con la farfalla, simbolo di candore, terra e inferi da un lato-aereo slancio e anelito dall’altro. Quel che in fondo è la vita, con la sua magnificente imprevedibile dicotomia.

Alberto Figliolia

Meret Oppenheim-Opere in dialogo da Max Ernst a Mona Hatoum. Sino al 28 maggio 2017. LAC Lugano Arte e Cultura, Piazza Bernardino Luini 6, Lugano (CH).

Orari: martedì-domenica 10-18, giovedì aperto fino alle 20, lunedì chiuso.

Info: +41 (0)588664230, info@masilugano.ch, www.masilugano.ch.

20170210_120506.jpg20170210_114536.jpg20170210_115706.jpg20170210_120135.jpg

20170210_120948.jpg

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Tutto quello che c’è nelle gocce di pioggia posate su un vetro

Tutto quello che c’è nelle gocce di pioggia posate su un vetro
Il profilo di una ragazza del Pollaiolo
o quello di Olivia Oyl di Popeye
Un embrione
Un moai di Rapa Nui
o un volto contratto e distorto di Bacon
Un cavallo degli scacchi prima della mossa
Un boomerang in volo
(non sai se va o ritorna)
Rami penduli nel silenzio della mente
Mitocondri neolitici
Creature megalitiche con due fauci
e tre occhi sulla fronte
Un lobo-antenna per le voci-onda dal cosmo
I primi peli di un essere vivente
sulla faccia della Terra
Un meteorite di nera difforme roccia
L’ascia del boia affilata con cura
Una virgola gentile dopo le parole “Ti amo”
Lodi, venerdì 3 marzo 2017

Alberto Figliolia
Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Ritratti in carcere (di Margherita Lazzati)

Chi fissa determinato l’obiettivo, chi pare osservare un lontano punto all’orizzonte. Chi apre il volto in un sorriso radioso, chi sembra corrucciato. Chi è intento alla lettura, chi immerso in una profonda riflessione. Chi conversa, chi tace. Chi è di profilo, chi di fronte. Chi è colpito dalla luce – che taglia con armonia il volto –, chi sta nella penombra. Chi giunge le mani, chi scherzosamente le frappone – asimmetriche – fra sé e l’obiettivo. I più sono soli, alcuni in coppia, in uno scatto son radunati tutti attorno a un lungo tavolo rettangolare che con le sedie occupa quasi per intero il locale. Son quasi tutti maschi, eccetto rare presenze femminili (compresa l’invisibile fotografa). Ci son corsisti e insegnanti volontari: indistinguibili (donne escluse) gli uni dagli altri. Chi è chi nel gioco delle identità? Mescolati insieme i volontari e le persone detenute compongono un mosaico umano di solidarietà e condivisione, oltre i muri, oltre le barriere del pregiudizio, “provocazione” che viene consegnata alla mente, alla visione, alla sensibilità di coloro che guardano, degli spettatori, agenti e non agiti in quanto sollecitati a una meditazione, senza mediazioni né divise ideologiche.

Trentuno sono le fotografie scattate da Margherita Lazzati all’interno del Laboratorio di scrittura e lettura creativa del Carcere di Opera: ventisette di persone recluse con pene di lunga durata – e anche un Fine pena mai (una sentenza terribile come, e forse più, di una pena di morte, anzi una vera e propria pena di morte camuffata, che si sconta vivendo…) – e quattro di volontari. Come detto, sostanzialmente indistinguibili. Ritratti in carcere è il reportage che la Lazzati – dopo gli invisibili fra noi per eccellenza, i cosiddetti barboni, e dopo il viaggio all’interno della disabilità nella Fondazione Sacra Famiglia di Cesano Boscone – compie fra le mura di un carcere di massima sicurezza, quello di Opera per l’appunto, con il beneplacito e la disponibilità dei partecipanti a uno dei più antichi laboratori di scrittura operanti in un istituto penitenziario.

Persone detenute che amano, leggono e scrivono poesia (per giunta di elevato livello formale). La parola come arma pacifica, di riscatto esistenziale. La forza del logos e delle metafore, con la riconquista di un nuovo itinerario, con una rinnovata fiducia in sé e negli altri e il desiderio di una relazione sana con il mondo, con la società. Per esser non più reclusi né esclusi, bensì inclusi, partecipi, empatici. Questo il “messaggio”.

Tutti i ritratti fotografici, eseguiti fra l’estate 2016 e l’inizio del 2017 (con l’autorizzazione del Ministero della Giustizia, per il tramite della Direzione del Carcere di Opera, e con il consenso delle persone detenute), saranno esposti, a cura della Galleria l’Affiche, in occasione del MIA Photo Fair, la Fiera internazionale d’arte dedicata alla fotografia e all’immagine in movimento, che si terrà a Milano (The Mall-Porta Nuova) dal 10 al 13 marzo.

Ho cercato in tutti i modi di uscire dalla logica del reportage ed entrare nell’idea del ritratto – spiega la fotografa milanese –, in una dimensione nella quale luce, spazio, sfondo, tempo, relazioni, appartengono a una realtà così definita e non modificabile. Volevo non raccontare, ma fermare un’apparenza fisica, un aspetto, una figura, una sembianza, un atteggiamento, un portamento, senza retorica e senza l’ambizione di andare oltre o cercare di cogliere l’anima. Potrei dire che forse, quando si lavora stretti, anche questa è una forma di rispetto”.

L’esito conseguito ha la forza di un documento storico e, nel contempo, sentimentale, senza tuttavia traccia alcuna di retorica. Semplicemente immagini che penetrano nell’intelletto e toccano il cuore. Chi è chi?

Alberto Figliolia

Ritratti in carcere, trentuno fotografie di Margherita Lazzati (a cura della Galleria l’Affiche, www.affiche.it), MIA Photo Fair (www.miafair.it), The Mall-Porta Nuova, Milano. Dal 10 al 13 marzo.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Andavo per nuvole e onde

Postfazione

di Alberto Figliolia

Andavo per nuvole e ondeAndavo per nuvole e onde… Ci perdiamo in queste parole, in un’immagine così evocativa e, nel contempo, tanto concreta: in fondo il mondo è materia sognante, una meravigliosa ragnatela (scintilla nel buio!), Via dei canti in infinite derivazioni.

Andavo per nuvole e onde – quanto è bello ripeterlo, quasi una soffice onomatopea, delicata allitterazione di n, d e v, con l’intrusione di una sibillina l! – è un verso della omonima raccolta della poetessa-medico Barbarah Guglielmana. In lei si racchiude tutto il potere umanistico e guaritorio delle due discipline: la medicina cura i mali del corpo, la poesia spesso quelli dell’anima: entrambe restituiscono sanità: al soma e alla psiche, unità inscindibile. Non vi è dicotomia, ma una sorta di magico sincretismo. Un po’ come quello che fa dimorare nella chiavennasca Barbarah gli umori di una città di fiume e pianura quale Pavia è (anche se dolci colli giacciono poco lontano), dove esercita la professione di medico (mentre il mestiere di poetessa in qualche modo non ha luogo, stando esso hic et nunc ma anche nell’altrove).

Invero Andavo per nuvole e onde – ah l’apotropaico della reiterazione, salvifico e lirico mantra! – si giova, anche, del fondamentale contributo della fotografa Anna Venturini. La liaison fra le due donne e i rispettivi elementi è perfetta. Gli scatti della Venturini hanno una soave potenza: documento e trasfigurazione, attimo colto nell’effimero svolgersi e lì eternato, binari verso il tutto e verso il nulla (fisici e mentali), le acque calme di un fiordo coi riflessi del tramonto (o un’alba? O i residui di un giorno senza fine, superstite? Con l’eco, remota, di un urlo munchiano, ma l’angoscia si stempera in un sentimento di serenità nella natura diffusa), una statua di città che assiste a un placido ed elegante volo di uccelli per sempre stampati nel cielo di latte, le ombre e le linee di un umile condominio, e istantanee, particolari di persone dai quali puoi cogliere il carattere universale, e, ancora, due giovani donne in velo che chattano, piccoli intrecci di sostanze disparate (misura e mistura dell’essere), la bucolicità di un campo antico; tracce, sono tracce del nostro breve passaggio, eppure orme che vanno al confine dei giorni e più in là…

Una qualità molto lirica, oltre l’indubbia perizia tecnica, hanno queste foto, che come detto, si sposano magnificamente ai versi dell’antologia, suo ineludibile pendant, e mai una mera e sterile sottolineatura o didascalia, a dipingere un efficacissimo sodalizio artistico. E come invece definire nello specifico la poesia della Guglielmana? Un esempio…

Ballando la vita su questa biancheggiante galaverna pavese

scivolerei in Siberia, in un romanzo russo

In un viaggio a Parigi, elegante

nel suo nero e nei suoi musei infiniti

A Praga, per la rivoluzione

e per un amore impegnato

A Brescia, un giorno

a fermare quella bomba

E anche al mio paese natio

con quelle montagne che ti schiacciano,

e ti abbracciano di forze

Tornerei a Sarajevo,

dove in un’altra vita nascevo

e morivo, barbaramente

E nelle isole belle degli oceani

per abbronzarmi di pace e

di riposi, prima che la notte sorprenda il giorno

Fra i granelli caldi della sabbia del deserto

sdraiata a sognare oasi, sotto le polverose stelle

aspettando il trotto dei cammelli dei Boscimani o dei Tuareg

Instancabile viaggiante è Barbarah Guglielmana, come del resto Anna – ambedue con la curiosità del mondo: una qualità che fa sì che le due amiche, ciascuna con il proprio mezzo artistico/comunicativo e le proprie tecniche, si spingano di là della superficie per cogliere l’essenza, ogni potenzialità di situazioni fatti persone, ricomponendo frammenti, ridisegnando orizzonti, serena accettazione e, insieme, finissima interpretazione. Impegnata nel sociale Barbarah, in quanto medico per Emergency e, con il bagaglio della sua scienza, sovente coinvolta in altre “imprese” di volontariato, al pari di Anna – altra comunanza sorprendente è quest’attenzione chiara, indefessa, agli altri; più che una comunanza, anzi, un’affinità elettiva; la fotografa difatti lavora nel mondo dell’infanzia, come educatrice, tenendo anche laboratori fotografici per bambini. Attente entrambe alle immani geografie intorno e a quelle interiori: lenti abissi da scrutare, da indagare, oscuri o luminosi che siano. Immaginifica, persino travolgente, talora, nel suo fluire di metafore, la poesia di Barbarah, ribattezzata B-h+, fattore B-h positivo; ricca di implicazioni l’arte fotografica di Anna, fantasiosa e ingegnosa, netta e pur multiforme. Ispirate, sempre.

Riguardo alla versificazione dell’autrice chiavennasco-pavese ci pare emblematica la poesia L’orgasmo della vita

Un mestolo di acqua piovana in una pozzanghera di porfido

e una valanga di alluvione con la melma,

Il tuo bacio che mi mangia il labbro e quello strappo nella calza,

Una corsa a fine fiato sul prato di verde primavera e

la raccolta dei marroni nella selva della nonna quasi svizzera,

Un acino d’uva schiacciato nella tina e quel liquore di noci bevuto con gli amici,

[…]

La macchina del fuoco e le lenzuola inutili,

La pioggia che non smette di scendere e quel sorriso sdentato che sputa,

La stazione dove arrivi e la wodka per riscaldarsi,

Tutte le foglie cadute a slittare i desideri scivolati a terra

e le nuvole francesi così mobili,

Le piante dietro la finestra e i gatti che salterebbero dal balcone,

I tetti lucidi delle lacrime del Paradiso

e il respiro nelle trincee con il pestaggio del prigioniero

e la condanna a morte dei blasfemi sulla piazza,

Come si mescolano felicità panica e dramma, gioia e tragedia nelle plaghe di questo povero stupendo pianeta! Piaghe, ferite luminose, bagliori. Discese agli inferi, ascensioni. Sopraffazioni, ma anche desideri speranze amore.

Peraltro le poesie di Barbarah, insieme con la ricerca formale sempre più sottile, portano un marchio visivo quasi pittorico, molto originale, costruite come sono in maniera talvolta “ondivaga”, piccole cattedrali gotiche di parole zigzaganti sul foglio bianco, oltre l’impianto tradizionale (da scoprire le creazioni poetico-manuali dell’autrice, le sue poesie dipinte su vetro, gli Ometti Oliviani disegnati e colorati su stipiti, usci, muri, e animati da una speciale vita, icone immobili in cui si cela un moto e un discorso infinito). Così ti scopri a inseguire il senso in improvvisi vuoti, inspiegabili baratri, e quando la vertigine ti ha colto e boccheggi ecco, di nuovo, un appiglio e… la visione!

Andavo per nuvole e onde fatuamente

con un destino di aria in mano, e ancora con il vento che se lo giocava.

[…]

Ognuno di noi ha sentito il sale,

ma sulle labbra

la screpolatura è stata inumidita dal bacio

di un temporale di terra,

almeno una volta.

Avevi da dirmi questo.

Mentre si cerca la propria dimensione è facile perdersi o ritrovare se stessi. È un movimento fatto di fughe e di ritorni, è l’immagine di una bicicletta lasciata sul balcone che fa pensare ad una fuga solo progettata ma mai avvenuta, è la fuga di chi non vuol farsi trovare, qualche volta neppure da se stesso”, scrivono nella nota congiunta Barbarah e Anna. Ma risuonano l’eco del nostos – con, dentro, la puntura acuta della nostalgia, di quell’età dell’oro che non è mai stata (che sarà?) e il miserevole e splendido destino individuale di ciascuno di noi, così eccellentemente descritto/sublimato in versi forti aperti struggenti e foto della stessa intensità e spirito.

Alberto Figliolia

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Il ring dell’inferno

Il combattimento pugilistico si svolgeva sino al cedimento, sino allo sfinimento totale di uno dei due. Hertzko Haft, alias Herschel Haft, alias (un giorno futuro) Harry la Bestia, era quello che vinceva sempre. Lui era quello che infine rimaneva in piedi; l’altro finiva nel forno crematorio. Luogo dei combattimenti il lager di Jaworzno.

Questa è la tremenda storia di Hertzko Haft, nato il 28 luglio 1925 a Bełchatów, in Polonia, da una famiglia ebrea, finito ad Auschwitz nel 1941 e là notato e avviato dalle SS alla boxe per il loro malsano morboso obbrobrioso divertimento. Ogni volta in palio c’era la vita. Decine e decine di round per sopravvivere contro altri deportati, sempre soccombenti al cospetto del ragazzone polacco.

Riuscito a fuggire in occasione di una marcia della morte, dopo rocambolesche avventure e altri omicidi compiuti al solo scopo di sopravvivere, Hertzko emigrò negli Stati Uniti e divenne Harry. Un pugile professionista: per lui 21 match, con 13 vittorie – le prime 12 consecutive – e 8 sconfitte, l’ultima delle quali, quella che precedette il suo definitivo ritiro dal quadrato, contro tale Rocky Marciano. Haft sostenne sempre che il suo KO contro il futuro campione del mondo dei massimi sarebbe stato decretato dalla mafia. Forse Marciano era, semplicemente, più forte di lui e dei demoni contro cui il povero Hertzko-Harry aveva dovuto e dovette lottare per tutto il resto della propria esistenza.

L’orrore di quanto aveva visto e subito, vittima trasformata in carnefice, lo perseguitò, con ogni probabilità, fino alla fine dei suoi giorni.

La sua storia è raccontata drammaturgicamente (Antonello Antinolfi e Giulia Pes) in maniera magistrale, in prima nazionale, al Teatro Libero (via Savona 10, Milano) sino al 5 marzo: Il ring dell’inferno è l’appropriato titolo dello spettacolo (produzione Teatro del Simposio) messo in scena dal regista Francesco Leschiera, con gli eccellenti protagonisti Ettore Distasio, Ermanno Rovella e Giulia Pes.

La vicenda si snoda dalla natia Bełchatów sino ai giorni nostri, allorché il figlio di Hertzko racconta del bestione violento che era il padre, dei suoi silenzi, dei suoi scoppi di rabbia, del suo amore perduto. Naturalmente il nucleo, il cuore della storia è in quei crudeli giorni della guerra e del lager, nel fuoco annichilatore di quel vita mea, mors tua, l’ingenuità e la genuinità del mondo distrutte per sempre dall’efferatezza e dal sadismo senza limiti dei guardiani, la fiducia in Dio e nel progresso umano cancellata per sempre.

La scena è spoglia: bastano i gesti, le parole, gli eventi, il senso dell’incombente tragedia. Ogni vittoria era il prolungamento di un’agonia esistenziale: irrimediabile! L’ansia e l’inquietudine pervadono, un veleno lentamente rilasciato nell’anima.

Il raccapriccio, il ribrezzo per ciò che si era costretti a fare… ciò nonostante, il ricordo di un antico amore può salvare l’anima altrimenti invasa dalle tenebre, così come la consapevolezza e le lacrime liberatorie. E, per noi spettatori, la pietas verso un destino avverso, non scelto…

Hertzko, che tu abbia trovato la pace.

Alberto Figliolia

Il ring dell’inferno. Teatro Libero, via Savona 10, Milano. Sino al 5 marzo.

Date e orari: da lunedì 27 febbraio a sabato 4 marzo ore 21, domenica 5 marzo ore 16.

Biglietti: interi 16 euro, ridotti 12.

Info biglietteria: e-mail biglietteria@teatrolibero.it, tel. 02.8323126, sito Internet http://www.teatrolibero.it.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Quasi ogni giorno…

Quasi ogni giorno passo
davanti al luogo dov’è morto
mio padre alla vigilia dell’alba
di una giornata fra bruma e sole
con le foglie a danzare
a un pallido vento
sospese agli invisibili fili
di ragnatele brinate;
lancio un pensiero
all’indirizzo dell’ampia struttura,
là dove il dramma finale
è stato recitato,
e vado dritto, stranito
di tanta accettazione.
 
Stanotte ho sognato
di cugini duplicati
e sorelle fumanti
in un’animata piazza parigina,
poi ero in viaggio
per la Siria, che confinava
con la Svizzera:
fra grattacieli e macerie,
fra il suq e anse di lago,
mattonelle di pavé e labili orizzonti.
 
Su una gradinata
attendevo
in quello strano crepuscolo scintillante
l’arrivo e la partenza,
l’automobile ingombra
di vecchie speranze.
 
Ora la campagna si snoda
brulla, arata, marrone
nel telepatico sospiro
di tutti gli animali finiti,
degli esseri sfiniti,
coi pioppi a slanciarsi nudi,
neri, nel cielo azzurro informe,
sterile commovente invocazione
al dio assente
 
mentre rievoco
riannodandoli come corde
i transeunti anni
della mia coscienza.
Alberto Figliolia
Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Doppio waka di sabato 25 febbraio 2017

Nuvole effimere

sui vetrosi palazzi –

Galli per strada,

uno spaventapasseri,

casupole fra gli orti.

 

Via Ripamonti.

Lontano il Gratosoglio

come un fondale;

pioppi, stoppie, l’azzurro

di un cielo solitario.

 

Alberto Figliolia

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento