Divine e Avanguardie. Le donne nell’arte russa

Raffinata e, nel contempo, popolare è l’arte delle icone russe; ieratica e toccante. Da qui è inevitabile iniziare per raccontare della magnifica mostra Divine e Avanguardie. Le donne nell’arte russa allestita al Palazzo Reale di Milano. Dalla Madonna, madre dolente, amorosa e benedicente, e dalle sante della straordinaria devozione degli umili alle contadine di una sterminata terra, dalle zarine alle operaie e alle intellettuali, si dipana un fascinoso viaggio nell’universo femminile del Paese di Dostoevskij e Tolstoj.

Non vi è scarto, in fondo, fra la Madonna Odigitria Smolenskaja del XV secolo (tempera su tavola, 58 x 47,2 x 2,8 cm) alle Ragazze nel campo (1928-29, olio su tela, 106 x 125 cm) del geniale Kazimir Severinovič Malevič, o fra la Madonna della Tenerezza della prima metà del XV secolo (tempera su tavola, 124 x 98 x 3,3 cm) e la Mietitrice (1928, olio su tela, 85 x 106 cm) di Aleksej Pakhomov. Peraltro il soggetto non è solo “passivo”, dal momento che le artefici presenti in mostra non sono affatto trascurabili per numero né per qualità. Di clamorosa levatura e valentia sono: Zinaida Evgen’evna Serebrjakova, con il superbo affollamento di nudi femminili in Banja (1913, olio su tela, 136 x 177 cm), una scena di grande sapienza compositiva e di soffuso erotismo, o il magistrale delicatissimo Paesaggio invernale (Il villaggio di Neskučnoe) (1910, tempera su carta, 56 x 47 cm); Marija Konstantinovna Baškirceva, con l’impressionistico Ombrello (1883, olio su tela, 93 x 74 cm); Natal’ja Sergeevna Gončarova, con Fabbrica (Futurismo) (1912, olio su tela, 102,5 x 80 cm), opera che volge lo sguardo al nuovo mondo che si prospetta (nelle speranze foriero di emancipazione e progresso: sarà una delusione?).

Tradizione e sperimentazioni si avvicendano in un cammino artistico oltremodo ricco e in un itinerario storico-sociale tormentato, culminato poi nella Rivoluzione del 1917, che spazzò via il vecchio mondo. L’arte si adegua, anticipa, preconizza, sottolinea… “Kazimir Malevič è uno dei più lucidi interpreti dei difficili cambiamenti. Si rende conto che il Suprematismo, avviato a metà degli anni Dieci, non è più la forma idonea per comunicare con il nuovo pubblico della Russia post-rivoluzionaria (operai e contadini), e torna a immagini riconoscibili. Nasce il Supronaturalismo, definizione che Malevič stesso indica sul retro della cornice delle Ragazze nel campo: dipinti figurativi in cui personaggi non sono ritratti in modo realistico, ma proiettati fuori da un tempo e un luogo definiti”.

Autentici capolavori sono le tre opere di Boris Kustodiev: Lillà (1906, olio su tela, 108 x 126,5 cm), Mattino (1904, olio su tela, 183 x 136 cm), Bagnante (1921, olio su tela, 62,4 x 72 cm): il primo carico di simbolismo, il secondo di amorevolezza, l’ultimo di sensualità; tutti di una sublime e lucente vaporosità. Commuove il Ritratto di Anna Achmatova (1922, olio su tela, 54,5 x 43,5 cm) di Kuz’ma Petrov-Vodkin: una intensità struggente si sprigiona dallo sguardo che la poetessa rivolge all’osservatore. Colpiscono potentemente anche Modella sullo sfondo di drappeggio azzurro (1940 circa, olio su tela, 190,7 x 105,2 cm) di Vladimir Malagis, Maternità (1937, olio su tela, 100 x 80 cm) di Kliment Red’ko e La madre (1915, olio su tela, 106,5 x 107,4 cm) di Boris Grigor’ev.

La mostra è divisa in otto sezioni, che comprendono una novantina di opere, per lo più mai esposte in Italia, provenienti dal Museo di Stato Russo di San Pietroburgo: Il cielo-La Vergine e le Sante; Il Trono-Zarine di tutte le Russie; La Terra-L’orizzonte delle contadine; Verso l’indipendenza-Donne e società; La Famiglia-Rituali e convenzioni; Madri-La dimensione dell’amore; Il Corpo-Femminilità svelata; Le Artiste-Realismo e amazzoni dell’avanguardia.

In quest’ultima sezione entriamo peraltro nel cuore della creatività prettamente femminile, non mediata: “Come i colleghi maschi (Kandinskij, Malevič, Tatlin e altri) le donne russe hanno offerto un contributo enorme all’arte mondiale. Con Natal’ja Gončarova (1881-1962) raggiunge il culmine l’ondata particolarmente vivace di creatività delle donne artiste russe negli anni Dieci e Venti del Novecento, alla ricerca del “nuovo” e del “radicale” nell’arte di cui era carica tutta l’avanguardia russa. Come i colleghi uomini, anche la maggior parte delle donne artiste in Russia approfondisce la ricerca delle proprie radici culturali, che, pur essendo conosciute fin dall’infanzia, erano state in parte dimenticate negli anni del fervore dell’infatuazione per le tendenze europee. Verso l’inizio degli anni Dieci le icone, gli intagli su legno, le decorazioni sui telai, le stampe popolari (“lubki”) diventano oggetto di ispirazione, imitazione e collezionismo. Prende corpo una variante tipicamente russa del Neoprimitivismo, orientata sull’arte popolare, sulle tradizioni nazionali e sulla creatività dell’infanzia. Questa esperienza lascia un’impronta particolarmente profonda nell’opera di Natal’ja Gončarova, discendente da una nobile famiglia imparentata con il poeta Alexsandr Pushkin, senza dubbio una delle personalità artistiche più intense e originali sulla scena delle avanguardie europee. Gli alberi e le piccole figure umane nel suo quadro monocromo Inverno (1908) sono dipinti appositamente con scarsa abilità, come accade nei disegni dei bambini o in quelli dei telai. Nello stesso periodo viene finalmente organizzata a Mosca e a Leningrado una mostra di opere di Zinaida Serebrjakova, in precedenza a lungo vietata a causa della sua partenza nel 1924 per la Francia. Gradualmente, a partire dagli anni Ottanta iniziano a comparire nelle sale dei musei e nelle mostre lavori delle artiste dell’avanguardia. I nomi di Natal’ja Gončarova, Ljubov’ Popova, Ol’ga Rozanova, che avevano stupito tutti per la loro audacia, la grandezza e la profondità delle scoperte fatte nel campo della creatività. Come altre colleghe Ol’ga Rozanova (1886-1918) muove i primi passi nell’ambito del Neoprimitivismo, per poi dare vita a una originale forma di astrattismo. […] Dopo avere assimilato i fondamenti delle correnti europee più innovative, Aleksandra Ekster, Nadežda Udaltsova e Ljubov’ Popova danno vita a una originale versione del Cubismo, che in Russia viene chiamato Cubo-Futurismo: ciascuna di loro ha avuto la capacità di superare i confini della corrente, andando alla ricerca di una propria espressione. […] Aleksandra Ekster (1882-1949) già nel 1908 è a Parigi, dove conosce Picasso e Braque e stringe amicizia con i coniugi Delaunay. Il colore luminoso unito alla musicalità, tipico della pittura “orfista” di Sonia Delaunay Terk (che era di origine ucraina), entrano nello stile della Ekster, arricchendola di una semplicità di gusto popolare. Città di notte (1913) è uno straordinario esempio di combinazione di cubo-futurismo, orfismo e astrazione. Sofja Dymšits-Tolstaja (1889-1963) sviluppa una specifica ricerca sui materiali: lavora in modo audace ed efficace con il vetro, creando originali vetrate con tematica e stilistica sovietica. La composizione Circo (1921) è eseguita in forma astratta con l’uso della tela, della sabbia e del bitume. Nel 1932 una disposizione del Partito vieta tutti gli stili e le correnti: il realismo socialista viene scelto come espressione ufficiale dell’Unione Sovietica, non dissimile dalla retorica di regime prediletta dal nazismo e dal fascismo. Anche le donne artiste, insieme agli uomini, sono costrette a scegliere di “rimodernarsi” oppure di uscire di scena, limitandosi a un’attività privata. Una condizione che ha condizionato gli artisti in Unione Sovietica fino alla metà degli anni Sessanta”.

La chiusura della mostra è segnata dal modello della gigantesca celebre scultura di Vera Ignat’evna Muchina, L’operaio e la kolkoziana, una sorta di manifesto tridimensionale/simbolo dello Stato sovietico, creata per il padiglione dell’URSS all’Esposizione Internazionale del 1937 a Parigi. “In vista dell’Esposizione Universale di Parigi (per la quale Picasso realizzerà Guernica) si tenne un concorso a porte chiuse per scegliere lo schizzo della composizione scultorea per il padiglione sovietico. Vinse il progetto di Muchina, grazie alla espressiva e chiara sagoma delle due figure che reggono rispettivamente il martello e la falce, con un movimento concorde e rapido in orizzontale. In tempi straordinariamente brevi, dal modello venne ricavato l’ingrandimento definitivo” (la fusione avvenne in acciaio inossidabile, per la prima volta usato in scultura). “All’Expo di Parigi del 1937 il padiglione della Russia si trovava proprio di fronte a quello tedesco, su cui troneggiava l’aquila nazista: i due più assoluti totalitarismi del Novecento si guardavano a pochi metri uno dall’altro”.

La parola, infine, a Domenica Piraina, direttore di Palazzo Reale: “Queste artiste non solo dipinsero, ma teorizzarono, esposero, riscossero successo, viaggiarono all’estero, diressero istituzioni culturali. Pensando ai loro notevoli contributi artistici si potrebbe rispondere alla celebre domanda di Linda Nochlin “Perché non ci sono state grandi artiste?” con un’altra domanda “Perché ci sono state grandi artiste nella Russia delle avanguardie”? […] La centralità delle artiste nei movimenti russi di avanguardia è stata considerata come un fenomeno eccezionale soprattutto se confrontato con la condizione immota delle donne nelle avanguardie occidentali (uno per tutti, “il disprezzo della donna” teorizzato da Marinetti). Queste donne volitive, tenaci e indipendenti non formarono un gruppo e tra di loro non simpatizzarono; eppure rappresentarono, facendo leva sulle loro qualità morali e estetiche, un avamposto della pittura russa che senza il loro contributo non avrebbe raggiunto l’importanza che le è stata tributata”.

Alberto Figliolia

Divine e Avanguardie. Le donne nell’arte russa, a cura di Evgenija Petrova e Josef Kiblitskij. Promossa e prodotta dal Comune di MilanoCultura, Palazzo Reale e CMS Cultura. Palazzo Reale, Piazza Duomo 12, Milano. Fino al 12 settembre 2021.

Info: tel. 0292800375; e-mail info@divineavanguardie.it; siti Internet http://www.divineavanguardie.it e www.palazzorealemilano.it; facebook.com/palazzorealemilano/ e facebook.com/cmscultura; #divineavanguardie e #mostradonne.

Orari di apertura: lunedì chiuso; dal martedì alla domenica 10-19,30; ultimo ingresso un’ora prima della chiusura Da martedì a venerdì la prenotazione è consigliata; sabato, domenica e festivi la prenotazione è obbligatoria e non può essere effettuata lo stesso giorno della visita.

Catalogo Skira.

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Paolo Cognetti. Sogni di Grande Nord

Una Natura selvaggia, ma non angosciante. Una presenza umana che non sovrasta: sporadica, umile, marginale ma di grande densità sentimentale ed emotiva. L’immensità dei boschi, la musica del vento, le montagne innevate e laghi, fiumi… L’ascolto del silenzio e il silenzio interiore fatto di ricordi, pensieri… Paolo Cognetti. Sogni di Grande Nord è una pellicola meravigliosa, un viaggio nel Grande Nord del continente americano, fra Canada e Alaska, in cui il grande scrittore, accompagnato dall’amico pittore e illustratore Nicola Magrin, si muove fra suggestioni geografiche, letterarie e, soprattutto, esistenziali.

“E alla fine eccomi lì. La vita a volte è incredibile, dopo lunghissimi giri ti porta al centro esatto della tua storia. Il Magic Bus se ne sta su quella collinetta a ricordare la sua, a testimoniare ciò che è stato, credo, e a veder scorrere due torrenti e le stagioni, senz’altra compagnia che quella degli orsi e gli alci di passaggio”… Il viaggio dei due amici termina nel leggendario bus – rimosso nel 2020 per ragioni di sicurezza – dove trascorse gli ultimi giorni della sua vita Chris McCandless, il giovane di Into the Wild. Un punto di arrivo o l’ennesimo punto di partenza?

Il primo porto d’approdo di quest’avventura è la tomba di Raymond Carver, poi si prosegue sulle tracce di Ernest Hemingway, D.H. Thoreau, Herman Melville, Jack London, passando per fecondi incontri lungo l’itinerario, come quelli con Gianni e Magi Bianchi, la cui dimora è nel bosco ai bordi di un lago alla distanza di due ore da ogni altro essere umano, o con la poetessa Kate Harris, anche lei depositaria di una scelta di vita che l’ha condotta alla vita nel bosco, alla scrittura solitaria – ma con pareti di libri nella sua casa interamente di legno – alla meditazione, allo scavo interiore, che pure non è fuga o rifiuto del consorzio umano. Semmai, una ricerca.

Il film si dipana fra le immagini di un mondo ancora incontaminato, che non può non suscitare profonda nostalgia, che inevitabilmente provoca il confronto con il vivere frettoloso, convulso e superficiale che ormai tocca la maggior parte dell’umanità. Le immagini che si dipanano sono magnifiche, le parole poche ma profonde, mai sprecate, e il silenzio, come detto, è un benefico signore che consente di meglio scrutarsi dentro. E, intorno, lo spettacolo eterno della Natura con le sue imperscrutabili ragioni, che pur ci commuovono.

Alberto Figliolia

Paolo Cognetti. Sogni di Grande Nord, regia di Dario Acocella. Scritto da Paolo Cognetti, Dario Acocella, Francesco Favale. Prodotto da Samarcanda Film con Feltrinelli Real Cinema e con Rai Cinema. Musica di Fabrizio Bondi.

In uscita nelle sale italiane solo il 7, 8, 9 giugno alla riapertura della stagione cinematografica (elenco delle sale a breve su www.nexodigital.it).

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Quando il mattino esco di casa… Da qualche parte, nelle remote distanze…

Quando il mattino esco di casa

mi avvolge la mente un coro alato,

come una piccola orchestra sinfonica

uscita dalle tasche del cielo.

Da qualche parte, nelle remote distanze,

aiutano un anziano a coricarsi;

con delicatezza lo sollevano

e lo ripongono nel letto

come un bambino, prima dei sogni

lentamente vaganti.

Quando il mattino esco di casa,

se è l’incipit della primavera,

mi beo del tenero verde delle foglie

dei tigli e della breve convulsa esplosione

dei colori, l’aria satura di promesse

nonostante l’escavante angoscia

della routine che attende.

Da qualche parte, nelle remote distanze,

una giovane donna cammina per miglia e miglia

in cerca della fonte: per trovarla semi-arida.

Nugoli di mosche camminano sulla sua pelle

nel silenzio rude della polvere,

al morso incandescente del sole,

all’invisibile ferocia delle ore.

Quando il mattino esco di casa

mi si distende lungo la strada

un’infinita carovana di possibilità

e idee e pensieri e versi e ricordi

che s’accavallano fra dolcezza,

dolce furia e sgomento: so che l’universo

scorre ineluttabile al suo prossimo Big Bang

e pian piano si effonde dentro di me

la certezza della vanità del tutto,

di quel tutto che spacciamo per necessità.

Da qualche parte, nelle remore distanze,

cade una bomba intelligente fabbricata

da uomini stupidi; cade sopra bambini

dallo sguardo prima attento, poi attonito

e sperso; infine solo membra rattrappite,

squarciate, sconciate, mutilate.

Quando il mattino esco di casa…

da qualche parte nelle remote distanze…

Alberto Figliolia

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Tina Modotti. Donne, Messico e Libertà

Tina Modotti trae linfa dal suo temperamento italiano. La sua opera artistica è fiorita però in Messico, raggiungendo una rara armonia con le nostre stesse passioni (Diego Rivera, 1926)

Bellissima. Avventurosa. Creativa. Dedita al bene e agli ideali di progresso, in favore di una umanità solidale. E sapeva amare.

Assunta Adelaide Luigia Modotti Mondini (semplicemente Tina Modotti), udinese del 1896, poverissima, attraversò presto l’Atlantico per raggiunger il padre, colà già giunto, per cercare fortuna nella nazione allora più dinamica del mondo, gli Stati Uniti d’America. Data la sua avvenenza, rapidamente fu attratta e catturata, dopo San Francisco, da Los Angeles e dagli studi hollywoodiani (ci sono rimati soltanto frammenti di Tiger’s Coat, pellicola del 1920). Invero l’intelligenza di Tina non era meno elevata della sua venustà, tanto che la giovane si stufò presto di interpretare il ruolo di fatalona mediterranea. La sua carriera di attrice durò lo spazio-tempo di tre film.

La conoscenza con Edward Weston, mutata in sodalizio artistico-professionale oltre che in relazione sentimentale, la spinse verso i sentieri della fotografia, che Tina praticò con senso etico ed estetico. Un’arte che sviluppò nel suo Paese di adozione, il Messico, e che la condusse alla fama.

Non solo fotografa tuttavia. La bella Tina, mai insensibile al dolore del mondo, anzi estremamente empatica nei confronti degli ultimi e del loro disagio, scoprì presto il ruolo di attivista politica e sociale, riuscendo a coniugare questi due mondi con quello, in apparenza più rarefatto, dell’arte. La sua macchina fotografica, è stato ben detto, era un’arma alla conquista della verità e della giustizia.

Ora apprezzo tanto di più la mia libertà, il mio tempo, la mia vita, tutto. Sono come ubriaca per questa magnifica sensazione di libertà… Ora dunque che cosa mi rimane? Questo: un nuovo ardore, una gran voglia di riprendere la fotografia. E ancora… La fotografia […] si impone come mezzo per registrare la vita oggettiva in tutte le sue manifestazioni […] credo che il risultato meriti di occupare un posto nella rivoluzione sociale.

Nell’arco di un intero decennio, quello degli anni Venti, si consumò la meraviglia della sua arte fotografica (con la sua inseparabile Graflex un bianco e nero di incredibile suggestione e grazia e forza), cui rende omaggio il MUDEC con una mostra che espone decine di stampe in sali d’argento di Tina (e non solo), un itinerario che ripercorre scelte d’arte e di vita, che ne hanno fatto un’icona – ma non ingessata, semmai, soprattutto in questi stenti e spenti tempi di quasi disimpegno, pulsante più che mai.

Concha Michel suona la chitarra, Donna che porta acqua, Le donne di Tehuantepec portano frutta e fiori sulla testa, dentro zucche dipinte chiamate jicapexle (fiere e bellissime creature, così concrete e, nel contempo, quasi atemporali, archetipiche), Al mercato di Tehuantepec, Julio Antonio Mella deceduto all’ospedale dopo il ferimento a opera di due sicari (una immagine che le avrà strappato chissà quale dolore: Julio Antonio, politico e giornalista cubano, fu il grande amore della sua vita), Le mani del marionettista (metafora del potere), Contadini che leggono El Machete, Per le strade di città del Messico, Eleganza e povertà (fotomontaggio), Prospettiva con fili elettrici (battuta all’asta a New York nel 2019 per 692mila dollari), Facciata di una hacienda, Esterno dello stadio, Deposito n. 1, Diego Rivera e Frida Kahlo alla rievocazione del Primo Maggio, Donna con bandiera, Uomo che porta fieno, Donna incinta con bambino in braccio, Bambino davanti a un cactus, Pionieri, Piccolo contadino. E, proseguendo, nella carrellata: la foto dei piedi rovinati del contadino (nei sandali dita e unghie contorte: più eloquente che un manifesto rivoluzionario o una dichiarazione/ostentazione/desiderio di riscatto), i sombreros in marcia e le nature morte (vere e proprie allegorie) – pannocchia di mais, chitarra e cartucciera; falce, chitarra e cartucciera; falce e martello (più che appartenenza ideologica, si tratta di attenzione alla fatica del lavoro e alla sua incoercibile dignità); e bambù, fiori, cactus.

Indubbia, oltre alla scelta di campo e alla vista prodiga nei confronti degli umili, l’influenza delle avanguardie artistiche del Novecento, in un rapporto dialettico sempre vivo e foriero di vastissimi stimoli, con una originalissima interpretazione personale ed esiti formali, come detto, altissimi.

Per Tina sarebbero poi venuti – forte anche del suo essere poliglotta (parlava cinque lingue) il Soccorso Rosso Internazionale, organizzazione che sosteneva le vittime dei conflitti, in particolare i bambini, e Mosca, Parigi, Vienna, la Guerra di Spagna. Difatti il Messico che l’aveva allevata nel suo ancestrale seno, l’aveva poi esiliata. Vi fece ritorno sotto falso nome nel 1939. Riacquistò la sua identità, ma i giorni dell’esistere volgevano al termine: il 5 gennaio 1942, su un taxi, fu stroncata da un attacco di cuore. Pablo Neruda scrisse per lei una indimenticabile poesia, che non vi dispiacerà se riportiamo per intero.

Tina Modotti, sorella, tu non dormi, no, non dormi:

forse il tuo cuore sente crescere la rosa

di ieri, l’ultima rosa di ieri, la nuova rosa.

Riposa dolcemente, sorella.

La nuova rosa è tua, la nuova terra è tua:

ti sei messa una nuova veste di semente profonda

e il tuo soave silenzio si colma di radici.

Non dormirai invano, sorella.

Puro è il tuo dolce nome, pura la tua fragile vita:

di ape, ombra, fuoco, neve, silenzio, spuma,

d’acciaio, linea, polline, si è fatta la tua ferrea,

la tua delicata struttura.

Lo sciacallo sul gioiello del tuo corpo addormentato

ancora protende la penna e l’anima insanguinata

come se tu potessi, sorella, risollevarti

e sorridere sopra il fango.

Nella mia patria ti porto perché non ti tocchino,

nella mia patria di neve perché alla tua purezza

non arrivi l’assassino, né lo sciacallo, né il venduto:

laggiù starai tranquilla.

Non odi un passo, un passo pieno di passi, qualcosa

di grande dalla steppa, dal Don, dalle terre del freddo?

Non odi un passo fermo di soldato nella neve?

Sorella, sono i tuoi passi.

Verranno un giorno sulla tua piccola tomba

prima che le rose di ieri si disperdano,

verranno a vedere quelli d’una volta, domani,

là dove sta bruciando il tuo silenzio.

Un mondo marcia verso il luogo dove tu andavi, sorella.

Avanzano ogni giorno i canti della tua bocca

nella bocca del popolo glorioso che tu amavi.

Valoroso era il tuo cuore.

Nelle vecchie cucine della tua patria, nelle strade

polverose, qualcosa si mormora e passa,

qualcosa torna alla fiamma del tuo adorato popolo,

qualcosa si desta e canta.

Sono i tuoi, sorella: quelli che oggi pronunciano il tuo nome,

quelli che da tutte le parti, dall’acqua, dalla terra,

col tuo nome altri nomi tacciamo e diciamo.

Perché non muore il fuoco.

“… un racconto affascinante, che avvicinerà il pubblico a questo spirito libero, che attraversò miseria e fame, arte e impegno politico e sociale, arresti e persecuzioni, ma che suscitò anche un’ammirazione sconfinata per il pieno e costante rispetto di sé stessa, del suo pensiero e della sua libertà. […] Se Weston sarà il suo mentore, si deve a Tina la scelta di andare in Messico per condividere un rinascimento artistico che poggiava su basi sociali e culturali nella particolare fase post rivoluzionaria, nelle avanguardie estridentiste, nella frequentazione di pittori e poeti: da Frida Kahlo a Diego Rivera, da José Clemente Orozco a David Alfaro Siqueiros.

Per chi volesse saperne ancora di più su Tina consigliamo il bellissimo libro, dall’omonimo titolo, scritto alcuni anni fa da Pino Cacucci (edito da Feltrinelli).

Una mostra che rappresenta una festa per gli occhi e che apre il cuore ai più nobili sentimenti.

Alberto Figliolia

Tina Modotti. Donne, Messico e Libertà, a cura di Biba Giacchetti. MUDEC, via Tortona 56, Milano. Sino al 7 novembre 2021. Mostra promossa dal Comune di ilano-Cultura e prodotta da 24 ORE Cultura-Gruppo 24 ORE, in collaborazione con SUDEST57 e il Comitato Tina Modotti.

Info: tel. 0254917 (lun-ven 10-17), e-mail info@mudec.it.

Biglietti: intero, 12 euro; ridotto 10 euro.

Orari: lun, 14,30-19,30; mar-dom, 10-19,30.

Prenotazione obbligatoria sabato e domenica sul sito https://ticket24ore.vivaticket.it. La biglietteria chiude un’ora prima (ultimo ingresso).

Possibili cambiamenti legati all’andamento dell’emergenza sanitaria.

Per conoscere gli orari di visita aggiornati, oltre che modalità di ingresso alla mostra e protocolli di sicurezza usati all’interno, vedi sito mudec.it.

A Tina Modotti

La vita è una malattia

dalla quale si guarisce

con la morte?

Questo, Tina, pensavi
nel duro inverno staliniano
quando sui vetri striati di ghiaccio
disegnavi il volto dei taglienti
soli di Mexico City
e le indie di Oaxaca tenevano
il tuo grande cuore
nelle mani screpolate
da sangui di fatica
(mani stremate dalla Conquista).

Tina dagli occhi neri,
congiunti astri d’amore e morte,
mobili e tragici
come il sangue di Julio Antonio:
tu sapevi della sua condanna?
e della tua?

Il tuo corpo:
un sogno di luce,
un pensiero sublime,
una fotografia di pure linee,
il botto astratto di uno sparo rivoluzionario,
le assurdità del divenire

e la speranza,
arte di giustizia
e memoria.

Quante volte hai cessato d’essere
quando sparavano nella schiena
dei compagni, Tina:
allora il cuore ti moriva,
una rosa d’oscuro plasma?

Non generasti figli

e ce ne doliamo
poiché dalla tua malinconia
sarebbero nati
splendidi fiori di nuova umanità.

Ma siamo tutti tuoi figli…
Tina, morta in un taxi
sopra le rovine azteche già morte
e quelle del mondo che sognasti
e non nacque, Tina.

Alberto Figliolia

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Ultima notte Mia. Mia Martini una vita

Nessun virus potrà mai distruggere il teatro. Si tornerà in presenza a godere della magia del palcoscenico, ma nel frattempo si sono sperimentate, con il supporto della tecnologia, altri modi di fruizione. Ora che l’attesa sta per finire lo streaming potrà rimanere quale forma alternativa, sebbene non sostitutiva.

La speranza peraltro è che tutti i lavoratori dello spettacolo possano riprendere la propria meritoria professione, con ogni strumento e qualsiasi tutela del caso. Un’attività utile a tutti noi. Nei mesi scorsi è stata attiva la rassegna teatrale in streaming Ieri e Oggi, con una nutrita serie di spettacoli che hanno contribuito, con altre simili iniziative, ad alleviare le tante serate di coprifuoco toccateci in sorte.

L’ultima data prevista sarà Ultima notte Mia. Mia Martini una vita, un monologo, di cui è autore Aldo Nove mentre la regia è opera di Michele De Vita Conti, in omaggio – ne ricorre l’anniversario della scomparsa – all’indimenticabile artista della canzone italiana Mia Martini, interpretata nella circostanza da Erika Urban.

“Mia Martini è stata trovata riversa sul suo letto, le cuffie ancora sulle orecchie, in una mattina del maggio 1995. Stava lavorando ad una sua canzone. Moltissimo si è detto sulla morte di questa grande cantante italiana. Poche notizie, vere o plausibili, ma tutte clamorose. Tuttavia, pur senza ignorarle, l’intento dell’autore non è la ricerca di una qualche verità o della soluzione di un giallo. La vita di Mia Martini è un esempio raro, se non unico, di come l’ignoranza e l’invidia possano distruggere non solo la carriera di una persona, ma la persona stessa. È il racconto di quella storia e altre della sua vita, dei suoi sogni infantili, della sua famiglia lacerata. Un testo dolce e malinconico nel quale la malinconia non è sinonimo né sintomo di pigrizia, ma memoria di una grandissima vitalità che è andata estinguendosi. In un’ora il racconto di una vita gigantesca che a poco a poco si spegne”.

Questa, in breve, la sinossi di una pièce non nuova (la scrittura risale al 2013), ma sempre di grande attualità e interesse (ospitata anche a New York, al Brick Theatre di Brooklyn e alla Casa italiana Zerilli-Marimò nell’ambito della rassegna teatrale In Scena! Italian theatre Festival NY).

Empatia per una vita spentasi troppo precocemente. La malevolenza di certo mondo. Il mistero della mente e dell’anima in preda alla disperazione. Tanti gli spunti di riflessione, insieme con il piacere di rievocare quel talento che tutti abbiamo ammirato.

“Srotola in un monologo di parole su un letto che è anche spazio interiore una vita intera dall’infanzia alla morte. È un concentrato di eleganza teatrale e non scivola mai nel facile binomio sofferenza-esibizione” ha scritto Silvia Ferrari del Giornale di Vicenza.

Ultima notte Mia riesce a mettere ordine a tutte le voci, da quelle distorte che spesso si son sentite sulla vita di questa donna a quelle interiori, ci fa assaporare la gioia di vivere che aveva […], mentre, parola dopo parola, la parabola artistica si incrocia a quella umana”, riporta Maria Lucia Tangorra di Giornale Off.

La rappresentazione avverrà martedì 11 maggio (ore 20,45) e il biglietto (prezzo unico 10 euro) è acquistabile tramite il sito di Reklama Tv: https://www.reklamatv.eu/live/.

Per quel che concerne la modalità di fruizione OnTheatre presenta gli spettacoli del suo palinsesto (compresi, quindi, alcuni dei mesi scorsi) sulla propria homepage all’indirizzo www.ontheatre.tv. Di seguito le istruzioni:

1. Iscriversi gratuitamente a OnTheatre: www.ontheatre.tv/Registrati (inserire i dati richiesti e scegliere una password) e confermare la registrazione cliccando sul link che si riceverà via mail. In alternativa, accedere con Facebook.

2. Accedere a OnTheatre tramite il proprio indirizzo mail e la password che si è scelta (in alto a destra, dove prima appariva “Login”, ora apparirà il proprio nome).

3. Cliccando sulla miniatura di ciascuno spettacolo si apre la scheda dello spettacolo stesso con presentazione, trailer, locandina, prezzo ed istruzioni. Scegliere uno spettacolo e procedere all’acquisto sicuro tramite PayPal o carta di credito (in fase di acquisto, ricordarsi di spuntare la casella “Accetto le condizioni generali”).

4. Una volta acquistato, lo spettacolo sarà disponibile nell’area I miei spettacoli per 28 giorni, e si potrà vedere per 48 ore dopo il primo clic su Guarda (dovrà sempre esser stato effettuato il Login per guardarlo).

OnTheatre è visionabile da pc, tablet, smartphone e smart TV su un solo dispositivo alla volta.
Per assistenza scrivere a support@ontheatre.tv.

Alberto Figliolia

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Valentino Mazzola

Nell’anniversario di Superga ’49, in memoria del Grande Torino e del suo capitano.

Valentino Mazzola

Il lento planare di un gabbiano

nei remoti mari della memoria,

sotto il Castello di Cassano

il gran fiume, e le porte dell’Alfa,

le braccia larghe come ali

per un tiro o un colpo di testa…

Goal!

Era il tempo degli stadi popolari

alla luce dolce e furiosa del giorno

o sotto la pioggia battente

come la fame degli anni di guerra

negli stomaci rattrappiti.

Alle finestre di alte case di periferia

s’accalcavano spettatori improvvisati:

nessun prezzo bastava per le dieci

casacche granata più Bacigalupo.

Tieni i figli per mano

in una fotografia in bianco e nero

rubata al Tempo, quella primavera

troppo rapida e finita con lo schianto

cieco sulle pietre bianche di Superga.

Frammenti di silenzio ardevano

più che lacrime non versate,

e onde di lagune perdute

fra camion e brume, ricordi

di arene di guerra per gare casuali

di atleti smagriti, camicie bianche

e calci alla sorte, le macerie nel cuore, 😊

e i trionfi nell’Italia che rinasceva…

Goal! Goal! Goal!

E Lisbona dal cielo infinito,

il volo fatale, l’ultimo,

nella lacrimosa nebbia,

passare a gloria

prematura, imperitura.

Goal!… e piangeva l’Italia intera.

Alberto Figliolia (da Cieli di gloria-Poesie sportive, Edizioni Il Foglio)

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“Senza memoria anche i banchi di scuola-Chernobyl, 26 aprile 1986”

Senza memoria anche i banchi di scuola.

Nelle lande dell’invisibile morte

solo lupi dal muso deforme

e il vento è un verso

che morde l’anima.

Bambole abbandonate nelle stanze

delle bambine in fuga

verso salmastre salvezze;

un pallone da calcio, che fu sogno,

per il futuro dirottato di un bambino.

Sui tetti, lontano, cade la pioggia

e il terrore è una spada

che fruga lenta, implacabile,

nei meandri della mente.

Emaciate figure dietro i vetri,

fantasmi di pallido piombo,

parole disperse nell’eco del silenzio,

evanescenze di crepuscolo…

Perché della Terra far ventre d’orrore?

Scivolava il cuore nelle viscere più nere

mentre l’aria girava a vuoto

e uomini in tute di plastica salivano

il calvario dell’oblio.

Senza memoria anche i banchi di scuola.

Nelle lande dell’invisibile morte

solo lupi dal muso deforme

e il vento è un verso

che morde l’anima.

Alberto Figliolia

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Gianpiero Combi

Gianpiero Combi

Come un ragno nell’ombra

la muta nera fra i pali quadrati,

tuffi su tacchetti rompiossa,

il tuo mestiere era arduo coraggio,

idea di fermare il moto delle sfere

nell’eterno istante di una presa volante

o una respinta a pugno

in un balzo felino ed elegante.

Campione del mondo senza volerlo,

dal ritiro mancato al dispetto di Puč ,

sotto la guida dell’ufficiale alpino poliglotta:

patria, sangue e ideale.

Fu meglio l’azzurro dei Savoia

o il bianconero degli Agnelli

per te, lupo agli attaccanti

lanciati a rete?

Anni Venti e Giochi Olimpici,

Danubi blu e telefoni bianchi,

campi pelati, erba e silenzi

di palloni calciati al volo

celebrati dalle tue ferree mani

guantate, o padre dei nostri portieri.

Alberto Figliolia

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Tre haiku

Zuppa di fagioli

la fatica del giorno

va in paradiso

Odor di pesce

nei vicoli deserti

l’eco dei passi

Fagioli e pesce

per tacitar la fame

e l’ansiosa anima

Alberto Figliolia

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Magic Johnson

Earvin Johnson Jr. (Magic)

La Ville Lumière e l’oscura Senna,

l’odorosa mole di Notre-Dame

e i gradini di Montmartre;

notti di gloria e giorni vacillanti…

Non fu il mal francese,

ma un altro di subdola specie,

comparsa tragica e solitaria,

a invaderti pian piano:

capitato perché?

Che sconforto e che abbandono

potesti subire da chi

ti aveva, prima, tanto osannato?

Predestinato, tosse di mago

ti dimorava nelle fibre dell’anima…

Carpivi rimbalzi, rubavi

palloni che trasformavi,

con polpastrelli felpati,

in turbinose discese

e profetici assist

quando non finivi tu stesso

all’orizzonte, il sorriso

aperto alla platea.

Con Larry hai dato vita

a una Terra dei Sogni, scempiando

le cieche rivalità di razza, fratelli

nello stesso stile.

Sul podio olimpico hai pianto,

nella città di Gaudí,

oppure come un soldato-poeta

dell’Ellade remota

hai abbandonato lo scudo

per maggior orgoglio della vita.

Alberto Figliolia

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