Sono agnostico, ma prego

 

Sono agnostico, ma prego

Sono agnostico, ma prego.
Non mi disturbano i crocifissi
alle pareti: amo
l’arte sacra.
Non credo all’Immacolata Concezione,
ma, se vedo una Madonna Nera
in una chiesa nelle sperdute lande
o un’edicola votiva
agli angoli di un’umile strada,
mi fermo e la contemplo.
Mi commuove ancora
il ricordo di come pregava
mia nonna, il Vangelo
sopra la mensolina di pietra
in alto, a destra del letto,
in cui in via Inganni 11
dormiva sola
(però accompagnata
dal Dio delle periferie).
Oggi che sono agnostico
prego più di prima:
avvolto dal Mistero,
conscio che il silenzio
è il tempio del perdono
e il perdono
quello della consapevolezza
che il nostro destino
è nullo
se non vi è amore.

Alberto Figliolia

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Non so perché nelle sere estive…

Non so perché nelle sere estive…

Non so perché nelle sere estive
guardi così lontano,
figlia mia, a quell’orizzonte
che non finisce mai, mai…
a quelle nuvole che al tramonto
s’incendiano, come la folla
dei ricordi, la torma delle voci
che alla nascita seppellimmo.
Talora ti guardo mentre analizzi
le complesse equazioni dei tuoi studi
o quando ripeti le frasi
di un’altra lingua, quei suoni
esotici e consolatori,
e in quel raro istante percepisco
in te le vibrazioni di un dolore antico,
che faccio mio anche se tu non vuoi,
figlia mia che guardi così lontano,
a quell’orizzonte
che non finisce mai, mai…
là dove si generano il caotico
ordine del tempo che ci scelse
e i venti che chiamano amore,
le brevi rughe della tua fronte,
i sogni che come musica ancestrale
ti colmano l’anima, figlia mia
persa in quell’orizzonte
che non finisce mai, mai…

Alberto Figliolia

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Mattutino

Mattutino

Mattutino.

Riposta l’umile merce

in una sacca di tela grezza,

un africano alla fontanella

sul lungomare

si lava i denti;

la pasta dentifricia sulle labbra

è un anello bianco,

come un vulcano salino,

o un lucore circolare,

una paralisi del giorno.

Energia pura.

Mentre passo

mi osserva con distacco

continuando a spazzolare

gli invisibili denti.

Il gesto è abbagliante

e può più della povertà.

 

Alberto Figliolia (da Visioni o dell’anarchico girovagare, 2017, Rayuela Edizioni9

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A Shanghai comprai

A Shanghai comprai

A Shanghai comprai

un paio di occhialini tondi,

tondi come una rivoluzione conchiusa,

una rivoluzione di morti viventi,

laogai e ghigliottine,

burocrati obesi e film porno.

Gli occhialini costavano 41,74 yuan renminbi.

Poco o forse troppo,

dipende da quello che avrei voluto vedervi:

il filo sottile e lacerante della mia angoscia;

la tartaruga della paternità avanzare inesorabile;

il tempo estinguersi al fuoco delle occasioni perdute;

la rancida umiliazione del lavoro.

Il venditore mi regalò pure una custodia pervinca,

come il tramonto che da sempre mi ossessiona

nei sogni in cui tento a ogni sorger di tenebre

l’impossibile fuga dal reale.

Se mi sforzassi so che potrei

con questi occhialini tondi

– da Maggio Francese, da figlio dei fiori di Berkeley,

da intellettuale engagé, da ribelle ante litteram,

da libertario incallito, da prigioniero senza rimedio,

da cercatore di orizzonti, da poeta fallito –

trovare la chiave del mondo…

potrei. Potrei…

Ora getterò

nella strenua calura di luglio

nelle lamentazioni delle nuvole incatenate

nell’eco dell’ennesima lattina di birra vuota

il mio lancinante silenzio

per un giorno diverso e una nuova umanità.

 

Alberto Figliolia (da Visioni o dell’anarchico girovagare, Rayuela Edizioni, 2017)

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Dove tu…

Dove tu…

Dove tu rigeneri i tuoi motori e palpiti
per parlare di stelle

dove tu cammini nel nero peso della materia

dove danzano ragni pentacolari e spinati
che spostano visioni

dove s’affastellano rugginosi rapinosi sogni
che sfibrano e sfiancano
per parlare di te, di te e di nessun’altra

dove il silenzio è il tuo corpo disteso
che accogliente si dona alla mia forza
nei corridoi del desiderio

dove mi trascino nei gorghi

dove trasudo scivolando con lo scafandro

oggi devo smettere di assumere peyote

 

Alberto Figliolia (da Visioni o dell’anarchico girovagare, Rayuela Edizioni, 2017)

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Cane nero

Cane nero

Ho visto un cane nero venirmi incontro
nel giorno
un giorno che somigliava alla notte
un cane che parlava
e le sue parole eran roche di dolore
un cane che in un’altra vita era stato imperatore
ora era solo una bestia in cerca d’amore
un cane che si rizzava sulle zampe
per avere un po’ d’attenzione
e scodinzolava a ogni potenziale padrone
un cane che non aveva neppure un nome
un cane che abbaiava senza fare rumore
un cane che parlava
e le sue parole eran roche di dolore

Eravamo nelle terre brumose del sogno
e io non distinguevo neppure i confini
del tempo: non le ore né i secondi
tutto si riduceva a una sfiatata litania
come il pelo di quel cane nero
che mi veniva incontro
nel giorno
un giorno che somigliava alla notte
mentre mutanti intorno intonavano inni rotti

Ho visto un cane nero venirmi incontro
nel giorno
un giorno che somigliava alla notte
un cane che parlava
e le sue parole eran roche di dolore

Alberto Figliolia (da Poesie scelte, Albalibri, 2010)

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Il tabù del grembo o…

Il tabù del grembo o…

Il tabù del grembo o il grembo del tabù?

Quali trame nasconde la svolta?

Un parapendio nell’infinito?

Saggezza è piacere? Soprattutto contraddizione.

Sulla luna… sulla luna, a meditare, la mente sul mento, fra polvere e rocce, fra gelo bruciante e stridio di astri distanti.

L’osso lanciato per aria nell’alba dei tempi: l’arma!

Perché amare di più l’immagine allo specchio?

Per noia? La tonitruante gloriosa noia?

La fortuna è sincronica?

La caverna, le ombre, le idee.

Fratture e agape, furto e compassione.

E continuiamo nel periglioso cammino.

Alberto Figliolia (da Visioni o dell’anarchico girovagare, Rayuela Edizioni, 2017)

twitter @phigliolia

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