Andrea Amato e l’Urania Basket

Non chiamatela “la seconda squadra di Milano”, anche se milita nella serie A2. Per passione e serietà non è seconda ad alcuno e ha una storia lunga, che data dal 1952. Una lenta e bella scalata ai vertici del cestismo italiano, che forse non è ancora conclusa. L’Urania Milano gioca nella seconda versione del leggendario Palalido, luogo dove si è fatta tanta parte della storia della pallacanestro milanese, italiana e mondiale. E vi evoluisce con lo spirito di chi vuole onorare sempre il gioco.

Il team, allenato da Davide Villa, ha un organico molto interessante, combattivo – in fondo sono dei Wildcats come quelli dell’Università del Kentucky – ed elegante: Giorgio Piunti; Matteo Montano; Rei Pullazi; Kyndahl Hill; Giddy Potts; Michele Ebeling; Matteo Cavallero; Matteo Chiapparini; Simone Valsecchi; Andrea Amato. Gli avversari con cui in questa stagione dovranno confrontarsi rispondono al nome di Pallacanestro Cantù (un colosso cestistico per storia e impatto), Cremona (due squadre), Treviglio, Torino, JB Monferrato, Agrigento, Latina, Piacenza, Rieti, Trapani, Stella Azzurra Roma, Piacenza. Un vero Grand Tour nel Bel Paese.

L’atletismo di Hill. La devastante potenza fisica di Potts – 188 cm x 98 kg – non disgiunta da una tecnica di prim’ordine, campione d’Olanda 2021. La suggestione di Ebeling, versatile guardia-ala di 205 cm, figlio dell’indimenticabile John, che con J.J. Anderson fece sognare Firenze (una delle migliori coppie mai ammirate sui parquet d’Italia. E tutti gli altri che versano sudore e talento in quel gioiello del palazzetto di Piazza Stuparich. E, dulcis in fundo, Andrea Amato, 28 anni, 190 cm, il play della squadra che nel momento in cui scriviamo è sesta in classifica, con 5 vinte e 4 perse, reduce dall’aver espugnato il campo di Roma. Andrea Amato, milanese di Cesano Boscone, alle porte del capoluogo meneghino, scuola Olimpia e poi, nel suo curriculum, oltre all’Olimpia, Sangiorgese Basket, Junior Casale, Pistoia Basket, Vanoli Cremona, Scaligera Verona, Amici Pall. Udinese, Pallacanestro Varese, Nardò, Italia U18 e Italia Sperimentale. Un talento puro, fulgido, tecnicamente raffinatissimo, uno dei migliori giocatori italiani per classe. Un piacere per chi ama il bel gioco. Esteta della palla a spicchi e tremendamente efficace per visione di gioco, distribuzione assist e tiro risolutore.

Quella che segue è l’intervista che gentilmente ci ha concesso.

Le origini cesanesi in una piccola società di periferia, fra metropoli e campagna periurbana. Com’è nata la tua vocazione alla palla a spicchi?

-La mia passione per la palla a spicchi è nata quando ero piccolo, grazie a mio papà, il quale mi ha trasmesso amore e dedizione a questo magnifico sport. Ricordo ancora i primi piccoli canestri in salotto e le sfide con lui con una palla di spugna per non fare troppo rumore…

Hai fatto tutta la trafila nelle giovanili Olimpia…

-All’Olimpia devo la mia crescita come sportivo, ma soprattutto come uomo. Le giovanili all’Olimpia sono un’esperienza di vita, che ti insegna i veri valori, il rispetto per l’avversario, il rispetto per sé stessi e l’accettare a sacrificarsi giorno dopo giorno per il miglioramento quotidiano.

Poi un gran girovagare per la penisola fra innumerevoli realtà…

-Ho girato tanto in questi anni, ho giocato e vissuto in moltissime città della penisola. Tutte esperienze bellissime, città con tradizioni, con costumi e usanze differenti. La pallacanestro viene vissuta in maniera differente in base alla città in cui ti trovi. In alcune è l’unica cosa che esiste, è la religione; in altre viene vissuta come il passatempo della domenica. La vittoria e la sconfitta vengono vissute anch’esse in maniera diversa, ma, nel dubbio, sempre meglio vincere.

Il playmaker, un ruolo oltremodo pensante…

-Nasco come playmaker, ma non disdegno di giocare insieme ad altri palleggiatori. Mi è sempre piaciuto mettere in ritmo i miei compagni. Non è facile sotto pressione, con la velocità del gioco e l’alternanza delle azioni tra attacco e difesa, saper scegliere lo schema giusto, il compagno da cui andare in un preciso momento della partita, l’essere sempre in contatto con l’allenatore. Mi considero una persona molto empatica, riesco a capire solo con uno sguardo l’emozione dei miei compagni, se sono felici o tristi, se vogliono la palla l’azione successiva o se preferiscono altro. Anche se a volte è difficile poter soddisfare tutti.

Parliamo un po’ dell’Urania, la tua attuale compagine: prospettive, dimensione societaria, ambizioni…

-L’Urania è una società sana, gestita da persone serie, competenti e vere. L’obiettivo di quest’anno è sicuramente il raggiungimento di una salvezza tranquilla, visto che ci saranno sei retrocessioni, ma penso che con il lavoro quotidiano e il miglioramento, alla lunga potremmo riuscire a raggiungere i playoff.

Talento o tenacia o entrambe per approdare ai livelli del professionismo e per restarci?

-Il talento è sicuramento importante, ma, se a quello non si aggiungono la tenacia, la voglia di lavorare e l’attitudine al sacrificarsi quotidianamente in palestra, non si arriva in alto. Un ragazzo può diventare un giocatore di serie A, “solo” con la tenacia e il lavoro. Al contrario, solo con il talento non si può.

Il tuo sogno nel cassetto?

-Il mio sogno nel cassetto è quello di riuscire a giocare più tempo possibile ad alto livello e, a fine carriera, voltarmi indietro e non avere rimpianti, sapendo di aver dato il massimo in ogni singolo momento.

Lo stato dei playmaker italiani?

-Playmaker italiani di qualità ci sono sempre stati, ma negli ultimi dieci anni si è preferito naturalizzare o andare a cercarli altrove. Sono contento che negli ultimi anni molti playmaker italiani abbiano sfruttato le loro occasioni per mettersi in mostra e guadagnare uno status importante.

Che cosa non va o che cosa deve essere migliorato nel movimento?

-Sicuramente i settori giovanili in Italia hanno avuto un calo drastico nella qualità del lavoro e nella capacità di sfornare giocatori in grado di giocare ad alti livelli sin da piccoli. Questo per me è il più grande problema attuale. Bisogna investire nei settori giovanili.

Il tuo ballhandling è eccezionale, il tiro può essere mortifero, la visione di gioco eccellente. Quanto ci hai lavorato e ci lavori?

-Ti ringrazio dei complimenti, ma si può sempre fare meglio. Palleggio e tiro sono le cose che alleno di più, da quando sono piccolo: tutti i giorni. Ore e ore passate in palestra, al campetto, in cameretta, a provare e riprovare. Il segreto è la costanza e la dedizione.I tuoi beniamini cestistici?

-Il mio idolo cestistico, fin da quando ero piccolo, è Allen Iverson, giocatore dall’atletismo incredibile e dalla fantasia fuori dal comune. Ha inciso molto sul mio modo di giocare fino a quando sono arrivato a un momento della mia carriera in cui ho dovuto decidere se inseguire il suo modello oppure avvicinarmi a giocatori dallo stile meno elegante e spettacolare, ma magari più concreti e solidi, come Spanoulis o Diamantidis.

E in altri sport?

-Sono anni che non pratico altri sport per la paura magari di farmi male o infortunarmi. Meglio concentrarmi sul basket, finché potrò.

Hai ereditato i geni della fantasia e della creatività anche da tuo padre Domenico, grande pittore?

-Mio papà è un pittore incredibile e sicuramente essergli stato di fianco per tutta la vita mi ha aiutato ad alimentare creatività e fantasia. Ma è anche un cestista (seppure amatoriale) dalla grande visione di gioco e dall’estro importante. Ricordo che iniziai a provare i primi passaggi no-look dopo averglieli visti fare al campetto di Via Trento di Cesano Boscone, in cui passavo moltissime ore nelle mie estati giovanili.

I tuoi compagni e il tuo quintetto ideali?

-Ho avuto la fortuna di giocare con compagni fortissimi (e sempre brave persone). Se dovessi fare un quintetto dei compagni più forti con cui ho giocato o comunque con cui mi sono trovato meglio direi: Phil Green (Verona), Alessandro Gentile (Milano), Mattia Udom (Verona), Gerla Beverly (Udine). Ovviamente playmaker io (ride, nda).

Un messaggio ai tifosi dell’Urania e a quelli del basket in generale…

-Un messaggio che mi sento di mandare ai tifosi dell’Urania è quello di supportarci e di venire numerosi all’Allianz Cloud (il Palalido, nda), perché abbiamo veramente bisogno di essere trascinati dal pubblico milanese, un pubblico competente, che capisce di basket e che è capace di dare calore e amore ai propri giocatori. Vi aspettiamo numerosi!

Chi scrive può confermare quanto sia appassionante assistere alle partite dell’Urania: un clima professionale e, nel contempo, di familiarità. Una società sana, con un bel panorama di giovani e giovanissimi cestisti alle spalle, pronti a entusiasmarsi per le gesta dei protagonisti in prima squadra e, magari nel tempo, con il giusto spirito a emularli.

Alberto Figliolia

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