Corpus Domini-Dal corpo glorioso alle rovine dell’anima

“Siamo anima e corpo, cuore e testa, sentimento e ragione. Siamo respiro e fatica, ambizione e sogno, realtà e fantasia. Il corpo è un modello ancestrale. Ci precede, ci accompagna, ci sopravvive. È un’idea concretissima. Un’evoluzione perpetua. Uno specchio che riflette la nostra interiorità.” (Moreno Zani)

CORPUS DOMINI-Dal corpo glorioso alle rovine dell’anima… Body Art, Iperrealismo, installazioni e videoinstallazioni, Arte concettuale, qualsiasi definizione vogliate usare Corpus Domini-Dal corpo glorioso alle rovine dell’anima è una mostra bellissima, coinvolgente, forte sino a essere spietata, trattando dello splendore e delle miserie del corpo umano – contenitore di mente, pensieri, sentimenti, idee e, per chi vi crede, anima; fonte di piacere, gioia e dolore – il corpo umano fisico e simbolico, il corpo umano come metafora del più vasto organismo e mosaico sociale.

Oltre cento opere si susseguono nel sapiente itinerario dell’esposizione incalzando psiche e sensi del visitatore, sollecitandone l’intelletto e proponendo all’attenzione, ridestata con immane forza, i temi che toccano e travagliano gli individui e le loro coscienze, il consesso dell’homo sapiens sapiens con il suo orizzonte di tensioni contrapposte e contraddizioni, la società, il pianeta.

Materiali duttili come cera, resina poliuretanica, vetroresina (ma anche marmo o cemento) creano sculture che paion vive, manca solo lo pneuma (ma dentro sono agitate da un soffio). E foto, neon, disegni, installazioni le più varie, l’uso geniale della tecnica mista con i più molteplici elementi, è una successione di opere sempre sorprendenti: inquietanti, ironiche, iconiche, drammatiche, di denuncia delle storture e del totalitarismo che ha sovente un volto in apparenza rassicurante ed è invece muraglia, valigie e panni vuoti, arbitrio, tortura, indifferenza, morte annunciata.

Impressionante, di Zharko Basheski, Out of… (resina poliestere, silicone, capelli veri), il torso-braccia-testa che scaturisce da un muro: gigantesco e sfibrato, sospeso a una flebo, martirizzato, esanime. Dissacrante Tourists II di Duane Hanson (vetroresina e tecnica mista, con accessori, dimensioni reali), coppia scultorea manifesto del vieto e inconsapevole consumo e consumismo. Commovente specchio e dettagliata analisi della quotidianità malandata e invisibile di clochards e homeless, e madri con figli, è la serie di otto immagini di Andres Serrano, che a ogni stampa fotografica dà il nome di quella/e persona/e ignorata/e dal mondo che scorre insensibile accanto: colori squillanti per un’umanità nelle tristi zone dell’abbandono e del degrado. Estremamente suggestive e di formidabile impatto, nonché di grande ispirazione civile, sono le installazioni di Fabio Mauri: Rebibbia (cassettiera in ferro con proiezione di Ballata di un soldato), claustrofobica eppur dinamica, Cina ASIA Nuova, un muro “di bauli di metallo fabbricati in Cina” al cui centro “è uno schermo su cui viene riprodotto il contorto destino dell’esecuzione capitale di un giovane rivoluzionario coinvolto nei fatti di Piazza Tienanmen”, e Il Muro Occidentale o del Pianto, “una catasta di valigie di cuoio e legno di varie dimensioni che forma un muro alto quattro metri, il cui fronte è regolare, mentre il retro è dislivellato […] Il muro simboleggia la vita dei migranti, le loro speranze e preghiere in attesa di una vita migliore”. Potentemente tragica la figura di I am here (vetroresina, gel di silice) di Sun Yuan & Peng Yu, duo cinese: un guerrigliero armato di tutto punto che scruta attraverso un muro, ed è tensione pura, piccola grande apocalisse, sangue e terrore a venire. Un effetto straniante è generato dalla Risata Continua, registrazione audio di Gino de Dominicis: installazione sostanzialmente invisibile, sonora, per un riso isterico, continuo, indecifrabile loop. L’opera esposta di Chiharu Shiota, Over the Continents, ruba l’occhio con la sua imponenza e fa meditare sulla presenza umana che calpesta il globo, emblema di diversità e storie disparate, fors’anche disperate: una distesa di scarpe spaiate sotto una trama a raggiera di fili rossi. E, ancora, fra i trentaquattro artisti ritroviamo: Joseph Beuys con La Rivoluzione siamo noi; Christian Boltanski, morto quest’anno, con La Terril Grand-Hornu: una montagnola di abiti scuri che occupa lo spazio, ad adombrare il tema dell’Olocausto, dei tanti Olocausti che popolano il pianeta… “L’artista fa visualizzare una dimenticanza, di uomini e donne vittime di una dittatura senza confini, attraverso il ricordo e il lascito di un oggetto, in questo caso, un vestito tetro, accatastato senza identità”; la serie di foto di File Museum di Dayanita Singh scattate negli arhici burocratici, faldoni e faldoni in cui sono racchiuse vite e storie, mentre le entità viventi, gli archivisti che dovrebbero presiedere, paiono del tutto irrisorie e pleonastiche contro la neoplasia di quella carta accumulata e accumulata in pesantissimi e indecifrabili file e strati.

Una sezione speciale della mostra è dedicata a Lea Vergine, con libri, documenti e fotografie utili per raccontare la sua inesausta e fondamentale ricerca nell’ambito della Body Art.

La parola a Domenico Piraina, direttore del Palazzo Reale: “Il percorso espositivo disegna, attraverso centoundici opere di ben trentaquattro artisti di rilievo internazionale, una traiettoria che stimola molte riflessioni di carattere non solo artistico, ma anche filosofico, sociologico, antropologico sulle visioni e le percezioni del corpo che si sono succedute nell’arco degli ultimi cinquant’anni […] L’uomo in quanto essere umano non concepito come materia passiva, ma come materia attiva, entità vitale, creativa, eticamente impegnata nella metamorfosi e nel cambiamento della struttura sociale […] Vi ritroviamo qui a Palazzo Reale un simile recupero della centralità dell’uomo che ha portato a una rilegittimazione della presenza del corpo nell’arte: il corpo, viscerale e vulnerabile, è sentito oggi più che mai come un potente significante dell’esperienza vissuta e uno strumento di indagine estetica e formale, riconosciuto come il principale terreno di incontro delle strategie identitarie e come un agevolatore e indicatore di appartenenza”.

La chiusa alla saggia e acutissima analisi della curatrice: Quello che viviamo è un lento diradarsi del confine che separa un dato oggettivo da un vissuto soggettivo e che porta a domandarsi se ciò che vediamo, sentiamo o tocchiamo sia veramente reale. Tutto questo mette continuamente in discussione la percezione di una dimensione esistenziale equilibrata e, soprattutto, pone in crisi l’idea stessa di persona. Emerge una corporeità che non si riconosce in una sola immagine di corpo, e che trova pochi punti di riferimento nella costruzione dell’identità personale, quest’ultima intesa come ciò che si conosce di se stessi attraverso il riflesso dello sguardo dell’Altro e del contatto con altri corpi: il reale necessita dunque di essere ridefinito in una costellazione di considerazioni concernenti l’iperrealismo della nostra epoca, la fine della storia, la proiezione del reale nel suo doppio simulato. Il confine tra reale e immaginario è sempre meno riconoscibile tanto da assorbire la realtà dentro uno schermo, come dimostra l’ossessiva presenza degli schermi nella nostra vita: gli schermi piatti delle televisioni e dei computer, dei videogiochi, degli smartphone, gli schermi dei dispositivi che ‘ci riconoscono’ e che si ‘animano’ con le nostre impronte digitali o la nostra pupilla. Lo schermo annulla la distanza tra lo spettatore e la scena, lo invita a immergersi dentro, gli offre una realtà a portata di mano, ma su cui la mano non ha alcuna presa. Jean Baudrillard chiama “fase video” quella che ha avuto inizio con la tv, e progressivamente ha inglobato il corpo e l’esistenza dello spettatore. Un planetario reality show, che trasforma la quotidianità e come lo stesso Baudrillard afferma, sembra compiersi il processo di una “sostituzione del sangue con la linfa bianca dei media[…] In questa epoca incerta, come incerto è il ruolo degli umani sul pianeta, in questo mondo simulato, che ha destabilizzato principi e i modelli della realtà, si è inevitabilmente compromesso il concetto di umanità […] Questo mondo irreale, questa realtà troppo reale, diffonde un senso di indecidibilità totale: nessuno sembra più in grado di rispondere alla domanda su che cosa faccia parte o meno del mondo reale. E inuna società accecata che ha perso il contatto con il reale, e che soprattutto ha smarrito nell’oceano d’immagini, in cui tutti navighiamo, la capacità di vedere, eccolo lì il corpo… il corpo dell’arte”.

CORPUS DOMINI-Dal corpo glorioso alle rovine dell’anima è una mostra che prova a dire il sepolto, l’indicibile, in cui perdersi per ritrovarsi.

Alberto Figliolia

CORPUS DOMINI-Dal corpo glorioso alle rovine dell’anima, mostra curata da Francesca Alfano Miglietti e promossa e prodotta da Palazzo Reale, Comune di Milano-Cultura in collaboorazione con Marsilio Arte e con Tenderstories. Fino al 30 gennaio 2022. Palazzo Reale-Piazza Duomo 12, Milano.

Catalogo illustrato, bilingue (italiano e inglese), edito da Marsilio.

Orari: lun chiuso; mar, mer, ven, sab e dom 10-19,30; gio 10-22,30 (la biglietteria chiude un’ora prima). Aperture straordinarie: venerdì 24 dicembre 10-14,30; sabato 25 dicembre 14,30-18,30; domenica 26 dicembre 10-19,30; venerdì 31 dicembre 10- 14,30; sabato 1 gennaio 14,30-19,30; giovedì 6 gennaio 10-22,30 (la biglietteria chiude un’ora prima).

Info: sito Internet www.palazzorealemilano.it, hashtag ufficiale #mostracorpusdomini, Facebook e Instagram @palazzorealemilano, tel. 0288444061 (prenotazione consigliata).

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