“L’isola di Caronte” di Alessandro Buttitta

Caronte occhi di bragia, il gran traghettatore di ombre che furon vita. Ustica, paradiso nell’azzurro infinito del mare. Un’impresa di pompe funebri per un morto eccellente nell’isola: un giornalista antimafia, Peppino Vella, trovato cadavere dopo un fatale volo dalla scogliera.

Alessandro Buttitta scrive un romanzo – dal titolo emblematico: L’isola di Caronte (pp. 152, euro 15, 2021, Laurana Editore) – che è più di un giallo-noir: una storia di atmosfera culturale ed esistenziale di rara finezza, una disamina della psicologia di una terra complessa quale la Sicilia è, misteriosa, ineffabile, preziosa, dove può capitare di non dire per dire, dove il silenzio stesso parla e talora grida, dove lo spessore umano, individuale e relazionale, è potente, figlio di un bagaglio culturale antico (talvolta arcaico), di variegati umori e suggestioni, intrecci e sedimenti. Oscura e splendida Sicilia, terra magica di generosi abitanti.

Andrea Mangiapane è un trentenne nel cui bagaglio sono due lauree, del tutto inutili a trovare un’occupazione, fino a quando non sarà lo zio a collocarlo in un’agenzia di pompe funebri, la Vita Natural Durante, di proprietà, ça va sans dire, del Signor Durante. Disilluso e disincantato, ma mai cinico, tutt’al più provvisto di una sana dose di stoicismo, è Andrea, e dotato di grande acume e ipersensibilità, ciò che gli consentirà, fra un’elucubrazione e l’altra, di svelare l’arcano di quella strana morte. Intorno a lui si muove una congerie di personaggi che vanno ben oltre il limite della caratterizzazione stereostipata, componendo con singolare efficacia espressiva e icasticità una vera e propria commedia umana: i colleghi Nino e Salvo, zio e nipote, Giacomo Castiglia, nobile “decaduto” che ha scelto la parte di quello che accompagna nell’ultimo passaggio terreno colui/colei che fu, Beatrice, dal nome non casuale; e, ancora, l’amico carabiniere Marco, la composita famiglia del trapassato con le sue tensioni interne, sotteranee e divoranti (a spiccare l’inconsolabile e la chiacchierata, per i presunti allegri trascorsi, vedova), et alii.

Capitoli brevi, snelli e succosi portano da Palermo a Ustica nella quale si svolge gran parte della vicenda e nella quale Andrea deciderà di “seppellire le proprie ambizioni” piuttosto che “essere seppellito con le proprie frustrazioni”. Per una più matura consapevolezza di sé e del proprio luogo nel mondo.

Il mistero di quella imprevista morte infine, come detto, si svelerà e il funerale si celebrerà. Estremamente raffinate nel tratteggio le pagine dedicate alla veglia, in un clima di attesa e sospensione, un pathos quasi atemporale, un po’ come la morte, la gran bastarda serena che tutto appiana, dolori compresi.

Pregio del libro è anche, nonostante la drammaticità dell’evento scatenante, una sorta di levità ironica, che consente sì il distacco dall’incombente clima di tragedia, ma anche l’incipit per divagazioni/meditazioni sulle ragioni della nostra presenza nei giorni che scorrono, il senso-non senso che li domina. Il tutto in un quadro di quotidianità dai consumati riti che paiono celare, ma non possono, anzi rivelano…

“Erano le tre di notte, il quartiere abbandonato dalla luce elettrica. La luna aveva preso la scena e io, per la prima volta, osservai le stelle chiamandole stelle. Con i gomiti poggiati sulla ringhiera, non feci ricorso alle scorciatoie che avevo imboccato durante i miei primi trent’anni. Non c’erano né pastori erranti dell’Asia a tenermi compagnia, né cavalieri intenti a recuperare senni perduti a darmi conforto, né tantomeno sommi poeti a indicarmi la via. Mi limitati a dare un nome alle cose riconoscendole e apprezzandole per quello che sono, non coprendole con inopportune nuivole di parole”. Un volume sciasciano, ricco nella sua essenzialità (lessico oltremodo curato), quello di Alessandro Buttitta, milanese (dal cognome di echi siciliani) classe ’87 che vive e lavora nella problematica, multiforme e meravigliosa Trinacria.

Una prova matura, un libro godibile e, nel contempo, di notevoli intenti, di ben congegnata trama, di dialoghi riusciti e capace di innescare feconde riflessioni.

Alberto Figliolia

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