Le Signore dell’Arte

L’altra metà del cielo. Storicamente, sovente, umiliata e offesa; invero, il motore del mondo. La donna genera e dona vita; crea. Un assioma, ben dimostrato dalla preziosità delle opere di cui sono state artefici le Signore dell’Arte, pittrici e artiste di straordinaria valentia che possiamo ammirare nell’omonima mostra, sino al 25 luglio 2021, al Palazzo Reale di Milano. Non solo le ben note Artemisia Gentileschi e Sofonisba Anguissola, ma anche Lavinia Fontana, Elisabetta, Sirani, Giovanna Garzoni, Fede Galizia, Ginevra Cantofoli, Orsola Maddalena Caccia, Lucrezia Quistelli e molte altre, tutte attive fra Cinquecento e Seicento in Italia o anche fuori dal Bel Paese, nelle corti europee. 130 opere per 34 biografie artistiche ed esistenziali che compongono un mosaico magnifico, alternativo a una visione della storia dell’arte, per quel che concerne il genere, unilaterale.

Ci si perde nelle visioni di Artemisia Gentileschi, con lei si sogna – Maddalena penitente (1627-1629, olio su tela, 100 x 73 cm), Davide con la testa di Golia (1631 circa, olio su tela, 203,5 x 152 cm), con l’eroe in posa, sarcastico e beffardo, Maria Maddalena (1630-1631, olio su tela, 102 x 118 cm) – e ci si immerge nella fascinosità mitologica e del mondo antico con Elisabetta Sirani: Cleopatra (1664 circa, olio su tela, 110 x 91 cm); Venere e Amore (1664, olio su tela, 101 x 85 cm), con Amore che si rammarica di avere fallito il bersaglio delle sue frecce; Porzia che si ferisce alla coscia (1664, olio su tela, 101 x 38 cm); L’amorino trionfante (1661, olio su tela, 89 x 70 cm).

Spettacolare poi la Madonna dell’Itria (1578-1579, olio su tela, 239,5 x 170 cm) di Sofonisba Anguissola… “Restaurata in occasione di questa mostra, e mai spostata da Paternò dal momento della sua realizzazione, la tavola della Madonna dell’Itria di Sofonisba Anguissola racconta l’epilogo del primo matrimonio della pittrice cremonese con il nobile siciliano Fabrizio Moncada, contratto nel 1573 con il consenso di Filippo II. Il connubio durò solo cinque anni: imbarcatosi nell’aprile 1578, Fabrizio morì durante un assalto di pirati algerini. Nel giugno 1579, Sofonisba prima di tornare a Cremona sottoscrive un atto di donazione, lasciando il quadro ai conventuali della chiesa di San Francesco, che si impegnavano in perpetuo a dire una messa nell’anniversario di morte dell’amato Fabrizio. L’iconografia fa riferimento all’antica icona bizantina della Madonna Odighitria (che indica la strada), da cui “Itria” per contrazione, che prevedeva solo la Madonna col Bambino. Sofonisba illustra invece la leggenda secondo cui al tempo dell’iconoclastia, nell’VIII-IX secolo, alcuni monaci nascosero un’immagine dell’Odigitria dentro una cassa di legno e la affidarono al mare, che la fece approdare sulle coste meridionali italiane. Il dipinto nasconde qualche allusione autobiografica: il volto della Madonna è un autoritratto e sullo sfondo sono evocati gli ultimi momenti della vita di Fabrizio. Nel paesaggio marino in alto a sinistra, infatti, sono dipinte due navi: come fu nella realtà, una con le vele gonfiate prende il largo, l’altra a vele ammainate ha calato la scialuppa sulla quale si trovano alcuni uomini. Tra questi, don Fabrizio Moncada, che annegò cercando di raggiungere la costa a nuoto”. Un lavoro di grandissimo impatto visivo ed emozionale.

Le dimensioni più ridotte non diminuiscono certo la grandezza de La partita a scacchi (1555, olio su tela, 70 x 94 cm, in prestito dalla Polonia) della Anguissola (vera star dell’epoca; anche a Madrid, per lunghi anni, con Filippo II). Un ritratto familiare delizioso, di garbata ironia, elegante e raffinato, e con un soggetto oltremodo originale. Scrisse il Vasari: “bisogna avere da natura inclinazione alla virtù, e poi a quella aggiugnere l’esercizio e lo studio come hanno fatto queste quattro nobili e virtuose sorelle, tanto innamorate d’ogni più rara virtù et in particolare delle cose del disegno, che la casa del signor Amilcare Angosciuola (perciò felicissimo padre d’onesta et onorata famiglia) mi parve l’albergo della pittura, anzi di tutte le virtù”. Un attestato di stima e ammirazione più che sincero.

Cinque sono le sezioni della mostra: Le artiste del Vasari; Artiste in convento; Storie di famiglia; Le Accademiche; Artemisia Gentileschi. Molto interessante apprendere come talora nella vita monastica si potesse coltivare non solo il raccoglimento interiore e il rapporto con Dio, ma anche il proprio talento artistico, un dono alla propria comunità e al mondo di fuori. Il convento come oasi di silenzio e di creatività. “Nelle sue Vite, Vasari cita due monache artiste: la carmelitana Antonia Doni, morta nel 1491, figlia del pittore Paolo Uccello, e la domenicana Plautilla Nelli, che all’epoca era priora nel monastero di Santa Caterina da Siena a Firenze. Plautilla, che seguiva la severa spiritualità savonaroliana, si era formata copiando i disegni di Fra’ Bartolomeo, e organizzò con le consorelle una bottega in cui realizzavano opere devozionali destinate anche al mercato. Antecedente illustre fu Caterina Vigri da Bologna, artista alla quale nel 1710 venne dedicata l’Accademia clementina, due anni prima che fosse proclamata santa. Maggiore formazione ebbero due monache del Seicento, Orsola Maddalena Caccia e Lucrina Fetti, sorella del pittore Domenico, attiva nel convento mantovano di sant’Orsola. Orsola Maddalena Caccia fu istruita dal padre Guglielmo, noto come il Moncalvo, che aveva lavorato con Federico Zuccari alla Grande Galleria di Carlo Emanuele I a Torino e a Milano con gli artisti di Federico Borromeo. Nel 1620, a 24 anni, entrò con le sorelle nel monastero delle Orsoline di Bianzé; nel 1625 il padre istituì un monastero “domestico” a Moncalvo, presso Asti, volendo riavere accanto a sé le figlie monache e “goder delle fatiche di sor Orsola Maddalena”. Badessa dal 1627 al 1652 circa, proseguì la sua attività almeno fino al 1670, catalizzando la vita della comunità moncalvese attorno alla sua officina pittorica, trasformando il recinto claustrale in un luogo eletto delle arti e della cultura. La sua pittura spaziò dalle pale d’altare ai quadri da camera, a una preziosa produzione di nature morte”. Queste ultime sono, in effetti, di rara bellezza e maestria. Un’anticipatrice e un’attenta osservatrice del mondo, nonostante il suo ritiro da esso.

Nella terza sezione si esplorano le carriere delle artiste formatesi nella bottega paterna. È il caso di Fede Galizia, figlia del miniaturista trentino Nunzio, di Rosalia Novelli, figlia del pittore Pietro, di Barbara Longhi, figlia di Luca, ricordata dallo stesso Vasari, della cremonese Maddalena Natali, attiva poi a Roma con il padre Giovanni Battista. E la celebre Lavinia Fontana, della Dotta Bologna, della quale in mostra sono presenti ben quattordici opere fra cui Autoritratto nello studio e Consacrazione alla Vergine (il marito, il pittore imolese Giovan Paolo Zappi, fu in sostanza il suo assistente), Elisabetta Sirani, morta giovane, soltanto ventisettenne, ma sublime nella sua espressione artistica, più del padre, d’ispirazione reniana, Giovan Andrea, che fu maestro anche di Ginevra Cantofoli. E in Veneto Marietta, la figlia del Tintoretto, e Chiara Varotari, sorella di Alessandro, alias il Padovanino.

Chiusura con il botto… Artemisia Gentileschi, “valente pittrice quanto mai altra femmina”. Così scriveva Filippo Baldinucci, biografo e pittore fiorentino, nelle Notizie del disegno da Cimabue in qua. “Nel Novecento la sua storia di donna e la sua valenza artistica sono diventate emblematiche: Artemisia per la sua vita tormentata e trasgressiva è un mito di ribellione, e come pittrice è un manifesto di consapevolezza della propria identità professionale. Segnata dalla violenza subita a diciott’anni da parte del pittore Agostino Tassi, e dal conseguente processo durante il quale fu sottoposta a tortura, seppe reagire con grande forza d’animo, superando la propria condizione di donna disonorata attraverso il matrimonio con Pierantonio Stiattesi, e costruendo una parallela vita affettiva con l’aristocratico fiorentino Francesco Maringhi, a cui fu legata per gran parte della vita: una condotta che all’epoca suscitò scandalo. Le sue eroine bibliche, come Giuditta, Dalila e Giaele, protagoniste di efferati episodi in cui gli uomini diventano vittime, sono figure emblematiche di rivolta e vendetta, così come il giovane Davide è vincitore sul gigante Golia, in un rovesciamento di ruoli in cui si palesa la forza dei deboli. Le sue eroine storiche, come Cleopatra e Lucrezia, si impongono con una monumentale e viva corporeità nel momento drammatico del suicidio, scelto pur di non assoggettarsi. Le sue sante, da Maddalena a Caterina d’Alessandria, sono donne che aspirano alla salvezza, attraverso il pentimento o la sapienza. […] Inquieta e alla costante ricerca di successo, la sua attività la porta fino a Londra, per concludersi a Napoli dove impianta una vivace bottega con diversi collaboratori uomini. Sebbene si dicesse costantemente insoddisfatta della vita e del lavoro a Napoli, Artemisia vi visse dal 1630 fino alla morte: le sue tracce si perdono dopo l’agosto 1654, quando a Napoli imperversava la peste”. In mostra, come detto, capolavori come David con la testa di Golia e la Maddalena dalla collezione Sursock, vale a dire una delle famiglie più nobili della terra libanese. La tela è rimasta danneggiata dall’apocalittica esplosione verificatasi al porto di Beirut il 4 agosto dello scorso anno, ed è esposta nell’attuale stato, con i segni dei danni riportati (in attesa di restauro). Vale la pena rimarcare che si tratta di una tela mai esposta in precedenza.

“Ognuna delle loro storie è un racconto avvincente, che parla di viaggi attraverso l’Italia e l’Europa o di lunghe clausure, di percorsi interrotti precocemente o di vite quasi centenarie, di produzioni artistiche prolifiche o limitate, di comportamenti trasgressivi o condotte morigerate. Autoritratti volitivi come segno della consapevolezza del loro ruolo di artiste, ritratti di intensa penetrazione psicologica, eroine dell’antichità come esempi di ribellione e forza d’animo, figure storiche mitologiche e allegoriche, composizioni naturalistiche o simboliche di fiori frutti e animali, scene religiose e mistiche che riflettono il complesso dibattito del tempo: ogni soggetto è accuratamente indagato dall’occhio attento delle artiste. I misteri della psiche, le virtù femminili, l’eroismo intimo e quotidiano, ma anche il pathos del tradimento, dell’inganno, del pentimento: tutti i sentimenti sono svelati attraverso una poetica pittorica intensa e partecipata. Questo mondo complesso affascinante e misterioso viene presentato per la prima volta in Italia, in una ricognizione ricca di scoperte e di nuove prospettive”.

Una mostra immersiva, dagli effetti stupefacenti, un itinerario di scoperta e meraviglia.

Alberto Figliolia

Le Signore dell’Arte. Palazzo Reale, piazza Duomo 12, Milano. Mostra promossa dal Comune di Milano-Cultura e realizzata da Palazzo Reale e Arthemisia, con il sostegno di Fondazione Bracco. Curatela di Anna Maria Bava, Gioia Mori e Alain Tapié. Sino al 25 luglio 2021.

Info e prenotazioni: tel. 028929921. Siti Internet www.palazzorealemilano.it e www.lesignoredellarte.it.

Orari: lunedì chiuso; martedì, mercoledì, venerdì 10-19,30; giovedì 10-20,30 (la biglietteria chiude un’ora prima).

L’accesso alla mostra è contingentato e la prenotazione, tramite il preacquisto del biglietto, è fortemente consigliata. È possibile acquistare i biglietti di ingresso anche in sede: in questo caso l’ingresso alla mostra potrebbe comportare delle attese per rispettare le capienze di sicurezza delle sale.

Catalogo Skira.

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