“Come un filo di seta”-Haiku (casa editrice La Vita Felice-collana Albalibri/I poeti, 2021, pp. 120, euro 12), Silvana Ceruti

Prefazione

Ricama il sole

con un filo di seta

aria e polvere

陽の刺しゅう

絹糸つづる

空気 塵

hi no shishū

kinuito tsuzuru

kūki chiri

Con un filo di seta/ dare forma al vento… Con un semplice gioco comporre un distico: Con un filo di seta è il secondo verso dell’haiku che apre questo volume di Silvana Ceruti – quarantotto haiku, dodici per ogni stagione – e dare forma al vento è il titolo, oltremodo poetico e insieme programmatico, della postfazione della sapiente calligrafa Ornella Bonetti, la quale ha anche illustrato il prezioso volume.

Suscitano smisurata ammirazione queste quattro dozzine di haiku, e non solo per la perfezione formale nel rispetto, secondo la “traslitterazione” occidentale, delle canoniche 17 sillabe (per la lingua nipponica è più corretto parlare di more o morae) nello schema – una gabbia senza sbarre, aperta all’infinito – del magico 5-7-5, bensì anche, e soprattutto, per l’aderenza alla Natura, per l’interpretazione della realtà, per la suggestione del momento, ovvero la cattura dell’hic et nunc di antica memoria e concezione, transeunte sì (mono no aware: la nostalgia, il senso della caducità, la mutevolezza delle cose) ed eterno nella sua (pur variabile ) circolarità.

Nell’acqua chiara

guizzano pesciolini

lampi di luce

澄んだ水

ちらつく魚

雷光か

sunda mizu

chiratsuku sakana

raikō ka

Non vieti intellettualismi o cerebralismi, non stantie, trite o abusate formule, ma un lampo, un’illuminazione, la potenza dell’istante che rivela. Un frammento, se vogliamo, ma con una sua intrinseca definitività.

Nuvole bianche

come fiori di schiuma

sbocciano in cielo

白雲は

泡の花かな

空に咲く

shirokumo wa

awa no hana kana

sora ni saku

Altro che colpisce in tale magnifico florilegio di haiku è l’atemporalità o, meglio, l’astoricità: questi haiku hanno il carattere dell’universalità, della trasversalità poiché, in assenza di riferimenti tecnologici, potrebbero essere del Settecento o dell’Ottocento. E questo non significa essere avulsi, tutt’altro… L’atemporalità e l’astoricità sono soltanto apparenti. Difatti la poetessa, l’haijin, ha colto quell’essenza (un po’ come l’immagine del fiore che resiste anche quando quello stesso fiore è morto o caduto) che è lì da sempre, anche se pare palesarsi soltanto nella particolare circostanza dell’intuizione. Un afflato cosmico…

Chicchi di riso

le stelle questa notte

sperse nel gelo

米粒か

今宵の星は

霜にまたたく

kome tsubu ka

koyoi no hoshi wa

shimo ni matataku

E il kigo – l’essenziale riferimento alla stagione (o a una parte di essa o al tempo o a un elemento che la/lo richiami) – non è mai forzato né ingessato in facili stereotipi. Davvero questi haiku serbano lo spirito dei Maestri giapponesi, senza mai esserne sterile copia. Essi si collocano nel solco della migliore tradizione e, nel contempo, hanno un delizioso/poderoso marchio di originalità; vi vibrano lo stupore del vuoto – che invero non è mai tale – e il senso d’invincibile meraviglia che il “Creato” evoca.
(La traduzione in giapponese, completa di traslitterazione, aggiunge icasticità alla “rappresentazione”)

Lamento e vita

in verdi lontananze –

canta una rana

嘆き、 命

遠くの緑

蛙 鳴く 

nageki inochi

tōku no midori

kaeru naku

Sovviene la lezione di Matsuo Munefusa Bashō (1644-1694), il capostipite, l’iniziatore, il Grande Maestro, quello dello Stagno antico./ Una rana si tuffa./ Tonfo nell’acqua. Ma declinato con umiltà, genuinità e, per l’appunto, originalità.

Cachi arancioni

lanterne nella nebbia

gioia rotonda

オレンジ色の柿

霧の灯篭

まん丸の喜び

orenji iro no kaki

kiri no tōrō

manmaru no yorokobi

O, ancora, il modello dell’immenso e sventurato Masaoka Shiki (1867-1902), il mangiatore di cachi.

Ciliegio antico –

cade morbido petalo

stella nell’acqua

古木桜

花びら ひらり

水中の星

koboku zakura

hanabira hirari

suichū no hoshi

Nel panorama degli artefici, dei saggi artigiani di haiku – non è azzardato affermarlo – la Ceruti ha una speciale collocazione, frutto della sua storia personale – dedita al l’insegnamento con i mezzi della maieutica, al volontariato in carcere – nonché del suo talento, del suo studio, della sua continua e mai doma applicazione, della sua capacità di sorprendersi e farsi sorprendere dall’arcobaleno del mondo, dalla volta stellata, così come dall’umile canto di un uccello o dal fruscio musicale del vento che trascorre fra le fronde.

Sulla marina

tre gabbiani si librano

color di vento

海岸で

三カモメ 舞う

風の色

kaigan de

san kamome mau

kaze no iro

Occhi di passero

perline spaventate

grani di pepe

雀の目

驚きの露

粒胡椒

suzume no me

odoroki no tsuyu

tsubu koshō

Ed è un empito di armonia.

Come ventagli

contro un cielo di perla

rami invernali

扇子かな

真珠の空に

冬の枝

sensu kana

shinju no sora ni

fuyu no eda

Yūgen (il mistero nella sua insondabile profondità), shiori (delicatezza ed empatia), wabi (l’inatteso, la meraviglia), karumi (la semplicità) permeano questa splendida commovente serie. E tutta la forza evocativa, incalcolabile, del silenzio. Quel silenzio che a porci in ascolto, nonostante e contro la presente e fastidiosa epoca di rumori, sa parlarci… sa parlarci… un dolce sussurrio… Da 17 sillabe un’eco d’incommensurabile vastità. E bellezza.

Alberto Figliolia

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