Una campana dalle lontananze… paradiso perduto, paradiso perduto…

Una campana dalle lontananze/Un tintinnio di disperazione nel cielo cristallino

L’eco di una vibrazione cosmica nello spirito malato: quando, come la palingenesi?

I frantumi di una dolce apocalisse nell’idea delle ossa che si faranno cenere

Ascolto il messaggio muto dei corvi posati sul prato nudo: mi parlano – l’occhio fisso, profondo, nero; nel becco un verme o l’occhio di un impiccato – delle ere che furono, che saranno

Sono chino alla maestà del Nulla, una sovrapposizione di voci silenti: da ogni mio antenato, da ogni mio postero

Non puoi afferrare la luce, soltanto abbandonarti alla potenza dell’invisibile; soltanto imbeverti e giacere, senza più paura, senza più dolore/Perché ripudiare il vuoto?

Nella mente linguaggi che non conosco, il travaglio degli incubi nel crepuscolo eterno dei miei sogni, il passo strascicato di ogni amore perduto nei meandri delle possibilità, il gioco smarrito delle identità

Chi sono? Chi sono non so… involucro, sepolcro, sbiadita copia, domanda senza risposta?/E l’assente Dio?

Un tamburo metallico è la volta celeste: gas che rimbomba, impalpabile metafora, trasparente spaventosa ridondanza/E noi qui nel tempo che avanza: circolare, implacabile, ignoto, paradiso perduto, paradiso perduto…

Alberto Figliolia

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