Le mandorle (I minnuli)

Le mandorle (I minnuli)

Quando il tramonto calava sulle colline bruciate dal sole era il momento più bello: tutti, bambini, donne e vecchi, ci radunavamo attorno al telo su cui riposavano le mandorle della raccolta. Il cielo s’imporporava come i racconti nella lingua antica e la pace popolava serenamente il nostro animo, anche se noi non lo sapevamo. Né i tronchi contorti degli ulivi né i legnosi fichi d’india richiamavano l’atavico dolore; soltanto quella lenta litania, il fuoco che guizzava, la dolce melodia del dialetto appena spezzata dal soffiante passo dello zio che tornava dalla fatica dei campi. Non ci sono più mandorli a San Tomasello, arsi dalla barbarie del tempo umano, non più i chiari fiori a illuminare l’ondulata piana o il fuggire dei conigli selvatici alla caccia del furetto nella soave spietata luce lunare; l’asfalto ha preso il posto dello sterrato che imprigionava e insieme rivelava le conchiglie del preistorico mare che noi bambini scavavamo con stupore e meraviglia; le persone care non calpestano più quelle zolle lavorate e percorse da generazioni di antenati e le vigne giacciono abbandonate all’estate feroce, agli esperti equilibri di lucertole più sapienti del nostro falso genio. Però, oggi, se apro il frigo e verso nel bicchiere il latte di mandorla, allora tutto il sole del ricordo si accende, si riversa e mi consola dell’età presente, mia nonna dal suo letto d’ospedale rivive e il tramonto che infuocava l’orizzonte mi entra nel cuore.

Cesano Boscone (Mi), estate 2012

Alberto Figliolia

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