Un dormiveglia

Un dormiveglia

Automobili mi venivano incontro
e la mia stessa andava verso queste
ma non ci scontravamo, non impattavamo
anzi a guisa di piccole galassie metalliche
ci allontanavamo l’una dalle altre, inesorabilmente

Una pietra della felicità conteneva parole
che non riuscivo a decifrare
che rimanevano imprigionate
che non scagionavano

Due ratti si annidavano fra i miei vestiti
s’appisolavano sovente al calduccio dei tessuti
dimoravano e mangiavano con gran pace
ogni po’ si parlavano senza dirmi alcunché
o mi parlavano senza dirsi alcunché
non avevano nome come il pullmino scassato
che chiamavamo casa, era l’alba

Qualche volta compariva mia madre
e mi chiedeva perché io piangessi
“A causa di mia figlia rispondevo”
d’altra parte non scegliamo d’esser figli
e siamo puniti con l’esser padri

Sapevo di vegliare nel sogno
e non mi sembrava strano
lo governavo per spiegarmi
ciò che non mi sarei mai spiegato
ciò che non avrei accettato, neanche dopo
il trauma sepolto che ci divora
quale cieca e famelica fiera
fino a dirigermi alla minzione mattutina
e questa non era un sogno

Alberto Figliolia (da “Poesie scelte”, 2010, Albalibri)

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