“Gian Maria Volonté” di Mirko Capozzoli

“A trenta anni ero una cosa, a cinquanta sono un’altra. Oggi non so dare una definizione del mio essere attore se non questa: io sono di volta in volta in maniera diversa, in relazione alle circostanze”, Gian Maria Volonté.

“Gian Maria cercava di non essere mai se stesso, il vero Gian Maria non appariva”, Umberto Orsini.

Poliedrico, capace di creare una galleria di volti e personaggi indimenticabili aderendo corpo e anima al ruolo, e sempre con l’intelletto vigile; sensibilissimo, politicamente e socialmente impegnato, anche contraddittorio, forse nevrotico nel senso della ricerca della perfezione. Come raccontare una figura quale quella di Gian Maria Volonté, l’indefinibile per antonomasia, il sublime camaleonte in grado di passare dal teatro al western e da quest’ultimo genere, reinventato dal suo pater Sergio Leone, al cinema, in senso lato o letteralmente, politico, arrabbiato, diciamo anche incazzato, alla satira, alla storia che si fa presente? Un interprete fenomenale, troppo presto scomparso. Uno che si faceva, che diveniva, con il suo contributo attoriale-autoriale, il film stesso (ma senza prevaricazioni).

Ben venga il libro, semplicemente intitolato Gian Maria Volonté (parte delle interviste sono dell’autore e di Alejandro de la Fuente), di Mirko Capozzoli, che sonda in profondità la complessa biografia, sia esistenziale che professionale, dell’immenso, attore nato a Milano nel 1933 e cresciuto a Torino per approdare infine a Roma e in quanto cosmopolita – si può dire “internazionalista”? – nel vasto mondo. Il volume è corredato, come detto, negli intervalli interni da un’ampia serie di interviste: a Tiziana Mischi, con cui Gian Maria convolò a nozze; a Carla Gravina, il grande amore della sua vita, fra estasi e tormento (sostanzialmente uno scandalo in quell’Italia ancora bacchettona, manna per i rotocalchi e la stampa scandalistica); ad Armenia Balducci, a sua volta moglie in un’esperienza totale, fra pubblico e privato, così come Volonté amava concepire i casi dell’esistere.

Ne scaturisce un ritratto a tutto tondo, dalle origini familiari – l’ossimoro del padre fascistissimo, in antitesi al figlio decisamente progressista, fra socialismo e libertarismo – alla nascita della vocazione, dal teatro itinerante, i Carri di Tespi – “Giravamo l’Italia del Nord, i paesini che si chiamavano Cento, Mirandola, Carpi… si montava il tendone con le capriate in legno, le sedie per il pubblico, la pedana per gli attori e. d’inverno, le grosse stufe a segatura, finché non avevamo esaurito il repertorio”, ipse dixit –, all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma, dall’Idiota televisivo, che diede inizio alla sua fama, vero incipit della sua leggenda, a Per un pugno di dollari e a L’armata Brancaleone, sino a A Ciascuno il suo, Banditi a Milano, I sette fratelli Cervi, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto – “Poche volte nel cinema recente abbiamo visto un attore […] plasmarsi alle necessità di un personaggio con tanta flessibilità mimica e vocale (l’accento di Volonté è divenuto nel film una singolare e felicissima “koiné” centro-meridionale, con inflessioni ora beffarde, ora isteriche, una sorta di efficacia fonetica del potere)”, Lino Micciché in Cinema italiano degli anni ’70, Marsilio –, Uomini contro (coraggiosissimo film sull’inutile bagno di sangue della Prima Guerra Mondiale), Sacco e Vanzetti (immane spettacolare pellicola storico-civile), La classe operaia va in paradiso, Il caso Mattei, Giordano Bruno, Todo modo, Cristo si è fermato a Eboli, Il caso Moro et alia. Parliamo di storia del cinema, e non solo italiano.

Si potrebbero sintetizzare la vita e l’opera di Volonté con il trittico concettual-sentimentale Amore-Rivoluzione-Arte? La risposta sarebbe affermativa, anche se gli elementi in gioco sono molteplici sino all’infinità. Rimangono fotogrammi e storie narrate sullo schermo da questo divo-antidivo, che le pagine del libro descrivono con sapienza e ricchezza di particolari inquadrando il suo agire nel tessuto storico dei possenti mutamenti sociali in atto, in una commistione difficile, ma necessaria, fra intimo e partecipazione agli eventi.

Neppure la malattia – un tumore al polmone sinistro che gli fu asportato– riuscì a frenarne l’impeto creativo. Tornò anche da quella disavventura. La morte lo sorprese a Florina, nel 1994, nella Grecia settentrionale, là dove era per girare sotto la guida di Theo Angelopoulos Lo sguardo di Ulisse. E il nostro era come un Ulisse contemporaneo. Lo sguardo inquieto, sempre in cerca, curioso del mondo, avido di comprendere, seppur tempestato da Sua Maestà Il Dubbio.

Completa il libro la cronologia artistica, compresa la filmografia, di Gian Maria Volonté… “il Paul Muni italiano di fine secolo, impareggiabile nel ridare vita ai personaggi della nostra storia recente”, come ha ben scritto Tullio Kezich.

“Gian Maria aveva un modo quieto e fortissimo, un silenzio che riempiva tutti gli spazi”, Phoebe, moglie di Theo Angelopoulos.

“A volte non c’è più tempo per un domani”, Gian Maria Volonté

Alberto Figliolia

Mirko Capozzoli, Gian Maria Volonté, add editore (2018, pp. 337, euro 19)

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