La tua terrazza, nonna

La tua terrazza, nonna

Quando mi sporgevo

per guardare verso il basso

dal sesto piano

era come scorgere

un piccolo abisso:

grigio come il cielo d’autunno,

una vista da cannocchiale rovesciato,

e un brivido mi solcava

l’imberbe mente.

Oppure appoggiato con i gomiti

alla pietra mi perdevo

nella contemplazione dei coetanei

che giocavano al pallone

su quei campi spelacchiati di periferia,

fra Piazza Tirana e il Lorenteggio,

senza avere il coraggio

di andare a raggiungerli:

mi bastava giudicarne i dribbling

dalla mia remota distanza e i tiri

e le infinite discussioni sui gol

(i pali erano cartelle di scuola

e giacche rammendate e stinti maglioni).

La tua terrazza, nonna,

ai miei occhi bambini

era uno scrigno di tesori

che ora rimpiango:

lo sgabuzzino con l’uscio cigolante,

alla destra della porta-finestra,

dove conservavi tutti i numeri

di Famiglia Cristiana

– con le vignette di Coco,

gli articoli di sport di Gian Paolo Ormezzano

e la rubrica con le curiosità a colori

della sconfinata e vaga Terra;

l’andirivieni di formichine sperse

cui elargivo briciole di pane

(e correvano, correvano,

a zig-zag nel silenzio del mattino);

i pranzi estivi riparati da un umile

provvidenziale velario, come spettatori

in un’arena di innocui gladiatori;

le voci della famiglia che s’accavallavano,

che s’accalcavano fra dialetto, lingua

e idiomi misti; il profumo

che filtrava dalla finestra bislunga

del cucinino che conteneva

non so come il tuo vasto corpo,

mentre preparavi le guastedde di pane,

con la fragranza di formaggio e olio

e origano, e arancini e acqua con sciroppo

di tamarindo o di amarene schiacciate

e latte di mandorle spremendo

uno straccio bagnato

in cui giacevano i semi

dell’amore nuziale;

la lettura dei miei fumetti

Blek Macigno, Capitan Miki, Tex.

Sono anni che immagino di poter rivedere

la tua terrazza, nonna, e so

che non sarà mai più.

Non mi resta che la nube del ricordo

nella sua misteriosa corsa

verso l’inesplorata curva dell’orizzonte…

la nube del ricordo che s’invola

nell’anima ferita dalla tua partenza

verso altri mondi.

 

Alberto Figliolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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