Una frase sulla tirannia-Illyés Gyula

Non so abbastanza l’ungherese per azzardare la migliore delle traduzioni. Ho mixato fra quelle che ho trovato, la migliore delle quali quella contenuta nel libro “La squadra spezzata” di Luigi Bolognini, sulle cui pagine per la prima volta avevo letto questa splendida poesia dal valore e dal significato universali.

Illyés Gyula: Una frase sulla tirannia
(Egy mondat a zsarnokságról, 1956)

Dove c’è tirannia là c’è tirannia
non solo nella canna del fucile, non solo in prigione
non solo nelle camere dell’interrogatorio sotto tortura
non solo nella voce della sentinella di notte.
Tirannia non è solo nella requisitoria fumosa dell’accusa
o nei segnali in codice Morse battuti sui muri della prigione
non solo nella confessione o nella condanna fredda del giudice: colpevole!
C’è tirannia ovunque, non solo negli ordini militari: puntate, fuoco!
È nel rullo del tamburo, nel modo in cui si getta il cadavere nel fosso
non solo nella notizia sussurrata pavidamente da una porta semichiusa
non solo nel dito sulle labbra, il naso che zittisce ogni parola
non solo nelle linee rigide del viso che come un’inferriata
intrappolano l’urlo affannato o nella cascata di lacrime
che aumentano ancora di più il silenzio
non solo nella pupilla spalancata.
C’è tirannia non solo nei canti
urrah ed evviva urlati balzando in piedi
non solo nelle mani che applaudono instancabili
nel suono del trombone nell’opera.
Dove c’è tirannia là c’è tirannia
nei marmi delle statue, al contempo non armonici e falsi
nei colori delle gallerie d’arte
è presente in ogni singola cornice
anzi fin nel pennello
non solo nel rombo dell’auto che passa nella notte
e si ferma davanti a una porta.
Dov’è tirannia è onnipresente
come neanche il dio in cui credevi
non è solo negli asili-nido
nelle parole di papà, nel sorriso di mamma
nel modo in cui i bambini rispondono agli estranei
non soltanto nel filo spinato
non solo nelle pile dei libri
nei loro contenuti pieni di luoghi comuni ancora più del filo spinato.
Tirannia è nel bacio di commiato la mattina
quando ti chiede la moglie “A che ora torni a casa stasera?”
nei “Come stai?” tanto ripetitivi detti per strada
e nelle strette di mani che d’improvviso sono più morbide
nel modo in cui improvviso si gela il viso della tua amante
perché la tirannia è presente anche nei tuoi appuntamenti d’amore
non solo nell’interrogatorio, ma nella dichiarazione d’amore
nelle parole dolci che ti ubriacano come mosca nel vino
perché non sei solo nemmeno col tuo sogno
sta là con te nel letto con la tua amata
anzi ancora prima, quando la desideri
perché quello che giudichi bello è solo quello che è della tirannia
è a letto con lei che sei andato.
La tirannia è nel piatto e nel bicchiere, nel naso e nella bocca
nel freddo e nel crepuscolo, nella tua stanza
come quando attraverso la finestra spalancata
entra la puzza di una carogna come una fuga di gas da qualche parte.
Se parli a te stesso ti interroga la tirannia
non sei libero nemmeno nelle tue fantasie
nel cielo sopra di te anche la Via Lattea
ti pare diversa: sembra una frontiera perlustrata di riflettori
un campo minato e la stella ti pare uno spioncino
la volta celeste che brulica di stelle un enorme campo di lavoro
La tirannia parla dal suono della campana
dal prete a cui ti confessi, e che ti assolve, nelle prediche dal pulpito
chiese, parlamento, patiboli: sono tutti suoi palcoscenici
apri e chiudi gli occhi, inutile, ti guarda sempre
è come una malattia da cui nessuno ti libera
senti l’andare delle delle ruote: schiavo, schiavo, ti dice.
Vai al mare o in montagna, ma la tirannia la respiri sempre
il fulmine scende a zig zag ed è lei, in ogni rumore improvviso
nella luce e in una extrasistole del tuo cuore
nel riposo e nella noia che ti ammanetta
nello scrosciare della pioggia che sembra un’inferriata tra cielo e terra
nella valanga che ti imprigiona, bianca come il muro di un carcere
ti guarda attraverso gli occhi del tuo cane
la tirannia è presente in ogni tuo obiettivo, e anche nel tuo futuro
in ogni pensiero, in ogni movimento
come il fiume segue il suo alveo tu la segui e le dai forma
la rivedi nello specchio
ti spia, invano vuoi scappare, sei prigioniero ma anche carceriere
la senti nell’odore del tabacco, nella stoffa del tuo abito
si impregna in tutto di te, fino al midollo
vorresti prendere coscienza, ma solo le tue idee ti vengono in mente
vorresti guardare, ma vedi solo quello che lei ti fa vedere.
Basta un cerino perché la fiamma bruci il bosco tutto intorno,
perché dovevi calpestarlo gettandolo a terra, ma ormai è troppo tardi
così la tirannia ti accudisce in casa, in fabbrica, nel campo
e non sai più cos’è la carne e cosa il pane
cosa significa vivere, amare, desiderare, abbracciare
schiavo che produci e porti le tue catene
se mangi è lei che ingrassi, è per conto suo che fai i figli
dov’è tirannia tutti fanno parte di questa catena
anche da te, anche tu ne sei membra
così viviamo come talpe che brancolano nella luce
e ci agitiamo in una stanza chiusa come fosse il deserto
perché dove c’è tirannia tutto è inutile, anche la canzone o l’arte
perché è anche presso la tua tomba
e dice chi tu eri, ne sei servo anche nelle polveri.

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