Mario Botta. Spazio Sacro

Il passato come un amico.

La parola ordine è una bellissima parola.

Basta non venga tradotta in ordinario o ordinato, no.

Ordine è molto più profonda ed è davvero bella…

Sì, un’idea grandiosa!

Pensare ad edifici che generano luoghi…

(Louis I. Kahn)

Lo spazio è dentro di noi.

L’opera può evocarlo ed esso può rivelarsi a coloro che lo meritano, a chi entra in sintonia con il mondo creato dell’opera, un vero altro mondo.

Si spalanca allora un’immensa profondità che cancella i muri, scaccia le presenze contingenti, compie il miracolo dello spazio indicibile.

(Le Corbusier)

La gravità… La soglia… La luce che colma, alleggerisce ed eleva. Il limite separa, ma, varcato – fisicamente e simbolicamente – conduce a una nuova dimensione.
Questo e altri temi ha trattato Mario Botta, architetto di fama internazionale, nella conferenza stampa di presentazione della mostra dedicatagli dalla comunità locarnese.
Pietra, legno e silenzio. I luoghi sacri edificati da Botta – che si tratti di chiese, cappelle funerarie, di una sinagoga o di una moschea – consentono a chi le visiti di penetrare, se pur per poco e in parte, il mistero che avvolge l’esistenza nel suo complesso, le esistenze individuali.

Casa Rusca, a Locarno, ospita la grande mostra Mario Botta. Spazio Sacro dedicata all’architetto nato a Mendrisio 75 anni fa. L’esposizione è qualcosa di più che un tributo o la testimonianza di una ormai cinquantennale attività, quanto mai feconda e di successo.

Gigantografie in bianco e nero capaci di suscitare ogni suggestione, negli interni, per il gioco delle luci e delle ombre e, per quel che concerne gli esterni, di perdersi nell’archetipica sobrietà di linee e volumi; accuratissimi modelli lignei; disegni, prove e progetti in originale. È possibile in tal modo seguire il ricco percorso creativo e intellettuale dell’architetto ticinese. Giova ulteriormente il magnifico catalogo, colmo di immagini e di importanti contributi critici, fra cui si segnalano quelli del filosofo Salvatore Veca e di Monsignor Gianfranco Ravasi, uno dei più grandi biblisti del mondo.

Quali i fattori creativi dell’arte costruttiva di Botta? Quale la genesi? Quale armonia segreta ne abita le splendide essenziali realizzazioni? Gli studi italiani; l’esempio e il magistero morale ed estetico di Le Corbusier; il radicamento nella cultura del suo territorio e, nel contempo, la vocazione cosmopolita; l’attenzione all’altro e l’ascolto; un’ardente, ardita e profonda meditazione sugli scopi e le finalità culturali e spirituali, cui necessariamente si piega l’uso della scelta dei materiali.

Grate di luce; curve e spirali che paion simulare forme e moti cosmici; il vuoto (quasi zen), che tale non è, tanto si colma di pensieri o preghiere; il calore degli elementi naturali; la memoria della comunità e il desiderio di trasmetterne l’esperienza a chi verrà dopo. Tutto ciò si può vedere e leggere nel lavoro di Mario Botta. E la ricerca del bello, una sorta di kalokagathia con i modi dell’architettura.

Il Canton Ticino è terra consacrata di architetti: prima di Mario Botta possiam citare Francesco Borromini, di Bissone, e Luigi Canonica, di Tesserete. Con lui, nel presente, Luigi Gianola, di Biasca. Quindi il liceo artistico a Milano e l’Istituto Universitario di Architettura a Venezia sono stati per Mario Botta un inevitabile completamento, ma l’humus è lì in quella striscia di Svizzera Italiana che collega il Sud e il Nord dell’Europa, un po’ Alpe un po’ Mediterraneo, roccia e lago, terra e acqua, neve e ulivi. E proprio Botta parla di “spazio e territorio della memoria”, così come afferma che “esporsi nel proprio Paese è un atto di umiltà. E la resa dei conti, i bilanci si devono fare nella propria terra. Ho fatto mostre in tanti Paesi, nel Ticino mai”.

Molti concetti interessanti ha ribadito il grand’artefice ticinese nel corso dell’anteprima stampa di giovedì 22 marzo: “Il lavoro non è solo una risposta tecnico-funzionale, ma è anche tensione etica e morale – oltre che ricerca di una qualità migliore dello spazio – e il tentativo di dare all’interno delle contraddizioni un segno di speranza”.

E perché questa dedizione al sacro attraverso venti e più realizzazioni? “Per il bisogno d’immensità e non finito che raccoglie la storia dell’umanità in chiesa. Un luogo sacro è spazio di silenzio e di preghiera. Un tetto per il silenzio”.

E sul fare architettura? “Ogni progetto è figlio di quello precedente. C’è sempre il cumulo delle esperienze. Qualcuno ha detto che bisogna ricordare tutto per dimenticare tutto. Poi puoi disegnare qualcosa”.

Davvero il freddo mattino locarnese ha saputo distillare per le labbra di Mario Botta perle di saggezza: “Attraverso il sacro ho conosciuto gli elementi fondativi e primigeni. E Dio è nel dettaglio”.

Scorrono le immagini alla nostra vista (e immaginazione)… la Chiesa di San Giovanni Battista, a Mogno (Svizzera), un miracolo di linee che s’irradiano, benefico scheletro di luce, un catino di estatico raccoglimento e intimo calore; la Cappella di Santa Maria degli Angeli, sul Monte Tamaro (Svizzera), un amorevole cuneo nel cuore e al vertice della montagna, una balconata verso struggenti orizzonti, verso un indeterminato poetico, metafora d’infinito; la Cattedrale di Nostra Signora del Rosario, a Namyang (Corea), due cilindri a elevarsi gemelli innanzi al visitatore/fedele, simbolo di modernità (t’aspetteresti che sputassero, al pari delle ciminiere industriali, nubi e fumi: di sacro) o paradigma d’antico; la moschea di Yinchuan (Repubblica Popolare Cinese), il minareto come un mistico ricamo traforato, una perfezione astratta e commovente; la Cattedrale della Resurrezione, a Evry (Francia), nel suo bordo superiore magicamente orlata di alberi; la Chiesa e centro pastorale Papa Giovanni XXIII, a Seriate (Italia), così semplice com’era il carattere del Papa buono (e di formidabile intelligenza sociale); la Sinagoga Cymbalista e centro dell’eredità ebraica, a Tel Aviv (Israele), o la Chiesa del Santo Volto, a Torino (Italia).

Dalla prefazione di Gianfranco Ravasi: “Un teologo ortodosso russo laico, Pavel Evdokimov (1901-1970), dichiarava che tra la piazza e il tempio non ci deve essere un portale sbarrato, ma una soglia aperta per cui le volute dell’incenso, i canti, le preghiere dei fedeli e il baluginare delle lampade si riflettano anche nella piazza dove risuonano il riso e la lacrima, e persino la bestemmia e il grido di disperazione dell’infelice”.

E il cerchio perfettamente si chiude.

Alberto Figliolia

Mario Botta. Spazio Sacro. 25 marzo-12 agosto 2018. Pinacoteca Comunale Casa Rusca, piazza Sant’Antonio, Locarno (CH).

Orari: martedì-domenica 10-12/14-17.

Prenotazioni: tel. +41 (0)917563185.

Info: tel. +41 (0)917563170; e-mail servizi.culturali@locarno.ch; siti Internet www.museocasarusca.ch, www.locarno.ch, www.facebook.com/Pinacotecacasausca, www.instagram.com/casarusca.

Catalogo: Mario Botta. Spazio Sacro. Architetture 1966-2018.

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