Nerazzurri siamo noi

Lancio mancino di Mandrake Corso a Giacinto Facchetti poderosamente involatosi sulla fascia sinistra. Il terzino-lord goleador controlla e crossa, a sua volta di sinistro, verso il centro dell’area, dove, appostato in un agguato da pantera, Roberto Boninsegna si alza in volo e impatta di mancino la sfera di cuoio. Il corpo in orizzontale, perfettamente parallelo rispetto al suolo, Bonimba è letteralmente in orbita. Il pallone s’infila nella porta dell’incolpevole Trentini. Roberto Boninsegna da Mantova, il monatto, sigla uno dei più bei gol della sua splendida carriera consegnando di fatto all’Inter lo scudetto dell’anno di grazia 1971, dopo una entusiasmante rincorsa e dopo il sorpasso al Milan del Golden Boy Rivera e di Paròn Rocco.

Quell’Inter-Foggia finirà 5-0 e gli stessi giocatori dauni si ritroveranno ad applaudire la prodezza del bomber della Beneamata. Titolo di capocannoniere per Bonimba-gol e undicesimo tricolore per i neroazzurri.

Boninsegna: un centravanti d’altri tempi? Invero un giocatore che con il suo carisma e il suo carattere avrebbe dominato le aree di rigore in ogni era. Icardi come rapinatore d’area e superbo opportunista gli somiglia tantissimo. Maurito è destro di piede e più alto; Boninsegna aveva una struttura fisica più compatta, tozza se vogliamo (1,74 m x 72 kg), tuttavia perfetta per duellare con i granitici stopper di quel tempo (con i gomiti e con il corpo ci sapeva fare e sapeva farsi rispettare), e tecnicamente era completo, non certo rozzo: forte di testa, capace anche di manovrare, rigorista implacabile.

Ed è proprio Bonimba, oltre che comparire nelle pagine, a scrivere la prefazione del bel libro di Francesco Caremani dedicato agli eroi interisti all time: Nerazzurri siamo noi-I campioni dell’Inter. In rigoroso ordine alfabetico sfilano nel volume personaggi entrati nell’immaginario collettivo del popolo neroazzurro.

L’accuratezza della ricerca storica va di pari passo con la quantità di emozioni che Caremani riesce a riversare nell’animo di chi legge. Commovente è, per esempio, la storia di Lennart Nacka Skoglund, sublime sinistrorso fantasista dell’Inter degli anni Cinquanta, quelli della doppietta nazionale 1952-53 e 1953-54, l’uomo ispiratore di un irripetibile 6-0 alla Juventus. Uno svedese dal carattere mediterraneo era Nacka: dribbling e assist, davvero la fantasia al potere. E dopo aver fatto tanto divertire le folle una triste deriva esistenziale. Rientrato in patria, uno scorato abbandono lo colse, e una morte precoce. Troppo bravo, troppo dimenticato. Autentica icona della storia neroazzurra, le sue evoluzioni con Nyers, Lorenzi, Wilkes, Armano, Brighenti sono in ogni caso da storia del calcio. Struggente, senza mai cadere nel retorico, è la narrazione che di Nacka Skoglund ci regala Francesco Caremani.

Scorrono alla lettura gli idoli d’infanzia… Mario Bertini, gran mediano – oggi si direbbe di quantità – dal tiro proibito, titolare nella spedizione di Messico ’70; Giuliano Sarti, il portiere di ghiaccio della Grande Inter, un magnifico senso del piazzamento, di stile sobrio e, insieme, elegante, troppo a lungo colpevolizzato per il fatale errore di Mantova nel 1966-67, invero uno dei più grandi numeri uno della storia del calcio italiano, nonché uomo colto e sensibile; Beppe Bergomi, il bambino prodigio, iridato a poco più di 18 anni, e Javier Zanetti, capitani, bandiere, come pare non usarsi più nel contemporaneo calcio dei lustrini; Cambiasso, ovvero come essere geniali nell’apparente oscurità. E Spillo Altobelli, Amedeo Amadei, il fornaretto di Frascati, tre gol nel pazzesco derby, 6-5, del novembre 1949, dopo che l’Inter era stata subito sotto per 1-4; Antonio V. Angelillo, 33 gol in una sola stagione, giocatore raffinato, malinconico come un tango, di rara bellezza e maestria; Sandrino Mazzola, capace di segnare due delle più belle reti di sempre del calcio italiano: quella con il Vasas Budapest, dopo un dribbling infinito, in Coppa dei Campioni e quella, in azzurro, dopo un’incredibile serie di palleggi volanti contro la Svizzera; Giuseppe Meazza, semplicemente il più grande di tutti, abilissimo sia nelle vesti di centravanti che in quelle di mezzala (in tale ruolo due Mondiali con l’Italia). E ancora… Aurelio, Milani; Diego Milito, protagonista dell’inarrivabile triplete del 2010; Armando Picchi, il libero per eccellenza; The Wall Samuel; Luisito Suarez dai celeberrimi lanci che sapevano coprire 40 m di campo scavalcando le impreparate difese; Carlo Tagnin, colui che fermò il genio di Alfredo Di Stefano nella finale di Coppa dei Campioni del 1964 al Prater di Vienna… e tanti altri.

Un’opera pregevole, di ricerca storica e di sentimento, che non può mancare nella biblioteca non solo di un tifoso interista, ma di chiunque ami la storia del calcio.

Alberto Figliolia

Francesco Caremani, Nerazzurri siamo noi-I campioni dell’Inter, Bradipo (2017, pp. 228, euro 15)

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