Il videogame mangia cervelli

Il videogame mangia cervelli.

Aperta la porta di ferro, esce un uomo con la coda squamata il quale osserva una donna infiocchettata giocare con la corda: l’uomo con la coda squamata ha una zoppia che simula una danza, vive di spalle, in fondo è un loop.

Uno schermo trasparente separa le azioni: talora s’ispessisce e incupisce perché meglio s’indovini il senso del non senso.

È un mondo traboccante di palestrati in equilibrio precario sui pattini e con il pettine in mano.

La virtù è uno psicofarmaco: alla fine della storia una scrivania controllata da telecamere onniscienti e una bambolina seriale.

Al gioco dell’impiccato vince sempre la forca: buchi da riempire con le lettere della manipolazione, una tirata di dadi truccata, una mano di poker ai bordi della piscina ai limiti della città ai confini del deserto all’orizzonte dei sogni.

Un rauco canto sale come fumo di arsi vivi alla gloria astrale.

Un povero di spirito fotografa la volta della Galleria credendola il cielo: lui, sì, possiede la chiave della felicità. E lo sa.

Alberto Figliolia

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