Shanikir… Zasi…

Shanikir… Zasi…

Risparmiata dal vento

infernale

del deserto rosso

di Rikinhas

giaceva

Shanikir

nell’oasi;

bagnata

dalla luce

dei tre soli

che s’alternavano

s’intersecavano

s’intridevano

l’uno all’altro/l’uno con l’altro/l’uno nell’altro;

luogo di ristoro

per le carovane

dei mercanti

dalle due proboscidi,

per i telepati

dall’occhio scintillante

nelle tenebre,

per i millenni

dalla pelle caduca.

Là una notte

mi ritrovai

fra ricordi

omicidi

e nostalgie;

là una notte

mi ritrovai

nell’ombra

dei miei pensieri

 

per perdermi di nuovo.

 

Poi fu Zasi,

città-scatola magica

dalle mura soffianti

e impermeabili,

le eburnee torri

senzienti, luminose

fino alle incommensurabili

distanze;

le strade baluginavano

d’antiche sillabe

e donne di piacere

dalle abbaglianti gemme

i seni scoperti,

gli occhi bistrati

e le labbra

rosse

come il vino di Isaz

(ah l’ebbrezza

dell’eterno effimero!),

il peccato

quale divina opzione,

chiamavano

dalle finestre

di sfavillanti marmi.

Là una notte

mi rirovai

fra ricordi

omicidi

e nostalgie;

là una notte

mi ritrovai

nell’ombra

dei miei pensieri

per perdermi di nuovo.

Alberto Figliolia

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