Wolfgang Laib al LAC

Può convivere il distacco con la partecipazione? La distanza con l’empatia? La combinazione di tali elementi è solo in apparenza in contrasto quando si parla del lavoro artistico di Wolfgang Laib, tedesco dalla vocazione cosmopolita, medico per ventura, contemplativo, viaggiatore curioso e profondo, artefice di sculture, opere e installazioni che navigano fra zen e materialità naturale (quindi in un conclamato, ma non retorico, antimaterialismo), senza alcuna forzosità, in una semplicità complessa, in un disegno armonioso.

Latte, marmo, riso, granito, legno, lacca, cera di api, polline… La creatività di Laib è alimentata da una filosofia di vita assolutamente speciale e rispettosa dell’ambiente e delle sue istanze, sapendo egli cogliere la scintillanza del mondo, il cuore segreto della Natura. Introiezione e rielaborazione. Ne scaturiscono forme archetipiche in nuove sintesi, come in Milkstone, opera in continuo farsi: una lastra di marmo leggerissimamente concava su cui l’artista in ieratica concentrazione stende, ricoprendola tutta, una patina di latte, ciò che gli consente di trarre dalla contaminazione dei due materiali (“durezza e fluidità”) incogniti riflessi, luccicanze e significati. Il marmo ogni sera va ripulito per poi ricominciare il giorno dopo. Sempre uguale e sempre diverso, come precisamente sono i cicli naturali.

Le dimensioni delle opere di Laib possono essere monumentali – qual è il caso di Es gibt keinen Anfang und kein Ende (1999), installazione/scultura in cera d’api e struttura in legno, una sorta di ziggurat che emana un profumo irresistibile – o più ridotte – vedi Rice House, dove al marmo questa volta si abbina il riso. E ancora il riso, con piatti di ottone indiani (thali) costituisce il manufatto The Rice Meals: una fila/sequela di piatti, nei quali è coricato/depositato il cereale alla base dell’alimentazione di centinaia di milioni di esseri umani, in fuga infinita, un orizzonte metaforico che invita a riflettere sulla consistenza spirituale e, nel contempo, sulla fatica e sulla necessità, mai scevre di bellezza.

E che dire della pianura luminescente, una sorta di piccola epifania (“effimera e grandiosa”), del polline di pino disteso sul suolo e fra i muri bianchissimi (e il soffitto/cielo nero), bramito di sole, atavico giorno, fonte di vita? Il polline di nocciolo invece (altri tipi di polline raccolti e usati dall’artista sono quelli di tarassaco, ontano, acetosella, botton d’oro) crea delle montagnole (The Five Mountains Not to Climb On), mentre un uovo di granito nero accoglie il visitatore con il suo oscuro e tenero mistero.

A completare la mostra al LAC una serie di pastelli a olio e matita su carta, oltre che delle splendide fotografie in bianco e nero scattate in Egitto, Medio Oriente, India, luoghi esplorati e meditati da Wolfgang Laib (nel subcontinente indiano l’artista ha una casa-studio). Le immagini, in bianco e nero, fungono non solo da corollario, ma contribuiscono a spiegare la genesi e l’ispirazione di questo magico faber.

Industriosa è l’attività di Wolfgang Laib e massima l’attrattività che essa esercita. Nel suo inesausto e fecondo vagare Laib ha saputo incrociare la cultura occidentale con quella orientale, ricomponendo le più disparate suggestioni, letterarie, culturali, plastiche e visive: da Malevič a Bräckle e Häring, da Jalal-ud-din-Rumi a Brancusi, dallo studio del sanscrito, hindi e tamil, al buddhismo e San Francesco, da Beuys a Kiefer e Rothko, da Caspar David Friederich alla filosofia medievale e ai paesaggi giapponesi. E l’onnipresente, possente e delicata, umile e sapiente Natura.

Soprattutto, pare che i lavori di Wolfgang Laib respirino, in un afflato che va dal micro al macrocosmo.

Alberto Figliolia

Wolfgang Laib. fino al 7 gennaio 2018. LAC Lugano Arte e Cultura, piazza Bernardino Luini 6, Lugano (CH). A cura di Marco Franciolli in collaborazione con Francesca Bernasconi.

Orari: martedì-domenica 10-18, giovedì aperto fino alle 20, lunedì chiuso.

Info: + 41(0)918157971: info@masilugano.ch; www.masilugano.ch.

Catalogo Edizioni Casagrande.

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