Sospensioni molecolari

Prefazione

Ascoltare la voce del mondo… è ciò che tutti dovremmo saper fare, continuare a saper fare… invece spesso è l’età adulta, quella della cosiddetta maturità, a togliere la visione. Quando siamo travolti dai falsi obiettivi impostici da gerarchie politico-commerciali neo-feudali e mai messi in discussione, dagli insani desideri, dall’utilitarismo e dall’opportunismo, dall’ambizione smodata al successo, alla carriera, al denaro; quando i bisogni indotti ci trasportano lontano dalla fonte del pensiero, dell’amore e della speranza, del senso dell’essere qui e ora, dell’essere insieme, è in tale frangente, ecco, che abbiamo perso la visione, che non sappiamo più ascoltare la voce del mondo.

Eppure la vita intorno a noi si dipana, muove verso inesplorati orizzonti e la Natura sussurra, parla, grida se le si usa violenza (non lo sappiamo, ma ne siamo compenetrati), l’universo delle relazioni implora le nostre più genuine risorse, se mi è lecito l’aggettivo, spirituali, invoca di dare il meglio per e con, perché il nostro passaggio sul pianeta Terra è così breve – al di là di ogni fede o convincimento religioso –, un lampo di luce, è stato detto, fra un buio e l’altro.

Non vi è alcun dubbio che Francesco Casuscelli sappia ascoltare la voce del mondo. Con umiltà, con un’interminabile capacità di meravigliarsi dinanzi alle piccole/grandi cose della Natura – fosse un fiore (in quell’infinitamente minuto stanno tutta la luce del cielo, la perfezione geometrico-matematica e l’estatico stupore), un uccello la cui compagnia e il cui canto consolano (ah quella musica sempre più rara e preziosa!), un’onda che rotola e scivola nel silenzio del mattino (messaggera di ricordi, ambasciatrice di prospettive oltre), una nuvola in fuga, un umile e millenario albero di ulivo –, di riflettere sui casi quotidiani, d’indignarsi per la barbarie delle società che abbandonano bambini, che creano profughi, che allestiscono guerre distruttive e feroci (per il controllo, poi, di che cosa?). E l’amore… per la famiglia, i figli, l’umanità. L’amore, per Francesco, profuma. Come dargli torto?

La presente raccolta, Sospensioni molecolari (2017, La Memoria del Mondo Libreria Editrice, pp. 124), solo in apparenza rappresenta un esordio. Invero quella sensibilità dimorava da lungo tempo dentro il suo animo, e le poesie si snodano in un affascinante itinerario di crescita e ricerca. Del resto poeti si nasce e si diventa, non è solo l’uno o l’altro. È un felice intrico, e intrigo, di eventi che conduce sui sentieri della poesia.

E gli accenti domestici, intimi, come… Mi consola pensare che i tuoi occhi/ passarono nel sonno il piccolo varco,/ senza l’ultimo battito di ciglia./ Quando ti raggiunsi eri solo aria,/ la crisalide vuota giaceva serena.// Ritorni spesso – il tuo ricordo/ mi accarezza i capelli grigi –/ avvolto nel tuo sorriso,/ quel sorriso che regalavi spesso/ nei sussurri delle tue parole;/ spesso dicevi “Devi avere pacenzia”…/ per comprendere la vita./ Quel tuo sguardo compassionevole/ lo avverto osservarmi in silenzio./

convivono con le accensioni più speculative, meditative, com’è della grande poesia… e le ultime rose imperlate di rugiada/ affondano nel silenzio/ nel profumo del giardino/ colorando quell’angolo grigio/ come macchie sullo specchio del destino/ che pallide si siedono sul vuoto di una sedia// Neppure un canto d’uccelli/ solo le campane/ che a cerchi concentrici/ ondulano l’etere/ portando l’annuncio del tempo/

E la nostalgia germoglia, il sentimento del tempo che fugge e sfugge, la malinconia che pur feconda… Cammino tra infinite onde/ e cornici di nuvole di pioggia/ sulla nuda spiaggia.// Vivo ad agosto un giorno di non estate;/ gocce solitarie di pioggia cadono/ e cavalli decorano le onde.// La natura mi bacia/ e lascia un piacere salmastro.// Vago a cercare conchiglie,/ sonagli per i ricordi,/ nutrimento alla malinconia futura.

E la macchina della memoria lavora, lavora, lavora… siamo, in fondo, fabbricanti di ricordi… Disperso nel ricordo/ vago in mezzo allo Stretto/ per quelle vie profumate di mare/ dove camminavamo con passi inutili/ leggendo il futuro nelle onde.// Messina è oltre l’orizzonte,/ in quel tratto di mare stretto/ dove combattono Scilla e Cariddi/ lì trovano respiro i miei ricordi// Ritornano con l’odore dei tigli,/ alberi sparsi nei viali, nel corso,/ in ogni angolo, che fiorivano/ proprio nei giorni festosi della Lettera// Ho consumato molte scarpe/ lungo le strade raccogliendo/ ogni tipo d’emozione;/ ho in me tanti legami,/ la voce della tua gente, le chiese,/ i palazzi, le piazze e i tuoi viali,/ il porto con i traghetti e altre navi// La statua della Madonna domina/ il porto e accoglie benedicente/ i viaggiatori. Di fronte Nettuno/ sorge calmo dalle acque e con potenza/ incatena i mostri dell’avversità// Dovunque si vedeva e sentiva/ il mare ed anche il gallo cantare./ Guarderò ancora il campanile/ mentre rientro nella mia stanza dei ricordi

Uno splendido affresco, fra memoria e osservazione, fra mente e cuore. Non vi sono passi inutili, no, non ve ne sono.

La voce del poeta è peraltro potente allorché racconta il dolore e l’ingiustizia che allignano. Inestirpabile è il male? Che addirittura vada scritto con l’iniziale in maiuscolo… Male? Quell’uomo d’onore che non è più neanche uomo/ dopo aver baciato il tuo corpo/ ha avuto il coraggio efferato e cruento di ucciderti./ La crudeltà di bruciarti,/ di abbandonare i tuoi resti al freddo,/ di vivere negando, senza scrupoli/

di mentire alla figlia da assassino della madre.

In una cornice di estrema coerenza, bellezza e ragione il quadro si fa mobile: il poeta ondivaga felicemente tornando a una meditazione più lenta… Nell’ozio riscopro/ l’arte del mestiere più semplice,/ quello di pensare,/ per capire che nel futuro abbiamo bisogno/ di creatori, maestri, artigiani, contadini,/ di mani ruvide di calli/ che sanno tramutare l’idea in oggetti/ e produrre beni primari, necessari./ Frutto di lavoro, quel lavoro atavico,/ quel lavoro che ci dona tempo,/ quel lavoro che non conosce crisi,/ quel lavoro che ci dà bellezza,/ che dona bellezza al paesaggio./ Nell’ozio riscopro/ quanto sono lontano da quell’idea di lavoro,/ quanto sono lisce le mie mani// e quanto oramai sono schiavo di questo mondo.

E ancora… vorrei un martello/ per fissare il chiodo/ sul quel muro/ dove brillano/ i vostri inganni/ ed appendere/ le mie parole/ come germogli/ per il tempo

La poesia non è esercizio sterile, esclusivamente formale se non formalista, esperimento da laboratorio, né futile strumento di polverosa accademia; la poesia è carne viva, sangue pulsante, intervento diretto, chirurgico, nelle piaghe infette del consorzio umano… È un giorno che cresce rabbioso,/ le ore si susseguono senza perdono,/ ogni parola si macchia di non senso;/ numeri, formule e stecche sono disperse/ in grafici che tracciano proiezioni future/ quando è il presente che manca all’appello.// Dove andiamo fantasmi di noi stessi?/ Ci inseguiamo negli specchi delle allodole,/ in cerca di futili motivi,/ ci arrotoliamo su squallidi obiettivi/ al guinzaglio del consumo.

Sorprende la varietà dei temi e sorprende come senza retorica l’autore riesca a trattare temi duri, ardui, scabrosi, scomodi, come la violenza casalinga… Io non piango più/ non ho paura dello specchio/ non tremo al suono delle chiavi o dei passi/ in quella stanza l’eco delle grida di dolore/ è depositato nel grigiore delle pareti/ crepe sui muri freddi/ tetri riflessi delle mie rughe.// Ricordi, mi lasciasti tremante accovacciata/ in quella non vita di criminalità domestica/ stringevo la mia carne per sparire/ e quando tornasti per tagliare quella carne/ un ultimo urlo soffocato in gola mi ha salvata/ e l’anima è fuggita libera.// Adesso che attraverso la vita nuda/ non ho bisogno d’abiti né di scarpe né del tuo amore/ troppo sporco di sangue,/ perché ora mi sollevo come polvere e vivo nel vento

o gli olocausti che hanno sepolto nel XX-XXI secolo la coscienza delle nazioni e della civiltà (a che pro l’avanzare della tecnologia? E che dire in proposito alle magnifiche sorti e progressive?). E i genocidi perdurano: ieri Ebrei e Armeni, Ruandesi e Cambogiani, oggi Siriani e Africani, e bambini, bambini, bambini, annegati, defraudati, ingannati, strappati alle madri, ai padri, alla propria terra, ai propri giochi, al proprio avvenire. Come il fragile tenero sventurato Aylan, il cui corpicino senza vita nella ormai celebre e tristissima fotografia è un atto d’accusa, sorda disperazione, un pugno nello stomaco, una botta al cuore, il respiro che manca, un fallimento individuale e collettivo.

Che cosa ci salverà? Tale la supplica che rivolgiamo al volto sconosciuto che è Dio, Colui che gioca ai dadi con il destino di noi tutti. Forse. Senza forse ci potrebbe salvare, ci trarrà dal baratro l’amore… Dormivo accanto a te/ e sfogliavo i tuoi capelli/ per cercare di leggere nei tuoi sogni,/ mentre l’alba colorava/ d’incanto il tuo viso.// Svegliami da questo sonno/ accarezzami con il tuo sguardo/ la distanza che ci separa è un soffio.// Nel silenzio ascolto il metronomo del tuo respiro/ la pioggia tamburella sui vetri/ le melodie del tempo.// La mia mano attraversa i tuoi capelli/ le nostre labbra si toccano bagnate/ la tua buonanotte come una morbida carezza/ scorre sulla pelle/ un sospiro spento con un battito di ciglia.

L’augurio è che questi versi, così umili così ricchi, navighino per gli oceani, che volino sopra le terre, che solchino le anime, donando un sorriso a chi l’avesse smarrito, consapevolezza a coloro che brancolassero nel buio dell’ignorante egoismo e risposte con il dono delle domande; donando serenità, amore per la verità; donando lo sguardo, dall’occhio interiore alla vista empatica su ciò che è, su ciò che siamo. Versi come semi sparsi dal vento a render fertili i campi…

Ascoltare la voce del mondo

Alberto Figliolia

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