Ritratti in carcere (di Margherita Lazzati)

Chi fissa determinato l’obiettivo, chi pare osservare un lontano punto all’orizzonte. Chi apre il volto in un sorriso radioso, chi sembra corrucciato. Chi è intento alla lettura, chi immerso in una profonda riflessione. Chi conversa, chi tace. Chi è di profilo, chi di fronte. Chi è colpito dalla luce – che taglia con armonia il volto –, chi sta nella penombra. Chi giunge le mani, chi scherzosamente le frappone – asimmetriche – fra sé e l’obiettivo. I più sono soli, alcuni in coppia, in uno scatto son radunati tutti attorno a un lungo tavolo rettangolare che con le sedie occupa quasi per intero il locale. Son quasi tutti maschi, eccetto rare presenze femminili (compresa l’invisibile fotografa). Ci son corsisti e insegnanti volontari: indistinguibili (donne escluse) gli uni dagli altri. Chi è chi nel gioco delle identità? Mescolati insieme i volontari e le persone detenute compongono un mosaico umano di solidarietà e condivisione, oltre i muri, oltre le barriere del pregiudizio, “provocazione” che viene consegnata alla mente, alla visione, alla sensibilità di coloro che guardano, degli spettatori, agenti e non agiti in quanto sollecitati a una meditazione, senza mediazioni né divise ideologiche.

Trentuno sono le fotografie scattate da Margherita Lazzati all’interno del Laboratorio di scrittura e lettura creativa del Carcere di Opera: ventisette di persone recluse con pene di lunga durata – e anche un Fine pena mai (una sentenza terribile come, e forse più, di una pena di morte, anzi una vera e propria pena di morte camuffata, che si sconta vivendo…) – e quattro di volontari. Come detto, sostanzialmente indistinguibili. Ritratti in carcere è il reportage che la Lazzati – dopo gli invisibili fra noi per eccellenza, i cosiddetti barboni, e dopo il viaggio all’interno della disabilità nella Fondazione Sacra Famiglia di Cesano Boscone – compie fra le mura di un carcere di massima sicurezza, quello di Opera per l’appunto, con il beneplacito e la disponibilità dei partecipanti a uno dei più antichi laboratori di scrittura operanti in un istituto penitenziario.

Persone detenute che amano, leggono e scrivono poesia (per giunta di elevato livello formale). La parola come arma pacifica, di riscatto esistenziale. La forza del logos e delle metafore, con la riconquista di un nuovo itinerario, con una rinnovata fiducia in sé e negli altri e il desiderio di una relazione sana con il mondo, con la società. Per esser non più reclusi né esclusi, bensì inclusi, partecipi, empatici. Questo il “messaggio”.

Tutti i ritratti fotografici, eseguiti fra l’estate 2016 e l’inizio del 2017 (con l’autorizzazione del Ministero della Giustizia, per il tramite della Direzione del Carcere di Opera, e con il consenso delle persone detenute), saranno esposti, a cura della Galleria l’Affiche, in occasione del MIA Photo Fair, la Fiera internazionale d’arte dedicata alla fotografia e all’immagine in movimento, che si terrà a Milano (The Mall-Porta Nuova) dal 10 al 13 marzo.

Ho cercato in tutti i modi di uscire dalla logica del reportage ed entrare nell’idea del ritratto – spiega la fotografa milanese –, in una dimensione nella quale luce, spazio, sfondo, tempo, relazioni, appartengono a una realtà così definita e non modificabile. Volevo non raccontare, ma fermare un’apparenza fisica, un aspetto, una figura, una sembianza, un atteggiamento, un portamento, senza retorica e senza l’ambizione di andare oltre o cercare di cogliere l’anima. Potrei dire che forse, quando si lavora stretti, anche questa è una forma di rispetto”.

L’esito conseguito ha la forza di un documento storico e, nel contempo, sentimentale, senza tuttavia traccia alcuna di retorica. Semplicemente immagini che penetrano nell’intelletto e toccano il cuore. Chi è chi?

Alberto Figliolia

Ritratti in carcere, trentuno fotografie di Margherita Lazzati (a cura della Galleria l’Affiche, www.affiche.it), MIA Photo Fair (www.miafair.it), The Mall-Porta Nuova, Milano. Dal 10 al 13 marzo.

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