Il ring dell’inferno

Il combattimento pugilistico si svolgeva sino al cedimento, sino allo sfinimento totale di uno dei due. Hertzko Haft, alias Herschel Haft, alias (un giorno futuro) Harry la Bestia, era quello che vinceva sempre. Lui era quello che infine rimaneva in piedi; l’altro finiva nel forno crematorio. Luogo dei combattimenti il lager di Jaworzno.

Questa è la tremenda storia di Hertzko Haft, nato il 28 luglio 1925 a Bełchatów, in Polonia, da una famiglia ebrea, finito ad Auschwitz nel 1941 e là notato e avviato dalle SS alla boxe per il loro malsano morboso obbrobrioso divertimento. Ogni volta in palio c’era la vita. Decine e decine di round per sopravvivere contro altri deportati, sempre soccombenti al cospetto del ragazzone polacco.

Riuscito a fuggire in occasione di una marcia della morte, dopo rocambolesche avventure e altri omicidi compiuti al solo scopo di sopravvivere, Hertzko emigrò negli Stati Uniti e divenne Harry. Un pugile professionista: per lui 21 match, con 13 vittorie – le prime 12 consecutive – e 8 sconfitte, l’ultima delle quali, quella che precedette il suo definitivo ritiro dal quadrato, contro tale Rocky Marciano. Haft sostenne sempre che il suo KO contro il futuro campione del mondo dei massimi sarebbe stato decretato dalla mafia. Forse Marciano era, semplicemente, più forte di lui e dei demoni contro cui il povero Hertzko-Harry aveva dovuto e dovette lottare per tutto il resto della propria esistenza.

L’orrore di quanto aveva visto e subito, vittima trasformata in carnefice, lo perseguitò, con ogni probabilità, fino alla fine dei suoi giorni.

La sua storia è raccontata drammaturgicamente (Antonello Antinolfi e Giulia Pes) in maniera magistrale, in prima nazionale, al Teatro Libero (via Savona 10, Milano) sino al 5 marzo: Il ring dell’inferno è l’appropriato titolo dello spettacolo (produzione Teatro del Simposio) messo in scena dal regista Francesco Leschiera, con gli eccellenti protagonisti Ettore Distasio, Ermanno Rovella e Giulia Pes.

La vicenda si snoda dalla natia Bełchatów sino ai giorni nostri, allorché il figlio di Hertzko racconta del bestione violento che era il padre, dei suoi silenzi, dei suoi scoppi di rabbia, del suo amore perduto. Naturalmente il nucleo, il cuore della storia è in quei crudeli giorni della guerra e del lager, nel fuoco annichilatore di quel vita mea, mors tua, l’ingenuità e la genuinità del mondo distrutte per sempre dall’efferatezza e dal sadismo senza limiti dei guardiani, la fiducia in Dio e nel progresso umano cancellata per sempre.

La scena è spoglia: bastano i gesti, le parole, gli eventi, il senso dell’incombente tragedia. Ogni vittoria era il prolungamento di un’agonia esistenziale: irrimediabile! L’ansia e l’inquietudine pervadono, un veleno lentamente rilasciato nell’anima.

Il raccapriccio, il ribrezzo per ciò che si era costretti a fare… ciò nonostante, il ricordo di un antico amore può salvare l’anima altrimenti invasa dalle tenebre, così come la consapevolezza e le lacrime liberatorie. E, per noi spettatori, la pietas verso un destino avverso, non scelto…

Hertzko, che tu abbia trovato la pace.

Alberto Figliolia

Il ring dell’inferno. Teatro Libero, via Savona 10, Milano. Sino al 5 marzo.

Date e orari: da lunedì 27 febbraio a sabato 4 marzo ore 21, domenica 5 marzo ore 16.

Biglietti: interi 16 euro, ridotti 12.

Info biglietteria: e-mail biglietteria@teatrolibero.it, tel. 02.8323126, sito Internet http://www.teatrolibero.it.

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