Andavo per nuvole e onde

Postfazione

di Alberto Figliolia

Andavo per nuvole e ondeAndavo per nuvole e onde… Ci perdiamo in queste parole, in un’immagine così evocativa e, nel contempo, tanto concreta: in fondo il mondo è materia sognante, una meravigliosa ragnatela (scintilla nel buio!), Via dei canti in infinite derivazioni.

Andavo per nuvole e onde – quanto è bello ripeterlo, quasi una soffice onomatopea, delicata allitterazione di n, d e v, con l’intrusione di una sibillina l! – è un verso della omonima raccolta della poetessa-medico Barbarah Guglielmana. In lei si racchiude tutto il potere umanistico e guaritorio delle due discipline: la medicina cura i mali del corpo, la poesia spesso quelli dell’anima: entrambe restituiscono sanità: al soma e alla psiche, unità inscindibile. Non vi è dicotomia, ma una sorta di magico sincretismo. Un po’ come quello che fa dimorare nella chiavennasca Barbarah gli umori di una città di fiume e pianura quale Pavia è (anche se dolci colli giacciono poco lontano), dove esercita la professione di medico (mentre il mestiere di poetessa in qualche modo non ha luogo, stando esso hic et nunc ma anche nell’altrove).

Invero Andavo per nuvole e onde – ah l’apotropaico della reiterazione, salvifico e lirico mantra! – si giova, anche, del fondamentale contributo della fotografa Anna Venturini. La liaison fra le due donne e i rispettivi elementi è perfetta. Gli scatti della Venturini hanno una soave potenza: documento e trasfigurazione, attimo colto nell’effimero svolgersi e lì eternato, binari verso il tutto e verso il nulla (fisici e mentali), le acque calme di un fiordo coi riflessi del tramonto (o un’alba? O i residui di un giorno senza fine, superstite? Con l’eco, remota, di un urlo munchiano, ma l’angoscia si stempera in un sentimento di serenità nella natura diffusa), una statua di città che assiste a un placido ed elegante volo di uccelli per sempre stampati nel cielo di latte, le ombre e le linee di un umile condominio, e istantanee, particolari di persone dai quali puoi cogliere il carattere universale, e, ancora, due giovani donne in velo che chattano, piccoli intrecci di sostanze disparate (misura e mistura dell’essere), la bucolicità di un campo antico; tracce, sono tracce del nostro breve passaggio, eppure orme che vanno al confine dei giorni e più in là…

Una qualità molto lirica, oltre l’indubbia perizia tecnica, hanno queste foto, che come detto, si sposano magnificamente ai versi dell’antologia, suo ineludibile pendant, e mai una mera e sterile sottolineatura o didascalia, a dipingere un efficacissimo sodalizio artistico. E come invece definire nello specifico la poesia della Guglielmana? Un esempio…

Ballando la vita su questa biancheggiante galaverna pavese

scivolerei in Siberia, in un romanzo russo

In un viaggio a Parigi, elegante

nel suo nero e nei suoi musei infiniti

A Praga, per la rivoluzione

e per un amore impegnato

A Brescia, un giorno

a fermare quella bomba

E anche al mio paese natio

con quelle montagne che ti schiacciano,

e ti abbracciano di forze

Tornerei a Sarajevo,

dove in un’altra vita nascevo

e morivo, barbaramente

E nelle isole belle degli oceani

per abbronzarmi di pace e

di riposi, prima che la notte sorprenda il giorno

Fra i granelli caldi della sabbia del deserto

sdraiata a sognare oasi, sotto le polverose stelle

aspettando il trotto dei cammelli dei Boscimani o dei Tuareg

Instancabile viaggiante è Barbarah Guglielmana, come del resto Anna – ambedue con la curiosità del mondo: una qualità che fa sì che le due amiche, ciascuna con il proprio mezzo artistico/comunicativo e le proprie tecniche, si spingano di là della superficie per cogliere l’essenza, ogni potenzialità di situazioni fatti persone, ricomponendo frammenti, ridisegnando orizzonti, serena accettazione e, insieme, finissima interpretazione. Impegnata nel sociale Barbarah, in quanto medico per Emergency e, con il bagaglio della sua scienza, sovente coinvolta in altre “imprese” di volontariato, al pari di Anna – altra comunanza sorprendente è quest’attenzione chiara, indefessa, agli altri; più che una comunanza, anzi, un’affinità elettiva; la fotografa difatti lavora nel mondo dell’infanzia, come educatrice, tenendo anche laboratori fotografici per bambini. Attente entrambe alle immani geografie intorno e a quelle interiori: lenti abissi da scrutare, da indagare, oscuri o luminosi che siano. Immaginifica, persino travolgente, talora, nel suo fluire di metafore, la poesia di Barbarah, ribattezzata B-h+, fattore B-h positivo; ricca di implicazioni l’arte fotografica di Anna, fantasiosa e ingegnosa, netta e pur multiforme. Ispirate, sempre.

Riguardo alla versificazione dell’autrice chiavennasco-pavese ci pare emblematica la poesia L’orgasmo della vita

Un mestolo di acqua piovana in una pozzanghera di porfido

e una valanga di alluvione con la melma,

Il tuo bacio che mi mangia il labbro e quello strappo nella calza,

Una corsa a fine fiato sul prato di verde primavera e

la raccolta dei marroni nella selva della nonna quasi svizzera,

Un acino d’uva schiacciato nella tina e quel liquore di noci bevuto con gli amici,

[…]

La macchina del fuoco e le lenzuola inutili,

La pioggia che non smette di scendere e quel sorriso sdentato che sputa,

La stazione dove arrivi e la wodka per riscaldarsi,

Tutte le foglie cadute a slittare i desideri scivolati a terra

e le nuvole francesi così mobili,

Le piante dietro la finestra e i gatti che salterebbero dal balcone,

I tetti lucidi delle lacrime del Paradiso

e il respiro nelle trincee con il pestaggio del prigioniero

e la condanna a morte dei blasfemi sulla piazza,

Come si mescolano felicità panica e dramma, gioia e tragedia nelle plaghe di questo povero stupendo pianeta! Piaghe, ferite luminose, bagliori. Discese agli inferi, ascensioni. Sopraffazioni, ma anche desideri speranze amore.

Peraltro le poesie di Barbarah, insieme con la ricerca formale sempre più sottile, portano un marchio visivo quasi pittorico, molto originale, costruite come sono in maniera talvolta “ondivaga”, piccole cattedrali gotiche di parole zigzaganti sul foglio bianco, oltre l’impianto tradizionale (da scoprire le creazioni poetico-manuali dell’autrice, le sue poesie dipinte su vetro, gli Ometti Oliviani disegnati e colorati su stipiti, usci, muri, e animati da una speciale vita, icone immobili in cui si cela un moto e un discorso infinito). Così ti scopri a inseguire il senso in improvvisi vuoti, inspiegabili baratri, e quando la vertigine ti ha colto e boccheggi ecco, di nuovo, un appiglio e… la visione!

Andavo per nuvole e onde fatuamente

con un destino di aria in mano, e ancora con il vento che se lo giocava.

[…]

Ognuno di noi ha sentito il sale,

ma sulle labbra

la screpolatura è stata inumidita dal bacio

di un temporale di terra,

almeno una volta.

Avevi da dirmi questo.

Mentre si cerca la propria dimensione è facile perdersi o ritrovare se stessi. È un movimento fatto di fughe e di ritorni, è l’immagine di una bicicletta lasciata sul balcone che fa pensare ad una fuga solo progettata ma mai avvenuta, è la fuga di chi non vuol farsi trovare, qualche volta neppure da se stesso”, scrivono nella nota congiunta Barbarah e Anna. Ma risuonano l’eco del nostos – con, dentro, la puntura acuta della nostalgia, di quell’età dell’oro che non è mai stata (che sarà?) e il miserevole e splendido destino individuale di ciascuno di noi, così eccellentemente descritto/sublimato in versi forti aperti struggenti e foto della stessa intensità e spirito.

Alberto Figliolia

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