A ruota libera

A ruota libera. Quante volte nella quotidianità si è pronunciata questa espressione? Parlare a ruota libera… E d’istinto vien da pensare alla bicicletta. E la bicicletta è sinonimo di libertà, come ben suggerisce l’aggettivo nella frase idiomatica dell’incipit. Pedalare senza impedimenti lungo la strada, in mezzo alla natura, verso l’orizzonte, con una meta o anche senza un luogo preciso da raggiungere (o un traguardo la cui linea tagliare nel caso del ciclismo agonistico)… una delle cose più belle, un momento fra i più appaganti e felici che si possa mai desiderare!

Peraltro la libertà è un diritto inalienabile di ogni essere umano, per quanto un’affermazione del genere possa in sé assumere, determinati il patto sociale e i suoi vincoli, un che di utopistico. La libertà però è anche un dovere, e non suoni paradossale questa proposizione. Eppure nel nostro mondo dobbiamo fare il conto con i reati, il crimine, il dolore delle vittime, la giustizia penale, il carcere… Il carcere, quindi la privazione della libertà. Al di là di ogni altra considerazione ora vi chiedo: ci sono biciclette in un carcere? Ne circolano? Non credo. Comunque pare altamente improbabile.

Orbene il 17 gennaio alla Casa dei Diritti di Milano, in via De Amicis 10, si presenterà alle 18 il nuovo Calendario poetico-fotografico realizzato dal Laboratorio di lettura e scrittura creativa della Casa di reclusione di Milano-Opera. Ogni anno difatti lo storico Laboratorio fondato da Silvana Ceruti – esiste da circa venticinque anni – elabora un Calendario con poesie e fotografie avente uno specifico tema, e quest’anno, indovinate un po?, è la bicicletta (o la bici, come la chiama affettuosamente Gianni Mura nella sua prefazione): A ruota libera dunque…

E qui si congiungono aspirazione alla libertà, il suo inebriante profumo, e l’arcobaleno dei diritti. Già, perché anche le persone detenute hanno dei diritti: devono averne! In uno Stato di diritto così dovrebbe funzionare. Nella logica del rispetto della dignità, che qualunque essere umano conserva in qualsivoglia situazione (dignità che gli va riconosciuta) e in quella del reinserimento nella società civile. La poesia e, più in generale, la scrittura, come profonda espressione del pensiero, del logos, consentono di innescare fertili e feconde rielaborazioni e riprendere itinerari esistenziali virtuosi.

Come sono solo!

Come un bambino di città

quando arriva il gelo

rimango a osservare la vita

dalla mia nuova finestra,

un cattivo inverno a farmi compagnia.

La bicicletta, compagna estiva

di corse e risa,

giace perché giace:

ferma, incatenata a un palo.

 

(D.B.)

Stanca di lunghe corse

ora

mi basta guardarti

per non lasciare spazio

a giorni

che abbiamo smarrito

sui bordi delle strade.

 

(G.N.)

Quelle sopra riportate sono due delle tre poesie che corredano il mese di gennaio. E si dipanano lungo le pagine del bel Calendario ricordi, riflessioni, speranze, gioia, rammarico, ironia, tutto il panorama delle emozioni e dei sentimenti, in un suggestivo gioco intrecciato con le immagini catturate dallo splendido e sapiente obiettivo fotografico di Margherita Lazzati.

Ti ho scoperto nella penombra

tra vecchi binari.

Ti ho trovata accartocciata,

triste, spogliata.

Chissà quanta strada avrai fatto

qua e là.

Adesso nuda, svestita, esposta

alle intemperie,

ti ho raccolta per ridarti la vita,

una ruota per una nuova strada.

 

(G.B.D.C.)

 

Una ruota per una nuova strada… Così com’è per chi avesse a un certo punto smarrito l’orientamento, sballottato dalla dura tempesta di scelte infelici, ma la speranza, nuove dimensioni e opportunità dimorano nelle fibre del cuore, nell’intelligenza che crea.

Ho disegnato una bicicletta

con un seggiolino per bambini,

su un piccolo foglio rosa,

che mi ricorda quando

pedalavo per le vie della città

con il mio bambino

con il gelato in mano

che osservava.

 

(A.K.)

Sono gli occhi che brillano di felicità

sono il sorriso sulle tue labbra

sono le lacrime di gioia e dolore

l’inizio di sogni infiniti

come infinite sono le mie forme

geometriche perfette.

Sono la libertà che accarezza

il vento, sono l’adrenalina

e la tua passione

sono accanto a due fidanzati

sono il cambiamento di pace.

Ho invaso le frontiere di tutti i tempi

e sono soltanto… la tua prima bicicletta.

Io ti ho fatto cadere perché poi

tu ti alzassi

da solo; sono tutto per tutti

e in fondo, credo, anche grazie a voi

mi batte il cuore che non ho.

 

(M.A.S.V.)

 

Ah quel metallo con un cuore, quel perfetto groviglio di armonia che la bicicletta è!

E per concludere la carrellata, anzi la pedalata…, di versi:

Discreto, veloce, trasparente

il mormorio della bicicletta

si unisce al brusio dei raggi.

Che io venga o che io vada

non è un addio

ma un arrivederci.

Il moto perfetto

si avvita per strade lontane

insieme a parole e pensieri.

Lode eterna al pedale!

La rivoluzione perfetta

arriverà in bicicletta.

Libertà, uguaglianza, fraternità…

il cammino di una rivoluzione

che sta già pedalando.

 

(B.Z.)

Silenziosa, ecologica, socializzante, libera… Il miracolo di una rivoluzione pacifica si avvererà: non il sibilo della ghigliottina, non il sinistro agitarsi di un machete, non il rabbioso e crudele canto delle pallottole, non il mostruoso annichilente rombo dei cannoni, non bestiali urla e sofferenti grida, bensì quell’allegro fruscio, quello scivolare nello spazio e nel tempo fendendo dolcemente il mondo e fondendo spirito e corpo. Luminosa energia.

Nell’occasione del 17 gennaio la presentazione del Calendario poetico-fotografico 2017 (ore 18, ingresso libero) sarà preceduta da un incontro aperto (ore 14:30-17:30) del Laboratorio di lettura e scrittura creativa, il quale porterà il proprio essere e il proprio modo di rapportarsi e di lavoro all’attenzione di coloro che si saranno accreditati (nel caso del Laboratorio aperto vi è una limitazione al numero di partecipanti, diversamente da quel che è per la successiva presentazione del Calendario; info: laboratorio@operacreativa.it, pagina Facebook Laboratorio di Lettura e Scrittura Creativa; Casa dei Diritti: tel. 02 88441641).

Libertà, uguaglianza, fraternità… per fare insieme un pezzo di strada.

 

Alberto Figliolia

 (Fonte http://www.tellusfolio.it, rubrica Nave Terra-Boccata d’aria, 9 gennaio 2017:

http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=%2Findex.php%3Flev%3D158&cmd=v&id=20783)

 

 

Prefazione al Calendario poetico-fotografico 2017, A ruota libera, del Laboratorio di lettura e scrittura creativa della Casa di reclusione di Milano-Opera

 

La poesia dev’essere abitabile, scrisse René Guy Cadou, poeta francese non notissimo, morto a 31 anni nel 1951. Anche la bici, a modo suo, dev’essere abitabile. Scrivo bici e non bicicletta: bici è più familiare, domestico, abitabile appunto. Non lo sono, ai miei occhi di giornalista che da 50 anni segue il ciclismo, le biciclette in titanio, disegnate nella galleria del vento, le ruote lenticolari o a razze, cose che servono ai ciclisti professionisti e a chi vuol sembrare uno di loro. Costano una cifra e hanno selle in grado di rovinare la giornata a una persona normale. Chiarisco: il ciclismo è uno sport rispettabile, doping a parte. Un bello sport, che storicamente ha per vocazione la fame e che, per quanto modernizzato, riesce ancora a regalare pezzi di umanità, come l’abbraccio spontaneo dei genitori di Chaves a Nibali che aveva appena tolto la maglia rosa al loro figlio. Uno sport che non chiede un centesimo, lo spettacolo è gratis. Forse l’unico settore della vita in cui chi va in fuga non è un vile né un disertore, ma un uomo che insegue i suoi sogni e i sogni dei ciclisti sono questi: arrivare primi in cima a una salita o vincere per distacco. L’obiettivo è la solitudine. Si parte in tanti. C’è qualcosa di poetico in questa sudata, dunque sofferta, ricerca della solitudine. Ma il ciclismo richiede la gara, la competizione, la velocità. Non per caso si chiamano biciclette da corsa.

Andare in bici è un’altra cosa, che ci può riguardare tutti, non occorre essere campioni. È scegliere la propria velocità, non farsela imporre. È fermarsi quando si è stanchi, o anche solo per guardare un paesaggio o la gente che passa, per godere di un’ombra di platano e bere qualcosa di fresco. La bici non inquina, non pone problema di parcheggio, il guaio è che te la rubano. È tornato d’attualità, con la nuova povertà, “Ladri di biciclette”, uno dei film più toccanti del neorealismo. In Italia ogni anno viene rubato un milione di bici, o biciclette. A me piace pensare che siano soprattutto biciclette, che appartengono a gente più ricca, il danno è relativo, ma purtroppo spesso sono bici. La bici è una poesia scritta sulle strade. Quando Alfredo Martini compì 80 anni gli dissi: “Quali sono le prime due parole che ti vengono in mente se io dico bici?” E lui rispose in un attimo: “Libertà e speranza”. Aveva capito tutto, gli sia lieve la terra. E lieve sia la pedalata di chi esce dal gruppo. “Mentre pedali, hai tutto il tempo di pensare” aveva aggiunto Martini. Vero, non ci avevo mai fatto caso, prima. È nel suo mescolare il lavoro, il gioco, lo svago e il tempo di pensare che la bici è abitabile come una poesia di Cadou.

 

Gianni Mura

 

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