In memoria di Ezio Pascutti

Emblema di un calcio in bianco e nero. Anche se la sua maglia era rossoblù, quella del Bologna, suo grande amore.

È morto il 4 gennaio Ezio Pascutti, classe 1937, ragazzo friulano di Mortegliano, presto adottato dai petroniani, cui regalò in serie A 130 reti in 296 partite e l’epocale scudetto 1964 dopo il leggendario spareggio all’Olimpico contro la Grande Inter. Un’icona, un simbolo di dedizione e fedeltà.

Esordio con il botto nella stagione 1955-56: 18 presenze e 11 reti. Questa la successione delle marcature nei campionati a venire: 11, 11, 12, 17, 8, 4, 11, 14, 8, 7, 10, 10, 7. Soltanto nel 1968-69 non andò in gol, ma aveva accumulato 3 misere presenze. Da notare che a soli 22 anni aveva già segnato 51 gol in serie A. Efficace e, pur con alcuni picchi, estremamente regolare.

Attaccante dunque di immenso spessore era l’Ezio, uno che non demordeva mai, perciò capace anche di realizzazioni impossibili, come l’acrobazia con un perfetto volo in orizzontale, tutto disteso in avanti, perfettamente parallelo al terreno, gli occhi quasi infissi nel suolo sottostante, il capo (con la precoce chierica) in lievissima torsione per aver appena colpito la sfera di cuoio che gonfierà la rete dell’Inter difesa da Giuliano Sarti. E sopra di lui, altrettanto orizzontale e parallelo al terreno, ma fatalmente un po’ più arretrato, il suo marcatore, ossia Tarcisio Roccia Burgnich. Mica uno qualsiasi.

Eppure Pascutti su quella palla assurda, praticamente inarrivabile in qualsivoglia altro modo, si era avventato con un tempismo micidiale, anticipando le pur formidabili doti di anticipo del suo rivale in nerazzurro, il braccio sinistro vanamente proteso, i capelli quasi mossi dal vento dell’azione. Un’immagine e un video che possono esser facilmente colti e rivissuti negli archivi online. Un gol di quelli che non si dimenticano.

Pascutti è stato, probabilmente, il giocatore più amato dalla tifoseria bolognese, insieme con Giacomo Bulgarelli, suo capitano nella incredibile équipe, allenata dal gran Fulvio Bernardini, che fra le poche riuscì a infrangere il dominio dell’invincibile macchina da guerra che era l’Inter di Helenio Herrera.

Un altro notissimo episodio, questa volta in negativo, della carriera di Ezio fu l’espulsione per una reazione al rudissimo trattamento e alle provocazioni del difensore sovietico Dubinski nel match URSS-Italia, valido per le qualificazioni agli Europei 1964, disputatosi a Mosca nello Stadio Lenin il 13 ottobre 1963 e perduto 2-0 dagli azzurri rimasti in 10. Allora, si sa, l’URSS era una potenza immane… Il povero Pascutti fu massacrato da stampa e opinione pubblica. Un po’ troppo anche. Forse un’ammonizione sarebbe bastata. E il linciaggio “mediatico” non era giustificato (e mai invero lo sarebbe). In ogni caso il bomber bolognese totalizzò 17 presenze e 8 reti in Nazionale A: sostanzialmente 1 gol ogni 2 partite. Più che lusinghiero, diremmo.

Ezio Pascutti, una delle più belle “figurine” di quel calcio eroico, semplice e nel contempo epico, popolare. Un calciatore cui guardare con rispetto e simpatia. Prolifico e di qualità, già detentore del primato italiano del maggior numero di partite consecutive di campionato (10) con segnatura. Una persona – così lo dipingono – umile, genuina, buona.

E poi quel gol all’Inter in volo d’angelo rasoterra, con il Burgnich inutilmente avvinghiato all’ombra della sua schiena… Che gol d’autore! Che creatività!

Sempre nella nostra memoria, Ezio.

Alberto Figliolia

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