Un fardello di sogni stinti

Un fardello di sogni stinti

Un fardello di sogni stinti.

Gli abiti consunti, ogni giorno una macchia diversa: continenti, isole fra oceani di fallimento.

Lo scricchiolio delle ossa, l’urlo muto dei tendini.

La colla dei pensieri.

Seduto su un gradino di nulla in un marciapiede affollato di voci; sdraiato nel buio con la luce della luna, fredda compagna di nostalgie: la plastica dell’indifferenza a coprire le idee vagabonde e selvagge.

La città che mi attraversa; mi attraversa, mi guarda e non mi vede.

Stelle rosse è il Natale e abbaglianti guglie che svettano nella notte.

Nelle invisibili stanze dei palazzi sontuose cene e opulenti sonni.

Frugando fra scarti e avanzi di cibo: nei mercati che conservano gli sguardi delle casalinghe, nei bidoni dei ristoranti di effimera gioia, ai margini dei centri commerciali, nei vicoli dietro le panetterie.

Quando l’ultimo sorriso? E l’ultimo dialogo?

Un tiro dalla cicca di sigaretta e con il fumo che sale un calcio ai luoghi comuni, come le troppe orme di piede impresse nella memoria del mio corpo.

Ma ho dimenticato il mio stesso nome per quanto fra lingua e palato io rantoli suoni, ho dimenticato il mio stesso nome…

Un cartone di vino di stelle, un cartone di vino di stelle…

Alberto Figliolia

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