Hokusai Hiroshige Utamaro

Ukiyo-e (o Ukiyoe), le Immagini del Mondo Fluttuante. Non poteva trovarsi una definizione maggiormente riuscita e poetica. I luoghi innevati, le risaie, i campi da tè, i traghetti, gli scenari dei villaggi e dei mestieri, il vento, i sogni, viandanti e pellegrini, contadini, cavalieri e mercanti, cortei e cerimonie, bambini con le mamme, aquiloni, interni di case e botteghe, baie e pescatori, fiori e animali, storie e leggende, temporali, foreste, Edo e Kyoto…

Decisamente la mostra Hokusai Hiroshige Utamaro, visitabile al Palazzo Reale di Milano sino al 29 gennaio 2017, non manca di stupire. Si tratta dei tre grandissimi artisti nipponici vissuti fra Settecento e Ottocento: 1) Katsushika Hokusai (1760-1849) – “Nel 1804 una performance pittorica eseguita presso il tempio Gōkokuji con una scopa e inchiostro durante cui disegnò una grande figura di bodhidarma su una superficie di carta di circa 200/290 metri quadrati gli portò grande fama”. L’artefice di Viaggio tra le cascate giapponesi, di Vedute insolite di famosi ponti giapponesi, di Cento poesie per cento poeti in racconti illustrati della balia, delle Trentasei vedute del Monte Fuji-Fugaku sanjūrokkei (1830-1832) e di preziosissimi quaderni-manga (in numero di quindici). 2) Utagawa Hiroshige (1797-1858), il maestro della pioggia, figlio di un arciere, anche capopompiere, carica ereditata prima di dedicarsi a tempo pieno alla pittura e all’incisione. L’autore delle Cinquantatré stazioni del Tōkaidō (la via orientale che congiungeva Edo e Kyoto) e, a propria volta, di altrettante vedute del Monte Fuji. 3) Kitagawa Utamaro (1753-1806), il sublime interprete delle beltà femminili (bijinga) che andava a esplorare nei quartieri di piacere, ma anche in più prosaiche situazioni domestiche, ricavandone attentissimi studi psicologici e raffinatissime notazioni estetiche.

Il percorso dell’esposizione si snoda in cinque sezioni (e varie sottosezioni): Paesaggi e luoghi celebri: Hokusai e Hiroshige; Tradizione letteraria e vedute celebri: Hokusai; Rivali di “natura”: Hokusai e Hiroshige; Utamaro: bellezza e sensualità; I Manga: Hokusai insegna.

Procedendo lungo l’allestimento, minimalista ma elegante, come si conviene a quell’arte lirica e sobria, si compie un viaggio in quel Giappone così remoto, che andava aprendosi pian piano al mondo occidentale, cogliendone gli oggetti della tecnologia e in campo artistico le leggi della prospettiva. Occidente che, nel contempo, veniva influenzato dall’arte giapponese, come ben dimostrato dalla passione che nei suoi confronti avrebbero nutrito gli Impressionisti, sino alle più scoperte citazioni.

D’altra parte un’autentica delizia sono i ponti di Hokusai dalle molteplici forme, fra acque e nuvole, fermi o sospesi come i contadini che paiono spericolati acrobati, armoniosi e gentili. Così come implacabilmente e soavemente attrattive sono le cascate dalla dirompente forza ed energia e dall’inguaribile grazia, che nascono dai placidi fiumi, che si dividono in più salti o che scendono in un potente flusso, fra nebbie di vapori. Non poteva ovviamente mancare La Grande Onda o La (grande) onda presso la costa di Kanagawa della serie delle vedute del Monte Fuji, un’icona che ha ispirato generazioni di artisti autoctoni e stranieri, sino al mondo pop.

Con la bellezza un vento gentile sembra spirare in queste visioni semplici ed eleganti, animate e pacifiche, fenomeno di massa nel Giappone di quei decenni, arte popolare e diffusa, capace tuttavia di travalicare gli angusti limiti temporali. Ancora possiamo gustare i vividi specchi della quotidianità, i cicli della Natura, le sapienti evocazioni e i simbolici legami di tutte le sue componenti, la cultura con docilità travasatavi (vedi lo Specchio dei poeti giapponesi e cinesi-Shiika shashinkyō). Perché in essi, sovente, la poesia è inscindibile dall’immagine, in un gioco di suggestiva reciprocità, l’una rafforzante l’altra, l’una che include l’altra.

Una sfilata di silografie policrome – in numero di duecento dall’Honolulu Museum of Art – incredibilmente emozionante e rasserenante.

A conclusione della mostra sono posti i quaderni-manga (quindici) di Hokusai che sosteneva che più invecchiava più si avvicinava al segreto, la cui perfezione poteva stare in un punto o in una linea. A ottant’anni la sua casa bruciò con tutto quel che conteneva e lui ricominciò a dipingere, mai domo, mai pago e sempre calmo, serafico. Come chi con le proprie opere, pur senza volerlo, si stia guadagnando l’immortalità: quella generata da Ukiyo-e, le Immagini del Mondo Fluttuante.

Alberto Figliolia

Hokusai Hiroshige Utamaro. Palazzo Reale di Milano, Piazza Duomo 12. Sino al 29 gennaio 2017. Mostra promossa e prodotta dal Comune di Milano‐Cultura, Palazzo Reale e MondoMostre Skira. A cura di Rossella Menegazzo.

Orari: mar, mer, ven, sab e dom 9,30-19,30; gio 9,30-22,30; lunedì chiuso. Ultimo ingresso un’ora prima delle chiusura.

Infoline e prevendite: tel. 02.92800375, sito Internet www.vivaticket.it.

Informazioni on line: www.palazzorealemilano.it, http://www.hokusaimilano.it.

Catalogo Skira.

Dal Catalogo a cura di Rossella Menegazzo

Il termine ukiyo 浮世 (lett. “mondo”, yo ; “fluttuante”, uki) prima di allora era scritto con caratteri cinesi differenti ma omofoni e aveva una connotazione negativa, legata al pensiero buddhista che insegnava il distacco dalle cose terrene in quanto transitorie, illusorie e d’impedimento al raggiungimento dell’illuminazione. Fu con lo sviluppo urbano e della vita cittadina a partire dal Seicento che l’interpretazione del termine cambiò, esprimendo la riscoperta in quegli stessi attaccamenti dei piaceri da ricercare e da godere proprio in quanto fuggevoli, impermanenti. Il testo Racconti del mondo fluttuante (Ukiyo monogatari) di Asai Ryōi (1612‐1691), scritto nel 1660, segnò il punto di svolta in questo senso e nel giro di pochi anni il termine ukiyo andò a indicare

tutto ciò che era di moda o tsū, con una leggera connotazione anche erotica: Vivere momento per momento, volgersi interamente alla luna, alla neve, ai fiori di ciliegio e alle foglie rosse degli aceri, cantare canzoni, bere sake, consolarsi dimenticando la realtà, non preoccuparsi della miseria che ci sta di fronte, non farsi scoraggiare, essere come una zucca vuota che galleggia sulla corrente dell’acqua: questo, io chiamo ukiyo”.

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