Profeta era il suo nome (Al trisavolo materno dei miei figli)

 

Profeta era il suo nome.

Profeta Zanoletti, nato nel 1897

ad Ardesio, lì vissuto,

lì morto.

Nessuno si ricorda più

di Profeta: contadino,

mungitore, lavorante

sotto padrone.

1897 (ancora non era venuto il sanguinario

Bava Beccaris): l’anno in cui Guglielmo Marconi

brevettava la radio,

l’anno in cui Paul Gauguin dipingeva

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

Anche il tuo anno, Profeta,

dimenticato con la tua umile vita

da tutti e uscito per sbaglio,

durante una visita di cortesia

a una vecchia zia

che guardava la messa alla TV,

da una scatola di latta:

insieme con te Prime Comunioni,

matrimoni, foto da studio,

marinaretti e militari,

un anziano parroco nato nel 1870

e morto nel 1937, generazioni accatastate

l’una sull’altra senza sapersi,

ignare dell’implacabile soffio

del tempo e lì cristallizzate per sempre.

Avevi dei grandi baffi neri, Profeta,

a manubrio o umbertini,

che probabilmente con fierezza

ti arricciavi il mattino

o la domenica prima di uscire

per un’ombra di vino con gli amici

nell’osteria rumorosa – ah lo sbattere

delle carte sui tavoli segnati

da innumerevoli cicatrici

e il sibilo del dialetto,

così aspro così dolce…

Hai l’aria corrucciata nella foto, Profeta,

ma la vecchia zia ti ricorda

come un uomo bonario, mite.

Forse su di te gravavano le fatiche

di ogni giorno o il pensiero del figlio

emigrato in Francia, per sorte casellante,

per destino morto giovane, troppo giovane

(quattro figli tu, quattro figlie lui).

Forse i tempi non coincidono, forse

non hai mai saputo, e neanch’io so…

Guardo la tua giacca e la camicia bianca

senza colletto, ogni bottone nell’asola,

quasi costretto come si addice ai poveri,

l’indefinito sfondo, e quasi odo il silenzio

che precede il lampo dello scatto.

Parevi un uomo vissuto, Profeta,

in quella foto color seppia, ma forse

avevi solo 50 anni o anche meno,

tanto l’esistenza era dura

per voi contadini, mungitori,

lavoranti sotto padrone,

e lo Stato a esigere sempre il suo tributo:

di sangue, di soldi, di obbedienza…

Poi, l’oblio…

Ma in una domenica di novembre

fra pioggerellina e foschia,

con le cime dei monti intorno

già incappucciate di neve,

con i cachi sui rami neri

a splender come piccoli soli

e le verze coperte di brina

negli orti di famiglia,

tu sei uscito dalla scatola di latta

della vecchia zia

e mi hai guardato

mentre ti guardavo:

tu con dignità supplicavi,

tu chiedevi…

Non dimenticatevi di me!

 

Alberto Figliolia

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