A Sandro Mazzola

A Sandro Mazzola

 

Che dribbling, Sandro!

Lo zigzagare di un fulmine…

lo scorgi un attimo e nulla più,

di nuovo il buio,

e solo il tuono dopo,

roboante, inutile, inoffensivo.

I tuoi gol erano un lampo,

con i difensori abbagliati, ciechi,

prima di rivedere la rete gonfiata

dal cuoio del pallone.

La sfera era incollata ai tuoi scarpini,

parte dei tuoi piedi, piccoli

come quelli di Ferenc Puskás,

che incontrasti quel giorno del maggio 1964

al Prater di Vienna, attonito rivale

insieme con Alfredo la Saeta Rubia:

fu 3-1 con la tua doppietta,

la prima Coppa dei Campioni,

l’inizio della Grande Inter.

Nessun tuo gol, Sandro,

è mai stato banale: quello scartare strenuo

contro il Vasas Budapest, quell’indugiare

infinito, come un attimo cristallizzato

a sconfiggere la stessa idea della fine,

o i palleggi volanti contro la Svizzera

prima di scoccare la freccia fatale

alla stupefatta difesa rossocrociata,

o i 13” del derby del 1963,

un’invenzione poetica corale

– Di Giacomo, Suarez, Corso e tu infine

al sigillo rasoterra con Ghezzi il kamikaze

seduto in maniera inesorabile, goffa.

I tuoi gol, Sandro, erano un ribaltamento

della realtà, un segreto antico,

una voluta barocca e una pennellata haiku.

Il tuo tocco era velluto,

la corsa senza freni,

con l’impeto della passione,

con l’impatto della ragione.

Eppure quanto ti era costato

tutto quel talento?

Quante ore passate a palleggiare

contro il muro: destro-sinistro,

destro sinistro, destro sinistro…

stop, stop, stop… e ancora

destro-sinistro, destro-sinistro,

destro sinistro, fino alla nausea,

fino allo sfinimento, solo con te stesso,

solo con i tuoi pensieri, solo,

come il bambino che eri stato

dopo i giorni di Superga…

le lacrime degli altri, l’abbandono,

il ritorno al fratello dimenticato.

E chi credeva in te?

Ma a diciannove anni in quell’1-9

contro la Vecchia Signora a Torino

e Omar Sivori di San Nicolás de los Arroyos

a imperversare (sei i gol segnati

con i calzettoni abbassati sulle caviglie:

classe arrogante e irridente)

tu segnasti il gol della bandiera:

un penalty a spiazzare Mattrel.

Il futuro era tracciato.

Helenio, il Mago, l’anarchico

innamorato del potere, il dittatore

di fantasia, l’uomo senza patria

e con troppe terre nel sangue,

la lingua di Babele nei cromosomi,

era lungo la strada del tuo destino.

Centravanti o mezzala?

Che dubbio inutile, quasi ipocrita…

anche ala, se serviva…

Sandrino, l’universale…

non c’era ruolo per il tuo gioco

sidereo, da serafino irregolare,

da ieratico viandante, da rabdomante.

Così ti muovevi: figura di El Greco

sullo sfondo di cieli annuvolati,

fra lo smeraldo dei prati e le nebbie,

nell’afa, nella folla indistinta

delle voci, o enigmatico, imprevedibile

come una irregolare creatura di Dalí

in sterminate pianure di bianche ossa

e sabbia di clessidra.

Non abbastanza è stato riconosciuto

il tuo tormentato sublime genio.

 

Alberto Figliolia

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