Dal terzo piano

Dal terzo piano

Violenta scroscia
la pioggia
e sbatte il vento
gli alberi rossi d’autunno;
le foglie son barche
che han perso la rotta
in oceani rovinosi
di pozzanghere
come liquidi cosmi.

Dal terzo piano
osservo il translucido sfarsi,
con mio padre
nell’attesa;
fuori il giorno si colma
di gas serotino,
il parco deserto
con l’eliporto al centro
è frustato
dal lucore nascosto
del diluvio.

Ferve la vita qui,
in ospedale:
il gommato stridio delle carrozzine,
lindi camici che percorrono il linoleum,
grafici, curve di temperature e terapie,
macchine a ossigeno e flebo,
cerotti e garze,
pastina, purè, una mela da sbucciare
(e pastiglie per l’effimera felicità
del corpo?)
e parole fra i pazienti
che pian piano scoprono
il lento sibilo dell’universo
e l’arcano vuoto
che popola dentro.

Là fra le corsie,
mentre fuori

violenta scroscia
la pioggia
e sbatte il vento
gli alberi rossi d’autunno;
le foglie son barche
che han perso la rotta
in oceani rovinosi
di pozzanghere
come liquidi cosmi.

 

Alberto Figliolia

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