Faceva freddo-Una divagazione tragico(s)mi(sti)ca ovvero IO ERO UN GEOMETRA

Faceva freddo-Una divagazione tragico(s)mi(sti)ca ovvero IO ERO UN GEOMETRA

Faceva freddo.

Mi misi un golfo addosso.

Parevo mare (oceano era troppo), ma non mi sentivo tanto nostrumme ipsum più che altro vestrum nel vespero vespertillante fra pipistrelli orinanti, menestrelli e ministrelli pontificanti, pontefici amministranti e pontili svocianti.

Ebbi pure le onde (avetti pure le onde).

Poi, dato lo stato di depressione – come essere una dolina carsica nei pressi del Mar Morto o della Valle della Morte o della Fossa delle Marianne, oh toutes les Mariannes de France! –, finsi di morire, ma prima optai per un piatto di spaghetti. Nella camera al dente. Alla puttanesca. Almeno per l’ultimo magno gaudio (avrei voluto scegliere Madame de Pompadour: biaccata braccata sdraiata come una Maya maiala, most exciting en déshabillé before come una bifora, after desnuda, e lei che alla fine mi sussurra… Ceci n’est pas une pipe!).

Volevo però, pur essendo un geometra, crepare, ossia rigare e squarciare il marcio tessuto dell’universo, volevo, orbene, crepare pulito (puliziato avrebbe detto mia nonna, nettaa il mio zio putativo), volevo essere un geometra che perisce in ordine.

Perciò mi ritoccai i cigli: i miei occhi, bistrati come una donnina da bistrot, erano come burroni, neri baratri, voragini che inghiottivano mucillagini e lanugini; i miei occhi erano abissi sui cigli che contornavano l’oculo dell’abisso, di ogni abisso fosse stato ricordo: ancestrale, ancillare, magistrale, mercimoniale, glaucomale.

Poi, per completar l’opera lasciata incompiuta, con un estremo gesto lirico, presi un phono e mi asciugai l’udito e anche dito per dito ossia dito al quadrato e il cerchio si chiuse e io lo spinsi con il bastone facendolo rotolare e a quel punto non avevo più voglia di morire perché in fondo, ma anche in superficie e in area per non parlare del pi greco, del diametro, della corda dell’impiccato in casa con il boia chi molla e il copia e incolla e il taglia e incolla e le tagliatelle come colla, per non parlare del fuoco greco, del fuco, del fico che stillava lattice, della fica che stillava sperma, della foca che stillava pesci e palle (pesci-palla, che palle!), dell’albero della gomma che stillava cicche del ponte sputate e rimasticate, del caucciù, del mastice e del geco che per gioco mi camminava sulla gotica gota non rasata, io ero un geometra IO ERO UN GEOMETRA e non un perito e neppure un perendo, anche se tutti nella vita siamo un po’ gerundi e un po’ passati remoti, o passati di pomodoro cinese e pure purè con fiocchi di patate, polvere polvere POLVERE in pectore sempre polvere (pruvulazzu avrebbe detto mia nonna, polverent il mio zio putativo).

A quel punto, espletata ogni operazione burocratica e rassegnate le dimissioni dall’officium bastardo, sapevo di avere sconfitto il battito dell’oscurità. Potevo morire in pace nella pece dell’oblio obliteratore. Avevo il biglietto, The Big Ticket. Ero entrato in un comma proffondo… Faceva freddo in quel comatoso comma senza comari, e neppure la consolazione del lago di Como o delle Valli di Comacchio. Oscurità tenebre buio, striscia d’asfalto dal nulla verso il nulla. Nihil! Nihil! Nihil!

Faceva freddo.

Io ero un geometra… un geometra… un geometra…

Alberto Figliolia

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