fuori la battaglia infuriava

fuori la battaglia infuriava…

fuori la battaglia infuriava bruciando menti e viscere e cuori
i prigionieri si riversavano o venivano scaricati in infermeria
dove imperando stazionava Filippo il Macedone
(dall’antica Pella si era trasferito in un hinterland metropolitano
non sapeva ancora che sarebbe stato trafitto da tredici frecce)
soltanto che il padre di Alexandros aveva un metodo particolare
per operare e personali strategie di accoglienza
su un mezzo tavolino poneva i catturati, le gambe ciondoloni
(non sapevo perché ma erano tutti di colore)
quindi a ciascuno sparava una revolverata nel ventre
lo vidi io, coi miei occhi arrossati dal sonno e dal fumo
io lo scorsi, con quattro secchi colpi, rapidi, l’uno dopo l’altro
senza esitazione, da distanza ravvicinata
BAM! BAM! BAM! BAM!
li freddò
non riuscii a fermarlo, per la verità neppure la voce mi bastò
e non sapevo se denunciarlo
o chiudere gli occhi di fronte alla verità e serrare la coscienza
mi confidai con lei che era al mio fianco

e il set cambiò

avevo da salvare il padre di Enea dalla rabbia della guerra intorno
mi caricai sul dorso il canuto vecchio
fra il fuoco incrociato dei cecchini
(bestie antropomorfe appostate nei diroccati edifici della città)
spari, ululati, sassi, macerie e nelle anime a crollare un tramonto imbevuto di ruggine
lo portai, il vecchio, verso l’autovettura arancione impolverata e crivellata di pallottole
aprii la portiera, lo gettai a bordo, rifeci il giro dell’automobile, aprii l’altra portiera, quella del guidatore, salii io pure, girai la chiave
il motore era ingolfato, la macchina non partiva
girava a vuoto girava a vuoto girava a vuoto girava a vuoto girava a vuoto girava a vuoto girava a vuoto girava a vuoto girava a vuoto girava a vuoto girava a vuoto girava a vuoto girava a vuoto
fra il fuoco incrociato dei cecchini
(bestie antropomorfe appostate nei diroccati edifici della città)
il brillio dei fucili nell’osceno crepuscolo

e il set cambiò

scagliato da un’isola remota a una gola montana
il cielo era penombra perenne, la strada in ripida salita
pioveva cenere radioattiva sul fiume inaridito, sui boschi rinsecchiti
nella cenere che si depositava come condanna
alle soglie di un recinto che un tempo aveva contenuto grida giocose di bimbi
io scavavo per scovare un senso a tutto ciò
ma era inutile, persino un amico d’infanzia alla finestra mi sbeffeggiò
era in vestaglia, mutilato, un sorriso corrotto dalla lebbra
mi sorpresi a camminare nudo, lacero e confuso
perdevo prima le capsule, che pazientemente raccoglievo
poi i denti, infine partorii, sputandola dalla bocca, una testa di guerriero
il cranio aveva la strana forma di un palato con pochi denti piantati a caso, distanziati come pali, un elmo di ceramica e un naso lungo, curvo, sottile e triste

mi destò la luce dell’alba e, con la lancia della prima selvaggia luce, il prurito della vescica
l’aurora semplicemente indovinata fra le cortine del silenzio
sotto gli incessanti scrosci d’acqua dal cielo di piombo
mi trascinai al cesso sciabattando, come un anziano ingannato dal tempo
era l’antivigilia di Natale e, nonostante la mia disperazione, un altro giorno era lì
ad attendermi

Alberto Figliolia (da “La semina dei ricordi”, 2013, Albalibri)
twitter @phigliolia

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