Poter versare…

Poter versare lo zucchero in una tazzina di caffè e mescolare i granelli, per scioglierli nel ritemprante liquido che sempre sa di esotiche distanze, e bearsi del rumore del cucchiaino argentato: un dolce sbattere sulle brevi pareti della tazzina. E guardarsi intorno, nel locale dove s’intrecciano le parole e i pensieri della più varia umanità. Quante volte abbiamo vissuto questo momento senza attribuirgli la giusta importanza? È, questo, un piccolo magico universo di libertà.

Sedere convivialmente a una tavola, gustando insieme del buon cibo e mescendo un rosso bicchiere di vino – onde di un voluttuoso, semplice onesto piacere dal dono combinato di terra, sole e acqua –, e sentirsi chiamare con rispetto… Signore, non con un cognome che suoni come un arido numero di matricola. Quante volte abbiamo vissuto questo momento senza attribuirgli la giusta importanza? È, questo, un piccolo magico universo di libertà.

Poter oziare nel silenzio mattutino, sotto le coltri, mentre una leggera musicale pioggia batte sui vetri, accendendo soavi nostalgie, dando la stura ai ricordi o ai progetti futuri – noi, padroni del nostro tempo – o, viceversa, spalancando le finestre affacciarsi direttamente nell’azzurro, nel cuore di un cielo non frammentato, non a scacchi né a rombi, un cielo di vertiginosa bellezza, cosmico nelle intenzioni. Quante volte abbiamo vissuto questo momento senza attribuirgli la giusta importanza? È, questo, un piccolo magico universo di libertà.

E, ancora, poter camminare fra le odorose ombre dei tigli, di quel verde scuro e nel contempo così brillante, nella primitiva e suggestiva danza di maggio dei pappi di pioppo, e cogliere il sublime aroma delle rose o il pungente meraviglioso profumo dell’erba tagliata di fresco. Quante volte abbiamo vissuto questo momento senza attribuirgli la giusta importanza? È, questo, un piccolo magico universo di libertà.

E invece ti devi accontentare di camminare in una sorta di compulsiva agitazione, andando avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro, o procedendo in tondo, in tondo, in tondo, una sfrenata, quasi lugubre, reiterazione, come un leviatano in un loop dannato in un cubo di cemento, quattro spoglie muraglie e un rettangolo di cielo sconfessato a piombarti sulla testa. Il pensiero stesso si fa prigioniero, in inconscia e devastante autoreclusione.

Infine, poter salutare il padre, o la madre, che lascia la vita, senza esserne impediti da gabbie o veti di algida burocrazia, chiudendo nello scrigno del cuore il tesoro di un ultimo sguardo d’amore e le parole d’addio prima del Grande Viaggio.

Tutto quel che abbiamo citato è libertà se lo puoi fare e avere (invero la libertà si colloca fra l’essere e l’agire).

Ciascun essere umano ha il diritto di contemplare e carezzare la corteccia di un albero, ascoltando il vento risuonare fra le foglie; ciascun essere umano, foss’anche un detenuto, un carcerato, ha il diritto di salutare il padre, o la madre, morente, altrimenti saremmo già nella distopia, nel degrado della dignità; ciascun essere umano ha il diritto di perdere il suo sguardo verso un orizzonte più ampio di quel che non sia un “monolocale” di pochissimi metri quadrati (e non vi è spazio sufficiente se due persone devono vestirsi contemporaneamente… e un minimo di intimità personale?); ciascun essere umano ha il diritto alla corporeità dell’amore (riflettiamo su questa castrazione).

La libertà è nella dignità, la libertà è nelle particole del quotidiano, la libertà è in uno sguardo di rispetto per l’anima dell’altro.

La società, il consorzio civile che siamo, deve interrogarsi su quel che è la vita di chi è separato da una barriera di cemento, fors’anche da un fine pena mai – lentissima agonia, morte inferta goccia a goccia. Ciò al di là della colpa. Perché una redenzione è sempre possibile, per ogni essere umano.

Che cos’è la libertà se non un caffè in compagnia, un orto profumato, un tramonto con il volteggiare e il garrire delle rondini sullo sfondo porpora, uno stormir di fronde? Perché negare anche questo poco?

Che cos’è la libertà se non accompagnare il padre, o la madre, morente nell’ultimo tratto e con amore aiutare il proprio caro a valicare quella fatale porta? Perché negare questo diritto, questa libertà? Fino a che punto l’istituzione si spinge nella punizione? Fin quando è lecito, quanto?

Che cos’è la libertà? Perché?

Alberto Figliolia e Silvana Ceruti

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