Geo Balmelli portava ben curati baffetti…

Geo Balmelli portava ben curati baffetti

Manuel Raga Navarro (Il Messicano Volante)

Volteggiavi come rapace avvoltoio,

ma di superiore magnificenza,

sugli altipiani del gioco,

rievocando idoli precolombiani.

Il viso da indio evocava

magie da Signori della guerra

o tristi stragi di conquistadores

alabardati su cavalli di ferro

e fuoco: tu ti vendicavi

con lame affilate di tiri nel cesto,

memore di giochi più antichi

quando il premio era la vita o la morte.

Erano balzi di puma

a eludere gli interventi dei difensori.

Ma un giorno arrivò il biondo di Pennsylvania,

bello come una cartolina dai colori perfetti,

i movimenti offensivi di un genio

cui tutto era dovuto,

per cui nulla era distratto caos.

Allora mangiasti il sale dell’esilio

in terre di liturgici eroi,

sulle rive di un freddo lago,

e, come sole all’occaso,

cadesti nell’oblio

(ma non per me).

(Alberto Figliolia)

Geo Balmelli portava ben curati baffetti. L’aspetto, in apparenza, era quello di un ragioniere svizzero. Difatti lui era di Lugano, dov’era nato, sotto il segno astrologico della Vergine, il 16 settembre 1927.

Il buon Geo, a dispetto dell’aspetto, era un combattivo: uomo di volontà e carattere, come testimonia il fatto che per giocare (o anche semplicemente allenarsi) nei ranghi della Pallacanestro Varese, allora senza sponsorizzazioni di sorta, fosse disposto a sobbarcarsi una faticosa spola fra la Città Giardino e quella sull’ameno lago della Confoederatio Helvetica: tre volte la settimana, tram da Lugano a Ponte Tresa, autocorriera sino a Ghirla, un tram ancora. E il ritorno, a notte inoltrata, richiedeva una robusta passeggiata a piedi, al buio.

Una storia di passione in un’era appena post-pionieristica per il basket nostrano. Il buon Geo non valeva certo, tanto per dire, un Manuel Raga, un Bob Morse o uno Yelverton, ma si fece ben volere da tutti in virtù del suo entusiasmo e dell’impegno profuso in ogni istante dell’esperienza varesina. Era la stagione 1953-54 e la Pallacanestro Varese si classificò infine all’ottavo posto su dodici squadre: 8 vinte, 13 pari e 1 pareggio (allora era possibile), 1216 punti fatti (5° attacco del campionato) e 1212 subiti (nona difesa). Il titolo, il 5° consecutivo, fu vinto dalla Borletti Milano che aveva schierato Galletti, Gamba, Padovan, Pagani, Reina, Riganti, Romanutti, Rubini, Sforza, Stefanini, allenati da tale Cesare Rubini.

Ma torniamo al nostro Geo Balmelli dai ben curati baffetti, nazionale rossocrociato, ruolo, come si usava dire, esterno dietro, 185 cm x 75 kg, numero 15… “un “botolo” che ringhia: flesso sulle gambe, pronto ad avventarsi. Braccava l’uomo che gli era stato affidato a grinta spianata, gli alitava sul collo, non lo perdeva d’occhio un attimo, non lo mollava mai”. Un accanito difensore dunque, uno non baciato da uno scintillante talento offensivo, ma, come detto, accolto con simpatia e amato per la bonomia umana e la vis agonistica.

Scorro le pagine de Gli stranieri della Pallacanestro Varese-Libro Primo dal 1949 al 1979 di Renato Tadini, volume uscito molti anni or sono, ma assai godibile a distanza di pur tanto tempo, anzi capace di assecondare le voglie e i giochi della memoria. Un libro documentato, dettagliato, di ricerca, di esperienza diretta e vissuta, un vero manuale di cultura cestistica e passione allo stato puro, un gran servigio reso non solo ai tifosi della Pallacanestro Varese, ma a tutta la platea degli amanti dello sport più verticale che vi sia.

In principio fu John G. Mascioni, ingegnere civile, americano di origine italiana, giovane ufficiale delle Truppe d’Occupazione Americane di stanza a Trieste. Così preso dall’amore per le pallonesse e da quello per le sue origini che per giocare si sottoponeva, senza batter ciglio e senza, probabilmente, accampare pretese economiche, a uno sfiancante andirivieni fra la città giuliana e quella lombarda. Ottima tecnica, visione di gioco, passatore, si intuiva che l’universo cestistico da cui proveniva era anni luce avanti rispetto al nostro. Due stagioni per John a Varese, con un terzo e un quarto posto: discreti piazzamenti, tutto sommato.

Poi fu l’era dei greci: Tony Flokas, che studiava a Milano, quattro anni dal 1954 al 1957, 193 cm, ala alta, e Fedon Matheou, di Salonicco, pivottone di 202 cm e 108 kg, più noto per il pessimo approccio comportamentale. Ebbe più successo in patria ed è stato infine inserito nella Greek Basketball Hall of Fame. Così la sua figura nel racconto di Tadini: “Sembrava esistesse nell’uomo Matheou una gelosia di mestiere, un’incapacità cronica a saper fare parte di un collettivo; non era uno dei cinque; erano gli altri che dovevano inchinarsi a lui, ai suoi voleri. Questo modo di agire non poteva che generare discordie, incomprensioni: piccoli grandi rancori. Ma se il giocatore era difficile, l’uomo Matheou era inavvicinabile: ogni sua convinzione era certezza per lui. Era legge. Quello che voleva fare lo metteva sempre in pratica, anche se si accorgeva (ma si accorgeva?) che per la squadra era controproducente. Pretendeva sempre che i compagni passassero la palla a lui: solo lui e Flokas potevano tirare a canestro. Quando gli altri tentavano il tiro, che spesso risultava positivo (Zorzi a fine campionato colleziona 443 punti e Gualco – pur avendo giocato solo 14 partite – raggiunge quota 162), venivano sempre ripresi”. Insomma, quel che si dice un tipo allenabile… o il sogno di ogni coach.

A precedere Matheou, e con Flokas, era stato nelle file varesine Levi G. Yogi Bough, playmaker di 180 cm, statunitense originario delle Isole Vergini, uno che aveva imparato a giocare al Bronx. Bough aveva frequentato la Virginia Union University e il St. Francis College di Brooklyn. Bough era estroso e dotato di un’elevazione eccezionale, possedeva il “gusto del giocare” e ogni tanto rischiava di trascendere. “Era un ragazzo strano – narrava uno dei suoi vecchi compagni – voleva sempre essere notato. Per questo vestiva quasi sempre la tuta biancorossa della squadra ed essendo un “nero” molto nero, risaltava come una lampadina in una notte buia. Gli piaceva farsi notare e spesso assumeva atteggiamenti che richiamassero su di sé l’attenzione di tutti. Non era fuori dal normale che, in ristorante, si mettesse a fare il giocoliere con delle arance”. Bough era una persona decisamente speciale: non era solo un giocatore di levatura superiore, aveva conseguito tre lauree e dimostrava gran dimestichezza anche con il violino. A suo modo, indimenticabile.

Anno Domini 1957, quello che segue la rivolta di Budapest stroncata dai carri armati sovietici e la fuga di molti ungheresi da Budapest e dal paese magiaro. Fra questi Lajos Tóth, già campione d’Europa con la maglia della squadra nazionale. Toth era laureato in Legge e in patria esercitava la professione di giudice del Tribunale dei minorenni. “Milano – ricordava – mi ha dato ospitalità ed amicizia. Ero abbastanza disperato, avevo pochi soldi in tasca. Arrivai il 18 dicembre 1956 a Vienna, da lì mi portarono a Boarezzo in Valganna”. Seguono due stagioni di alto livello e tanti punti, con un quarto e un terzo posto per Varese, poi il veto agli stranieri del 1958-59 lo obbliga ad andarsene: Denver, Colorado, e Ginevra, nel cui Servette giocò. Infine, il ritorno in Italia per giocare da italiano. Una vita, cestistica e non solo, avventurosa.

Via via la lista degli stranieri si allunga:

-Tony Gennari, quello dello spareggio vincente contro Milano, poi invalidato per l’irregolare posizione proprio del buon Tony, con 2-0 a tavolino per il Simmenthal che si fregiò del titolo: uno smacco e una brutta beffa per l’Ignis.

Toby Kimball, biondino tendente allo stempiato, un ventiduenne che ne dimostrava quaranta, ma che giocava alla stragrande. 204 cm x 104 kg, Università del Connecticut, terza scelta dei Boston Celtics. Kimball nell’analisi di Paolone Vittori: “Non ritengo che Kimball sia il miglior americano venuto in Italia in questa stagione. Per me il migliore è Thoren, non tanto per la sua tecnica perfetta (o quasi) quanto per la sua visione di gioco: blocchi stupendi, passaggi all’uomo smarcato e nell’attacco alla zona, palloni alti dati al compagno di squadra che si trova già in posizione di tiro. Però Kimball è il giocatore che meglio si adatta all’Ignis: le sue caratteristiche completano e si sposano ottimamente con quelle degli altri e fanno della nostra squadra una formazione senza avversari”.

Finale dell’Intercontinentale Ignis Varese-Real Madrid: “… ha messo in mostra un gioco mostruosamente atletico, virile, continuo, commovente. Un Kimball così in Italia non si era mai visto, un giocatore così in Italia si era visto di rado. Per ciò che ha fatto in difesa, per ciò di incredibile che ha fatto in attacco. Smarcamenti, finte, tiri: tutto. Tanto di cappello, credeteci e se proprio non ci volete credere aspettate di vederlo questo nuovo Kimball, che gioca il basket dei più forti, il basket spettacolare e spettacoloso sul piano atletico prima che tecnico e tattico. Nella finale con il Corinthians è la squadra a superare gli avversari, ma ancora Kimball sa mettersi in mostra quando, aiutato da Gavagnin, ha fermato stupendamente Ubiratan, che ha segnato solo due punti in azione e nel primo tempo è riuscito a tirare un solo personale”. L’Ignis Varese trionfa nella Intercontinentale mettendo in fila i già citati Corinthians e Real Madrid e i Jamaico Saints. Il suo roster: Gavagnin, Bufalini, Maggetti, Cescutti, P. Gergati, Kimball, Flaborea, Villetti, Gennari, Ponzellini.

Stan McKenzie, mani da mago e formidabile saltatore. Di lui Coach Tracuzzi diceva: “È un globetrotter che gioca a pallacanestro”. McKenzie oltre ai numeri tecnico-atletici aveva educazione, rispetto, disciplina. Chiuse la sua avventura sportiva con un gran gesto umano. Una lettera alla comunità che lo aveva ospitato e ai tifosi in cui li ringraziava per quanto aveva ricevuto. Vale la pena di citarne i primi passaggi per meglio dipingere la grandezza dell’uomo: “Amici varesini, non c’è niente di più difficile che dire arrivederci. Mi piacerebbe essere felice, ma in realtà sono anche un po’ triste. Una volta ero uno straniero, relativamente al vostro modo di pensare, ma mentre io sto per partire desidero sappiate che qualcosa di vostro lo porto con me. Non posso che iniziare a ricordare le gentilezze che mi avete usato; sebbene sia difficile esprimerle desidero sappiate che le ho apprezzate tutte dal profondo del cuore. Che cosa ne avete avuto in cambio? Niente! Io credo di avere avuto la vostra amicizia e questo è sempre il regalo più grande che si possa fare. Potrei tentare di riassumere questo nella sicurezza che, ritornando nella vostra città, potrei sempre ritrovare sui vostri visi il segno del benvenuto. Mi dispiace di non essere in grado di lasciare a questa comunità, nel campo dello sport, ciò che ognuno può aver desiderato. Io ero solo una parte di un più grande complesso, una sola pedina, non cinque: e noi giocavamo insieme per ottenere la nostra vittoria. Abbiamo fallito, ma in futuro arriveranno i successi”. Che altro aggiungere? Di caratura superiore, insuperabile.

Steve Stefen Sullivan, mattocchio, fumantino, contraddittorio, nervoso. Sporadici lampi. Non sarà tanto rimpianto.

Frank Holloendoner, ingaggiato come straniero di coppa, senza infamia e senza lode.

Richard Ricky Jones, vincitore della Coppa dei Campioni 1970 (11 partite e 239 punti). Peccato che si fece espellere all’ultimo atto dopo aver tirato una sventola al provocatore Medvedeev, alzatosi dalla panchina dell’Armata Rossa giusto per far perdere pazienza e testa all’americano di coppa. L’Ignis vinse egualmente la sua prima Coppa dei Campioni iniziando quell’incredibile, e irripetibile da chiunque, ciclo di dieci finali consecutive. 79-74 a Sarajevo ai russi allenati dal volpone Armenak Alačačjan. Con Jones in squadra Bulgheroni, Consonni, Flaborea, Malagoli, Meneghin, Ossola, Paschini, Raga, Rusconi. Allenatore, quel genio di Nikolić.

John Fultz, esimio tiratore, che contribuì alla conquista dell’Intercontinentale edizione 1970.

-Bill Campion, omen nomen, uno degli artefici del trionfo nella Coppa dei Campioni 1976: 81-74 contro le camisetas blancas del Real Madrid, eterni rivali.

Randy Meister, un bravo ragazzo, non rivelatosi tuttavia all’altezza delle aspettative.

Troppo fugaci per essere commentate le apparizioni di John Ramsey e Richard Rinaldi, rispettivamente nelle Intercontinentali 1975 e 1976.

Manca qualcuno, però penserà l’attento lettore. Sì, la sacra trimurti, il terzetto delle meraviglie, la trinità cestistica rappresentata da Manuel Raga, Bob Morse, Charlie Yelverton. Per descrivere abilità, vittorie e umanità di questi tre numi del basket varesino e internazionale non basterebbe un’enciclopedia.

Manuel Raga Navarro, nato ad Aldama il 14 marzo 1944, L’Azteco Volante, Messico e nuvole, per come sapeva veramente decollare (oltre 1 m da fermo). Una macchina da canestri. Un numero 15 che è divenuto un mito a cavallo fra i Sessanta e i Settanta, un’era in cui tutto pareva possibile. 3 scudetti, 3 Coppe Italia, 3 Coppe dei Campioni, 2 Intercontinentali. Anche capocannoniere ai Mondiali. Ambito da qualche franchigia NBA dove pure non avrebbe mai avuto la ventura di giocare. Enrico Bovone dopo le Olimpiadi del ’68, disputate proprio a Città del Messico, disse: “Quello è un mostro; è alto solo centottantotto centimetri, ma salta come Ubiratan”. I balzi e le sospensioni di Manuel per chi le ha viste e vissute hanno ancora del prodigioso. Vir mirabilis.

Manuel Raga – indio del Messico – pare uscito con la vernice di Lambicchi dalle pagine di un manuale tecnico di pallacanestro”, riportava la rivista Basket Italiano. Raga volava a quote proibitive e palesava un repertorio tecnico di eccelsa qualità. Fantasia da vendere e la fantasia del pubblico sapeva accendere come pochi altri con “l’entrata palla di gomma”, il giocatore “preciso come un mauser”. Uno di cui non puoi non avere nostalgia. Quando fu costretto a migrare in Svizzera nei ranghi della Federale Lugano, mantenne intatta la sua foltissima pattuglia di tifosi. Lui, così come giocava a un livello inattingibile, era anche super partes, nel senso che era universalmente amato.

Raga si faceva valere anche in difesa. In un’età in cui il ruolo dello straniero era interpretato da soli yankees, Manuel, con la sua faccia antica, era una splendida eccezione. Il volto talora triste e il gioco solare. Un fenomeno elastico.

Potevi tentare qualsiasi cosa per fermargli il palleggio, bloccargli il tiro e per tenerlo lontano dalla palla, ma Raga riusciva comunque a segnare 20/25 punti. Ha il più gran cuore che io abbia mai incontrato in un giocatore di basket”, la testimonianza di un suo diretto avversario.

Manuel Raga Navarro , nei nostri cuori.

Sembrava lento, ma non lo era affatto. Fra i “segreti” del suo gioco si dice vi fosse quello che prima di scoccare il letale tiro, dovesse, nel fluire degli schemi, avere toccato almeno una volta, in precedenza, la sfera arancione. Robert Morse, di Filadelfia, la Città dell’amore fraterno. Bob dal biondo caschetto, il più micidiale tiratore all time che abbia calcato i parquet del Bel Paese. In realtà era un giocatore completo nella propria straordinaria linearità e con le sue meccaniche.

Bob, inoltre, è sempre stato un uomo di grandi ideali, sin da giovane allorché sognava di diventare medico per dedicarsi all’umanità sofferente, ma anche dopo quando ha capito che questo sogno non si sarebbe potuto realizzare. Un uomo intelligente e curioso, così intelligente da imparare l’italiano in maniera perfetta e poterlo insegnare in un College in USA. Sarebbe invero limitativo citare soltanto le vittorie di Bob Mors, che pure ammontano a 4 scudetti, una Coppa Italia, 3 Coppe dei Campioni e una Coppa Intercontinentale, oltre a titoli di capocannoniere a iosa, caterve di punti con percentuali iperboliche e senza mai forzare un tiro o una situazione. Che giocatori, amici! Che stile! Che forza, unita alla tranquillità interiore! Esemplare, emblematico, un modello. Mai un’azione o una parola fuori posto. L’essenza del talento individuale al servizio della squadra. La quintessenza del gioco. Ci voleva uno come Morse per togliere a Raga il posto… Lacerante sarà stato allora il dubbio di Nikolić che doveva sostituire uno, come Raga, che alla causa aveva sempre dato più che tanto. Anche se per un po’, con Manuel come straniero di coppa, il ragazzo della Pennsylvania e quello degli altipiani dell’America Centrale convissero.

Quando si alzava Mister Morse erano due punti (il tiro da 3 sarebbe venuto dopo). Implacabilmente e, nel contempo, con soavità. Peraltro il nostro era un mostro, va da sé, anche nel gioco senza palla.

Scriveva di lui Dan Peterson che in campionato lo aveva subito: “È capace di segnare 35 punti ogni volta che se lo propone, cioè ogni volta che la squadra ha bisogno di 35 punti. Negli incontri facili li supera di parecchio. Nelle partite difficili ci arriva giusto giusto. Contro di noi ha realizzato 42 punti, di cui 20 o 22 da fuori. È il classico tiratore in sospensione. Un tiratore puro con gittata fin dalle linee laterali. È anche il miglior rimbalzista offensivo del campionato e svolge anche un sacco di lavoro sulla linea difensiva. Giocatore intelligentissimo che usa molo bene le sue armi. Molto raramente forza un tiro”.

Impagabile Bob, con il suo gioco senza fronzoli, delizioso e spietato, l’italiano forbito e l’educazione senza pari.

Nativo del Bronx, funambolico, eccentrico, laureato in sociologia, orgoglioso e con un gran senso della giustizia, suonava il sax e aveva persino fatto il taxista a New York. Ex pro a Portland, Charlie Yelverton aveva subito l’ostracismo del suo mondo allorquando, giustamente offeso per certi trattamenti riservatigli (non era così facile la vita di un afroamericano…), si era rifiutato di alzarsi al suono dell’inno nazionale americano. Contratto immediatamente rescisso e il futuro Charlie Sax si ritrovò senza lavoro. Per sbarcare il lunario giocò anche per soli 50 dollari alla settimana. Eppure lui era stato un fenomeno anche là, oltre Oceano. A Varese recuperò la sua dimensione di fuoriclasse aiutando la squadra in maniera sostanziosa nella conquista di un campionato (1978) e di una Coppa dei Campioni (1975). Classe e luci da diamante, perfezionista della preparazione atletica, pochi come lui sapevano incendiare la fantasia. Charlie, l’acrobata, il felino, era un solista che sapeva giocare per.

Io amo la vita, le cose, le persone. Amo la felicità! Cose semplici: un buon piatto di risotto, un complimento del coach in allenamento, un saluto festoso da parte di un appassionato. Questa per me è vita, è coscienza di essere al mondo”. Che la vita sappia essere lieve a lui che pareva talora vincere l’insopprimibile forza di gravità.

Non c’è futuro senza passato.

Robert Morse (Bob)

Quando levitavi in sospensione,

il cuore ci si spezzava,

l’atmosfera pure sospesa

per la parabola in contraria rotazione,

uno spin di divina ispirazione,

la musica country di un’antica canzone,

e la palla era sempre lì,

alla fatale destinazione dell’anello

e con essa il difensore frustrato,

quasi un incesto

tra te e il canestro.

Tu eri un Apollo, ma non superbo:

dal tuo arco partivano frecce

sulla cui punta aurea dimorava

la dea della Vittoria

)non era ancora il tempo

di sponsor importuni,

la via della Gloria

bastava a sé stessa).

Neppure il diradarsi delle chiome

poté sconfiggere l’impeto leale

né alcuno ti emulerà più

nei gesti sublimi,

il segno dell’eroe umile

e universale, potente

nel fluire dei passi,

estetici tagliafuori, tiri aerei

scolpiti in immagini eterne

di quel mondo di ieri.

(Alberto Figliolia)

Charles W. Yelverton (Charlie, Charlie Sax)

Guidavi i taxi pensando alle note

che dal sax avresti potuto trarre

e, mentre scorrevi fra le mille luci

di New York moderna, ti prendeva

la nostalgia della palla a spicchi,

quella che incrociavi fra le gambe

in giochi di prestigio da playground

di cemento e grida interrate.,

prima di scoccare balistiche sapienze.

L’Italia ti fu amica, nuova patria,

terra di figli amati e svaniti,

un volo plastico sopra il ferro,

lo spirito indomabile contro la carne

dolente per il rimbalzo della vittoria

e la difesa ardua della squadra,

ora e sempre, amico Charlie.

(Alberto Figliolia)

Alberto Figliolia (da El folber e altri destini-Storie e avventure di sport; 2014, Ebook, Gilgamesh Edizioni; le poesie sono tratte da Giganti e pallonesse, 2001, Libreria dello Sport, Milano)

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