Un coach sempre in… Gamba!

Al di là delle barriere del tifo…

Un coach sempre in… Gamba! (Prima puntata)

È sempre un piacere rivedere e riudire Coach Sandro Gamba, perché i suoi racconti aprono scenari di memoria e scatenano le più belle fantasie sull’universo dello sport. Gamba sa sempre esporre il suo sapere in una maniera brillantissima ed estremamente coinvolgente, come quella volta che…

“Ho cominciato a giocare nel 1945”… immaginatevi campi in terra battuta, terra rossa, o piastrellati o di cemento… “La prima partita in serie A l’ho giocata a Ravenna: le linee del campo erano segnate con il gesso”… anno 1950-51, era la Robur Ravenna, retrocessa (con Lega Nazionale Trieste, ASSI Viareggio e Stamura Ancona) dopo 7 vinte, 18 perse e 1 pari (era contemplata la possibilità del pareggio)… “L’area era fatta a lampadina, non era ancora trapezoidale”… la disegna su un foglio… “i tabelloni erano di legno, i sostegni non avevano protezioni, le retine erano di tutti i tipi”… sembra che a Livorno ce ne fossero di tanto lunghe da impedire al pallone di scendere velocemente, consentendo, in tal modo, ai labronici il più comodo dei rientri difensivi… “Sul lato debole succedeva di tutto. L’illuminazione? A Gallarate c’era una lampada in mezzo al campo. Mi è capitato anche di cambiarmi in una serra. A Pavia il riscaldamento era fornito dalle stufe. C’era un solo arbitro e non si fischiava mai il fallo di sfondamento. Si usciva per quattro falli, non c’erano neppure i 3” e il time out si faceva in lunetta (solo il coach e i cinque giocatori in campo)”… è una cascata, un flusso ininterrotto di ricordi quello di Coach Gamba… “Una palla contesa si poteva fare in qualunque punto del campo”… questa sarebbe carina da ripristinare… “Si poteva usare il doppio passo di partenza: praticamente da centrocampo si poteva andare subito a canestro. Il tiro in sospensione non esisteva e non si usavano blocchi né veli. Fu la Francia a far vedere i primi blocchi (con una mezza ruota). Si tirava anche a due mani dal petto o a due mani sopra la testa, mentre per il tiro libero si usava il sottomano a due mani. I palloni (con le stringhe) erano tutti disuguali”… bbbrrrrrrrr… un panorama tecnicamente e logisticamente apocalittico, ma, nel contempo, oltremodo romantico… “Ricordo quando la squadra della V Armata americana (erano ben vestiti) giocò contro la Borletti (eravamo tutti sbrindellati…)”.

Comincia, qui, a penetrare un discorso approfondito sui fondamentali: Elliott Van Zandt, un nero statunitense, ne sottolineò la… fondamentalità: Questi sono i fondamentali e così s’insegnano, il messaggio lanciato. Van Zandt fece, poi, anche il preparatore atletico di una formazione del Milan che si laureò campione d’Italia nel campionato di calcio. E arrivò Jim McGregor, che disse… “Facciamo in attacco anche dai e cambia, dai e blocca lontano; in difesa pressione sulla palla e giocare fra palla e avversario”. Perché la citazione di questi coach stranieri? Perché, per difendere il prodotto coach italiani, è opportuno sottolineare la presenza di quegli allenatori d’oltreconfine, che, veramente, sono stati un valore aggiunto per la crescita della pallacanestro nostrana.

Sandro Gamba ha giocato vent’anni nella stessa formazione, la Pallacanestro Olimpia Milano, che fosse targata Borletti o Simmenthal… “A Milano la squadra era sempre un po’ più avanti delle altre. Siamo stati i primi a fare tre, poi quattro, poi cinque allenamenti settimanali, a volte anche due al giorno. Una volta Rubini, essendosi arrabbiato, ce ne fece fare tre. Anzi, una volta non ci ha fatto mangiare la pizza!”, ride il coach, ma le sue parole fanno pure riflettere sul serio.

Cesare Rubini era un duro, un uomo decisamente tosto, triestino di mille avventure sportive, capace di vincere un’Olimpiade anche nella pallanuoto. Continua il milanese d’antico stampo, con la consecutio temporum della memoria che mischia tempi passati e presenti in un felice magma… “Una volta l’allenatore ci diceva… Fai questo!, senza spiegare, e tu lo facevi. All’inizio degli anni Cinquanta inizia la costruzione di campi, col parquet, al coperto: la Fiera di Milano, l’Idroscalo di Trieste e altri. Nel 1951-52 vidi il primo preparatore atletico: era un apolide jugoslavo. Nel 1951 fu la prima degli Harlem Globetrotters in Europa: 75.000 persone a Berlino, con la presenza di Jesse Owens”.

Si torna col discorso a Big Jim McGregor (Portland, 30 dicembre 1921-Bellevue, 1 agosto 2013).. “Jim Mc Gregor metteva in campo i dinamini, vale a dire me, Riminucci, Pieri, quindi, se il ritmo si alzava, ci cambiava con cinque lunghi. Lui pretendeva una condizione fisica eccezionale. Faceva il contropiede con un rimorchio e ha introdotto il pick and roll. Intanto dalla Russia arrivavano le notizie dei primi allenamenti con i pesi. Contemporaneamente Paul Arizin, in USA, perfezionava il tiro in sospensione, che prima ciascuno eseguiva alla sua maniera”.

È il momento di Nello Paratore, che aveva vinto con la Nazionale di basket egiziana un bronzo e un oro europei, allenatore, poi, per un lungo periodo della Nazionale azzurra… “Paratore scelse d’usare una rosa di dieci-quindici atleti che giocavano sempre insieme, come in una squadra di club. Alle Olimpiadi di Roma arrivammo quarti. Contro il Brasile un errore del segnapunti (italiano) non ci assegnò un canestro. Dovemmo andare ai supplementari e perdemmo”. Lì ci fu il primo vero Dream Team: Oscar Robertson, Jerry West… undici di quei ragazzi americani approdarono nello scintillante cosmo NBA. Quell’Olimpiade cestistica fu ammirata sugli schermi televisivi da molta gente, contribuendo a lanciare in Italia l’ardita, verticale e vertiginosa disciplina della palla a spicchi. Alle Olimpiadi precedenti l’Italia non era, peraltro, andata. Per scelta interna! Detta oggi, sarebbe una bestemmia.

Un episodio fra il curioso e il grottesco… “Nel 1957 dopo il primo tempo di ItaliaAustria eravamo 8-9! Nel secondo tempo pressammo e vincemmo, ma ciò indusse la Federazione Internazionale ad optare per la regola dei 30” (la NBA già aveva i 24”, dal 1954). Compare sulla scena come allenatore Vittorio Tracuzzi (era stato anche un ottimo giocatore); nei primi anni Sessanta nasce la rivalità Milano-Varese, lasciandosi pian piano definitivamente alle spalle i due blocchi di giocatori su cui si costruiva la Nazionale: da una parte i virtussini Lombardi, Calebotta, Canna, Alesini, dall’altra i milanesi Pieri, Riminucci, Vittori, Sardagna e Gamba. Dietro l’astro nascente varesino stavano la passione di Giovanni Borghi e la forza dell’Ignis degli anni del boom e del miracolo economico italiano. Borghi fu convinto al ruolo da Adolfo Bogoncelli, presidente della Pallacanestro Olimpia Milano: due che hanno fatto veramente le fortune del nostro basket. Bogoncelli favorì o, comunque, non ostacolò di certo il sorgere della Pallacanestro Milano (targata All’Onestà, Mobilquattro, Xerox et cetera), per avere il derby meneghino anche nel basket, non solo nel calcio. E si generava anche l’abbozzo di una Lega delle società.

Ma torniamo alla sacra miniera da cui Coach Gamba estrae ricordi… “Nel 1959 un massaggiatore americano ci fece scoprire il ghiaccio al posto dell’acqua calda e come si usavano i cerotti. Nel 1965 un altro giro di boa: Lou Carnesecca, invitato da Milano, giunge in Italia e tiene un clinic a Roma. Insegna la programmazione degli allenamenti e quella delle partite, la difesa uomo contro uomo con aiuti e l’attacco Bonnie. Sempre in quell’anno si ripristina il giocatore straniero. L’anno dopo arriva Bill Bradley…. Bradley, il futuro membro del Senato USA e futuro campione NBA coi New York Knickerbockers, era uno che… sapeva allenarsi da solo, cosa che i giocatori italiani non sanno fare. Faceva esercizi molto strani – lo stretching – che si vedevano per la prima volta. Pino Brumatti imparò da lui. Per due anni insegnai palleggio-arresto-tiro a Pino. Mi costò anche un Rolex, perché una volta mi fece arrabbiare, gli tirai dietro l’orologio, lui lo schivò e il Rolex si ruppe. Poi Brumatti con quel movimento ha giocato fino a quarant’anni”.

La gran rivalità IgnisSimmenthal… “L’Ignis era quadrata, organizzata, poco contropiede, buona difesa; il Simmenthal aveva una difesa aggressiva e faceva contropiede”.

Un personaggio? “Art Kenney, cattivo come una vipera sul campo, ma fine di cervello”. Erano gli anni anche di Coach Nikoli

, quelli dell’estrema professionalizzazione dei giocatori e dell’ambiente.

E poi? “A cavallo degli anni Sessanta e Settanta apparve il primo videotape”. Quindi l’era segnata, fra gli altri, da Dan Peterson. Ma siamo ormai nei giorni quasi dell’attualità. Magnifico accorgersi come il fiume carsico dei ricordi può ritrovare la luce. “Ho sempre ritenuto il basket una magnifica combinazione di elementi di segno opposto: attacco e difesa, nani e giganti, forza e aggressività abbinate all’abilità dell’illusionista e alla grazia del ballerino. Insomma, era esattamente così, la mia Nazionale.

Sempre in Gamba il coach. Anzi, il Coach. Personaggio unico il Sandro nazionale. Persona unica. Che altro si può dire di uno cui, quand’era ancora un ragazzino magro magro, un’improvvida e cattiva mitragliata spappola la mano destra? Dal rischio dell’amputazione a dieci scudetti da giocatore il passo non è breve, ma la volontà e la tenacia unite alla passione fanno miracoli. Volitivo Sandro Gamba lo è di sicuro, lo è sempre stato. Così si può leggere il suo chiamarsi un “allenatore esigente e intransigente”.

Un coach sempre in… Gamba! (seconda puntata)

Ne ha fatti ottanta il 3 giugno 2012 questo milanese cosmopolita, e sembra strano. Difficile, se non impossibile, attribuirgli una patente di anzianità, non parliamo neppure di vecchiezza. Un’immagine che ho di lui, indelebile, è quella in cui più vicino ai 70 che ai 60, in calzoncini e maglietta, in un clinic per giovani cestisti sotto il sole bruciante di un’estate precoce, sudava per dimostrare come si doveva “scivolare”. Fui molto colpito dall’impegno profuso dal Coach. Non lesinava alcuna energia, la dimostrazione era di un vitalismo sorprendente: energia pura, e assolutamente rispettato ogni crisma tecnico.

Troppo facile sarebbe elencare le sue vittorie, glorie e onori: dieci scudetti da giocatore con le Scarpette Rosse della Pallacanestro Olimpia Milano, targata prima Borletti poi Simmenthal; come assistant coach di Milano altre vittorie nazionali e internazionali, fra cui la prima Coppa dei Campioni mai conquistata da una squadra italiana (1966); a Varese, come prima guida tecnica, scudetto e Coppa dei Campioni; come allenatore azzurro la meravigliosa accoppiata dell’argento olimpico ’80 e dell’oro europeo di Nantes ’83. Gamba ha giustamente conquistato un posto nella Hall of Fame di Springfield, unico italiano sino a ora con uno dei suoi mentori, il Principe Cesare Rubini, e uno dei suoi pivot azzurri, tale Dino Meneghin.

Uomo di grande curiosità e vasta cultura, costruitasi con pazienza e con intelligenza sfruttando, se non creandosele, tutte le occasioni, il coach si trova a perfetto agio sia con il dialetto meneghino che con l’idioma inglese. Gli è sempre piaciuto scrivere ed è così che, quasi a farsi un dono per l’80° genetliaco, è uscita la sua autobiografia (con Vanni Spinella): Il mio basket (Baldini&Castoldi), un volume programmatico e “volante”, serio e divertente, ricco di notizie tecniche e aneddoti, storico, illuminante. Una carrellata di ricordi e, insieme, una proiezione al domani nell’interpretazione del presente. Scorrendo le pagine si apprende tutta la filosofia tecnico-esistenziale dell’allenatore insieme con la capacità delle relazioni umane di cui è abile portatore.

Fra i fatti curiosi accadutigli nella vita uno riguarda il “rischio” corso di essere arruolato come astronauta nella NASA. Leggere per credere. “Successe dopo l’Olimpiade di Roma del 1960, a cui avevo partecipato da capitano della Nazionale italiana. La NASA si era fatta dare le cartelle cliniche di tutti gli atleti partecipanti ai Giochi e aveva operato una selezione di particolari caratteristiche fisiche e attitudinali, allo scopo di trovare persone da inserire in un suo programma di addestramento. Tra centinaia di atleti di vari sport e varie discipline, io risultavo essere uno di quelli con tutte le carte in regola per diventare un astronauta. Sarei dovuto andare per sei mesi in Florida a seguire un corso e poi, chissà, magari nello spazio. Ma a quel tempo per me c’era solo il basket, e già con quello riuscivo a vedere le stelle: soltanto in allenamento mi sono rotto il naso tre volte!”.
Insomma, abbiamo seriamente rischiato di vedere Coach Gamba posare il piede sul suolo lunare e piantare, anziché una bandierina, un’asta culminante in un classico anello cestistico.
Simpatica la prefazione di Danilo Gallinari: “Sin da quando cominciai a giocare a Milano vedevo spesso quel signore con i capelli bianchi e sempre abbronzato che tutti, ogni qualvolta passeggiava sul parterre del Forum di Assago, ammiravano con uno sguardo particolare, di grande rispetto, quasi di venerazione. Così mi ripetevo: Be’, un motivo per tutto questo ci deve pur essere! Mi ricordo la prima volta che gli strinsi la mano e mi chiamò per nome: fu una soddisfazione tremenda poiché in Serie A non avevo ancora giocato, ma lui sapeva già bene chi fossi. Ancora oggi, quando lo incontro, il Coach mi riempie di complimenti e penso: Gallo, svegliati perché sei tu che devi fare i complimenti a lui!”.

La storia del basket si dipana meravigliosamente attraverso i capitoli: l’amicizia con Bobby Knight, il collerico ma geniale allenatore di Indiana University (scorza durissima e sotto, ignoto ai più, un cuore sensibilissimo); Red Auerbach, il mago dei Boston Celtics vincitutto; Gary Schull, l’indimenticato Barone fortitudino; l’armadio a quattro ante Wes Unseld; il Pat Riley giocatore di Kentucky; Bill Bradley, supercampione dal cervello più che fino e futuro aspirante alla presidenza USA; Dean Smith, allenatore e allevatore del talento di Sua Maestà MJ, alias Air Jordan e… perle assortite… Chi gioca senza palla fa teamwork, Un casino organizzato, John Wooden, i 17 gol presi in un’inedita sfida a calcio fra Simmenthal e Grande Inter (allora Milano era ai vertici continentali sia nel football sia nel basket)… “L’Inter si presentò con la formazione quasi al completo, quella che ancora oggi si recita a memoria come una poesia: Sarti, Burgnich, Facchetti… C’erano tutti tranne Jair. Allenatore, Helenio Herrera. Finì 17-3. Per loro, naturalmente. E io, tapino, giocavo in porta. Per l’Olimpia andò in gol due volte Riminucci, che quando riusciva a ripartire in velocità se la cavava abbastanza bene anche con la palla tra i piedi, Coach Rubini, 45 anni, fece una mezz’ora smistando palloni da fermo e trotterellando a centrocampo coi suoi bei piedi piatti. […] Suarez e Peirò erano assolutamente imprevedibili. Ogni volta che avevano la palla, facevano due o tre finte e poi sparavano dritto in porta. E io paravo quel che potevo. Mario Corso, senza alcuna pietà, mi tirò da fuori area una cannonata di sinistro che si infilò tra me e il palo, facendomi fischiare le orecchie”. Aggiungiamo che il Coach è un convinto milanista… Si rifece nella rivincita a basket. L’unico interista che, a quanto pare, se la cavava, da buon livornese, era il compianto Armando Picchi.

E via, ancora, con il celebre episodio del Rolex rotto in quanto scagliato per un’incazzatura contro il giovane Pino Brumatti cui Gamba si ostinava a voler insegnare palleggio-arresto-tiro. Nessun rimpianto, in fondo, per il prezioso orologio sfasciato dal momento che il gran goriziano avrebbe imparato alla perfezione quel fondamentale, entrato nel suo bagaglio tecnico e divenuto un’arma impropria.
Allenatore del Resto del Mondo il nostro amato Coach ha allenato un certo Dirk Nowitzki, consigliato a Milano, “che però se lo lasciò sfuggire. Il motivo? Lo ritenevano ancora acerbo…”.
Al termine del libro alcuni godibili capitoletti: I miei quintetti (Bill Bradley, Aldo Ossola, Dino Meneghin, Antonello Riva, Bob Morse), I 5 giocatori più forti di sempre (Bob Cousy, Bill Russell, Michael Jordan, Earl Monroe, Arvydas Sabonis), I 5 giocatori che mi piacerebbe allenare (Kevin Durant, Danilo Gallinari, Pau Gasol, Ricky Rubio, David Andersen), I 5 team che hanno fatto la storia (i Boston Celtics di Bill Russell, la North Carolina University di Dean Smith, i Minneapolis Lakers di George Mikan, i Chicago Bulls di Michael Jordan, i New York Knickerbockers di Red Holzman), I 5 allenatori che hanno cambiato il basket in Italia (Elliott Van Zandt, Jim McGregor, Lou Carnesecca, Aza Nikoli

, Dan Peterson), I 5 allenatori che mi hanno messo maggiormente in difficoltà (Aleksandr Gomel’skij, Antonio DíazMiguel, Dan Peterson, Ranko Žeravica, Riccardo Sales), Le 5 partite indimenticabili della mia carriera (Italia-Spagna 105-96, finale Europei di Nantes 1983; Unione Sovietica-Italia 85-87, Olimpiadi di Mosca 1980; Zadar-Ignis Varese 91-94, Coppa dei Campioni 1974-75; Olimpia Milano-Virtus Bologna 57-31, campionato 1951-52, come giocatore; Italia-Ungheria 72-67, Olimpiadi di Roma 1960, come giocatore), Le 5 prodezze che mi hanno lasciato senza fiato (Il no look di Magic Johnson, The Shot di Michael Jordan, Il tuffo di Riminucci, L’uncino di Bariviera, Lo scatto di Bisson), I 5 atleti di altri sport che avrebbero potuto giocare (bene) a basket (Bob Beamon, Zlatan Ibrahimovi

, Usain Bolt. Michael Phelps, Novak Djokovic).

E per concludere qualche massima… “Allenare è l’unica professione al mondo che tutti sanno fare meglio di chi la sta facendo, Nessun coach vince per quello che sa. Vince per quello che i giocatori hanno imparato, Non pensare ai possibili errori che potresti commettere, ma sii sempre ottimista: come quelli che fanno le parole crociate con la penna”. Pure Magister d’ironia. Un coach troppo in Gamba!

P.S.
Grinta
: il mio gioco era sempre basato su difesa feroce e pressing asfissiante
Allenabilità: ossia predisposizione e disponibilità a lavorare su se stessi
Motivazione: a migliorarsi, prima ancora che a conquistare trofei e titoli
Buoni piedi: meglio se come quelli di Fred Astaire. Più importanti delle mani
Altruismo: quello che ti porta a dare qualcosa in più, anche per un compagno

Un acrostico del Coach deliziosamente tecnico e tecnicamente delizioso.

 

Alberto Figliolia (da El folber e altri destini-Storie e avventure di sport, 2014, Ebook, Gilgamesh Edizioni)

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