Art. Arturo. King Arthur. Il Grande Rosso…

Art. Arturo. King Arthur. Il Grande Rosso

Art. Arturo. King Arthur. Il Grande Rosso, come le Scarpette per cui giocava. Un combattente. Un’ala di spessore. L’acerrimo rivale di Dino Meneghin: quante se ne son date… con rispetto! Sangue irish e orgoglio newyorkese da vendere e cattiveria agonistica.
Ma anche tecnica. E un cuore colmo di passione per il basket, per l’Olimpia Milano (per lui, con i milanesi, 1 scudetto, 2 Coppe delle Coppe e una Coppa Italia, oltre a due finali-spareggio perse con l’Ignis Varese: in più, un’esperienza successiva con Napoli) e per gli amici italiani. (Un omonimo Arthur Kenney, nato a Worcester nel 1914, candidato quattro volte all’Oscar come miglior attore non protagonista, era stato interprete del film
Il grande campione)

Charlie. Charlie Sax (dal cui strumento sapeva cavare struggenti note). Charles W. Yelverton, classe 1948. Una storia forse già raccontata o nota, ma in taluni casi… repetita iuvant! Elastico e potente. Un lampo d’ebano. Virtuoso del ball handling, difensore tostissimo e attaccante con molte frecce al proprio arco. Formidabile rimbalzista e stoppatore a dispetto dei 190 cm, ma l’elevazione era di quelle fuori dal comune. Resistenza atletica e fantasia. Charlie Yelverton, newyorkese anch’egli. Guardia ex NBA, coi Blazers. Si giocò la carriera fra i pro perché una volta non si alzò all’esecuzione dell’inno americano. Erano i tempi del Vietnam e di un malinteso patriottismo. E gli afroamericani avevano qualche problema in più… Charlie era un hombre vertical, uno dalla schiena diritta, un idealista sincero. Uno che si era dovuto confrontare anche con le forme più subdole e striscianti del razzismo. Fu ostracizzato e costretto a riciclarsi nel mestiere di taxista prima di ritornare al parquet grazie a Varese, con cui avrebbe vinto in due diverse fasi scudetto e Coppa dei Campioni (oltre a un’esperienza con Brescia, meno fortunata ma indimenticabile per gli abitanti e gli appassionati della Leonessa).

Art Kenney giocava nella Power Memorial High School di Manhattan, Charlie Yelverton nella Rice High School. Il primo con un certo Kareem Abdul-Jabbar, il secondo con un’altra vecchia conoscenza del basket italiano, tale Bob Lienhard. Due predestinati, due talenti.
In apparenza molto dissimili, eppure uniti dal filo rosso della passione. E come si incrociano i destini dei due?

Yelverton il 20 settembre 2013 è stato inserito nella New York City Basketball Hall of Fame. In giacca e cravatta e molto emozionato, il Charlie. In trasferta dall’Italia, la sua patria d’adozione giacché oggi vive sulle rive di un grande e splendido lago italiano.

Art Kenney per la circostanza ha scritto questa simpaticissima lettera in italiano (grande Art!), agli amici del Bel Paese, pregando di divulgarla. Eccone ampi stralci: “Passando alla Fordham University, Charlie volle mettere molta passione nel presentarsi nella miglior forma possibile. Così, ha raccontato, cominciò a fare allenamenti supplementari (ginnastica/pesi/ecc.) assieme agli atleti della squadra di football americano della Fordham! Alla fine, ricevendo il premio, ha detto che era molto contento dell’onore che la New York City Basketball Hall of Fame gli concedeva, ma ha confessato che dopo sei giorni a New York e gli stress della vita newyorkese non vedeva l’ora d’imbarcarsi sull’aereo per tornare alla sua bella vita in Italia! Charlie ha offerto una cena nella quale veniva presentato alla New York City Basketball Hall of Fame, davanti a più di 500 personaggi del mondo della pallacanestro newyorkese. Charlie ha parlato della sua vita nel Bronx quando aveva incominciato a giocare a pallacanestro alla scuola elementare, poi coi frati alla Rice High School. A 16 anni gli piaceva andare al Greenwich Village per ascoltare il jazz e non faceva una vita da atleta finché non incontrò un giovane frate di 21 anni. Allego delle foto della serata, e la pagina del programma voluto dalla Fordham University per festeggiare il loro ex-campione. Se volete mandare questa e-mail ai giornali, vi concedo i diritti sia per la storia sia per le foto. Fatemi sapere se potete contattare dei giornali in Italia. È un onore che facciamo a Charlie quale persona, certamente è stato un buon ambasciatore per la pallacanestro! Allego una mia foto con coach Lou Carnesecca. Grandi saluti dalla Grande Mela. Arturo Kenney

P.S. Il 20 ottobre la squadra della Power Memorial Academy della stagione 1962-63 (io ero Senior-4th anno, Kareem era Junior-3rd anno) sarà onorata alla Power Memorial Academy Hall of Fame, dopo i riconoscimenti nella New York City Basketball Hall of Fame e nella Catholic High School Athletic Association Hall of Fame”.

Lettera scritta in italiano, of course… Che dire ancora o di più? Art Kenney e Charlie Yelverton sono stati, con caratteristiche diverse, due fenomenali cestisti, che ci hanno regalato emozioni, indipendentemente dal tifo. E, soprattutto, sono due persone speciali. Uno, Charlie, ha scelto di rimanere in Italia; l’altro, Art, è tornato negli States, ma non perde occasione di ricordarci e di farsi vivo (scrive e si firma in italiano, ri-notare). In comune hanno il vincolo della passione, ciò che a noi li unisce oltre le barriere del tempo, in tal caso fallaci e fatue. Siamo loro davvero grati.
E, per
Charlie Sax… complimenti per questa tua prestigiosa immissione: te la meriti tutta!

Arthur Kenney (Art, Arturo, Il Rosso)

Passeggiasti sul naso del pivot nostrano,

schiavi entrambi d’agonismo e sete di primeggiare,

ma idealmente gli tendevi la mano,

perché eravate figli dello stesso dio,

benefico e insieme crudele,

colui che guarda da universi remoti

i giocatori sul tavolo del Tempo.

Chi si prendeva un tiro a cuor leggero

sotto la tua plancia di comando

quando i gomiti eran le tue armi

privilegiate, il loro ondulare a rimbalzo

ricami che vantavano ascendenze

più nobili, rosso mal pelo?

Vis pugnandi, tensione di spareggi,

quel playmaker che consegnava la palla

sempre nel luogo giusto,

nel momento giusto,

all’uomo giusto,

come avresti voluto abbatterlo

e così il tuo controllore,

mastini di guerra,

destinati a non comprendersi,

perciò di più amandosi

nelle fughe retrospettive della mente,

ora che il corpo più non combatte

le battaglie del Palalido e di Masnago.

(Alberto Figliolia)

Alberto Figliolia (da El folber e altri destini-Storie e avventure di sport, 2014, Ebook, Gilgamesh Edizioni)

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...