Lo sciabordio delle onde

Lo sciabordio delle onde

Prima fu stasi tumorale

anche se il cancro non cessa mai d’avanzare

(cellula contra cellulam,

cellula post cellulam)

più che un’ecatombe nucleare:

lui aveva la faccia scarna, scabra

come la morte che ghignante già

(ma piano piano) lo sbranava,

il nuovo dono di una prominente gobba

sulla spalla mancina, i glauchi occhi

ammantati di profetico e solerte buio.

 

Poi venne un uomo senza tre dita:

il cranio splendeva lucido ai messianici neon

fissati sulla cupola a simulare perduti soli;

sulle guance gli scorrevano nubi di piombo,

le sue parole erano spente gore;

mi chiese un brandello di pace,

gli ridiedi un contratto scaduto.

 

Poi venne una giovane bronzea e tatuata:

l’interno del braccio sinistro era

inconoscibili ideogrammi parlanti;

il seno era piccolo e delizioso,

da suggere con lo sguardo mentale,

i capelli corvini si adagiavano

nell’aria rapita intorno,

i negri occhi affondavano come un coltello

nel mio spossato antico desiderio;

bracciali le ornavano i polsi,

perché un tempo remoto era stata

proterva regina o, forse, amorosa schiava

(ambedue i ruoli le si addicevano).

 

In un silenzio sospeso tutt’e tre

osservavano l’assassino in piedi

nell’aula di un’alba senza tempo

tentando di circoscriverne l’anima bambina

(ed erano nudità cerebrali esposte a mostri

dai nasi schiacciati, ad atavici venti,

a pesci-tigre dalle bocche schiumose)

 

in un silenzio sospeso tutt’e tre…

e nulla potevano contro il nulla rotolante

nello sciabordio delle onde.

 

Alberto Figliolia (da La semina dei ricordi, 2013, Albalibri editore)

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