El folber e il Balilla-Giuseppe Meazza, El Peppin, il migliore di tutti

El folber e Il Balilla-Giuseppe Meazza, El Peppin, il migliore di tutti

Duello di tacchetti spietati,

nerazzurro contro bianconero,

nerazzurro contro rossonero

o contro lo squadrone che tremare il mondo fa,

ma, se tentavano di ferirti,

nessuno riusciva a fermarti:

tu correvi come il vento,

l’armonica e dura sfera

ai piedi incollata,

il prato dell’Arena

saturo di umori popolari

e sberleffi di gol

al portiere chiamato fuori:

che tocchi d’artista, Peppin,

ripetuti e tutti unici!

In prima linea o dietro le punte,

quale re che muove torri e alfieri,

nel fango contro le Furie Rosse

e l’abbandono di Zamora,

la tua testa vincente

nel primordiale magma di maglie,

o il rigore contro i gendarmi

e il samba di Leonidas

in terra di Francia

libera e ostile…

Fu apologia di dittatore?

Fu trionfo?

Fu l’uno e fu l’altro,

come buio e luce,

perdizione e salvezza,

torpore e risveglio,

vita e morte, illuminazione.

Lunga corse la tua fama,

non breve il declino,

con reti altrove, mai belle

come quelle dell’Ambrosiana;

e il tramonto sul Bosforo,

forse il frutto sgradito

di un lento oblio.

Infine ammaestrasti

orfani di campioni,

novelli campioni,

ma nessuno avrebbe potuto

superarti e neppure eguagliarti,

Balilla, vecchio ragazzo

di ricordi in dialetto

brillanti e corrosi, figurina

d’album mai sbiadito

nelle care soffitte

della memoria.

(Alberto Figliolia)

Irresistibile con quei capelli imbrillantinati, lo sguardo languido, il sorriso da ragazzo del popolo o, se volete, da impenitente e guascone tombeur de femmes. “Meazza era bravissimo, insuperabile, anche se aveva ogni tanto delle crisi paurose, determinate dalla sua intensa attività sessuale e dalla sua passione per il gioco. Poi si riprendeva e faceva delle cose in campo che lasciavano a bocca aperta”, Peppino Prisco, vicepresidente storico e primo tifoso dell’Inter, dixit. “Sono portato a dire che non esiste più nessuno come Meazza”.

Il gol a invito. Il dribbling con la palla attaccata al piede. La visione di gioco superiore. Lo stacco superbo del quale sanno qualcosa gli spagnoli nella ripetizione, il giorno dopo, dei quarti di finale dei Mondiali 1934, quelli dello strano ritiro, che originò un giallo mai chiarito, del superportiere iberico Ricardo Zamora dopo la prima oltremodo cruenta partita terminata 1-1 dopo 120′.

Il giocatore capace di segnare un penalty contro un presuntuosissimo Brasile in una semifinale mondiale tenendosi con una mano i pantaloncini il cui elastico si era rotto. D’altronde, che importava? Rincorsa, la sua celebre finta in corsa, tiro, rete, e il team carioca rispedito a casa, oltre Oceano Atlantico, con tutta la sua sicumera, e Italia presto bicampione iridata grazie al 4-2 senza appello inflitto ai maestri danubiani capitanati dal pur eccelso György Sárosi. Anche per questi ultimi un mesto ritorno a Budapest e dintorni.

Due campionati italiani (1930 e 1938), una Coppa Italia (1939), due Coppe Internazionali e soprattutto, come detto, due Mondiali, vinti peraltro giocando da interno, lui che era un centravanti dal senso del gol smisurato, ma la classe infinita poteva consentirgli di giostrare in più ruoli.

Il Balilla, El Peppin, il milanese adorato da tutta Italia. La donzelletta torna dalla campagna leggendo la Gazzetta dello Sport e come ogni ragazza lei va pazza per Meazza che fa reti a tempo di fox-trot, si cantava allora.

Averlo in squadra significava partire dall’1-0, diceva il suo allenatore, l’ex ufficiale degli Alpini, nonché poliglotta, Vittorio Pozzo. Fulvio Bernardini, che in quegli anni giocava nell’Inter e studiava per laurearsi, lo aveva consigliato insistentemente ad Árpád Weisz (l’allenatore poi morto ad Auschwitz). Fuffo s’intendeva di piedi buoni. Torneo Volta, 1927, “il bambino” esordisce con il botto di tre gol alla sventurata U.S. Milanese.

Giuseppe Meazza che giocava sul manto della fascinosa Arena napoleonica – quella dove si erano tenute anche le naumachie, vale a dire simulazioni ludiche di battaglie navali nel catino colmato d’acqua –, anche se gli sarebbe poi stato intitolato lo stadio di San Siro che invece era la casa del Milan, nelle cui file lui, inossidabile interista, bandiera dell’Ambrosiana per tutti gli anni Trenta, avrebbe pur giocato per due stagioni dopo la faccenda del “piede gelato”, un’occlusione ai vasi sanguigni di un piede che l’aveva portato al quasi abbandono dei campi di gioco.

El Peppin fu dato via gratis dalla sua amata Inter, quasi come un ferrovecchio, lui il tre volte capocannoniere della serie A (1930: 31 gol, con quaterne, triplette e doppiette a go-go; 1936: 25; 1938: 20), lui il divino colpitore di tacco, lui il celestiale e mortifero attaccante cui non era negato alcun segreto del folber che aveva in principio imparato nelle infinite sfide al pallone per le strade di Milano (allora si poteva). Uno scarno comunicato societario dalla società del Biscione sottolineava che l’operazione veniva fatta ad maiorem Mediolani gloriam.

Ebbene, il non più verde Balilla, dopo un intervento chirurgico per risolvere il drammatico problema, si levò la soddisfazione (amara, perché interista nel cuore lui sempre rimase) di siglare la rete del 2-2 in un derby in cui vestiva la maglia sbagliata: quella rossonera con la quale aveva fatto il suo secondo debutto contro la Juventus. Un Milan che si chiamava peraltro Milano, vista l’autarchia imposta dal regime e imperante anche nel linguaggio. 42 (37 in campionato) le presenze del Peppino dall’incantevole parlata meneghina condite da 11 reti (9 nella massima serie). Ben poca cosa se si pensa alle 197 reti in serie A marcate con i nerazzurri in 303 presenze, oltre alle 50 in 62 gare realizzate nei tornei di Prima Divisione 1927-28 (esordio ufficiale: Inter contro La Dominante, 6-1) e Divisione Nazionale 1928-29 (con l’apocalittica cifra di 38 gol in 29 partite).

Giusto per completare il suo curriculum vitae sui palcoscenici di serie A, Meazza evoluì anche per la Juventus – 27 partite e 10 reti nel 1942-43, con i terribili venti di guerra a soffiare sull’Italia – e con l’Atalanta – 14 maglie e 2 goal nel 1945-46 –, oltre alla parentesi varesina del 1944.

Giuseppe Meazza era anche il primatista di reti in azzurro con 33 centri in 53 partite – esordio in Italia-Svizzera 4-2 il 9 febbraio 1930 a Roma, con, ça va sans dire, la doppietta del 3-2 e 4-2 –, prima di venire superato da Giggirriva Rombo di tuono tanti, tanti anni dopo. Ma se il Peppino non si fosse “sacrificato” a giocare da interno per lasciare spazio a Schiavio e Piola… forse il record sarebbe ancora suo – lo ebbe per oltre trentotto anni –, con tutto il rispetto per un grandissimo come il mancino cagliaritano di Leggiuno.

Fra le perle in azzurro del Peppin la tripletta in uno storico Ungheria-Italia 0-5 a Budapest, nello stadio del Ferencváros, l’11 maggio 1930 e un’altra tripletta avrebbe segnato alla Francia poco più di otto mesi dopo. Una marcia sin dall’inizio trionfale. Indimenticabile, nonostante la sconfitta, la coppiola di gol ad Highbury, nel 1934, contro l’Inghilterra dopo che l’Italia in 12′ aveva subito tre gol giocando anche la massima parte del tempo in inferiorità numerica a causa della frattura “capitata” a Luisito Monti. Impresa sfiorata e gloria pienamente confermata per il ventiquattrenne fuoriclasse di Porta Vittoria.

Gabriella e Silvana Meazza sono le due figlie dell’immenso Peppino. Due gocce d’acqua rispetto al padre. Simpaticissime e deliziose. Quando gli si chiede del papà amano ricordarlo piuttosto per le virtù umane che calcistiche e raccontano quanto gli piacesse la musica napoletana. Niente male per un uomo che del dialetto milanese conosceva ogni piega. Se invece si domanda loro quale calciatore del dopoguerra abbia maggiormente richiamato le caratteristiche tecniche del genitore, all’unanimità rispondono: Gianni Rivera, il quale centravanti non era mai stato, bensì mezzala, ma la classe del ragazzo nato a Betlemme, secondo una felice definizione e invenzione di Andrea Maietti, era fulgida quanto quella del calciatore nato a Milano il 23 agosto 1910 e morto a Rapallo il 21 agosto 1979.

Peppino Meazza fu anche allenatore e talent scout. Naturalmente per la sua Inter. Un maestro. Anzi, il Maestro per tanti ragazzini che militavano nelle giovanili interiste e che dal più grande calciatore italiano di tutti i tempi imparavano il gioco e i valori.

El Peppin, il Balilla era el folber, cioè il football, come lo si chiamava a Milano. Mai più nessuno come lui.

Alberto Figliolia

(Tratto dall’ebook El folber e altri destini-Storie e avventure di sport di Alberto Figliolia, Gilgamesh Edizioni-Collana Enki, pp. 534, 400 fotografie, euro 4,99)

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