Palazzo Vertemate Franchi e il 4 settembre 1618

Il duplice spettacolare salto dell’Acqua Fraggia, il mantello dei boschi, la corona dei monti in infinite linee che s’alzano al cielo, si spezzano, si sovrappongono, s’inseguono. E lì, maestoso, fra tutta questa meraviglia naturale e in mezzo agli splendidi sedimenti della storia il Palazzo Vertemate Franchi. Va per i cinquecento anni di vita il meraviglioso palazzo costruito su ordine dei fratelli Guglielmo e Luigi Vertemate in località Cortinaccio, frazione di Prosto, comune di Piuro, Val Bregaglia-Valchiavenna (nel loro fascinoso intreccio storico-geografico-antropologico).

Piuro… la Pompei del nord, il ricco borgo, allora dei Grigioni – non ancora unitisi alla Confoederatio Helvetica – , che venne sommerso da una terrificante frana il 4 settembre 1618, un evento che suscitò una vasta eco in tutta Europa, tanto da essere immortalato in numerose stampe. Commerci e pietra ollare rendevano floridissima Piuro su cui si abbatté la rovinosa montagna di terra e massi, da alcuni definita “punizione divina” per la superba prosperità (o prospera superbia) degli abitanti piuresi. Invero, come sovente accade, fu l’ignoranza dei dati, la sottovalutazione dei segnali premonitori pur lanciati dalla Natura a rendere tragico quel giorno di fine estate. Ci soccorre in proposito la parola dello storico Mauro Raimondi in un suo sapiente intervento scritto per la rivista telematica glocal tellusfolio: “… la sera stava scendendo su Piuro. Tutto era tranquillo, sospeso come solo la montagna sa esserlo: ogni cosa accarezzata dal languore della luce del tramonto. Il Mera scorreva sotto i ponti del paese e la strada del Settimo, trafficata di carri fino a poco prima, adesso era deserta. Le chiese di San Cassiano – la più importante di tutte, con il suo bel tabernacolo sull’altare maggiore, le tombe in marmo alle pareti –, di San Giovanni e di Santa Maria erano vuote, in attesa della messa del giorno dopo. Nel Palazzo Vertemate Franchi zampillavano i giochi d’acqua e i pesci nuotavano nell’acquario, mentre il padrone cenava in una delle ricche sale decorate d’oro e affrescate. Così come si mangiava al castello o nelle due osterie del borgo, dove due milanesi di passaggio pianificavano il viaggio dell’indomani verso i Grigioni. Gli abitanti, dopo la solita giornata di lavoro nei campi e nei pascoli, nelle botteghe e nelle cave di pietra ollàre, erano chiusi nelle loro case. Tutti, tranne Francesco Forno, oste dell’albergo Corona, che insieme al muratore Simone Ramada si trovava in un crotto per prendere del vino. E Battista Planta, che stava raccogliendo le ultime pesche della stagione. Furono loro, oltre a una donna che con i suoi due bambini era in un vigneto e un uomo che stava falciando l’erba, tra i pochi a salvarsi. Perché, all’improvviso dal monte Corno si staccarono tre milioni di metri cubi di pietre e massi provocando uno spostamento d’aria forte come un tornado. Il paese traballò fin dalle fondamenta, poi venne sepolto. Tutto era durato un attimo: qualche secondo prima c’era la vita, adesso solo il silenzio che segue la tragedia. Piuro non esisteva più, così come i suoi mille abitanti”.

Ma il Palazzo Vertemate Franchi, che si trovava fortunatamente dalla parte opposta sopravvisse e la meraviglia della sua visita ci colma ancora oggi cuore e mente. Non è azzardato affermare che la nobile dimora sia non solo una delle più belle ville di Lombardia e del Nord-Italia, ma dell’intero Bel Paese. Intanto è da dire che il Palazzo Vertemate Franchi è o, meglio era al centro di un piccolo universo autosufficiente poiché poteva provvedere a tutti i propri bisogni alimentari – frutteto, vigneto (tuttora, ripristinato con intelligenza, offre un meraviglioso vino), orto, peschiera, castagneto, torchio, ghiacciaia – o sociali – giardino, chiesa (dell’Incoronata) et alia. Luogo di delizie e, nel contempo, di incontri e di lavoro.

Fuori la dimora si presenta con caratteri severi, ma l’austerità esterna (probabile opera di maestri ticinesi), nel momento in cui si è fatto il proprio ingresso, lascia il posto alla magnificenza di sale e ambienti stupendamente arredati e affrescati con scene mitologiche e di genere, cicli pittorici in cui davvero è bello perdersi. Soffitti e pareti sono riccamente intagliati, lavorati e intarsiati; nella prima sala a destra del piano rialzato, quella delle Udienze, è visibile l’intarsio di una data: 1577. Gli affreschi secondo tradizione sono attribuiti ai cremonesi fratelli Campi. Giove e Mercurio, lo Zodiaco, Perseo e la musica, le stagioni, Arti e Cariatidi, simboli e allegorie, rappresentazioni le più varie, un mirabile esempio di quello che è una stua (o stube), enormi stufe tedesche in maiolica, persino uno schulbach – uno stupendo modello ldi un antico gioco olandese che si praticava con dischetti di legno –, quadri, la Stanza del Vescovo e quella degli Amici, che il Carducci, ospite nel 1888, ribattezzò degli Amori. Una visita non occasionale quella del Carducci, che da queste parti, precisamente in quello che è l’attuale Comune di Madesimo, in epoca presciistica, veniva a fare le sue cure termali con le acque.

Le visite guidate sono lunghe e ampiamente soddisfacenti, anche per la bravura di chi le conduce, fra cui un coltissimo ex liutaio (figlio di Wanda Guanella, celebre pittrice di stanza in Bregaglia). Esistono descrizioni per opera di due ambasciatori zurighesi, diretti a Venezia – città nella quale la famiglia proprietaria del Palazzo aveva importantissimi interessi – nel maggio del 1608 e dello storico Giovanni Guler von Weineck nel 1616. Una festa di arte e architettura, un modo per comprendere come si potesse vivere – e quanto bene… – in quel sito, in quel frangente. Il Palazzo è dal 1987 proprietà del Comune di Chiavenna, cui fu donato dall’ultima cittadina privata che lo possedette, la signora Maria Eva Sala. Con il testamento passarono al Comune di Chiavenna – cittadina dal cuore rinascimentale, con il centro storico costellato di uno spettacolare succedersi di portali cinque-seicenteschi in pietra ollare con suggestive iscrizioni e dedicationes – mura, pietre, arredi e terreni. Per aprire una piccola parentesi su Chiavenna… da vedere, oltre alla sfilata di palazzi e portali, il parco archeo-botanico chiamato Paradiso, il Mulino di Bottonera, un eccezionale esempio di archeologia industriale, il Ponte di San Giovanni Nepomuceno sul fiume Mera, con le case che nascono dalla roccia viva, la zona dei crotti, le Marmitte dei giganti, immensi buchi (o “scodelle”) nella roccia scavati dall’erosione glaciale, la Pace di Chiavenna, “coperta di evangeliario dell’XI secolo in oro sbalzato, gemme, perle e smalti, che rappresenta ancora oggi un capolavoro complesso ed affascinante, giunto a noi da mani sapienti dell’oreficeria medievale”.

Se poi si vuole completare la visita dell’affascinante luogo che è Piuro, vicino, come detto, c’è l’incredibile doppio salto delle Cascate dell’Acqua Fraggia, già riprodotte dalla mano leonardesca, e il piccolo, ma significativo e oltremodo interessante, Museo di Piuro, nel breve racconto del quale ci facciamo ancora aiutare da Mauro Raimondi: “… situato nella sacrestia della Chiesa di Sant’Abbondio, il cui vicino campanile giace spettacolarmente semi-sepolto a causa di un’alluvione provocata dal torrente Valledrana qualche decennio dopo la frana […] Parte integrante del Sistema Museale della Comunità Montana della Valchiavenna, il Museo racconta dettagliatamente la vicenda attraverso stampe d’epoca, foto e pannelli: particolarmente impressionante quello che mostra il paese (in tutti i suoi dettagli) prima e dopo, quando al suo posto si formò persino un piccolo lago. Non mancano poi numerosi reperti, tra cui la campana della Chiesa di Santa Maria, resti di spade, un medaglione in oro, monete di Venezia e Milano (con impresso Galeazzo Maria Sforza), 53 canne in pietra ollàre che formavano l’acquedotto, catenacci, lumi ad olio, pinze per pallini da schioppo, utensili che si trovavano in cucina quando tutto finì. Oggetti storicamente preziosissimi, anche se quello che rimane più impresso è lo scheletro ricomposto di una persona, con le mani in avanti per proteggersi dalla frana, rinvenuto nel 1966. Guardandolo, intuiamo la sua umanità, la sua vita che finisce in un momento. La sua paura di morire, che poi è anche la nostra”. E ancora… “L’area archeologica di Belfort è il secondo luogo che si deve assolutamente visitare perché vi si trovano dei resti di un importante palazzo commerciale che venne preservato dalla frana: ultimo edificio verso la Svizzera, da esso si poteva vedere tutta la valle fino a Chiavenna. Anche in questo caso dei pannelli esplicativi ci facilitano la conoscenza di un sito che, con le sue rovine immerse nella vegetazione, emette una particolare suggestione. Inevitabile pensare che da qui, quando accadde il disastro, qualcuno assistette a quel terribile spettacolo”.

La vita riprese tuttavia il suo corso. Anche se un brivido corre lungo la schiena quando pensi che sotto la fertile terra di Piuro giacciono in un sonno eterno centinaia e centinaia di sventurati, colpiti da un tremendo (ma per essa minimale) rivolgimento della Natura. Il sopravvissuto e illustre Palazzo Vertemate Franchi in qualche modo è anche un tributo alla loro memoria.

Alberto Figliolia

Palazzo Vertemate Franchi. Località Cortinaccio, frazione di Prosto, Comune di Piuro.

Info e prenotazioni (anche per visite guidate e di gruppo): tel. +39 034337485, fax + 39 034337361; email:consorzioturistico@valchiavenna.com; sito Internet www.valchiavenna.com e http://www.palazzovertemate.it. Consorzio Turistico Valchiavenna, piazza Caduti della libertà, Chiavenna (So).

Orari e prezzi: da fine marzo a inizio novembre tutti i giorni dalle 10 alle 12 e dalle 14,30 alle 17,30 (chiuso nei mercoledì non festivi); agosto, aperto tutti i giorni. Ingresso: biglietto intero € 7; biglietto ridotto € 5 (studenti, gruppi scolastici, gruppi con minimo 25 persone, ultrasessantenni, soci FAI e TCI).

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