I Macchiaioli alle Scuderie del Castello Visconteo di Pavia

L’arte non è il bello, ma vedere le cose in maniera diversa (Virginia Woolf)

L’arte è o plagio o rivoluzione (Paul Gauguin)

Spesso le idee si accendono l’una con l’altra, come scintille elettriche (Friedrich Engels)

Dopo il 1848 in via Larga, in un caffè che prendeva il nome da Michelangelo, si riunivano quasi tutti gli artisti della città. È con un sospiro che rammento quei tempi, e quelle veglie, né vi rincresca che ve ne faccia parola, perché nella storia di quel caffè si riassume tutta quanta la storia dell’arte nostra Toscana e si ripercuote gran parte di quella italiana (Diego Martelli)

Dipingere en plein air. Per macchie, anche se non ancora per impressioni… Il destino dei Macchiaioli è stato glorioso e collaterale/prodromico (se non contemporaneo) a successive rivoluzioni, come quella parigina dei maestri Impressionisti. Cenacolo o cerchia, il gruppo dei Macchiaioli, in ogni caso aperto e mobile, diffuse idee, ideali e opere a partire dal Caffè Michelangelo, primigenio luogo di ritrovo, a Castiglioncello, all’Italia in preda alle visioni risorgimentali e al suo farsi. Fu profonda riflessione artistica e civile, fuori da accademiche convenzioni, una solida sperimentazione.

Ai Macchiaoli dedicano un’importante esposizione le Scuderie del Castello Visconteo di Pavia. Svecchiatori e innovatori, gli artisti del gruppo aderivano a una temperie culturale che voleva mostrare la realtà storica e psicologica con occhi diversi, una visione calata nel mondo che mutava, in una nazione giovane appena costruita e ancora da costruire quale l’Italia di quegli anni. Nel sapiente allestimento sotterraneo rimbalzano le immagini delle splendide tele: dallo Studio di donna a Montemurlo e Maremma di Vincenzo Cabianca – un ritratto/interno e un paesaggio – ai Bimbi al sole di Cristiano Banti, da Caletta a Castiglionello di Giuseppe Abbati a Contadinella a Pergentina di Odoardo Borrani – non ingannino i modi: si tratta di ben più che bozzetti; è, semplicemente, una diversa interpretazione della realtà –, da I funerali di Buondelmonte di Francesco Saverio Altamura e dalla Scena romantica di Cristiano Banti – solo in apparenza scene storiche o di genere – al Soldato a cavallo e a La lettera al campo di Giovanni Fattori – quest’ultimo un capolavoro assoluto nei suoi 16,6 x 34, 5 cm, poiché anche le piccole misure sono atte a narrare i grandi eventi interiori o esterni, quei grandi eventi che possono celarsi pure nell’attesa, in una breve pausa, nella lettura di una missiva o nel riposo dalle fatiche e dai pericoli della guerra. E ancora Il mercato del bestiame di Telemaco Signorini, La radura nel bosco di Raffaello Sernesi, I fidanzati di Silvestro Lega – quest’ultimo così concreto e rarefatto, netto e sospeso –, persino il giovane Boldini del Ritratto di Mary Donegani, prima che lui approdasse ai fasti della Ville Lumière e a un’altra, estremamente originale, cifra artistica.

Nella seconda metà dell’Ottocento, Firenze è una delle capitali culturali più attive in Europa e diventa ben presto punto di riferimento per molti intellettuali provenienti da tutta Italia. Intorno ai tavoli di un caffè cittadino, il Michelangelo, si riunisce un gruppo di giovani artisti accomunati dallo spirito di ribellione verso il sistema accademico e dalla volontà di dipingere il senso del vero. Il nome “macchiaioli”, usato per la prima volta in senso dispregiativo dalla critica, viene successivamente adottato dal gruppo stesso in quanto incarna perfettamente la filosofia delle loro opere. Obiettivo della mostra è quello di indagare i protagonisti e l’evoluzione di questo importante movimento, fondamentale per la nascita della pittura moderna italiana”.

Dall’esempio e dalla lezione di Barbizon, assimilata, metabolizzata e infine superata, sino a Zandomeneghi e De Nittis si dipana un itinerario complesso e fascinoso, un pezzo di storia d’Italia in senso stretto e in senso lato, con il travaglio creativo nelle arti figurative in primo piano. I Macchiaioli diedero un contributo fondamentale alla crescita intellettuale del Bel Paese.

Alberto Figliolia

I Macchiaioli. Una rivoluzione d’arte al Caffè Michelangelo, a cura di Simona Bartolena e Susanna Zatti. Scuderie del Castello Visconteo di Pavia, viale XI Febbraio 35. Sino al 20 dicembre.

Orari: dal lunedì al venerdì 10-19; mercoledì 10-22; sabato, domenica e festivi 10-20 (la biglietteria chiude un’ora prima).

Info e prenotazioni: tel. +39 038233676; siti Internet http://www.scuderiepavia.com e www.vivipavia.it|; e-mail info@scuderiepavia.com.

Di Susanna Zatti, estratto dal catalogo edito da Skira

All’Esposizione nazionale di Firenze del 1861, la prima rassegna d’arte dell’Italia unita, due grandi protagonisti della pittura si affrontavano su un medesimo soggetto di storia contemporanea: la battaglia di Magenta. L’uno, Gerolamo Induno, era il campione riconosciuto non solo in Lombardia della rappresentazione di episodi militari – a cui aveva in prima persona partecipato stante la sua precoce e intensa militanza nelle file dei rivoluzionari – declinata con abilissimo mestiere nella felice formula di un cronachismo fedele e minuto, pieno di buoni sentimenti e di incitamenti morali; il secondo, Giovanni Fattori, dopo il lusinghiero successo ottenuto dal bozzetto omonimo al concorso Ricasoli di due anni prima, ora trasferiva su una tela di ragguardevoli dimensioni (ancora parzialmente incompiuta) le incisive novità formali – la macchia – e contenutistiche elaborate a Firenze insieme al gruppo dei suoi amici del Caffè Michelangelo. Erano a confronto due modi differenti di attuare la “rivoluzione” del quadro di storia, che tralasciato il soggetto antico o medievale, la ricostruzione fedele dell’ambiente e dei costumi, gli atteggiamenti e le gestualità spesso aulici e declamatori, il compiacimento dei dettagli, l’effusione sentimentale – che Mazzini tanto aveva deprecato – volgeva il suo sguardo all’attualità, descriveva situazioni, luoghi e paesaggi nostrani, vestiva e faceva agire uomini e donne comuni, così da creare una nuova iconografia nella quale tutti gli italiani si potessero riconoscere e identificare. Se Induno, per attuare ciò, aveva puntato su un linguaggio stilistico di presa immediata, estremamente comunicativo e a tratti prolisso, Fattori, al contrario, aveva indagato e sintetizzato il mezzo espressivo, operando un processo di riduzione agli elementi essenziali del racconto, sia nella sintassi sia nei contenuti: alle affollate e minuziose composizioni corali o alle più intime e spesso struggenti scene del lombardo, ricche di notazioni ambientali e sentimentali, si contrapponevano le asciutte ma eloquenti tavolette del toscano, che nulla concedevano all’enfasi oratoria, al commento didascalico e alla descrizione dei particolari, concentrandosi invece sugli effetti di luce e sul contrasto cromatico tra le macchie chiare e le scure. Memori dell’incitamento di Giuseppe Mazzini affinché l’arte della nuova Italia dovesse sorgere necessariamente in una nazione libera, e l’artista farsi interprete dei nuovi ideali comuni, i pittori progressisti – fuoriusciti ed esuli provenienti da varie città e da varie formazioni culturali – che si ritrovavano al celebre Caffè fiorentino di via Larga negli anni della faticosa conquista dell’unità, andavano affermando, con le opere e con i comportamenti, che contenuti nuovi, d’attualità, dovessero essere comunicati con forme nuove e andasse dunque rifondato il linguaggio, con radicale mutamento dei codici espressivi. Nelle lettere che si scambiavano dal fronte o nel corso di viaggi intrapresi per conoscere le espressioni artistiche internazionali traspare evidente la loro esigenza di emanciparsi tanto dalle strettoie stilistiche dell’accademismo ancora imperante e altrettanto dagli oppressori stranieri; la fede patriottica e un credo artistico comuni li animava e li spingeva ad agire, sia partendo volontari per le varie spedizioni militari (dove qualcuno fu gravemente ferito, o ucciso), sia sperimentando e diffondendo la nuova sintassi compositiva”.

Di Simona Bartolena, estratto dal catalogo edito da Skira

Firenze, 1850: in via Larga (l’attuale via Cavour) sorge il Caffè Michelangelo, luogo di ritrovo di artisti e intellettuali d’avanguardia. Nella piccola stanza messa a disposizione dal Morrocchi, il proprietario del locale, si ritrovano “i capi ameni” della città, ovvero gli “eccentrici, i matti, insomma, come ha sempre qualificati i pittori il tranquillo borghese amatore delle arti”. La saletta – ribattezzata dagli avventori Malibràn – ospita dalla fine del decennio precedente le riunioni e i dibattiti di artisti italiani e stranieri residenti o di passaggio a Firenze, la città culturalmente più libera di un’Italia ancora in via di unificazione. Tra una burla goliardica e un’imprecazione – fino al 1855 al Caffè Michelangelo “ci si rovesciava dalle risa traverso gli sgabelli” – si discute anche di arte, con toni accesi. “Era una riunione gaia, allegra”, ricorda Giovanni Fattori, “dove convenivano tutti gli artisti italiani di ogni provincia. Si stava alla sera riuniti senza rancori né antipatie e vi erano accaniti oppositori dell’arte che si chiamava nuova, sperando di raggiungere il nostro ideale, però le

discussioni erano amene, allegre…”. Dietro alla leggerezza di questi racconti, velata dall’ironia tutta toscana con cui le voci narranti – da Signorini a Fattori – ricordano quel periodo, si cela una straordinaria rivoluzione artistica. Beneficiando di una situazione politica più aperta e permissiva di quella di altre zone della penisola, Firenze diventa capitale culturale e il Caffè di via Larga, con la sua irriverente clientela, il cuore pulsante di uno dei più radicali cambiamenti di sguardo e intenzioni della storia dell’arte europea. La vicenda del Michelangelo si svolge in un periodo assai complesso della storia italiana: la politica piuttosto libertaria del granduca Leopoldo di Toscana rende Firenze il luogo ideale per dibattiti politici, oltre che culturali, che altrove sarebbero stati censurati da governi ben più autoritari. Nel capoluogo toscano giungono intellettuali da ogni dove: vi risiedono, ad esempio, Nicolò Tommaseo, Paolo Imbriani e Giuseppe La Masa. Anche gli artisti arrivano da altre zone della penisola: l’ancora giovanissimo Vincenzo Cabianca arriva a Firenze nel 1854 da Verona, Vito D’Ancona è di Pesaro, il burbero Silvestro Lega viene da Modigliana, in provincia di Forlì, Giuseppe Abbati da Napoli, mentre Saverio Altamura è originario di Foggia. La macchia, dunque, non è affatto un fenomeno toscano: essa nasce, al contrario, da un dinamico e fertile scambio culturale tra artisti provenienti da aree assai diverse di un paese ancora politicamente, geograficamente e culturalmente frazionato”.

E, per concludere, una poesia macchiaiola di Barbarah Guglielmana…

Sapevo che il sole moriva per nascere

Lo aspettavo al tramonto

e lo lasciavo all’alba

a marcire di vita

Risorgendo la terra in zolle

di onde calde

e di onde fredde

appena rivoltate

da una vanga di esistenza

mi scopriva a metà vita

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