Le Olimpiadi del 1936, Federico Buffa

Sette alberghi rifiutarono di dar loro una camera. L’ottavo invece la concesse, salvo precisare che avrebbero dovuto uscire dalla porta di servizio. La città era New York, l’anno il 1936. Jesse Owens e la moglie dovettero subire questa umiliazione. Fra i vestiti contenuti nel bagaglio del supercampione di atletica c’erano le quattro medaglie d’oro appena vinte alle Olimpiadi di Berlino.

Utili per rimpinguare il bottino della squadra statunitense ai Giochi Olimpici tanto voluti dal Führer, ma non bastevoli a garantire a Jesse, in quanto afroamericano, un trattamento semplicemente umano, normale, nella sua patria. E invano Owens attese un telegramma di felicitazioni da parte del suo presidente Roosevelt: neanche quello arrivò mai.

James Cleveland Owens, detto per l’appunto Jesse, a Berlino strapazzò avversari e cronometri: primo nei 100 e 200 metri piani, nella staffetta 4 x 100 metri e nel salto in lungo (oltre a due record mondiali e un primato olimpico). A dire il vero, in quest’ultima competizione il tedesco Lutz Long seppe contendergli la vittoria finale, anche se infine dovette cedere il passo. Long, nell’aspetto fisico prototipo del perfetto ariano, a dispetto del regime dalla croce uncinata e del suo odioso e schifoso razzismo familiarizzò con Owens, dandogli utili consigli prima del definitivo salto della qualificazione dopo due nulli da parte del giovanotto di Oakville. Una gran bella storia d’amicizia la loro, sotto gli occhi di Adolf Hitler e della geniale, e controversa, regista Lenì Riefenstahl, incaricata di celebrare in una pellicola, la famosissima Olympia, le glorie degli atleti (e di quelli tedeschi in particolare, ma le toccò mostrare pure il superbo genio atletico del ragazzo nero, vera statua d’ebano, originario dell’Alabama: Leni era tuttavia un’esteta…). Long morì in Sicilia nel 1943: era nei ranghi della Wehrmacht. Il figlio ne raccolse l’eredità di ricordi e amicizia.

Federico Buffa ci racconta tutto ciò con grande maestria e una suggestiva narrazione nel corso de Le Olimpiadi del 1936 in scena al Teatro Menotti sino a sabato 17 ottobre e poi in tournée su altri palcoscenici italiani (Firenze, Perugia, Genova, Trento, Palermo et alia). Non è affatto usurpato dire che Buffa è un affabulatore, una sorta di Paolini dello sport. Un tempo faceva il telecronista di basket, disciplina di cui conosce ogni piega (basket americano compreso), ha scritto libri di successo (uno fra tutti, Black Jesus) e ha realizzato importanti trasmissioni televisive, ma da vari anni ha sviluppato la sua arte in racconti di più ampio respiro, sino a quest’ultima invenzione/performance portata a teatro.

Ne Le Olimpiadi del 1936 Buffa è in scena come attore recitante, voce di uno splendido e suggestivo monologo che ripercorre il bello e il brutto, il drammatico e il grottesco, il tragico e l’epico dell’edizione di quei Giochi: sport, politica, società, Storia e storie individuali, immani o minuti destini che si mescolano, e la voce di Buffa dagli innumerevoli registri a farci rivivere eventi ed esistenze. Non solo Owens, che pure è parte preponderante per la valenza immensa delle sue prestazioni, ma anche Vittorio Pozzo e Hugo Meisl, il perfido Goebbels e la meravigliosa Ondina Valla, primo nostro oro femminile alle Olimpiadi, Lanzi e Annibale Frossi, il calciatore con gli occhiali, la Riefenstahl, Cornelius Johnson e Dave Albritton, due neri sul podio dell’alto, la prima volta del basket alle Olimpiadi, Babe Ruth e Avery Brundage, Albert Speer, l’architetto del diavolo, un’incursione nel futuro della Parigi occupata e la Guerra Civile di Spagna e… Sohn Kee-chung (alias Son Kitei), il maratoneta coreano giapponesizzato, insieme con tutto il suo popolo, a forza e con violenza. Sohn Kee-chung vinse la sua gara, sprintando con rabbia una volta giunto alla pista dello stadio e durante la premiazione tenne il capo chino e i fiori sulla tuta a coprire il simbolo nipponico del sol levante. Una storia straziante, toccante, dura.

Ad ausilio della sapiente ed evocativa narrazione di Federico Buffa un pianoforte (Alessandro Nidi), una fisarmonica (Nadio Marenco), il canto di Cecilia Gragnani e spezzoni dal film originale della bellissima, talentuosissima e ambiziosissima Leni. Il risultato è uno spettacolo indimenticabile, che tocca le corde nel profondo – ne siam certi, anche dei non patiti di sport data l’universalità della vicenda e i trasversali e più svariati temi che ne scaturiscono.

Furono anni cupi, prodromici a stermini e massacri, guerra e violenza. Ma i giorni di Owens e Sohn furono comunque meravigliosi, gloriosi e valorosi: nel loro cuore ardeva un sacro fuoco, il desiderio di una patria amorevole e il sogno di un’umanità diversa e in cerca di riscatto, armonia e fratellanza.

Alberto Figliolia

Le Olimpiadi del 1936 di Federico Buffa, Emilio Russo, Paolo Frusca, Jvan Sica. Regia di Emilio Russo e Caterina Spadaro. Teatro Menotti, via Ciro Menotti 11, Milano. Sino al 17 ottobre (ore 20,30).

Info: tel. 02.36591544; sito Internet www.teatromenotti.org.

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