I gemelli interisti: il Domingo e Mandrake

I gemelli neroazzurri: il Domingo e Mandrake

Gianni Rivera e Roberto Rosato, così diversi fra loro per attitudini e ruolo, erano i gemelli del Milan. Entrambi nati il 18 agosto 1943 e tutt’e due piemontesi. Anche l’Inter, tuttavia, aveva i suoi gemelli: Angelo Domenghini e Mario Corso, nati ambedue il 25 agosto 1941.

Irruento, talentuoso, inesauribile, dinoccolato, quasi tormentoso nella sua corsa continua, un gioco nervoso (nel senso fisiologico) e una botta da far impallidire i portieri. Alcuni suoi tiri, ridefiniti “ciabattate” dal Magister Gianni Brera, si erano rivelati estremamente propizi per le sorti della Nazionale: quello che nella finale degli Europei ’68 consentì agli azzurri, sotto 1-0 con la Jugoslavia, di rigiocare la partita e di vincere la ripetizione 2-0 guadagnandosi il primo e sino a ora unico titolo continentale; l’altro nella prima gara del Mondiale ’70 contro la Svezia, favorito dalla papera del numero 1 svedese il quale si fece passare in maniera goffissima la sfera sotto la pancia.

Angelo Domenghini, alias Domingo, era uno che sapeva osare. Nativo di Lallio, nella piana bergamasca, uno fra nove figli, ragazzino ipercinetico e giovanissimo operaio, tirò i primi calci al pallone in oratorio. Dalla società del paese d’origine passò poi al Verdello per la somma di 23000 lire per divenire in breve l’enfant prodige dell’Atalanta – 3 suoi gol (solo Giuseppe Giannini seppe replicare tale prodezza) al Torino in finale consegnarono una Coppa Italia agli orobici: l’unico trofeo nella bacheca atalantina. Quindi passò dal nerazzurro della Dea a quello della più blasonata Inter. La Grande Inter. Da Pesenti, Nodari, Calvanese, Veneri, Gardoni a Burgnich, Facchetti, Suárez, Mazzola, Corso il passo è breve… E furono successi e gloria: due scudetti, una Coppa dei Campioni, due Intercontinentali. E la maglia color del cielo… Poi, un giorno, l’Inter pensò di poter fare a meno dei servigi del Domingo, che finì difatti a Cagliari, mentre alla Beneamata ricapitava in sorte Roberto Boninsegna. Entrambi i club avevano azzeccato la mossa di mercato, ma il primo a giovarsene fu quello isolano (l’Inter si rifece poi con SuperBonimba capocannoniere e il tricolore del 1971). L’apparente esilio dorato del ragazzo di Lallio dal ritmo sfrenato e dal possente tiro si disvelò invece come una trionfale cavalcata. Il suo Cagliari si aggiudicò il campionato 1969-70 e Domenghini ne era una delle indomabili e indomite colonne: da ala, lui che all’occorrenza poteva giocare anche al centro dell’attacco, come all’Inter sovente gli era capitato dato che il 7 era per lo più appannaggio del razzente Jair. E Giggirriva segnava segnava segnava… Domenghini-Nené-Gori-Greatti-Riva: che quintetto dal 7 all’11! E in panca Manlio Scopigno, il filosofo. Un’équipe straordinaria. Un trionfo, come detto.

Poi, pian piano, la corsa del Domingo rallenta, ma c’è il tempo ancora d’indossare le maglie di Roma, Verona, Foggia, Olbia e Trento. Per lui 349 presenze globali e 93 reti in serie A, di cui 134-50 con l’Inter, e 33 gettoni e 7 reti con l’Italia. Ora Domingo è un nonno felice che si divide fra la bergamasca e la Sardegna e gli piace coltivare l’orto. Finalmente i terzini potrebbero raggiungerlo. Forse…

Se Domenghini, nonostante si potesse trovare all’ombra della Madonnina col 9 sulle spalle, era l’ideale 7 (anche se tirava con tutt’e due i piedi), il suo gemello, Mariolino Corso, di San Michele Extra, a diciassette anni già in serie A, portava il numero 11. Vale la pena di aprire una parentesi su San Michele Extra, quartiere di Verona che fino al 1927 era stato comune autonomo. Un luogo magico per il gioco del calcio essendo di esso originari, oltre al nostro, Lino Begnini, Osvaldo Fattori (il più vecchio azzurro vivente) e Attilio Giovannini – due colonne dell’Inter fra gli anni Quaranta e i Cinquanta –, Alberto Malesani, Aldo Olivieri, il portiere campione del mondo 1938 e poi anche allenatore della squadra del Biscione. Nomi pesanti per il calcio italiano. E nell’Audace San Michele transitarono e si forgiarono Claudio Guglielmoni, Sergio Eberini, Paolo Sirena, Ezio Vendrame, il calciatore un po’ poeta un po’ hippy, fulgidissima classe, incostanza e fantasia da vendere, e, infine, Mario Da Pozzo, portiere capace di 791′ di imbattibilità con il Genoa in A nel 1963-64 e di 878′ in B con il Mantova nel 1970-71. Insomma, un sito da dei del calcio.

Per tornare a Mariolino, era cosi precoce il nostro che alla tenera età di 16 anni e 322 giorni aveva esordito in Coppa Italia contro il Como segnando il secondo gol dei 3 contro 0. Tuttora Corso è in assoluto il più più giovane marcatore nella storia dei neroazzurri in partite ufficiali. Quanto l’altro era dinamico tanto il mancino dai calzettoni abbassati pareva talora indolente, divinamente indolente come un felino, salvo saper tirare fuori all’improvviso gli artigli inventandosi lanci e passaggi geniali nonché gol eccelsi. Gli piaceva giocare all’ombra, dicevano i maligni, ma sul fango aveva movenze da foca. Un giocoliere, un mago– Mandrake il non usurpato soprannome, uno dei vari –, ironico, silenzioso ma di carattere, immenso e imprevedibile, artista delle punizioni (non a caso ribattezzate foglie morte…). In giornata di vena era incontenibile.

Ala o mezzala, atipico anche in quello: incollocabile, non etichettabile. Non amava Mazzola, probabilmente, ma i due insieme han sempre fatto faville. Sedici stagioni all’Inter, con la Grande Inter, e un campionato, quello del 1970-71 (fu sorpasso ai danni del Milan) da miglior giocatore italiano e fra i primi al mondo. Helenio Herrera l’avrebbe sempre voluto mandar via ogni anno, in cima alla lista degli uomini da cedere, ma patron Moratti amava troppo quel sinistro divino, e Mariolino, che non si scomponeva, finiva per rimanere e giocava. Giocava e deliziava… foss’anche trotterellando, tanto dal cilindro usciva sempre un coniglio… Chiuse la carriera al Genoa, dove nel 1973-74 e 1974-75 avrebbe giocato con Faccia d’angelo Rosato. Uno dei piccoli strani incroci del destino.

Pur avendo giocato 23 partite, con 4 reti, in azzurro (esordio il 24 maggio 1961 nel 2-3 contro l’Inghilterra) non riuscì mai a giocare in un Mondiale. Un vero peccato, non solo per l’Italia. Pare che Mariolino fosse il giocatore italiano più apprezzato da Pelé. Scusate se è poco… Un po’ meno forse fu amato dall’altro fantasioso (e ben più bizzoso) genio che era il re del tunnel Omar Sivori. Almeno quella volta che Mariolino gli inflisse un irridente tunnel.

Participio passato del verbo correre lo aveva “apostrofato” Gianni Brera. In verità anche in un fazzoletto di terra col pallone il Mariolino poteva farci quel che voleva, i suoi triangoli erano micidiali e il tocco felpato (beffardo) quant’altri mai, e poi quelle zampate come il gol mondiale all’Independiente nei tempi supplementari dello spareggio anno Domini 1964… Per Mandrake 413 presenze e 75 gol con l’Inter in serie A e 23-3 con i grifoni del Genoa. Nel suo palmarès quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Intercontinentali.

Due gemelli impagabili. Come coppia, pesando il valore intrinseco di ciascuno dei quattro, Domenghini e Corso son superiori a Rivera-Rosato. Ma è solo un’opinione.

Alberto Figliolia

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