La canzone dei migranti che furono

La canzone dei migranti che furono

Tutto è in abbandono…
le pareti scrostate, scalcinate, con macchie di umidità
i soffitti nudi
le assi del pavimento divelte, rivoltate
però la porta-finestra senza vetri si apre sull’oceano, sulla linea della terraferma poco più in là che promette speranza (per chi potrà prendere un ultimo battello dopo le infinite ripetute onde)

e loro, dipinti sul muro, le espressioni concentrate, gli sguardi fissi, non tremolanti anche se l’angoscia divora ventre e ventricoli: composti, attenti, brillanti nel bianco e nero stampato: loro, dipinti sui muri: bidimensionali muscoli, tridimensionali terrori

qualcuno si tiene per mano
qualcuno ancora trascina il sacco della fatica
qualcuno già trascina il sacco della fatica
quella farina andata male con il sudore e il soldo mal pagato
qualcuno è solo un cappello stropicciato senza testa e senza volto nel riquadro di un uscio sul giardino della vegetazione infestante (ed è quello che procede più spedito nel niente che ritaglia lo spazio)

baffi a manubrio e piedi nudi
letti arrugginiti
madri in attesa separata
bambini dal capo fasciato, senza parole nel silenzio che ordisce

ombre, ombre sul ballatoio bloccate nell’effimero che s’eterna
carovane di gente che sale, di gente che scende, di partorienti senza rimedio: scale che si torcono per riportarti al porto di partenza (e non lo sanno no, non lo sanno)

sul cornicione, sull’orlo delle stanze, al ventilatore spento giacete, giacete col respiro: rotto, fumante fantasma che invade la vista di chi è rimasto: la vista di chi è rimasto all’ecatombe travestita d’allegria (ma era solo disperazione)

Alberto Figliolia

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