Figlio di nessuno

Il parallelo è immediato. Figlio di nessuno ricorda L’enfant sauvage (Il ragazzo selvaggio) di François Truffaut. Son trascorsi quarantacinque anni dal film del maestro francese, ispirato a una storia realmente accaduta: il ritrovamento da parte di un gruppo di cacciatori verso il 1800, nel dipartimento transalpino dell’Aveyron, di un ragazzino nudo e sporco, inabile a parlare esprimendosi soltanto a ringhi. Il giovane figlio dei boschi viene infine, in quanto ritenuto irrecuperabile e ritardato di mente, ricoverato in un istituto, laddove invece un medico decide di tentarne il reinserimento nella vita sociale. Un chiaro esempio di filantropia illuministica e di fiducia nella scienza, nelle magnifiche sorti e progressive. Come finirà? Guardate l’opera, bellissima, di Truffaut…

Figlio di nessuno è una pellicola datata 2014 e da poco passata sugli schermi dello Spazio Oberdan (viale Vittorio Veneto 2, Milano) della benemerita e storica Fondazione Cineteca Italiana, la cui programmazione di qualità non si riversa solamente sul passato – e ciò svolto con il massimo rispetto filologico –, ma propone anche opere del contemporaneo, produzioni artistiche di rilievo che potrebbero non trovare il giusto spazio nel mercato inflazionato di film furbetti, di smaccata vocazione commerciale, di cassetta e basta. È sorprendente, peraltro, pensare che Figlio di nessuno segni l’esordio alla regia di Vuk Ršumovic… “un’opera di grande maturità e purezza che, per tematica ed estetica, richiama immediatamente il paragone con Il ragazzo selvaggio di François Truffaut”. Come volevasi dimostrare…

Il film in ogni caso è stato premiato alla Settimana della critica dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia (miglior sceneggiatura, premio Fipresci e premio del pubblico), a dimostrazione del suo intrinseco valore e del fatto di avere suscitato una profonda emozione in chi ha assistito alla proiezione.

Anche qui, come nel caso de L’enfant sauvage, dei cacciatori durante una battuta di caccia – l’anno però è il 1988 (e l’episodio filmico è basato su una storia vera) – in cui ammazzano un lupo (o una lupa) si ritrovano fra le mani un’inaspettata preda: un bambino sudicio e selvaggio, che cammina a quattro zampe, guaisce, ringhia e morde. Lo scenario geografico è la Bosnia. Il bambino viene portato in un istituto per orfani a Belgrado dove se ne tenta il recupero. Ma non sarà semplice passare dallo stato ferino alla stazione eretta e a una parvenza, anche meramente esteriore, di civiltà (come tenere un cucchiaio in mano). Difatti non solo l’acquisizione del linguaggio pare insormontabile barriera… il bambino lappa e mangia per terra, come un canide, rifiuta le scarpe, si rannicchia sotto il letto come in una tana, ma è affascinato da una biglia che rotola, dalla luce della lampadina… Durissimo e faticosissimo sarà il percorso, costellato di umiliazioni, ma anche conquiste, di traumi – il suicidio, per impiccagione, del giovane che era divenuto il primo amico “umano” –, ma anche nuova consapevolezza, di violenza, ma anche rispetto e amore, fra contraddizioni e rifiuti, ma anche slanci empatici. E quando il reinserimento appare compiuto, ci pensa la Storia, quella con la S maiuscola, con il suo carico di farsa e tragedia, a irrompere strappando il bambino alle certezze maturate fra dolore e orgoglio… Il fatto è che scoppia la guerra in Jugoslavia e la Bosnia reclama il suo antico figlio… Haris (tale il nome datogli) viene strappato al suo protettivo ambiente e messo su un treno: lo vedremo solo e sperduto in un capannone per profughi e sfollati, poi, fuggito da quel triste squallore, sarà costretto ad aggregarsi a una banda di miliziani, un mitra in mano, fra sangue, spari e morti. A che era servito strapparlo alla foresta, alla wilderness? Forse non vi è peggior ferinità che quella umana, forse era meglio l’alveo naturale e primitivo di rocce, alberi, ruscelli e foglie…

Il regista serbo cala il piccolo protagonista nella contemporaneità, introducendo elementi sociopolitici che fanno un’enorme differenza nello sviluppo della storia, ad esempio l’insorgere dei nazionalismi che sarebbero sfociati nella guerra del 1992. Lo stile è originale, la fotografia nitida, la regia essenziale e lo sguardo sul giovane protagonista lucido e reale”. L’accostamento con Il ragazzo selvaggio di Truffaut era inevitabile… “un altro grande film dedicato alla fragilità e al coraggio degli adolescenti cresciuti in condizioni estreme” (ma il rimando è anche ai Quattrocento colpi).

La prova interpretativa di Denis Murić è stupefacente, perfetta. Magistrale è la descrizione, fisica e interiore, dello spaesamento del bambino-lupo, il suo silenzio straziante o commovente, ed eloquente più di infiniti turgidi discorsi. Poche le parole che il bambino, dopo avere compreso le complesse dinamiche della lingua e il senso dei suoni, pronuncerà: piccole martellate nel cuore dello spettatore…

Quanto degrado si cela nel cuore degli esseri umani consorziati, anche per meglio odiarsi e farsi la guerra? E dove dimora lo stato d’innocenza?

figlio di nessuno 1 figlio di nessuno 2 gr1_enfant_sauvage-02.jpg~original gr1_enfant_sauvage-03.jpg~original Nicije_dete_11Alberto Figliolia

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