Visibili. inVisibili. reportage

Fra le proprie virtù e qualità, oltre alla formidabile generosità e all’indubbia sensibilità estetica, Margherita Lazzati annovera la perseveranza. In forza della costanza che la contraddistingue per anni la fotografa milanese ha seguito, a Londra, la vita di un mural raffigurante Samuel Beckett. Già, perché anche una parete dipinta (o disegnata o verniciata o “spruzzata”, si può usare il verbo che si preferisce…) gode di una vita propria e muta nel corso del tempo: si deteriora, vi si aggiungono segni, vi si accostano volatili presenze, e ombre e graffi e luci. Margherita Lazzati ha catturato l’immagine murale del celebre autore e drammaturgo e l’ha riprodotta nel susseguirsi e nel cambiamento di giorni e stagioni. Anni di assiduità con la silenziosa ieratica semisorridente ironica enigmatica imago di uno dei profeti dell’incomunicabilità. Un gioco di rimandi d’incredibile portata. Poi un giorno il mural è finito, ha cessato di essere, cancellato come se mai fosse stato… Invero esso ha continuato a esistere: nell’immaginario, e negli scatti della Lazzati e fra le pagine di un suo specifico libro giocato fra foto e testi.

Così si muove Margherita Lazzati, lavorando per progetti, come, per esempio, quello in veste di cacciatrice di miraggi, fra vetri, specchi, riflessi e doppi, o come l’altro, più recente, di reporter metropolitana. Un vero reportage, difatti, è Visibili. inVisibili: 56 foto in giro per Milano (e altrove) cercando presenze invisibili, ossia quelli che la gente chiama, con un orribile termine, barboni. O clochards, più elegante, alla francese. O, con pragmatismo anglosassone, homeless. Dicansi i reietti, gli ultimi, gli abbandonati. Per tanti, per il benpensantismo, fastidiose presenze, che turbano e disturbano l’oleografica città. Milano è meravigliosa, ma contiene sacche di disagio. Fra i sacchi dell’immondizia c’è gente che fruga, sotto i portici si stendono giacigli arrangiati, quando il freddo morde impietoso le carni, e stracci e bottiglioni di vino guasto, esistenze alla deriva, senza nome, con quale passato? Intorno la metropoli crepita di consumi, di griffes, di scintillanti tentazioni, i grattacieli salgono al cielo, la metro avanza ovunque con i suoi sotterranei tubi – simbolo di mobilità, velocità e progresso – e l’Expo è in ogni angolo e giornale…

Eppure con obiettività si pone l’obiettivo della nostra amica fotografa: senza ipocrisia, senza pietismo, ma con empatia. Contrasti e contraddizioni si rilevano e rivelano e si pongono all’attenzione del pubblico e di ogni fruitore lo desideri. Mercoledì 27 maggio, alle ore 18, la Casa dei Diritti (via De Amicis 10, Milano; ingresso libero) raccoglierà in mostra una parte di queste sue foto, unendo ad esse la presentazione del libro in cui le stesse sono state raccolte (edito da La Vita Felice) insieme con una moltitudine di testi, navigando fra immagine tout court, prose e poesie. All’incontro parteciperà Salvatore Natoli, ordinario di filosofia teoretica dell’Università Bicocca di Milano, nonché artefice di una saggia, acuta e magnifica introduzione, da cui liberamente citiamo… “La fotografia della Lazzati fissa in modo secco e lineare il contrasto tra l’alto e il basso: la “verticale” degli edifici che si stagliano eleganti nel cielo e il “basso” delle strade, dove uomini senza nome giacciono involti nelle loro coperte. Stanchi o dementi? O hanno solo bisogno di dormire? O è, semplicemente, inedia? Oppure, seduti, attendono che le briciole della ricchezza cadano nelle loro mani. Sono neri e bianchi, di ogni colore: ma da dove vengono, chi sono? Sono i dropout della società. Forse sono state persone come noi, cadute poi in miseria. O uomini che dalla miseria non sono mai usciti. Non sappiamo se l’indigenza in cui si trovano sia da addebitare a loro ovvero se siano caduti in miseria perché la società dapprima li ha lasciati indietro, poi non ha prestato loro aiuto e infine li ha abbandonati alla mera sopravvivenza. E se tra loro vi fossero scansafatiche: parassiti che hanno preferito una vita randagia – e, alla nostra vista, grama – alla quotidianità del lavoro? Lo ritengo altamente improbabile, ma non impossibile. E se taluni fossero una sorta di “nuovi cinici” che hanno voluto sciogliersi dalle convenzioni e dai vincoli della società preferendo vivere alla giornata, ma liberi? E, poi, se tra loro vi fossero uomini spirituali – ed è documentato che ce ne sono stati – che, persuasi che la vita altro non sia che transito, hanno sentito la ricchezza come ingombro e, perciò, si sono spogliati dei loro averi per vivere dello stretto necessario e in disarmata attesa del regno di Dio? Frattanto, hanno deciso di condividere la loro vita con gli ultimi, o con quelli che la società definisce tali”. Illuminante e non poco articolata è la “divagazione” del filosofo.

Scorrendo le pagine del libro si succedono ai luoghi storici e monumentali di Milano, all’affascinante (talora aggressivo) skyline della nuova e contemporanea città, all’elegante ragnatela della Torre Branca, alle distorsioni del mondo sulle finestre degli imponenti palazzi di vetro/cemento, alle luci e alla nostalgia delle vecchie strade, le immagini dei nostri invisibili: quello che dorme sotto multicolori coperte e che ha personalizzato la sua improvvisata transitoria occasionale dimora con un poster che riprende il particolare di uno splendido quadro di Segantini (tutti possono volere e amare la bellezza…); quello che riposa, quasi un gomitolo di carne sulla nuda pietra, nel mezzanino della Stazione Centrale, mentre dall’alto la pubblicità di un marchio di noti stilisti rilascia e lancia il suo potente messaggio mediatico; quello che, i piedi nudi che spuntano da un verde telo (il capo è celato), dorme in via delle Erbe di fianco al manifesto cinematografico di Lone Ranger; quello che usa il marciapiedi come un poggiapiedi e dorme della grossa in piazza Castello; e il suonatore ambulante dalla faccia cotta dal sole; quello dai tragici moncherini; quello che non può trattenere i bisogni fisiologici. Uno specchio di varia e sovente disperata umanità. E neve, case di ringhiera, le guglie del Duomo, la nobile mole della Torre Velasca, e suoni che s’indovinano, luci cangianti, passaggi e paesaggi di armonie e disarmonie…

Fra le poesie che corredano lo splendido volume scelgo la seguente di Silvana Ceruti…

E i nidi abbandonati

Cieli bianchi

luminosi e freddi

e la palla del sole

rossa all’orizzonte

e gli alberi padani

spogli

e i nidi

o i nidi abbandonati!

Rosoni lombardi

in bilico sui rami

echi di un canto gregoriano

tra le nebbie basse

Chiesa di San Cristoforo!

magico faro

per i viandanti

Vicolo dei lavandai!

cenere, sapone e soda

Sponde del Naviglio!

fantasmi di statue,

doccioni e guglie

in processione sui barconi

E il freddo

e l’umidità che sale

dalle acque

e penetra nelle ossa

e i nidi

o i nidi

abbandonati sugli alberi!

Non certo una visione edulcorata, sebbene venata e velata di una sottile malinconia. Anche questo è Milano… Storia e storie, capitale morale (si spera che torni a esserlo, contro il bigotto e codino capitalismo dei profitti a ogni costo), fabrica di lavoro, terra di opportunità, giustizia e, nel senso più nobile del termine, carità.

Lasciamo la chiusa a Salvatore Natoli… “Non è certo un percorso fotografico che può risolvere questi problemi, ma li mette sotto gli occhi – e la Lazzati lo fa in modo semplice e pulito; e ha questo di singolare: tramite il medium della bellezza ci obbliga a guardare ciò che abitualmente ci sfugge. Guardiamo una foto che è bella perché è bella: e diciamo “come è bella!”. Ma nel momento stesso in cui la bellezza ci attrae, ci svela anche l’orrore e ci spinge a riflettere su di esso. Cosa che non accadrebbe se non fosse bella. Che è poi quello che Aristotele diceva del tragico, e può valere anche per le immagini. In tutto ciò, c’è sicuramente il rischio del compiacimento, un’estetizzazione della sofferenza, una sorta d’evasiva consolazione innanzi al dolore. Questo non lo si può dire della fotografia della Lazzati che, invece, è asciutta e mai compiaciuta. È come se si andasse per via: fissa momenti e li offre come un’interrogazione. Formula domande che, però, esigono risposta o, quanto meno, appellano all’impegno per la costruzione di una città più bella e, per quanto possibile, redenta dal dolore.”

Ultima, ma non meno importante, notizia: giovedì 28 maggio il Laboratorio di scrittura creativa della Casa di reclusione di Opera-Milano svolgerà un proprio incontro, “aperto”, nell’ambito della mostra della Lazzati alla Casa dei Diritti. Un momento di notevole interazione e interrelazione: altri invisibili che reclamano alla società spazi di parola e comprensione.

Alberto Figliolia

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