Sulla Grande Guerra, nel centenario italiano

E io vi mostrerò qualcosa di diverso
Dall’ombra vostra che al mattino vi segue a lunghi passi, o dall’ombra
Vostra che a sera incontro a voi si leva;
In una manciata di polvere vi mostrerò la paura.”

(T.S. Eliot)

Tenente Pietro Sibilla

Sottotenente Gino Pozzi

Soldato Giuseppe Fusi

Soldato Guido Mainardi

Soldato Serafino Melzi

Soldato Geremia Trabucchi

Soldato Giovanni Bidoglia

Soldato Luigi Busnati

Soldato Vittorio Cazzaniga

Soldato Pietro Cesana

Soldato Camillo Colombo

Soldato Carlo Crivelli

Soldato Pietro Crivelli

Soldato Davide Franceschini

Soldato Salvatore Frattini

Soldato Giuseppe Galbiati

Soldato Gaetano Garavaglia

Soldato Pietro Garanzini

Soldato Umberto Lecchi

Soldato Enrico Locatelli

Soldato Achille Maggioni

Soldato Luigi Menni

Soldato Carlo Pifferi

Soldato Carlo Pozzoli

Soldato Giuseppe Recalcati

Soldato Enrico Rusconi

Soldato Enrico Sestagalli

Soldato Ernesto Tavecchia

Quello soprastante è l’elenco dei caduti della Prima Guerra Mondiale. I caduti cesanesi. Nomi incisi sul monumento che giace nello spazio che separa via Repubblica da via Patellani. Sono ventotto. Presumibilmente erano molto giovani. Una generazione bruciata, mandata al massacro. Quanti ne perirono nei terribili assalti frontali alle trincee nemiche ordinati dalle assurde, folli e orrende teorie del comandante Cadorna? E qualcuno forse perì nell’altrettanto orrida, spregevole e sommamente iniqua pratica della decimazione (e pure effettuata coi criteri della più arbitraria casualità). Quante famiglie cesanesi patirono la perdita del padre, del figlio, del fratello, del marito?

Questi nomi li potete leggere anche nelle pagine del sito http://www.albodoroitalia.it.

TUTTI AVEVANO LA FACCIA DEL CRISTO

NELLA

LIVIDA AUREOLA DELL’ELMETTO

TUTTI PORTAVANO L’INSEGNA DEL SUPPLIZIO

NELLA

CROCE DELLA BAIONETTA

_____________________________________________

E NELLE TASCHE IL PANE DELL’ULTIMA CENA

E NELLA GOLA IL PIANTO DELL’ULTIMO ADDIO

Le parole della dedica, stranamente, non paiono neppure troppo retoriche. E toccano, commuovono, perché raccontano la verità. Che cosa fu quella guerra ce lo raccontò, e continua a narrarcelo, la magnifica pellicola di Francesco Rosi Uomini contro. E al compito, un vero dovere ossia un dovere di verità, ha contribuito anche l’ultima opera cinematografica di Ermanno Olmi: torneranno i prati.

Vale la pena nella ricorrenza del centenario dell’entrata in guerra dell’Italia tornare su quelle opere che ne hanno illustrato con onestà intellettuale i contenuti e la portata, evidenziando il sacrificio del popolo, della gente comune, dei poveracci che si fecero ammazzare per ordine del re, per un’idealità ai più ignota, per la redenzione della Patria, termine bello e, ahinoi!, estremamente abusato. Di là, nelle trincee nemiche, combattevano popoli d’altra lingua, ma sempre popoli, fiore delle terre. E i generali e i re dalle retrovie o dai comodi comandi e palazzi osservavano col binocolo, desinavano e facevan pure festa, organizzavano piani sulla carta per nuovi assalti dove morivano le lingue e i dialetti di tutti i Paesi.

Per Uomini contro, film del 1970, il regista Francesco Rosi, da poco scomparso, maestro della cinematografia italica, ebbe non pochi problemi. L’opera, ispirata da Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, era di evidente matrice antiautoritaria e pacifista e costò a Rosi una denuncia per vilipendio dell’esercito (fu poi assolto in istruttoria). La guerra di trincea, l’assalto cieco, gli ordini ottusi, la ferocia delle gerarchie, il lavacro di sangue pone in luce tutta la follia degli eventi bellici. Il film si avvale di una superba interpretazione di Gian Maria Volonté nei panni del tenente Ottolenghi interiormente tormentato e di idee socialiste, il quale troverà una tragica fine, e di Mark Frechette, uomo dal destino a sua volta tragico, nelle vesti del sottotenente Sassu, che sarà fucilato per non avere fermato i suoi uomini intenti a farsi giustizia dopo tanto strazio, disagio e abbandono. Una storia avvincente e amara nella quale si dipana un terribile senso di vuoto. Fango e paura. Sangue e dolore.

Nel 2014 è uscito torneranno i prati, regia e sceneggiatura di Ermanno Olmi. Un film di soli 80′, ambientato in una notte del novembre 1917 sull’Altopiano di Asiago. Una storia di solitudine, nonostante la solidarietà fra uomini, vieppiù sottolineata dal funereo bianco della neve a quota 1800. Prevale un autentico smarrimento personale, la vita quasi come un incidente di percorso, la fucilata di un invisibile cecchino potendo spegnerla all’improvviso, in un istante, senza poter nemmeno procedere a un suo riesame. E perché poi? Per dei labili astratti confini? Sono fantasmi umani, allucinati, straniti e straniati, a muoversi negli abissi di mota sotto le candide coltri dei monti, e luci fioche, spettrali, disanimano ulteriormente la scena. In attesa di un isolato ma letale sparo o del prossimo colpo d’obice. La natura assiste incolpevole e impotente, per simbolo il grande larice che, cannoneggiato, arde nella notte. “Nell’avamposto il tempo viene sospeso. Si sta in attesa di qualcosa che può accadere all’improvviso: l’offensiva, il bombardamento. E così si centellina l’esistenza, secondo per secondo, perché potrebbe essere l’ultimo. È la notte dei condannati a morte”, così spiega Olmi, e prosegue… “Il mio compito è stato quello di raccontare il grande tradimento fatto nei confronti di quelle persone che sono morte e non hanno mai saputo perché, e con i morti, come con i bambini, non si può barare. […] una grande bugia, una grande truffa… sacrificati per volere dei potenti, allora come oggi per il potere e la ricchezza di pochi”.

Uomini contro e torneranno a fiorire, due capolavori, da vedere (o rivedere).

Nel 2009 è uscito un magnifico libro di Mark Thompson, studioso britannico di gran vaglia: La guerra bianca-Vita e morte sul Fronte italiano 1915-1919 (The White War), edito da il Saggiatore. Qualche volta le nostre cose ci vengono meglio spiegate da un osservatore esterno, e forse per questo più obiettivo. Davvero La guerra bianca è un libro straordinario: dettagliato, preciso e documentato come deve essere un saggio storico e avvincente come un romanzo; stile e fatti mirabilmente congiunti. Senza infingimenti, senza ipocrisie, senza aggiustamenti o collusioni di sorta. Duro e crudo quando il caso, esaustivo nelle descrizioni degli accadimenti vicini o lontani rispetto ai teatri di guerra. Un tentativo di analizzare nel profondo, oltre ogni retorica. Innumerevoli le testimonianze riportate, perfette le ricostruzioni attraverso l’analisi di reperti e documenti.

Trapelano talora squarci di umanità nella disumanità permanente, indotta, come in alcuni celebri episodi in cui gli austriaci smisero di sparare contro le ondate di soldati italiani inermi verso i nidi di mitragliatrice, uomini spinti a un sacrificio senza speranza – Italiani, tornate indietro! Un brivido ci corre lungo la schiena. “In un’occasione, le mitragliatrici austriache erano state talmente efficaci che la seconda e la terza ondata di fanteria italiana arrancavano sui cumuli di cadaveri dei loro commilitoni. Un comandante austriaco urlò ai suoi fucilieri: «Cosa volete fare, li volete uccidere tutti? Lasciate stare.» Poi smettono di sparare […]. Dicevano ai nostri: «Lasciate stare, noi non spariamo più, lasciate stare, volete che muoiano tutti?». I reduci italiani descrissero almeno mezza dozzina di casi del genere. In una delle prime battaglie, la fanteria si era sparpagliata nell’attacco sul terreno accidentato, e gli uomini urlavano e brandivano i fucili. La trincea austriaca era minacciosamente silenziosa. La linea italiana si rompeva e si riformava risalendo il pendio finché non vi furono che isolati drappelli di uomini che balzavano dal riparo di una roccia all’altra, «come rospi». Improvvisamente una voce proruppe dalle linee nemiche: «Italiani! Tornate indietro! Non vogliamo massacrarvi!»”.

Sempre liberamente citando dal libro… “Un soldato italiano che seguiva con lo sguardo un berretto da campo che spuntava dalla trincea nemica annotò queste sue riflessioni sulle condizioni che avevano reso possibile quella carneficina: «E si ammazza così, a freddo, perché tutto ciò che non giunge nella sfera della nostra vita pare che non esista […]. Se io sapessi qualcosa di quel poveraccio, se lo sentissi parlare una volta, se gli leggessi le lettere che tiene accartocciate sul cuore, solo allora mi parrebbe di compiere un delitto uccidendolo così.»” […] Poche settimane prima, nel settembre 1915, gli austriaci avevano gridato ai superstiti di una compagnia italiana di smettere di combattere e di fare ritorno alle loro linee, portando con sé i loro feriti, altrimenti sarebbero tutti morti. «Non state a morire così. Vedete da soli che per voialtri non è scampo.» Alla fine gli italiani rinunciarono e gli austriaci si affrettarono a scendere con barelle e sigarette. Gli italiani diedero loro in cambio le piume nere dei loro moretti e le stellette dei baveri, come ricordo”.

E si va avanti nel libro trattando il superficiale paranietzschianesimo di D’Annunzio e Mussolini: demagoghi per la guerra o proponendo una splendida, dolorosa, poesia di Clemente Rebora…

O ferito laggiù nel valloncello,

Tanto invocasti

Se tre compagni interi

Cadder per te che quasi più non eri,

Tra melma e sangue

Tronco senza gambe

E il tuo lamento ancora,

Pietà di noi rimasti

A rantolarci e non ha fine l’ora,

Affretta l’agonia,

Tu puoi finire,

E conforto ti sia

Nella demenza che non sa impazzire,

Mentre sosta il momento,

Il sonno sul cervello,

Làsciaci in silenzio –

Grazie, fratello.

E, parlando di poeti in guerra, non poteva mancare la citazione degli immani e immensi versi di Giuseppe Ungaretti,in quei luoghi maturati e nel libro di Thompson ampiamente rievocati…

Di che reggimento siete,

fratelli?

Parola tremante

nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante

involontaria rivolta

dell’uomo presente alla sua

fragilità

Fratelli

Un’intera nottata

buttato vicino

a un compagno

massacrato

con la sua bocca

digrignata

volta al plenilunio

con la congestione

delle sue mani

penetrata

nel mio silenzio

ho scritto

lettere piene d’amore

Non sono mai stato

tanto

attaccato alla vita

E, ancora, nel buio orrore quotidiano lampi di umanità

Non fu dunque per tema,

s’io non t’uccisi: fu per non morire!

Per non morire in te: m’eri gemello,

o apparso sulla gemina trincea.

(Fausto Maria Martini)

Thompson racconta l’asservimento della stampa nazionale alle determinazioni governative, la censura e l’autocensura, la giustizia sommaria nell’esercito di Cadorna (anche il rientro in ritardo dalla licenza, le lamentazioni diffuse e il malcontento potevano costare la morte), quasi un sadismo diffuso delle istituzioni, l’acquiescenza della politica, una sostanziale sospensione dei già pur non elevati standard di democrazia (il fascismo di lì a non molto l’avrebbe fatta da padrone impugnando anche la bandiera del reducismo e quella della “vittoria mutilata”).

600mila morti civili dopo e 689mila morti militari dopo, e un’ecatombe di feriti e mutilati, l’Italia era fatta… e l’Europa popolata di 17 milioni di croci, orfani e vedove. Un prezzo spaventoso per la civiltà, e prodromico alla Seconda Guerra Mondiale e a ogni genere di olocausto.

In ultimo val la pena di ricordare il superbo reportage, compiuto nel 2014 e uscito a puntate sulle pagine de la Repubblica, di Paolo Rumiz, un viaggio-odissea lungo il fronte italo-austriaco. Una narrazione ribadita in Come cavalli che dormono in piedi (Feltrinelli, pp. 272, 18 euro). Un’altra lettura cui non rinunciare per acquisire consapevolezza.

Tenente Pietro Sibilla

Sottotenente Gino Pozzi

Soldato Giuseppe Fusi

Soldato Guido Mainardi

Soldato Serafino Melzi

Soldato Geremia Trabucchi

Soldato Giovanni Bidoglia

Soldato Luigi Busnati

Soldato Vittorio Cazzaniga

Soldato Pietro Cesana

Soldato Camillo Colombo

Soldato Carlo Crivelli

Soldato Pietro Crivelli

Soldato Davide Franceschini

Soldato Salvatore Frattini

Soldato Giuseppe Galbiati

Soldato Gaetano Garavaglia

Soldato Pietro Garanzini

Soldato Umberto Lecchi

Soldato Enrico Locatelli

Soldato Achille Maggioni

Soldato Luigi Menni

Soldato Carlo Pifferi

Soldato Carlo Pozzoli

Soldato Giuseppe Recalcati

Soldato Enrico Rusconi

Soldato Enrico Sestagalli

Soldato Ernesto Tavecchia

TUTTI AVEVANO LA FACCIA DEL CRISTO

NELLA

LIVIDA AUREOLA DELL’ELMETTO

TUTTI PORTAVANO L’INSEGNA DEL SUPPLIZIO

NELLA

CROCE DELLA BAIONETTA

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E NELLE TASCHE IL PANE DELL’ULTIMA CENA

E NELLA GOLA IL PIANTO DELL’ULTIMO ADDIO

Quando, o cesanesi, passerete fra via Repubblica e via Patellani leggete quei nomi, fermate per un attimo il vostro pensiero su quelle identità disperse, cuori popolati di sogni e sentimenti, prematuramente scomparsi all’abbraccio dei cari, ai desideri, alle speranze, alle bellezze della vita, all’amore. Piangeteli e fateli vostri, foss’anche per un breve soffio, come nuvole portate dal vento oltre l’orizzonte.

Alberto Figliolia

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