“Milano nello sport”

Luoghi-mito. Siti dove si è costruita la storia e dove si sono fabbricate leggende. Templi di passione. L’Arena Civica, il Campo Giuriati, il Palalido, il Palazzo del Ghiaccio, lo Sferisterio di via Palermo, lo Stadio di San Siro, il Velodromo Vigorelli… e i Navigli, la Società del Giardino e Circolo della Spada, l’Autodromo di Monza, il Bagno di Diana e le piscine, l’Idroscalo, gli Ippodromi… e ancora il pugilato in città, la Forza e Coraggio, il Tiro a Segno Nazionale… Tutto questo è e di tutto questo tratta Milano nello sport, splendido volume edito dalla Hoepli, autori dei testi Gino Cervi e Sergio Giuntini, storici di gran vaglia e classe (la cura dell’aspetto fotografico è di Lorenzo De Simone; il volume è peraltro costellato di meravigliose foto d’epoca).

Milano nello sport è un libro sui simboli della Milano sportiva, quelli che c’erano e quelli che ci sono ancora, ed è fonte inesauribile di preziose notizie, oltre che presentare un apparato iconografico scintillante. Lo sfogli e la nostalgia ti assale: gesta di campioni persi nel tempo; imprese epiche; architetture sbalorditive e tanto spesso sottovalutate. Come non rimanere ancora meravigliati innanzi all’Arena del primo Ottocento, con la sua Porta Trionfale in granito di Baviera, affrescata da Andrea Appiani e con fregi a finto stucco di Luigi Monticelli? L’Arena… la casa dell’Ambrosiana-Inter del Peppin Meazza, il Balilla, el folber, fidanzato d’Italia, centroavanti mirabolante, campione del mondo 1934 e 1938, brillantina e goal a invito, dribbling e femmes, il più grande footballista d’Italia (probabilmente di sempre nel Bel Paese). L’Arena, teatro, una volta allagata, di curiose naumachie, sullo stile dell’antica Roma, o di prestigiosi record del mondo, come quello del discobolo, olimpionico di Londra, Adolfo Consolini (m 55,33) il 10 ottobre 1948, o dell’italiano del Sudafrica Marcello Fiasconaro negli 800 metri (1’43”7) del 27 giugno 1973. E, ancora nell’Arena, patinoire, ciclismo, palloni aerostatici, Buffalo Bill e il suo circo del Wild West Show, ginnastica, pugilato. Qui si esibì in maniera memorabile anche Luigi Beccali, oro olimpico a Los Angeles 1932 e recordman mondiale sui 1500 m (guarda caso, anche quel primato maturò nell’Arena il 17 settembre 1933).

Scorri le pagine del libro – i luoghi sono in ordine alfabetico – e t’imbatti, subito dopo l’Arena, nell’Autodromo di Monza, che bisogno di presentazioni non ha di certo. Troneggia la figura, eroica e tragica, di Alberto Ascari, campione del mondo F1 1952 e 1953, uno dei fascinosi cavalieri del rischio, che, ironia della sorte, proprio a Monza lasciò ambizioni e vita, in una sventurata curva a sinistra mentre provava, in abiti borghesi, una Ferrari 750 Sport.

È un viaggio nel tempo: ecco gli atleti della Mediolanum schierati per un foto di gruppo nel cortile del Castello Sforzesco; i giocatori dell’Unione Sportiva Milanese dalla maglia a scacchi bianconeri, già vicecampione d’Italia nel calcio dietro la terribile Pro Vercelli e pur costretta a fondersi dal volere del regime mussoliniano con l’Inter, fatto che ne decretò la scomparsa per sempre dalle scene nazionali (tre suoi giocatori erano nella prima formazione della Nazionale italiana); le vittorie dell’Olimpia Milano, le celeberrime scarpette rosse del basket, al Palalido, in cui si svolsero anche alcuni dei più famosi concerti mai tenutisi in Italia (bastino i Rolling Stones, 8 marzo 1967); gli hockeisti nel bellissimo Palazzo del Ghiaccio, ora riconvertito in un più che suggestivo spazio multifunzionale; le Sei Giorni nel Palazzetto della Fiera, con il pistard Maspes, re del surplace.

Di nuovo San Siro, con le incredibili ruggenti sfide mondiali di Duilio Loi, Nino Benvenuti e Sandro Mazzinghi. Lo Sferisterio di via Palermo… “la casa della pelota basca, un gioco fatto di colpi spettacolari in un contorno romanzesco di fumo e scommesse, era un posto mitico negli anni del dopoguerra. È scomparso a metà degli anni Novanta, insieme alla Brera degli artisti e degli avventurieri della notte”… Ne scrisse Luciano Bianciardi nel suo capolavoro La vita agra (1962): “Entravano due alla volta dalla gabbietta in fondo, vestiti di bianco, legandosi la cesta attorno al polso, seri e indaffarati, a lunghi passi la maggior parte, pochi correndo, come per esempio Angel, che si dava le arie. Ormai li conoscevo tutti: astuto il vecchio Arata, e imprevedibile con le sue farmacie, cioè coi suoi tiri bassi e lenti che ricadevano appena sotto il margine inferiore del frantis; poderoso e taciturno Luis, la spalla, che andava a rebote con una tesa sciabolata, spesso imprendibile; scorbutico e livido in viso Aldezabal, come tutti quelli che hanno la bronchite cronica”. Indimenticabile brano letterario.

D’altra parte la letteratura viene spesso ispirata dallo sport, come ben dimostra questa poesia, intitolata ’53, di Maurizio Cucchi nella sua prima avventura da tifoso nerazzurro a San Siro: “L’uomo era ancora giovane e indossava/ un soprabito grigio molto fine./ Teneva la mano di un bambino/ silenzioso e felice./ Il campo era la quiete e l’avventura,/ c’erano il Kamikaze,/ il Nacka, l’Apolide e Veleno./ Era la primavera del ’53,/ l’inizio della mia memoria./ Luigi Cucchi/ era l’immenso orgoglio del mio cuore,/ ma forse lui non lo sapeva”. Indelebile dedica al padre.

Non può mancare Ernest Hemingway… “Noi quattro andammo a San Siro in una carrozza scoperta. […] Scendemmo dalla carrozza: comprammo i progammi e attraversammo a piedi il prato e poi la soffice pista spessa del percorso verso il recinto del peso. Le tribune del pesage erano antiche e fatte di legno e i totalizzatori erano sotto le tribune e allineati vicino agli stalli. C’era una folla di soldati lungo lo steccato del prato. Il pesage era pieno di gente e facevano passeggiare i cavalli in cerchio sotto gli alberi dietro alla tribuna centrale”.

Quali e quanti personaggi… Edo Mangiarotti, “lame e medaglie”: cinque edizioni dei Giochi Olimpici, da Berlino 1936 a Roma 1960 – e sarebbero state sette senza la Seconda Guerra Mondiale –, 13 medaglie olimpiche (6 ori, 5 argenti e 2 bronzi) e 26 mondiali (13, ori, 8 argenti e 5 bronzi); Savino Guglielmetti: ginnasta, due ori olimpici a Los Angeles 1932, uno i cui racconti facevano spalancare la bocca e accendevano la fantasia; Gianni Rivera e Gianni Brera, Milan e Inter, Diavolo e cacciaviti, Biscione e bauscioni; il pubblico della Scala del calcio vista da Delio Tessa… “Mi avevano detto in Cordusio che per raggiungere lo Stadio bisognava prendere il 15, l’ho preso ed eccomi qui in un mondo nuovo per me. Mi guardo in giro: dov’è lo Stadio? Potrei chiederlo a questo manovale ma mi vergogno. Bisognerebbe fingere per lo meno un accento esotico ma così… un milanese a San Siro alla vigilia dell’incontro Italia-Inghilterra, che non sa dove dirigersi… eh via… Cacciato alle spalle dal tambureggiamento ossessionante, mi affretto verso alcune piante ritte ai margini della prateria, sentinelle della campagna che vive al di là. Come se la nuvolaglia pesasse loro sul capo, reclinano ciuffi verdi. […] Lo spettacolo della moltitudine adunata è terrificante. La senti mutevole, infida, indifesa, esposta a tutti gli influssi. Un uomo raccolto in un suo pensiero vi è solo come un deserto. […] Ebbi per solo spettacolo gli spettatori. Prima che la partita incominciasse le gradinate dello Stadio erano color caffè e latte chiaro, il colore degli impermeabili, ma poi… cos’è successo? È comparsa una tinta incarnato pallido, eran tutte facce, quelle migliaia di facce rivolte, come tanti fanalini da una parte. Cinque minuti dopo l’intervallo il pallore è scomparso e ha dato luogo a un rosa diffuso che in chiusura di partita si è andato fissando in un rosso vivo. Il sangue era salito alle teste congestionando lo Stadio”, da L’Ambrosiana, 16 maggio 1939, di Delio Tessa. Il poeta sarebbe morto pochi mesi dopo questo struggente elzeviro.

E che dire del primato dell’ora firmato da Fausto Coppi al Vigorelli in data 7 novembre 1942? Ci sovvengono e soccorrono le parole di Mario Fossati… “Un cielo basso sporco carico di insidie, un cielo di guerra perduta. Sotto la tettoia un pubblico dal cappotto rovesciato, dal bavero sdrucito. Coppi in forza al 38 Fanteria ha strappato una licenza. Il colonnello, che volutamente lo ignora, lo vuole spedire in Africa: e lui tenta l’ora di Archambaud per commuovere chi di dovere. Una bicicletta avara di alluminio: una maglia di lana a cinque tasche, un tocco di campana scandisce i tempi di marcia. Coppi batte Archambaud. Scende di sella che è il crepuscolo. È ammazzato di fatica, non è assolutamente in grado di assaporare il trionfo. L’atmosfera di guerra, il freddo, l’improvvisazione, l’insufficienza meccanica, lo avevano fatto soffrire come una bestia. Al ritorno in caserma Fausto apprenderà di essere stato aggregato al 36 Fanteria, destinazione Tunisi via Sciacca. Il 23 aprile 1943 Fausto Coppi era un prisoner of war”. Magistrale pezzo per una storia d’altri tempi. Ah, per chiudere sul Vigorelli… il 23 giugno 1965 vi si esibirono i Beatles!

D’ora in poi chiunque avrà letto (e ammirato) il libro, strenna di strepitosi contenuti, di Gino Cervi e Sergio Giuntini, quando passerà innanzi ai luoghi da quelle pagine narrati con spirito storico e lirica affabulazione, nutrirà una consapevolezza maggiore e un godimento estetico superiore. E, con l’ineluttabile senso del presente, il dolce morso della nostalgia.

Alberto Figliolia

Gino Cervi e Sergio Giuntini, Milano nello sport, Editore Ulrico Hoepli Milano (2014, 246 pp., euro 49,90)

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